mercoledì 30 marzo 2011

R/esistenze a ... Salò

Del volume curato da Paola Guazzo, Ines Rieder e Vincenza Scuderi - R/esistenze lesbiche nell'Europa nazifascista - avevamo già parlato qui in Marginalia in occasione del suo arrivo in libreria lo scorso anno (oltre ad aver partecipato ad una delle sue belle presentazioni/discussioni, ovvero quella organizzata all'interno dell'edizione 2010 del Festival delle Culture antifasciste. Ritorniamo sul volume, brevemente, per segnalare che il primo aprile, alle ore 21, ci sarà una nuova presentazione del libro, organizzata dalla sezione Anpi locale, presso il Centro Sociale Due Pini di Salò (non è un pesce d'aprile) .

martedì 29 marzo 2011

In and Out of Sexual Democracies / Fuori e dentro le democrazie sessuali

Il 28 e 29 maggio prossimi, si terrà a Roma il convegno Fuori e dentro le democrazie sessuali, convegno promosso da Facciamo Breccia in collaborazione con Orgogliosamente Lgbtiq. Il convegno intende dare voce alle politiche femministe e Lgbtiq che si confrontano criticamente con il tentativo neoliberista di assimilare le istanze relative a genere e sessualità in chiave razzista e neocolonialista / The conference aims at giving voice to those feminist and Lgbtiq politics that deal critically with neo-liberalist attempts to assimilate the issues of gender and sexuality for racist, nationalist and neo-colonialist purposes. Rinviamo al sito di Facciamo Breccia per il testo integrale di presentazione e il call for paper del convegno, le diverse sezioni e tutte le info utili per partecipare.

(Alcuni) articoli correlati in Marginalia:

Femminismi: un convegno internazionale a Torino
Repertori della sessualità e politiche razziste
Judith Butler: prendere le distanze dalla complicità con il razzismo
Sulla censura di Gay Imperialism e Out of Place
Queer arabi contro le strumentalizzazioni
Concia e L'altro
Genere e processi di razzializzazione nelle democrazie occidentali

venerdì 25 marzo 2011

Almirante, l'altra faccia di un grande italiano

Dopo i tentativi di dedicargli nuove vie e di additarlo ad "esempio da seguire", la prossima settimana si terrà a Trieste, con il patrocinio del comune di quella città, un convegno sulla figura di Giorgio Almirante, dal titolo Almirante, un grande italiano. Riceviamo (e pubblichiamo) il testo con cui le/gli antifasciste/i triestine/i indicono una conferenza stampa per domani, sabato 26 marzo, alle ore 11, presso il Knulp (via Madonna del mare 7/a - Trieste). Ecco il testo : "Con il patrocinio del Comune di Trieste, si terrà lunedì un convegno sulla figura di Giorgio Almirante. Memori dell’opera di Almirante come redattore de “La Difesa della Razza”, del suo ruolo istituzionale nella RSI che lo portò a firmare un bando per la fucilazione di altri Italiani, del suo operato nel corso degli anni della strategia della tensione in Italia, tra cui il finanziamento al terrorista Cicuttini per un’operazione alle corde vocali che rendesse impossibile la perizia fonica dato che lui era stato il telefonista che aveva attirato i carabinieri nella trappola della strage di Peteano (3 morti), noi antifascisti terremo una conferenza stampa con distribuzione di un dossier esplicativo".

Guerra in Libia ed effetti collaterali : "Due donne arabe uccise per errore"

