sabato 16 maggio 2026

Per VALIE EXPORT e i suoi mitra

VALIE EXPORT è morta il 14 maggio a Vienna, dopo 59 anni di ininterrotta e radicale pratica di ribellione artistica. Ne stanno scrivendo in tant*, leggo mentre ripercorro il mio primo incontro con le sue opere avvenuto nei libri e poi le prime mostre e i musei. Spiaccano tre frammenti. Il primo: il pacchetto di sigarette austriache Smart Export in primo piano nella foto della performance VALIE EXPORT - SMART EXPORT nel 1967 in cui si lei si fa "brand" (da qui quel nome rigorosamente in maiuscolo) per denunciare nello stesso tempo la mercificazione del sistema dell'arte e del corpo della donna-artista.Il secondo: una delle foto dalla serie scattate in studio nel 1969 da Peter Hassmann, in cui VALIE EXPORT imbraccia un mitra. Sono delle foto che "fissano" e "documentano" la celebre performance fatta tra la fine del 1968 e il 1969 in un cinema di Monaco, Action Pants: Genital Panic (Aktionshose: Genitalpanik). Dopo più di mezzo secolo molt* scambiano ancora queste foto per la performance stessa, depotenziando di fatto la radicalità della performanca. Perchè gli abiti sono gli stessi - giubotto e pantaloni in pelle -, con quest'ultimo tagliato al livello del cavallo a mostrare il pube, ma VALIE EXPORT in quel cinema non ha tra le mani un mitra, era completamente "disarmata" perchè la sua unica arma era il suo stesso corpo esposto, mentre camminava mosstrando il pube a livello degli occhi degli spettatori seduti, ribaltando completamente il loro ruolo da consumatori passivi di immagini a testimoni di una realtà fisica e provocatoria. I veri mitra verranno più tardi e quasi nessun* in questi giorni di necrologi li ricorda
Questo è il terzo frammento. Una foto dell'istallazione presentata all' interno della sua retrospettiva (con una vasta selezione di installazioni storiche, filmati e fotografie) alla 2ª Biennale di Mosca d'Arte Contemporanea (4 marzo-3 aprile 2007), dal titolo Kalashnikov: 109 fucili automatici Kalashnikov russi (modello AK-47) originali posizionati a formare una torre che richiamava intenzionalmente nella struttura la celebre architettura costruttivista russa del Monumento alla Terza Internazionale di Vladimir Tatlin.Simboli di un passato rivoluzionario oramai lontano. Questa piramide di armi poggiava poi su una grande vasca di zinco riempita di olio esausto in modo che la superficie nera e viscosa del liquido riflettesse i mitra. Accanto due schermi con video reali recuperati da Internet, uno che mostrava esecuzioni capitali pubbliche in Cina e l'altro che riprendeva attacchi militari e attentati della guerra in Iraq. Dalla mitragliatrice imbracciata in studio, simbolo di provocazione femminista e metafora visiva di riappropriazione del potere e dello sguardo, all'oggetto reale, mostrato nella sua cruda materialità. Una denuncia denuncia potente del circolo vizioso in cui il commercio delle armi e il controllo delle risorse energetiche (il petrolio) si alimentano a vicenda, generando violenza e oppressione su scala globale, come anche della fine dell'utopia rivoluzionaria sovietica del progresso e della liberazione

sabato 7 marzo 2026

Dall'Iraq all'Iran alla Palestina (e altrove) le donne si liberano da sole. Un ricordo di Yanar Mohammed con un suo intervento del 2017

