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venerdì 3 aprile 2015

La cataratta del cardinale

"La cataratta dell'ideologia del gender che impedisce di vedere lo splendore della differenza sessuale" (il cardinal Caffarra rivolto "ai giovani" nell'omelia della Veglia delle Palme di qualche giorno fa nella cattedrale di San Petronio a Bologna)

lunedì 9 settembre 2013

Integralisti cattolici contro le teorie del genere

Dal  sito Intersexioni, che Marginalia aveva già segnalato qualche tempo fa, apprendiamo di un convegno in odor di integralismo cattolico promosso dal Movimento europeo difesa della vita e dall’associazione Famiglia Domani e patrocinato dalla Provincia e dal Comune di Verona, dal titolo significativo di La teoria del gender: per l’uomo o contro l’uomo? Sul sito di Intersexioni anche l'appello (diffusione gradita) promosso da vari gruppi e associazioni lgbtqe, che da anni lavorano sul territorio veronese, come il Circolo Pink. Buona lettura e diffusione

domenica 13 maggio 2012

Il duce, le mamme e le marce per la vita

Per memoria: Forza Nuova, Opus Dei, Militia Christi, Movimento per la Vita, Legionari di Cristo e tante altre sigle e siglette di raggruppamenti pro-life dell'estrema destra cattolica e integralista (oltre vari esponenti del governo e tra questi la senatrice del Partito Democratico Maria Pia Garavaglia) oggi in corteo a Roma per la cosiddetta Marcia per la vita. Che cade proprio, e non è un caso, nel giorno della Festa della Mamma, istituita in Italia da Mussolini nel dicembre 1933 con il nome di Giornata della Madre e del Fanciullo. L'Omni (Opera nazionale maternità e infanzia) premiò allora con un viaggio a Roma le 93 madri più prolifiche d'Italia che furono festeggiate sulle note dell'Inno dei figli della lupa.