"Pochissimi incidenti spiacevoli si sono avuti fin qui, mentre pur essi non mancano mai in tempo di guerra. Per debito di cronista ve ne segnalo uno che può dirsi il più grave. E' una inevitabile conseguenza dello stato di guerra da una parte e della grave ignoranza di questa popolazione araba dall'altra. Iersera dunque, una nostra sentinella agli avamposti vide avanzare nell'ombra del crepuscolo un piccolo gruppo di persone vicinissimo al suo posto. Egli diede, come d'obbligo, il chi va là, ma nessuno rispose. Il piccolo gruppo esitò un momento, poi proseguì il suo cammino. Ripetuta l'intimazione non ebbe esito diverso. Il soldato allora sparò alcuni colpi di fucile nella direzione del gruppo. Si udirono alte grida di dolore. Accorsa una pattuglia dei nostri soldati fu dolorosamente constatato che giacevano al suolo i cadaveri di due donne arabe e altre due erano ferite. L'incidente è doloroso, ma a giustificazione della sentinella, oltre al resto, sta anche il fatto che difficilmente nelle ore della sera possono distinguersi le donne indigene dagli uomini i quali portano anche essi, come è noto, un ampio paludamento". [da Ernesto Vassallo, "Due donne arabe uccise per errore", L'Avvenire d'Italia, 19 ottobre 1911, p. 1]

mercoledì 23 marzo 2011

Migrazioni e identità nazionale italiana / Zapruder call for papers

Negli ultimi decenni le migrazioni sono diventate un tema di ricerca centrale in numerose discipline. Studiose e studiosi, spinte/i verso questo tema anche dal contemporaneo massificato movimento di uomini e donne, hanno riformulato gli approcci disciplinari convenzionali, occupandosi di donne migranti, di identificazioni transnazionali, di trasformazioni culturali e sociali. Il numero di Zapruder dedicato a Migrazioni e identità nazionale italiana intende circoscrivere l’oggetto d’analisi a quelle tensioni, conflitti, trasformazioni che sorgono dal rapporto tra migrazioni e costruzione, in diversi contesti temporali, di un’identità (o più identità) nazionale italiana. Il numero è inoltre interessato a un confronto tra processi del passato e del presente, tra approcci storiografici e sociologici in grado di dialogare tra di loro e di riflettere criticamente sui presupposti teorici e categoriali implicati nel tema analizzato. Si sollecitano quindi contributi che problematizzino e discutano categorie come identità, cultura, ‘razza’, etnia, nazione nel contesto dei processi migratori da, verso e attraverso l’Italia. Alcune delle domande che il numero si pone sono: in che modo i movimenti di uomini e di donne sono entrati nei processi di formazione identitaria declinati anche in chiave nazionale? In relazione ai processi migratori del passato e del presente, quali rappresentazioni di nazione, popolo, cultura, ‘razza’, etnia, genere, sessualità diventano il campo di battaglia in cui intervengono diversi progetti e diverse forze sociali e culturali? In che modo donne e uomini migranti ridisegnano confini, processi di inclusione ed esclusione, d’identificazione e di dis-identificazione, meccanismi di accesso alla cittadinanza? Che ruolo hanno avuto l’emigrazione e l’immigrazione nel ridisegnare la mappa delle identificazioni con la città, la nazione, l’Europa e il mondo? Quali legami esistono tra migrazioni e costruzione delle diverse sfumature della ‘bianchezza’ degli italiani? Sono benvenuti interventi che affrontano una o più delle seguenti tematiche: Nazione, genere, sessualità e migrazioni / Fratture dell’idea di identità nazionale in relazione ai processi migratori / Migrazioni e costruzione della ‘bianchezza’ / Italianità, transnazionalità, europeità / Migrazioni interne / “Nuovi italiani” / Politiche del ‘colore’ e politiche di cittadinanza. Gli abstract degli articoli, di max 400 parole, devono provenire alla curatrici (sabrinamarchetti@rocketmail.com e enrica.capussotti@ncl.ac.uk) entro il 1° maggio 2011. Gli articoli completi dovranno poi essere consegnati entro il 31 ottobre 2011. La rivista Zapruder nasce all'interno del progetto Storie in Movimento. Per approfondire si rimanda al sito: www.storieinmovimento.org.

domenica 20 marzo 2011

"Tripoli bel suol d'amore": la guerra in Libia e il centenario dell'invasione coloniale italiana



