venerdì 3 ottobre 2008

La matrice della razza

A dimostrazione che, seppure in ritardo, mantengo le promesse, di seguito ecco la mia recensione al libro di Elsa Dorlin, La matrice de la race. Généalogie sexuelle et coloniale de la nation française (prefazione di Joan W. Scott, Paris, La Dècouverte 2006, pp. 308, 27 €), pubblicata (forse con qualche piccolo taglio, ma ora non sono in grado di controllare sul cartaceo) sul n. 15 di Zapruder (Confini senza fine, 2008).
Del resto di Dorlin (che ha curato un'antologia sul Black Feminism, se non ricordo male da poco recensita anche su Liberazione), è possibile ora leggere un saggio in traduzione italiana, appena pubblicato sul primo numero di una rivista completamente autoprodotta e autofinanziata, ControStorie. Ma questa nuova pubblicazione sarà argomento di un prossimo post, quindi intanto vi lascio alla recensione:

Tratto dalla sua tesi di dottorato (Au chevet de la Nation. Sexe, race et médicine, XVIIe - XVIIIe siècle, Paris IV-Sorbonne, 2004), questo libro di Elsa Dorlin – all’incrocio tra filosofia politica, storia della medicina e studi di genere – contribuisce, come sottolinea Joan W. Scott nella prefazione, a dar conto delle relazioni tra storia della sessualità/storia della politica. Nel solco di quell’“epistemologia della dominazione” inaugurata da Colette Guillaumin, rinnovata con gli orientamenti di studio e ricerca nati sotto la spinta del Black Feminism, questo volume fa emergere le articolazioni tra genere, sessualità e “razza” e il loro ruolo centrale nella formazione della nazione francese moderna. Il “sesso” e la razza” non vengono visti nel loro rapporto analogico, ma in quello che l’autrice definisce il loro “rapporto genetico”, costitutivo. Analizzando come il discorso sul “sesso” e quello sulla “razza” si modellano reciprocamente, Dorlin giunge a stabilirne una stessa “matrice”: il concetto di temperamento. Nozione medica ricorrente dall’antichità fino al XVII secolo, il temperamento è l’ insieme di virtù e di vizi (fisici e morali) che caratterizzano ciascun sesso. Attraverso questo concetto – che pensa il corpo come composto da diversi “umori” (sangue mestruale, sperma…) connotati da qualità differenti –, la scienza medica ha definito il corpo femminile, in contrasto con quello maschile, come “malato”. C’è “patologia femminile” perché le donne hanno un temperamento “freddo e umido”, mentre quello degli uomini è “secco e caldo”. Il corpo femminile è visto come “un circuito precario, organizzato intorno all’utero” (p. 36), che i medici devono continuamente controllare e regolare. E sono i rapporti sessuali e le gravidanze le cure più frequentemente consigliate, essendo la generazione il fine naturale dell’essere donna, sorta di ricettacolo amorfo e passivo. Nel XVII secolo, la concezione del corpo delle donne come “malato” giustifica l’ineguaglianza dei sessi: il sano e il non-sano funzionano come categorie – mediche e politiche – connesse all’esercizio del potere degli uomini sulle donne: le donne sono “naturalmente” più deboli perché fisicamente imperfette, in uno stato di disequilibrio permanente. Se il corpo “virile” delle donne “voluttuose” (prostitute, ninfomani, tribadi), rischia di mettere in crisi questo modello, la gestione politica della sessualità lo riassorbe, con un procedimento che lo esclude dal corpo sociale delle donne. E’ il caso, ad esempio, del corpo delle prostitute – che Dorlin definisce “mutante” – che fornisce una giustificazione alla divisione del lavoro sessuale delle donne: poiché il calore “maschile” del loro corpo brucerebbe lo sperma esse sono definite come “naturalmente” destinate alla prostituzione in quanto sterili. Il loro calore virile non sarebbe dovuto a una complessione naturale, ma il frutto delle loro pratiche illecite, abusive, che le modificano fisio-anatomicamente (al pari di tutte le donne la cui sessualità è considerata contro natura). Ed è questo stesso concetto di temperamento che, all’inizio del XVIII secolo, nelle Americhe, diviene un utile strumento per la naturalizzazione delle differenze antropologiche, condizione di possibilità per l’elaborazione del moderno concetto di “razza”. L'insieme dei criteri di classificazione antropologica (segni o “marchi”) precedentemente di tipo statuario, convenzionale o contrattuale (l'abbigliamento, l'acconciatura, il lignaggio...) o di tipo culturale o ambientale (il clima, il cibo, i regimi politici...) vengono sostituiti da un insieme di marchi “naturali” indipendenti e anteriori da colui/colei che ne è “marcato”. Se esistono delle differenti “razze” ciò è determinato non da tratti aleatori o variabili, ma da una causa “interna”, genetica: la “razza” è definita “come un effetto del temperamento, del “naturale”, e non del clima: non si cambia di “razza” “cambiando latitudine”(p. 216). In questo processo, i nativi o gli schiavi deportati vengono assimilati non alle donne, ma al loro temperamento “femminile”, al loro “naturale”. E' dunque all'opera non un'analogia tra la differenza razziale e sessuale bensì un'assimilazione delle popolazioni dominate al temperamento patogeno, effeminato e debole che ne marca la differenza e l'inferiorità. Nello stesso periodo – nella “metropoli” – la concezione del corpo delle donne come “malato” deve essere necessariamente riconfigurata per garantire la perennità dei rapporti di dominazione e la loro articolazione, principalmente in ragione dell’intensificazione della politica schiavista e del timore di una “degenerescenza” della popolazione. Per i teorici nazionalisti francesi, la popolazione – e dunque la procreazione – gioca un ruolo cruciale nella prosperità della nazione e, poiché questa è simbolizzata attraverso il corpo materno, questo non può più essere “malato”, altrimenti anche la nazione lo sarebbe. Conseguentemente, dal corpo “malato” delle donne, l’attenzione si sposta alla salute del corpo materno. La politica si fa “nosopolitica”: la salute delle madre e del bambino assume un valore inedito, viene rivalutato l'allattamento, vengono messi sotto accusa alcuni dei prodotti venuti dalle “Americhe” che indeboliscono il corpo femminile, snaturandone il temperamento. Comincia così una rivalutazione del corpo delle donne in quanto madri – e la “madre” diviene lo strumento maggiore di quella che l’autrice chiama génotechnie (genotecnia), ovvero la tecnologia più efficace per la costruzione di un popolo, di una nazione – del modello femminile della “madre sana, bianca, e feconda” (p. 209). Questa viene opposta, come già in passato, alla femminilità “degenerata”, in questo caso delle donne non bianche, delle schiave delle colonie, che subiscono una sorta di “virilizzazione”, un'opposizione che serve a marcare le differenze tra la Nazione e le sue colonie. Emerge dunque come “il sesso” e “la razza” partecipino di una stessa matrice, nel momento in cui la Francia si impegnava nell’impresa schiavistica e coloniale. Nello stesso tempo, “il governo coloniale ha introdotto la razza nel cuore della nazione francese in un momento storico chiave, quando nazionalità e cittadinanza venivano elaborate” (p. 274). In questo senso, La matrice de la race contribuisce e sollecita a colmare quel vuoto teorico che, riflettendo sulla situazione italiana, Nicoletta Poidimani lamenta in un recente saggio – pubblicato in Nerina Milletti e Luisa Passerini (a cura di), Fuori della norma (2007) –, ovvero “la tendenza a ragionare per compartimenti stagni – da una parte le colonie, dall'altra il territorio nazionale – senza approfondire quanto l'impresa coloniale e la produzione culturale e ideologica che l'ha sostenuta si siano riflesse anche nella vita e nella cultura 'metropolitana'”.
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5 commenti:

Anonimo ha detto...

Merci Vincenza pour votre message sur mon blog :-)

pardonnez moi, je parle très peu l'Italien mais je me réjouis de l'existence de votre excellent blog.

Faisons circuler oui ;-)

Mauvaise herbe.

sergiobontempelli ha detto...

Ciao,

complimenti per il blog, che ho scoperto per caso. Interessantissimo, stimolante, originale. Mi occupo di razzismo e di immigrazione, e ho trovato molte cose interessantissime. Grazie, continua cosi.

Sergio Bontempelli

Anonimo ha detto...

Mi sembra un libro molto interessante!
Ciao

Paolo Borrello

v. ha detto...

Per Mauvaiseherbe: c'est le moins qu'on puisse faire ;-)
... et l'union fait la force

Per Sergio: grazie dei complimenti, ogni tanto fanno piacere soprattutto quando vengono da qualcuno che lavora su questioni per me così importanti, come il razzismo. Ho guardato (devo dire per intanto abbastanza velocemente) il tuo blog e l'ho trovato altrettanto interessante. Ha stimolato la mia curiosità (voglia di leggere i tuoi articoli, ma anche la tua tesi su Foucault e la centralità che dai al concetto di guerra, per non parlare della tesi di dottorato sul razzismo). Insomma ... penso (spero) ci risentiremo presto e spesso

Per Paolo: lo è! Peccato che dubito ci sia interesse a pubblicare traduzioni di lavori di questo tipo :-(

Anonimo ha detto...

Ma come fai, sei infaticabile!