lunedì 5 marzo 2012

Corpi senza frontiere. Il sesso come questione politica

Corpi senza frontiere. Il sesso come questione politica è il titolo del volume, appena pubblicato da Dedalo di Caterina Rea, docente di filosofia all’Université de Louvain-la-Neuve in Belgio e autrice di numerosi articoli e volumi, tra i quali Dénaturaliser le corps. De l’opacité charnelle à l’énigme de la pulsion (2009). L'assunto di base che sostiene Corpi senza frontiere, è che il sesso è un prodotto storico, un’"invenzione" umana che traduce rapporti di dominio e si esprime in un particolare sistema di potere. Di seguito pubblichiamo alcuni stralci dell'introduzione, Dalla natura umana all’istituzione. "La tesi di questo libro, poco condivisa dal sentire comune, ma affermata dal costruttivismo sociale, è che il sesso sia un prodotto storico, un’invenzione umana che traduce rapporti di dominio e si esprime in un tipo particolare di sistema di potere. Le sfere del corpo e del sesso sono state a lungo considerate dalle scienze umane e sociali come una dimensione privata e intima, sottratta al divenire della storia, dell’istituzione sociale e della discussione politica. Così, una certa fenomenologia del corpo ha preteso di rivelarne la dimensione eidetica, intesa come un in sé, un proprio che precede ogni produzione sociale e storica. Allo stesso modo, la psicoanalisi ha elaborato norme universali (il complesso di Edipo, l’ordine simbolico e talvolta perfino una comprensione biologizzante della pulsione) che pretendono di definire lo sviluppo psico-sessuale dell’individuo. In maniera analoga, benché ciò possa apparire a prima vista sorprendente, persino talune prospettive socio-antropologiche e giuridiche hanno posto al centro delle loro analisi la distinzione tra naturale e social-culturale, ma anche tra privato e pubblico, distinzione che non è stata senza conseguenze nell’ambito delle accese discussioni e decisioni politiche riguardanti i moderni cambiamenti socio-familiari. Per chiarezza desidero precisare che questo libro non si richiama volutamente al femminismo storico italiano e non si inscrive nella continuità con il pensiero della differenza sessuale che questo incarna, soprattutto attraverso la Comunità filosofica femminile Diotima a Verona. Due parole per motivare questa presa di distanza: pur affermando la necessità di una pratica che conduca alla politicizzazione del sesso, il femminismo differenzialista non fa propria la lettura denaturalizzata del mondo e dei rapporti sociali che è per noi la sola possibile premessa di una visione politica laica, libera dal peso di ogni riferimento metafisico, da ogni appello a un presunto originario o, più generalmente, da ogni riferimento meta-storico. Che cos’è infatti questa «donna», questo «femminile» a cui il pensiero della differenza fa riferimento? Si tratta di qualcosa che esiste prima dei rapporti sociali di potere propri del patriarcato e della sua organizzazione del mondo in dominatori e dominati? Insomma la differenza sessuale incarna un ordine ontologico, un senso in sé inscritto nelle cose oppure una configurazione universale dello psichismo umano? Un passo di Luisa Muraro ci sembra illustrare come la pratica di questo femminismo presupponga la pretesa di raggiungere un «senso vero dell’esperienza femminile». Questa pratica consiste infatti nel «risalire alle origini seguendo una genealogia femminile, così da trovarvi la fonte della propria forza originale, della propria originalità». Gli accenti naturalistici del femminismo della differenza si fanno ancora più forti nella produzione della psicoanalista Silvia Vegetti-Finzi che, in un testo pubblicato nel 1992, riprende il paradigma, già affermato da Freud, di una vicinanza originaria del femminile alla natura. Se così la relazione madre-figlia, come afferma lo stesso Freud, precede il linguaggio e il simbolico in quanto creazione storico-sociale, l’emancipazione femminile non potrà prescindere da un ripensamento del legame della donna con la natura. Si tratterebbe allora di riconoscere il ciclo biologico e il posto che, in esso, hanno le donne, al fine di elaborare una soggettività femminile capace di opporsi all’impresa maschile di dominio e di sfruttamento della natura. La via dell’emancipazione femminile passerebbe dunque, secondo la Vegetti-Finzi, per "Il compito di volgere al femminile il discorso sul femminile, cioè di avere il coraggio di ritrascrivere, ritradurre in un codice femminile (assumendo la soggettività femminile) il discorso che l’uomo ha elaborato su di noi e con il quale ci siamo così profondamente identificate". Siamo al nodo di questo mio libro che ha per obiettivo proprio la ricerca di un senso originario delle cose, l’idea che esistano modelli universali cui richiamarsi, fatta propria da chi postula una differenza intima, ontologica, essenziale e persino simbolica della donna. Questa differenza è invece solo e soltanto il prodotto della storia