La guerra "umanitaria" contro la Libia è cominciata. Era nell'aria da un po' questo profumo di guerra, di petrolio, di interessi delle grandi multinazionali. Era nell'aria da un po' la voglia di gestire direttamente - facendo fuori "l'inaffidabile Gheddafi" - il flusso di risorse e "immigrati clandestini". Dall' alba Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti, dopo Bengasi, bombardano Tripoli. L'Italia, come altre nazioni aderenti alla coalizione internazionale, non partecipa "ufficialmente" al raid aereo, ma sappiamo che il cosiddetto "nostro paese", ha messo a disposizione le sue basi (per non parlare delle armi che abbiamo a suo tempo venduto a Gheddafi). E questo a cosa equivale se non ad essere già (coinvolti)in guerra a pieno titolo? Del resto le/i siciliane/i già si sentono da ieri gli aerei volare sulla testa. Colpisce come una mazzata (togliendoci la lucidità per fare riflessioni che andrebbero fatte, su altre "guerre umanitarie" e "guerre senza umanità"), che tutto ciò avvenga nel centenario dell'invasione coloniale in Libia, anniversario offuscato (non ci meraviglia) dai centocinquant'anni dell'Unità d'Italia. Per memoria: fu il 5 ottobre del 1911 che gli italiani, al canto di A Tripoli! e in un tripudio di tricolori sventolanti, sbarcarono sul suolo libico. Il seguito dovremmo ricordarlo: i crimini di guerra italiani, le spietate rappresaglie, come quella all'indomani della sconfitta subita dagli italiani a Sciara Sciat, alle porte di Tripoli, la “caccia all'arabo” che ne seguì tra le vie della capitale con impiccagioni collettive e deportazioni di massa verso l'Italia che durarono almeno fino al 1916. Per non parlare poi, durante la “riconquista” fascista della Libia, delle rappresaglie, delle distruzioni sistematiche, delle deportazioni di massa di civili che causarono, come ricorda Angelo Del Boca, almeno 60 000 morti nella sola Cirenaica, anche bambini/e, dell'impiccagione, tra gli altri, il 16 settembre 1931 – in spregio ad ogni convenzione internazionale – di Omar el Mukhtar. E colpisce - ancora come una mazzata - che questa nuova guerra alla Libia cominci in giorni contraddistinti da un tripudio di bandiere tricolori e inni alla patria e alla nazione. Era nuda, avvolta solo nel tricolore, Alessandra Drudi, in arte Gea della Garisenda, quando, l'otto settembre 1911, si presentò sul palco del teatro Balbo di Torino per scaldare gli animi patriottici in vista dell'invasione della Libia cantando A Tripoli!. La canzone poi divenne famosa con uno dei versi della prima strofa, Tripoli bel suol d'amore e ritornò in voga in epoca fascista, ai tempi della "riconquista" mussoliniana di quelle terre. Il resto lo conosciamo. E queste nuove bandiere di cosa sono presagio?

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Eritrea: Voices of Torture
Colonialismo italiano in Libia: dal "leone del deserto" al "colonnello"
L'Italia finanzia la violenza contro le donne migranti
Il ramadan di Berlusconi
Noi non saremo tra le 7oo donne ...

Note sull'Unità d'Italia, la patria, la nazione e il corpo delle donne

Riceviamo e segnaliamo (con il solito ritardo ...), due contributi del laboratorio Sguardi sui Generis, che a partire dalle celebrazioni dei centocinquant'anni dell'Unità d'Italia, offre stimoli di riflessioni su nazione-patria-donne. Il primo contributo è un intervento audio di Liliana Ellena La nazione-patria: decostruzione anziché celebrazione. Una prospettiva di genere. Ilsecondo è una riflessione del Laboratorio, Cosa si celebra insieme all'Unità d'Italia? Note sul 17 marzo. Buon ascolto/lettura.

(Alcuni) articoli correlati in Marginalia:

Per carità di patria
Il colore delle donne meridionali e l'Unità d'Italia
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Il corpo delle donne non è della nazione
Per Faith, condannata a morte dallo stato italiano
La matrice della razza

sabato 19 marzo 2011

Il femminismo è universale? / Le féminisme est-il universel ?