Nell'immagine - tratta dal documentario I Am The Revolution di Benedetta Argentieri (2018) Yanar Mohammed a Baghdad nel 2017, durante una manifestazione per l'8 marzo. E a Baghadad, a pochi giorni dalla Giornata internazionale della donna - il 2 marzo - Yanar Mohammed è stata assassinata da un commando di due persone che le hanno sparato addosso da una motocicletta mentre era davanti alla sua abitazione. Probabilmente i mandanti dell'omicidio avevano pensato che nel caos generato nella regione dalla guerra scatenata da Usa e contro l'Iran questa notizia sarebbe paasata inosservata. Non è stato così. Centinaia di articoli, necrologi e post sui social hanno ricordato le sue battaglie in particolare per i diritti delle donne e delle bambine, per l'uguaglianza e contro la violenza di genere. Co-fondatrice dapprima nel 1998 della Defence of Iraqi Women’s Rights e in seguito dell’Organisation of Women’s Freedom in Iraq (Owfi), Yanar era tornata a vivere stabilmente in Iraq nel 2003, dopo la caduta di Saddam Hussein e in Iraq è restata nonostante i continui tentativi di deligittimazione, le intimidazioni e le vere e proprie minacce ricevute negli anni dai tanti che nel paese osteggiavano il suo lavoro, dai gruppi fonfamentalisti a ampi settori conservatori della società civile fino a istituzioni ufficiali e governative. Un contesto difficilissimo nel quale Yanar Mohammed si è sempre mossa con determinazione, radicalità e consapevolezza e senza fare sconti a nessuno. Lo mostra la lettera aperta che Yanar Mohammed scrive per motivare il rifiuto dell'invito dell" ambasciata Usa a Baghdad di candidare l'Owfi nella persona delle sua presidente all'International Women of Courage Award. Un testo in cui Yanar denuncia le politiche dell'invasione statunitense che hanno portato solo morte, miseria e distruzione nella società irachena, tracciando linee di divisione settaria e nazionalista e accrescendo il potere di gruppi fondamentalisti. Un testo che avevo all'epoca pubblicato qui in Marginalia ma che mi sembra importante rileggere (e far girare) oggi perchè è una testimonianza potente del fatto che le donne (dall'Iraq all'Iran e altrove...) si "liberano" da sole. E lo rivendicano. Nessuna guerra in nostro nome The American Embassy in Baghdad has contacted the Organization of Women’s Freedom in Iraq demanding from her to nominate for the International Women of Courage Award since the beginning of this year, the answer of the organization’s president Yanar Mohammed was that she had refused to nominate; this is the political position of the organization since it was founded; rejecting the policies of the American invasion which brought destruction upon the Iraqi society and drew sectarian and nationalist division policies in Iraq, and empowered the misogynist groups whether religious or nationalist which were the legitimate or illegitimate parents of Daesh groups. As the US administration always had its way to wrap around the resolutions of progressive or feminist groups that rejected the invasion, they addressed individuals from OWFI about the award nomination; thereon suggesting the nomination of OWFI activist Jannat Alghezzi requesting her approval. As we in OWFI are not used to imposing our views or policies on individuals especially on individuals who are unaware of the political repercussions of such awards. We were taken by surprise when the nomination was for our colleague Jannat Al ghezzi, we nevertheless set our condition on her to nominate herself as individual and to represent herself only and not use the organization’s name in any form because we do not accept to receive any awards from the US government which was the reason of Iraq destruction. It hurts us to see our colleague Jannat Alghezzi standing with the first lady Melania Trump receiving the award from those who are considered symbols of extremism, populism and hatred of other people, as well as symbols of misogyny and denial of women’s rights, as in our view that Jannat’s status within OWFI is much higher than this company. We in OWFI issued this statement because of the many questions which have been directed to us by our allies after they thought that the award was directed to OWFI. For that reason we wanted to clarify this subject: That OWFI refuses to take the award from the US government which was the reason of the destruction that happened to Iraq and the endless violations against the lives and freedoms of Iraqi women. The award has been taken by Ms. Jannat Alghezzi as an individual and not as part of the organization. We regret that we had to write a statement about this subject. OWFI continues to hold its grounds in anti-imperialist position, rejecting both the American occupation and their reactionary allies in Iraq, who stand for all inhumane and misogynist recent changes in Iraq. It was the American occupation of Iraq that started the genocide of Iraqis at the hands of the American military arsenal, and later on at the hands of sectarian Islamic groups who were supported into power by the US occupation, and who became later on the heroes of women’ enslavement and exploitation by Daesh and other extremist groups. The US occupation had similarly empowered other extremist groups to grow stronger against the women of Iraq, especially those who legislated the Jaafari law which allows the marriage of 5 year old girls to adult men. Shame on a state which sends military envoys to kill us, divide us, supply Daesh with ammunition and empower women’s misogynist groups from one side, then hand awards for human rights to us in the other hand. We don’t want neither your awards nor your policies which have pushed Iraqi women to the bottom of the abyss. Yanar Mohammed, President of Organization of Women’s Freedom in Iraq, April 4, 2017 Link pagina sito OWFI con pubblicazione lettera nell'ahosto 2017:https://www.owfi.info/EN/article/owfi-refused-the-women-of-courage-award-from-the-department-of-foreign-affairs-of-the-us/

lunedì 23 febbraio 2026

Thurston Moore: Activism Sonic

Pochi giorni fa Thurston Moore, ex- Sonic Youth, ha annunciato l'uscita prevista per i primi di maggio di un nuovo album realizzato con il produttore e amico Bonner Kramer, “They Came Like Swallows – Seven Requiems for the Children of Gaza” e di cui è stato condiviso il primo singolo “Urn Burial”. Un progetto benefit che è, scrive, gesto di “activism sonic”, "una preghiera per le anime tormentate dalla guerra delle famiglie in Palestina, continuamente decimate dalla brutalità del genocidio". Un'iniziativa che si aggiunge alle tante che si sono moltiplicate negli ultimi mesi (dai grandi concerti organizzati da Paul Weller e Brian Eno con la partecipazione di musicistx internazionali a progetti più "locali" come la compilation a cura del collettivo Panthers Party che ha riunito quasi trenta band "bolo based") per sostenere una popolazione allo stremo in un fase caratterizzata - nonostante la sbandierata "pace" - da una crisi umanitaria che ha raggiunto livelli catastrofici a causa degli ostacoli che vengono posti continuamente all'entrata di aiuti e alla violenta politica di occupazione di Israele che nn si è mai arrestata. Iniziative di questo tipo, ben oltre lo scopo umanitario immediato, contribuiscono a ri- puntare i riflettori su una situazione sulla quale (non certo casualmente viste le connessioni con equilibri e dis-equilibri a livello mondiale) c' è stato purtroppo (e non solo a livello mediatico) un preoccupante calo di attenzione. E forse dare alcune "risposte" a chi, ancora oggi, esita a prendere una chiara posizione. A questo proposito vale davvero la pena ri- leggere un altro comunicato di Moore, quello scritto nel lontano 2015 (il suo attivismo pro-Palestina non nasce oggi) per spiegare la sua scelta di non suonare in Israele e fare proprie le ragioni del boicottaggio culturale. Per chi non ricorda/non sa lascio il link nei commenti a un articolo pubblicato all' epoca da The Quietus da Samir Eskanda (artista palestino-irlandese) che ne fa brillantemente il punto #thurstonmoore #sonicyouth #PaulWeller #Gaza #nomusicforgenocide Panthers Party *