ispirata dalle logiche del patriarcato e dalla violenza della dominazione maschile. Quando si reclama il diritto alla differenza, afferma la sociologa francese Colette Guillaumin, da una prospettiva apertamente anti-naturalista, non si tiene conto del fatto che nessuno vorrà negarla, questa differenza, ai gruppi dominati, in quanto essa è il marchio stesso dello sfruttamento. «Reclamare la differenza come qualcosa di mirabile significa accettare la perennità del rapporto di sfruttamento. Significa pensare, a nostra volta, in termini di eternità». Nel corso di questo saggio, riprenderemo il pensiero di quelle femministe materialiste che affermano che i gruppi sociali non sono identità originarie, naturali o comunque precedenti l’organizzazione istituita, ma il prodotto di rapporti storici di potere e che il sesso, come la razza, deve essere considerato «come un marchio biologizzato che segnala e stigmatizza una “categoria alterizzata”». In Italia, come del resto negli Stati Uniti, il femminismo materialista francese è pressoché sconosciuto. Il cosiddetto French Feminism è identificato esclusivamente con le posizioni di Luce Irigaray, di Julia Kristeva e di Hélène Cixous che sono fautrici di un pensiero differenzialista ispirato a una rielaborazione della psicoanalisi lacaniana. Nel femminismo differenzialista manca, a nostro avviso, un’analisi compiuta della dominazione maschile, cioè la consapevolezza del fatto che è proprio del potere il qualificare come differente l’altro/a, il/la dominato/a. Com’è possibile infatti sostituire all’ordine simbolico patriarcale ciò che viene chiamato l’ordine simbolico della madre (genealogia femminile) se tale passaggio non tocca in profondità i rapporti effettivi di potere? Mi riferisco alla diversità, stabilita dalla stessa Muraro, tra ordine simbolico e ordine sociale. Una diversità che impedisce di vedere come l’ordine simbolico, centrato sulla differenza dei sessi, incarni, di per sé, l’apparato discorsivo e di sapere insito nel patriarcato in quanto insieme di rapporti sociali di sesso. Se l’ordine simbolico della differenza costituisce la dimensione discorsiva, linguistica e di sapere propria di una cultura, esso sostiene, veicola ed è al contempo l’espressione di un dispositivo di potere, di una certa strutturazione della trama delle relazioni sociali. In breve, l’ordine simbolico centrato sulla differenza non sfugge all’ordinamento patriarcale. Non a caso, forse, il differenzialismo rifiuta di far proprie le rivendicazioni di eguaglianza di diritti e di parità affermate dalla corrente del femminismomaterialista e radicale, ritenendo che esse portano a cancellare la specificità di quella differenza femminile ritenuta centrale.Alla base del rifiuto della rivendicazione di eguaglianza vi è dunque il timore dell’omologazione, il timore che, attraverso le pratiche emancipatorie, le donne siano costrette ad adeguarsi ai modelli maschili vigenti.Ma questo timore non ha ragion d’essere, come ha giustamente mostrato la critica di Christine Delphy; la paura dell’indifferenziazione vuole evitare "Che tutti si allineino al modello maschile attuale. Sarebbe, si dice spesso, il prezzo da pagare per l’eguaglianza, un prezzo troppo alto. Questa paura proviene da una concezione statica, dunque essenzialista, degli uomini e delle donne, corollario della credenza secondo la quale la gerarchia sarebbe in qualche modo sovrapposta a questa dicotomia essenziale. Ma, nella prospettiva del genere, questa paura è semplicemente incomprensibile. Se le donne fossero uguali agli uomini, gli uomini non sarebbero più eguali a se stessi. Perché allora le donne dovrebbero farsi simili agli uomini in ciò che essi avrebbero cessato di essere?". Sarebbe infatti impossibile assomigliare agli uomini in quanto dominatori e violenti dal momento in cui sono stati eliminati i pilastri stessi dell’ordine della dominazione e della sopraffazione. Una volta soppressa una della due categorie – dominatori/dominati –, è la logica stessa della dominazione, che sottende l’ordine patriarcale, a essere come tale eliminata. A questo punto si impongono alcune domande. Perché l’Italia ha storicamente prodotto in prevalenza un femminismo della differenza? Perché la nozione di differenza, in quanto effetto di rapporti di dominazione, è restata così a lungo un impensato e forse un impensabile? Perché in questa prospettiva il genere non figura se non come espressione linguistica che si fonda su una differenza di sesso pre-data e non come quell’apparato di potere che pone e stabilisce la differenza?. L’Italia sembra pagare, anche in questo caso, l’alto prezzo della presenza invadente del Vaticano e del potere della Chiesa Cattolica che limita ogni forma di pensiero critico, portatore di una visione denaturalizzata, costringendo gran parte dello stesso femminismo a una visione teologico-politica del mondo. Finisce qui almeno per il momento il mio incipit polemico. Si cercherà