Nella traduzione pubblicata da Sud De-genere riproponiamo l'intervento di Houria Bouteldja (portavoce de Les Indigènes de la République e figura centrale delle Blédardes, autrici del notorio Appel des féministes indigènes) al IV congresso internazionale del femminismo islamico, tenutosi nell'ottobre 2010 a Madrid. Buona lettura (e riflessioni). "Vorrei innanzitutto ringraziare la Junta Islamica Catalana per aver organizzato questo convegno: una vera boccata d’ossigeno in un’Europa ripiegata su sé stessa, scossa da dibattiti xenofobi e che rigetta sempre più l’alterità. Spero che una simile iniziativa potrà avere luogo in Francia. Prima di entrare nel vivo dell’argomento, vorrei presentarmi, poiché credo che un discorso debba sempre essere situato in un contesto. Vivo in Francia, sono figlia di immigrati algerini. Mio padre era un operaio e mia madre una casalinga. Non intervengo in quanto sociologa, ricercatrice o teologa. In altre parole, non sono un’esperta. Sono una militante e mi esprimo a partire da un’esperienza militante, politica e, aggiungerei, dalla mia sensibilità. Faccio tutte queste precisazioni perché vorrei che il mio ragionamento fosse quanto più possibile trasparente. In tutta sincerità, fino ad oggi non avevo mai davvero riflettuto davvero sul quadro di problematiche posto dal femminismo islamico. Allora perché partecipare a questo convegno? Quando sono stata invitata, ho detto chiaramente che non avevo nessuna competenza per parlare di femminismo islamico ma che potevo intervenire sulla nozione di femminismo postcoloniale, una riflessione che a mio avviso dovrebbe essere integrata a quella, generale, sul femminismo islamico. Ed è per questo che vi propongo di considerare alcune questioni che potrebbero risultare utili alla nostra riflessione collettiva.Il femminismo è universale? Qual è il rapporto tra i femminismi bianchi/occidentali e i femminismi del terzo mondo, tra i quali figurano gli islamici? Il femminismo è compatibile con l’islam? Se sì, come legittimarlo? Quali possono essere le sue priorità? Primo quesito: il femminismo è universale? Secondo me, questa è la domanda fondamentale da porsi nel momento in cui si vuole seguire una metodologia postcoloniale e decolonizzare il femminismo. Questa domanda è essenziale, non tanto per la sua risposta ma perché ci obbliga, noi che viviamo in Occidente, a prendere le precauzioni necessarie quando siamo confrontati a società Altre. Prendiamo l’esempio delle cosiddette società occidentali, che hanno assistito all’emergere dei movimenti femministi e da questi sono influenzate. Le donne che hanno lottato contro il patriarcato e per una pari dignità tra uomini e donne hanno ottenuto dei diritti e fatto progredire la condizione delle donne, delle quali io ne sono una beneficiaria. Paragoniamo la situazione di queste donne, quindi noi, con quelle delle società cosiddette «primitive», ad esempio l’Amazzonia. Esistono ancora, qua e là, delle società risparmiate dall’influenza occidentale. Ne approfitto per aprire una parentesi e precisare che non considero nessuna società come primitiva. Penso esistano diversi spazi/tempi sul nostro pianeta, tempistiche differenti, che nessuna civiltà sia in vantaggio o in ritardo rispetto alle altre; non utilizzo il metro del progresso e nemmeno considero quest’ultimo come uno scopo in sé o come un orizzonte politico. O, per dirla in altre parole, non considero necessariamente il progresso come un’evoluzione, ma talvolta, spesso, come regressione. E credo che la questione postcoloniale si applichi ugualmente alla nostra percezione del tempo. Per tornare al nostro argomento, se prendiamo il criterio del semplice «benessere», chi in questa sala può affermare che le donne di queste società (che non conoscono il concetto di femminismo come lo intendiamo noi) siano più infelici delle donne europee, le quali non solo hanno partecipato alle lotte ma hanno fatto sì che anche le loro società beneficiassero di queste inestimabili conquiste? Per quel che mi riguarda, sono assolutamente incapace di rispondere a questa domanda e beato chi potrà farlo. Ma, ancora una volta, la risposta non è importante. È la domanda che conta! Perché ci obbliga ad essere più umili e imbriglia le nostre tendenze imperialiste e i nostri riflessi d’ingerenza. Ci