d’ora in poi di disegnare le diverse forme in cui si esprime la naturalizzazione dell’umano per smascherarne la portata, non solo teorica, ma soprattutto sociale e politica. Beninteso, tali forme di naturalizzazione non si riportano tutte a quel riduzionismo biologico e cognitivo che oggi si estende innegabilmente sempre più dall’ambito delle neuroscienze a quello delle scienze umane e sociali. Tra queste diverse espressioni di una lettura naturalizzata dell’umano, della sua vita corporea, sessuale e persino socio-affettiva o familire, includiamo ogni tentativo di sottrarre queste stesse sfere al divenire politico, ai mutamenti sociali e storici dell’istituzione. Si tratterà allora, ogni volta, di rovesciare le pretese di certezza avanzate da queste prospettive. Passeremo, in questo modo, attraverso la fenomenologia del corpo, ridefinita come fenomenologia dell’opacità, per indicarne lo scacco nella pretesa di pervenire a un’auto-donazione del senso. Analizzeremo, seppur in breve, il riduzionismo neuroscientifico, per denunciarne il rilancio della nozione di natura umana. Attraverseremo, quindi, la teoria freudiana della sessualità per rovesciarne la dimensione ancora biologizzante in una lettura defunzionalizzata della pulsione. Infine, cercheremo di sovvertire quel granitico monolite che è l’ordine simbolico, dietro al quale si trincerano oggi quelle posizioni conservatrici che vorrebbero frenare i cambiamenti sociali. Particolarmente quei cambiamenti che investono sempre più l’ordine sessuale che fissa i rapporti di potere tra i sessi e struttura l’ordine familiare centrato sul primato della legge fallica e paterna. Il ricorso alla naturalizzazione e all’essenzializzazione delle differenze non risponde proprio alla logica politica della dominazione, così come ci insegnano recentemente gli studi di genere e post-coloniali? Se non esiste un senso univoco, immediato e universalmente dato, se la nozione di natura umana, cara alla tradizione metafisica e reinvestita dalle attuali neuroscienze, si rivela come priva di valore, quella sfera del senso, entro la quale l’umano si muove, ci apparirà ben più incerta, senza garanzie, problematica. Essa non è infatti manifestazione di un ordine trascendente e immutabile, ma il prodotto di una creazione umana, una produzione della storia e delle istituzioni, sempre anche attraversate da rapporti di potere, da gerarchie e interessi che si tratterà di volta in volta di ritrovare. In queste pagine si avverte una duplice tensione: quella che lega la riflessione sull’istituzione storico-sociale, propria di Cornelius Castoriadis, e quella che mette in luce le logiche dei rapporti di potere, delle forme di dominazione e di esclusione elaborate dal filone foucaultiano degli studi di genere e degli studi post-coloniali. Attraverso questi molteplici riferimenti, cercheremo quindi di mettere a confronto queste due tradizioni – castoriadiana e foucaultiana – che fino ad ora sono rimaste spesso separate, ma il cui confronto ci appare essenziale per l’elaborazione di una critica sociale radicale. La nostra corporeità, così come noi ne abbiamo esperienza, non precede il processo della sua materializzazione, cioè la sua produzione attraverso la trama simbolica delle significazioni sociali e storiche, di regole e norme, pratiche ed espressioni culturali che la costituiscono e la producono come umana. In questa direzione, discuteremo l’idea di base naturale che non è da intendere come un prima rispetto alla produzione sociale: in quanto in sé inaccessibile, poiché non trasparente e immediatamente data, essa è incessantemente elaborata e persino prodotta dalle forme culturali e linguistiche, dalle pratiche discorsive e normative, cioè dalla storia. In questo senso, come afferma chiaramente la filosofa americana Judith Butler, la materia stessa del nostro corpo è storica, deposito di sedimentazioni dei discorsi e delle pratiche che di volta in volta l’hanno istituita. Più in generale, mostrare che il corpo non è subordinato a un senso primario e naturale che esso dovrebbe riprodurre fedelmente significa affermare che ogni scarto o differenza rispetto a questo «modello» supposto originario non è riconducibile a uno scacco, a una forma devalorizzata di esistenza in quanto contraria ai dettami della natura umana. Ciò cui siamo ogni volta confrontati è piuttosto una delle svariate modulazioni e possibilità non riducibili a un’identità prima, è una produzione o copia senza modello o, per dirlo con la Butler, «un’imitazione senza originale». La nozione di genere introdotta dai Gender Studies americani, ma anche dal femminismo materialista francese ci sembra a questo proposito di primaria importanza. In quanto non fondato su una presunta anteriorità ontologica e naturale del sesso, essa ci appare come l’esempio di ciò che intendiamo per denaturalizzazione. In questo senso, il genere è proprio una produzione senza originario, una categoria critica che permette di leggere i rapporti di potere istituiti come rapporti non necessari e aperti a possibili contestazioni e trasformazioni. Non si tratta di riprendere semplicemente la versione corrente della teoria della performance come se essa fosse l’espressione di un soggetto volontaristico e individualistico capace di modificare il genere a suo piacimento quasi come si indossa ogni giorno un abito diverso. Ciò che intendiamo elaborare è una nozione di performatività come avvenimento storico e temporale, dunque come atto socialmente istitutito e istituente che forgia e plasma quelle differenze che venivano prima considerate come stabili, essenziali e originarie. Benché esso agisca sul piano del linguaggio, il performativo veicola pratiche normative e rapporti di forza. In questo senso, possiamo parlare di un’esplosione del soggetto storico del femminismo, cioè del fatto che esso non può essere circoscritto a una qualche differenza femminile chiusa in se stessa, alla figura quasi ipostatizzata di un «significante Donna» inteso come una realtà in sé, appartata rispetto al problema politico posto oggi sempre più dalle altre minoranze, da tutti quei gruppi resi subalterni e discriminati in funzione di criteri di sessualità, di razzializzazione o di classe sociale. Solo considerando questa condizione denaturalizzata dell’esistenza umana e del suo essere corporeo, già fin dall’inizio implicato in un mondo di significati sociali, linguistici e culturali, possiamo comprendere il valore della creazione immaginaria. Essa non conosce strade pre-tracciate, modelli eterni e immutabili ai quali attenersi nell’impeto incessante e sempre innovatore del suo produrre. Questo è anche il senso dell’istituzione in quanto cammino sempre aperto e senza garanzie, poiché si costruisce proprio mentre lo si percorre. Se noi cerchiamo di allontanarci da ogni visione essenzialista e naturalista del corpo e dell’umano, la nostra riflessione non giunge al suo termine se la corporeità, sottratta all’ordine naturale, è poi assegnata a un ordine simbolico concepito come trascendente e metastorico. Il gesto che mira a denaturalizzare e a de-ontologizzare il corpo non può realizzarsi senza sottoporre a critica anche la sfera dei significati, l’ordine simbolico appunto, al quale il corpo denaturalizzato è riassegnato. Come risignificare allora questa sfera simbolica non più come una struttura universale e permanente ma come una realtà contingente e mutevole, aperta alle svariate possibilità di trasformazione che la storia e il movimento stesso dell’istituzione potranno imprimerle? Si tratta di dare alla politica, in quanto creazione sociale, produzione di nuove norme, deliberazione e contestazione, un ruolo di primaria importanza per definire lo statuto stesso dell’umano e della sua corporeità. La recente politicizzazione delle questioni legate alla sfera corporea, sessuale e familiare (dall’evoluzione dei rapporti socio-familiari e di genere, alle nuove forme di legame parentale e di filiazione, dall’affermazione dei diritti sessuali e (non) riproduttivi alle possibilità aperte dalla procreazione medicalmente assistita) mostra l’irruzione dirompente sulla scena pubblica di quella sfera fino a poco tempo fa considerata come privata, sfera dell’intimo indipendente e avulsa dai cambiamenti della storia e dalle sue molteplici variazioni. Anzi, proprio sul terreno di queste questioni, alle quali il panorama socio-politico italiano si affaccia ancora timidamente ma non senza controversie e sussulti, si gioca oggi la tenuta stessa della democrazia e della laicità, intese come mancanza di ogni riferimento trascendente e sovrasociale, di ogni garanzia ultima che dovrebbe guidare e orientare le decisioni collettive. Se la sfera corporea e sessuale costituiva – e costituisce ancora in parte – l’ultima frontiera di una visione naturalizzata o comunque sacralizzata dell’umano, di un ordine considerato come ontologicamente estraneo alla contingenza delle vicende politiche, oggi questa sfera diviene sempre più oggetto di dibattito, di negoziazioni e di deliberazioni collettive, diviene cioè parte di quell’orizzonte della doxa che non conosce verità stabili e predefinite. Il concetto di democrazia sessuale utilizzato dal sociologo francese Eric Fassin ci aiuterà infine a precisare le poste in gioco politiche della denaturalizzazione e di una concezione della corporeità che la sottragga alla pretesa di accedere a un senso ultimo e immediato. Come vedremo, con questo termine si intende «l’estensione del dominio democratico, con la politicizzazione crescente delle questioni di genere e di sessualità che rivelano e incoraggiano le molteplici controversie pubbliche attuali» mostrando che questi ambiti non si sottraggono alle tensioni e alle trasformazioni che attraversano la sfera sociale(dal libro di Caterina Rea, Corpi senza frontiere. Il sesso come questione politica, pubblicato dalle Edizioni Dedalo).