costringe a non considerare le nostre norme come universali e a non cercare di far coincidere a tutti i costi la nostra realtà con quella degli altri. In parole povere, ci obbliga a situarci nella nostra particolarità. Avendo espresso chiaramente questo concetto, mi sento più a mio agio nell’affrontare la seconda questione, relativa ai rapporti tra i femminismi occidentali e quelli del terzo mondo. Rapporti necessariamente complessi; ma una delle loro dimensioni è la dominazione nord/sud. Un approccio postcoloniale deve rimettere in discussione questo rapporto e tentare di rovesciarlo. Un esempio: nel 2007, alcune donne appartenenti al Mouvement des Indigènes de la République hanno partecipato alla marcia annuale dell’8 marzo consacrata alla lotta delle donne. In questo periodo, cominciava la campagna statunitense contro l’Iran. Abbiamo deciso di sfilare dietro uno striscione su cui era scritto: «Nessun femminismo senza anti-imperialismo». Indossavamo tutte delle kefiah palestinesi e diffondevamo un volantino solidale con tre donne irachene, resistenti, fatte prigioniere dagli americani. Al nostro arrivo, le organizzatrici del corteo ufficiale hanno iniziato a scandire degli slogan di solidarietà con le donne iraniane. Questi slogan, in un contesto di offensiva ideologica contro l’Iran, ci hanno profondamente scioccato. Perché le iraniane, le algerine, e non le palestinesi o le irachene? Perché queste scelte selettive? Per contrastare questi slogan, abbiamo deciso di esprimere la nostra solidarietà non verso le donne del terzo mondo ma bensì verso le occidentali. Così, abbiamo iniziato a gridare: Solidarietà con le svedesi! Solidarietà con le italiane! Solidarietà con le tedesche! Solidarietà con le inglesi! Solidarietà con le francesi! Solidarietà con le americane! Questo voleva significare: perché solo voi, donne bianche, avete il privilegio della solidarietà? Anche voi venite picchiate, stuprate, anche voi subite le violenze maschili, anche voi siete sottopagate, disprezzate, anche i vostri corpi sono strumentalizzati… Posso assicurarvi che ci hanno guardato come se fossimo delle extraterrestri. Ciò che dicevamo pareva loro surreale, inconcepibile. Non è stato tanto il ricordare la loro condizione di donne in occidente a turbarle. Era piuttosto il fatto che delle donne africane e arabo-musulmane osassero rovesciare simbolicamente un rapporto di dominazione e si ergessero a madrine. In altre parole, con questa piroetta retorica stavamo dimostrando loro che avevano, di fatto, uno status superiore al nostro. Ci siamo molto divertite di fronte alle loro facce spaesate! Un altro esempio. Un’amica mi raccontava, al suo ritorno da un viaggio di solidarietà in Palestina, di donne francesi che abbordavano delle palestinesi per chiedere loro se utilizzassero dei metodi contraccettivi per controllare le gravidanze. Secondo la mia amica, le palestinesi non comprendevano nemmeno che si potesse porre loro una domanda del genere poiché la questione demografica è estremamente importante in Palestina. La loro prospettiva è completamente diversa. Per molte donne palestinesi, fare dei bambini è un atto di resistenza di fronte alla pulizia etnica israeliana. Ecco qui due esempi per illustrare la nostra condizione di donne razzializzate, comprenderne le problematiche e progettare un percorso per combattere il femminismo coloniale ed eurocentrico. Continuando sulla scia di questo ragionamento, l’islam è compatibile col femminismo? Trovo che questa domanda sia una pura e semplice provocazione. Non la sopporto. Se ora la pongo, è perché mi metto nei panni di un giornalista francese che crede di fare una domanda pertinentissima. Per quel che mi riguarda, rifiuto di rispondere per principio. Da un lato, perché parte da una posizione arrogante. Il/la rappresentante di una civiltà X intima il/la rappresentante di una società Y di provare qualcosa. Y è così messa sul banco degli imputati e deve fornire le prove della sua «modernità», giustificarsi per piacere a X. E dall’altro lato, perché la risposta non è affatto semplice, sapendo come il mondo islamico non sia un monolite. Il dibattito può così allungarsi all’infinito ed è per l’appunto quello che succede quando si fa l’errore di tentare di rispondere. Io taglio corto facendo la domanda