lunedì 10 gennaio 2011

Costruzione del/la martire e strategie del consenso : una riflessione critica sull'istituzione della Giornata Nazionale degli Stati Vegetativi

Riceviamo una puntuale riflessione del Laboratorio Sguardi Sui Generis a proposito dell'istituzione da parte del governo di una Giornata Nazionale degli Stati Vegetativi per il 9 di febbraio, anniversario della morte di Eluana Englaro, dal titolo Costruzione del/la martire e strategie del consenso. Titolo che enuncia chiaramente le poste in gioco di questa ennesima e sfacciata mistificazione degli integralisti pro-vita. Infatti, come scrivono le aurici del testo, "Nel comunicato di partecipazione redatto dalla sottosegretaria alla Salute Eugenia Roccella, Eluana, da simbolo della lotta per la propria autodeterminazione, diventa martire di una magistratura assassina, incarnazione di un diritto allo Stato Vegetativo negato. Alla sua vicenda viene conferita una esemplarità che, in assoluta malafede, la piega a prova del 9 di un teorema politico". Prima di lasciarvi alla lettura de la Costruzione del/la martire e strategie del consenso, vogliamo però spendere due parole (per memoria) sulla citata Eugenia Roccella: negli anni 70 legata al partito radicale e attiva nelle lotte per l'aborto insieme ad Adele Faccio, in seguito sostenitrice del "materno" e dell"autorevolezza femminile", deputata del Pdl, portavoce del Family Day, collaboratrice di quotidiani e riviste, da Il Foglio ad Avvenire (dove, tra l'altro, a proposito del caso Welby, si spinse a parlare di "pulizia sociale"), decisamente avversa ai Dico, alla Ru486, ai matrimoni gay, coccolatissima da vari esponenti del Movimento per la vita e dintorni, autrice con Lucetta Scaraffia di un Dizionario biografico delle italiane in cui, tra i 247 ritratti di italiane che hanno fatto la storia d'italia, spiccano quelli di Rachele Mussolini e Claretta Petacci ... potremmo continuare ma abbiamo già scritto più delle due parole che ci eravamo ripromesse (e crediamo in ogni caso bastino a tratteggiare una parabola politica piuttosto preoccupante) e vi lasciamo finalmente alla lettura del testo Costruzione della martire e strategie del consenso nel sito di Sguardi Sui Generis .

domenica 21 novembre 2010

L'arcivescovo del genocidio: in ricordo di Marco Aurelio Rivelli

Qualche giorno fa si è spento Marco Aurelio Rivelli: solo tramite i suoi lavori - si legge in un ricordo fatto girare ieri dal Coordinamento Nazionale per la Jugoslavia - "molti di noi hanno potuto conoscere aspetti della storia del Novecento di cui è negato l'insegnamento nelle scuole, impedita la divulgazione sui media, omesso ogni approfondimento o iniziativa da parte degli Istituti di Storia contemporanea e del mondo accademico in genere". Rivelli è autore, oltre che di numerosi articoli, di tre volumi. Il primo, Le génocide occulté, basato sulla sua tesi di dottorato discussa nel 1978 a Milano, è stato pubblicato solo nel 1998 (quindi ben vent'anni dopo) da una casa editrice di Losanna in occasione della beatificazione dell'arcivescovo di Zagabria Alojzije Stepinac. L'anno dopo la Kaos Edizioni pubblica L'arcivescovo del genocidio, un libro in cui Rivelli ripercorre le vicende dello Stato indipendente di Croazia, voluto dai nazifascisti negli anni 1941-1945 e dove gli ustascia di Ante Pavelic, sostenuti da Hitler e Mussolini, sterminarono migliaia di serbo-ortodossi e decine di migliaia di ebrei e rom in nome di una purezza etnico-religiosa perseguita anche attraverso l'imposizione di "conversioni" al cattolicesimo, sostenuti dal Vaticano e da parte del clero cattolico croato. Un ruolo di primo piano in questo massacro lo svolse appunto l'arcivescovo Stepinac, beatificato da Giovanni Paolo II il 3 ottobre 1998 (rinviamo ad un articolo dello stesso Rivelli pubblicato all'epoca da il manifesto). L'ultimo volume di Rivelli - pubblicato sempre dall'editrice Kaos nel 2002 - è stato Dio è con noi! La Chiesa di Pio XII complice del nazifascismo: eppure vogliono farlo Santo! Volumi che andrebbero letti (o riletti) e che collochiamo a pieno titolo nella nostra biblioteca della memoria .

martedì 21 settembre 2010

Roghi dimenticati / Post scriptum a Roghi made in Usa

In Roghi made in Usa, accennavamo alla condanna della Cei dell'annunciato Burn of Koran Day da parte del reverendo Terry Jones: " Non dobbiamo dimenticare che la prima cosa che fecero i nazisti fu quella di bruciare i Talmud, i libri dell’ebraismo". Ma, come osserva Walter Peruzzi in Cattolicesimo reale (un sito che intendevamo segnalare già da tempo), la Cei , ancora una volta, ricorda i roghi degli altri ma non i propri. Tanto per dire: fu proprio papa Giovanni XXII a ordinare nel 1320 con la bollla Dudum Felicis "Riducete poi in cenere col fuoco il suddetto Talmud". E questo rogo non fu né il primo né l'ultimo. Per istruirsi sull'argomento rinvio all'articolo completo di Cattolicesimo reale, Roghi dimenticati.