seguente: La Repubblica francese è compatibile col femminismo? Posso assicurarvi che la vittoria ideologica risiede nella risposta a questa domanda. In Francia, una donna ogni tre giorni muore di violenze coniugali. Stimiamo in 48.000 gli stupri ogni anno. Le donne sono sottopagate. Le pensioni delle donne sono ampiamente inferiori a quelle degli uomini. Il potere politico, economico, simbolico, resta principalmente nelle mani degli uomini. Certo, a partire dagli anni 60/70, gli uomini partecipano di più alle faccende domestiche: statisticamente, 3 minuti in più in 30 anni!! Quindi faccio nuovamente la mia domanda: c’è compatibilità tra la Repubblica francese e il femminismo? Saremmo tentati di rispondere: no! Infatti la risposta non è né sì né no. Sono le donne francesi ad aver liberato le donne francesi ed è grazie a loro se la Repubblica è meno machista di prima. Ed è la stessa cosa per ciò che riguarda i paesi arabo-musulmani, asiatici o africani. Né più né meno. Con tuttavia una sfida in più: consolidare, nella lotta delle donne, la dimensione postcoloniale e la critica della modernità e dell’eurocentrismo. E come legittimare il femminismo islamico? Per quel che mi riguarda, si legittima a priori e non a posteriori. Non c’è un esame di femminismo da superare. Il semplice fatto che delle donne musulmane se ne approprino per rivendicare i loro diritti e la loro dignità basta per una piena riconoscenza. E conoscendo bene donne del Maghreb o immigrate, so perfettamente che la «donnasottomessa» non esiste. È stata inventata. Conosco delle donne dominate. Sottomesse, molte meno! Desidero concludere su quelle che, secondo me, dovrebbero essere le priorità del femminismo postcoloniale. Avete tutti sentito parlare di Amina Wadud e del suo impegno nell’elaborazione di un femminismo islamico. Si è resa celebre il giorno in cui ha guidato la preghiera, ruolo che normalmente spetta agli uomini. In assoluto, fuori contesto, direi che potremmo pensare di trovarci di fronte a un atto rivoluzionario. Ora, nel contesto internazionale, in seguito alla rivoluzione iraniana e soprattutto dopo l’11 settembre (islamofobia, ingiunzione alla modernizzazione dell’islam…) è un messaggio ben più ambiguo quello che è stato diffuso attraverso questo atto. Rispondeva a una rivendicazione forte, a un’urgenza, a un’attesa fondamentale delle donne dell’Umma? O piuttosto ad un’attesa del mondo bianco? Permettetemi di propendere per la seconda ipotesi. Non perché non ci siano delle donne che trovino ingiusto il fatto che solo gli uomini possano dirigere la preghiera, ma perché le priorità e le urgenze delle donne sono altrove. Che cosa vogliono le afgane, le irachene o le palestinesi? La pace, la fine della guerra e dell’occupazione, la ricostruzione delle loro infrastrutture, dei quadri legali che assicurino loro protezione e diritti, mangiare e bere a sazietà, nutrire ed educare i loro bambini in buone condizioni. Che cosa vogliono le donne musulmane d’Europa e, più in generale, quelle provenienti dall’immigrazione, che vivono per la maggior parte in quartieri popolari? Un lavoro, un tetto, dei diritti che le proteggano tanto contro gli abusi dello Stato che contro le violenze maschili. Esigono il rispetto per la loro religione, per la loro cultura. Perché tutte queste rivendicazioni sono ignorate? Perché l’atto di dirigere la preghiera ha fatto il giro del pianeta quando cristianesimo e giudaismo non si sono mai distinti per la loro intransigente difesa dell’uguaglianza dei sessi? Io credo, per chiudere con quest’esempio, che l’atto di Amina Wadud è esattamente il contrario di ciò che pretende di essere. Nei fatti e indipendentemente dalla volontà propria di questa teologa, è per me un atto controproduttivo. Non potrà avere carattere femminista che quando l’islam sarà trattato in modo egalitario e quando la rivendicazione di guidare la preghiera verrà realmente dalle donne musulmane. È tempo di vedere le musulmane e i musulmani come sono, e non come desidereremmo che fossero. Termino qui, sperando di aver tracciato qualche pista per un vero femminismo postcoloniale al servizio delle donne, di tutte le donne, nel momento in cui queste giudichino che lì si trovi la via che porta alla loro emancipazione". [Houria Bouteldja, traduzione di Luna De Bartolo]

Annassîm nel paese delle donne

Con un po' di ritardo (ma non potete immaginare quante cose da pubblicare abbiamo ancora nella nostra "lista d'attesa" ...) vi segnaliamo, sul sito de Il Paese delle donne, il report della giornata No hagra! No tirannia! organizzata da Annassîm. Donne native e migranti delle due sponde del mediterraneo, lo scorso otto marzo. L'urgenza di continuare a riflettere su quanto sta succedendo nei paesi a sud del mediterraneo, sul ruolo delle donne nelle rivolte in corso, così come sugli interessi e responsabilità che ha anche il nostro paese sulla situazione in Medio Oriente e Nord Africa, si fa sempre più urgente. Soprattutto allarmante è il quadro che si sta delineando in Libia, con un intervento militare che sembra imminente (rinviamo ad alcuni dei materiali/iniziative che ci sono state segnalate nelle ultime ore, dall'appello di Angelo del Boca e altri, al comunicato Nessuna complicità con l'intervento militare, alle cronache dalla Libia di Fortress Europe).

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Clara Zetkin e l'otto marzo

Promettiamo che questo è l'ultimo post che dedichiamo a l'otto marzo nel 2011, ma un omaggio a Zektin ci sembra doveroso. Perché non c'è verso. Anche quest'anno, con qualche aggiustamento, è la versione dell'origine della "festa della donna" come commemorazione dell'incendio di una fabbrica in cui morirono un centinaio di operaie, che ha prevalso. Insomma, in un modo o nell'altro sembra che la storia dell'otto marzo debba essere necessariamente associata a delle donne "vittime" e non ad un gruppo di donne in lotta. Tra queste appunto la rivoluzionaria socialista Clara Zetkin -, che durante la Conferenza Internazionale del lavoro delle donne a Copenaghen nel 1910 propone di indire per l'anno successivo, una Giornata internazionale della donna. Siamo tornate così tante volte, negli anni scorsi, su questa storia (rinviamo agli "articoli correlati" in coda a questo post), che ci poniamo seriamente il problema se valga la pena di continuare a dannarsi per trovare il tempo di scrivere (a sonno perso) in un blog. Blog che, a quanto pare, ci leggiamo "entre nous". Un grazie quindi alla Biblioteca Franco Serantini che quest'anno ha ripreso la nostra traduzione di 8 marzo: il mito delle origini.

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Otto marzo: la festa di chi?
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Un otto marzo oltre il mito (e senza mimose)
8 marzo: il mito delle origini

giovedì 17 marzo 2011

Per carità di patria: uomini e donne, presenze e assenze, dell'epoca risorgimentale

Poiché il nostro Il colore della donne meridionali e l'unità d'Italia, poteva risultare - nell'impeto allergico provocato dall'insopportabile paccottiglia celebrativa dell'unità d'Italia -, semplificatorio (soprattutto a chi non ha il quadro di quanto in altre occasioni abbiamo meglio specificato), rinviamo via Incidenze al testo che annuncia il dibattito "Per carità di patria", che si terrà questo pomeriggio a partire dalle 15.30 all'Istituto storico Parri (via S. Isaia, 20 - Bologna) : "Il Risorgimento italiano fu una rivoluzione borghese e come tale si servì dei ceti popolari strumentalizzandoli al fine di rovesciare il dominio dell’aristocrazia. Ne fu una prova irrefutabile la diffidenza della maggioranza dei patrioti verso i contadini, giudicati arretrati e sanfedisti, nemici del progresso e della civiltà, minaccia alla proprietà privata.L’Italia del 1861 pertanto fu un’Italia senza consenso popolare e base di massa.Il Risorgimento italiano realizzò l’unità, ma non trasformò la società italiana. Accanto ai nuovi ceti dirigenti imbevuti di idealità romantico-rivoluzionarie, consolidarono il loro potere i ceti più retrivi del paese, come i grandi latifondisti che, in cambio del sostegno ai nuovi padroni, pretesero la conservazione dei propri privilegi e del proprio dominio sulle masse contadine. Ben presto le speranze di un rapido progresso economico e di una ritrovata solidarietà sociale dovettero cedere il passo ad amare disillusioni. Il Risorgimento italiano, nonostante i suoi limiti e le sue contraddizioni, tracciò gli orizzonti valoriali ad un popolo diviso e sottomesso da secoli, senza fiducia e coscienza di sé. Questa riserva di idealità può rappresentare ancor oggi una risorsa morale per le difficoltà e le ingiustizie del presente".

martedì 15 marzo 2011

Il colore delle donne meridionali e l'unità d'Italia

Oltre all' allergia alle mimose rivendichiamo, come noto, anche quella a "Dio, patria e famiglia". E questa primavera - dopo il presagio dell'otto marzo delle donne italiane tutto fiocchi rosa e uteri per la patria - si delinea, per noi, sempre più spiacevole e desolante grazie all'ondata inarrestabile delle celebrazioni per i 150 anni dell'unità d'Italia. Dopo le mimose ora è tutto un fiorire di discorsi sulla nazione e l'italianità, tutto uno sventolare di bandiere tricolori, di vetrine colme di "edizioni speciali anniversario", faccette di garibaldi-l'eroe-dei-due-mondi e Cavour (Camillo Benso, bien sûr) che ci osservano un po' accigliati da scatolette di mentine e biscotti, bottiglie di vino, calzini e mutande. A dimostrazione che nulla (gesto, parola, cosa ...) è "casuale" nell'odierna società dello spettacolo, nella paccottiglia del business celebrativo c'è anche la carrozzina-bandiera (verde, bianca e rossa - ovvio) per portare a spasso, immaginiamo, gli attesi frutti degli uteri per la patria, i piccole/i italiane/i doc (degli altri ... chissenefrega). Una cacofonia insopportabile, al ritmo dell'inno di Mameli. Per consolarci (e sentirci meno sole) a sera rileggiamo, prima di addormentarci, Alberto Maria Banti che distrugge l'osannato discorso del neo-nazionalista Benigni a Sanremo, andiamo a lavorare all'alba canticchiando la versione in rosa dell'inno e sputiamo anche noi (correndo il rischio della semplificazione) "su Hegel, su Garibaldi, sull’unità d’Italia" insieme a chi, di questa benedetta unità, sottolinea anche gli aspetti meno "gloriosi", lo sfruttamento e i massacri di una vera e propria "impresa coloniale" del "nord" contro il "sud" (lo ricordavamo anche in Miti e smemoratezze del passato coloniale italiano). Di questo passato restano ancor oggi delle scorie, anche tra "donne" (le "donne italiane" del famoso appello per il 13 febbraio). Un frammento curioso che vi lasciamo senza commenti, è una lettera (firmata) di una "donna di Napoli" residente da più di dieci anni in una città del centro nord "dove sono nati e cresciuti i miei quattro figli". La lettera, che vi trascriviamo, è stata pubblicata dal quotidiano La Repubblica proprio l'8 marzo di quest'anno: "Ero in un negozio e mentre misuravo un capo, una madre consigliava alla figlia quale vestito scegliere: 'questo ti sta bene', 'questo no', 'questo è fine' e infine 'questo è bello, ma ha un colore da meridionale. Mi sono affacciata per guardare la 'signora' ma ero cosi indignata da non riuscire a pronunciare una parola. Dopo qualche minuto mi sono avvicinata con un sorriso e, precisandole di essere napoletana, le ho chiesto di indicarmi qual era il vestito con i colori da meridionale. Lei, con lo stesso sorriso nel dirmi che non era una affermazione offensiva perché aveva origini calabresi, mi accompagnava allo stand e, nel non trovarlo, commentava che era talmente bello che l'aveva già preso qualcun altro. Certo, ho detto, bello ma col colore da meridionale".