lunedì 20 settembre 2010

Esercizi di revisionismo

In occasione dell'anniversario della cosiddetta Breccia di Porta Pia (in breve: il 20 settembre 1870, una breccia fu finalmente aperta dall'artiglieria dell'esercito italiano nelle mura di Roma, breccia che consentì di occupare la città, annetterla al Regno d'Italia e decretare la fine dello Stato Pontificio e del potere temporale dei Papi) e dei tentativi di Alemanno di giungere ad una commemorazione "condivisa" con la cosiddetta Santa Sede, rinvio al documento di Facciamo Breccia, Anniversario della Breccia di Porta Pia: esercizi di revisionismo

giovedì 19 giugno 2008

Santa Madre Chiesa e le sue Ma(donne)

In questo santino un bell'esemplare (ma qui ne trovate tutta una galleria) della Madonna del Soccorso, che probabilmente ha fornito la base iconografica per la Madonna del Manganello.

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Della serie pubblicità&propaganda: domani cominciano le Giornate anticlericali a Ponticelli, all'interno delle quali, domenica pomeriggio, ci sarà una tavola rotonda dal titolo Eva colse la mela. Solo lei poteva farlo. Con Michela Zucca (Streghe e comunità rurali contro il potere nel Medioevo), Giusi Di Rienzo (Danzando tra le rovine: la trasmissione dei saperi femminili), Vincenza Perilli (Santa Madre Chiesa e le sue Ma(donne)).
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martedì 17 giugno 2008

La Madonna del Manganello

Sembra che anche gli Itali (e le Itale) abbiano una madonna a cui votarsi (sarà questo uno dei motivi che ne hanno evitato la rottamazione ?), precisamente La Madonna del Manganello (vago ricordo in Fascisti su Marte) che da quel che leggo in La Nuova Towanda (che rinvia a sua volta a Wikipedia) sembra essere una Madonna senza riconoscimento ecclesiastico ufficiale, ma che rientrò ugualmente in un insieme di rappresentazioni diffuse negli anni trenta, in sintonia con un certo spirito clerico-fascista che già aveva visto il prodursi di alcune "aberrazioni" quali San Francesco proclamato "precursore del Duce" nel 1926 ( sembra che Mussolini definì San Francesco "il più italiano dei santi, il più santo degli italiani", anche se altri attribuiscono la frase a Pio XII che lo proclamò patrono d'Italia nel 1939), o l'icona di santa Chiara in trionfo sui fasci littori. Una quasi omologa alla Madonna del Manganello sembra essere la Madonna del buon ritorno, immagine sacra creata da tal Don Gabriele Virgilio nel 1942 per i soldati in guerra (proclamata in seguito patrona dei dispersi e dei reduci). Sempre in questa corrente si inseriscono le numerose "preghiere per il Duce" composte in quegli anni, e che venivano divulgate proprio tramite il retro di questi santini.
La statua della Madonna del Manganello fu realizzata dallo scultore leccese Giuseppe Malecore come arredo sacro per una chiesa non parrocchiale di Monteleone, attuale Vibo Valentia, sembra su richiesta di un gerarca fascista locale, tal Luigi Razza (ma le mie ricerche sono ancora in corso...). La statua è stata poi distrutta verso la fine della seconda guerra mondiale (la data non è certa, c'è chi dice intorno al 1943). Leggo che "con essa svanì la sua venerazione", ma ci credo poco ... La statua, realizzata in cartapesta colorata, rappresentava una Madonna con bambino, nella tipica iconografia della Madonna del Soccorso (patrona di varie cittadine da Sciacca a Nicastro e che spesso viene confusa con la Madonna del Manganello vera e propria) che nella mano sinistra sorreggeva il figlio Gesù mentre con la destra sollevava un manganello nodoso. Ai piedi della donna un secondo bambino in piedi (mentre nella Madonna del Soccorso c'è un demone). Da questa rappresentazione furono in seguito realizzati dei santini, come quello riprodotto qui di fianco. L'immagine fu ripresa dagli organi del partito, che la elessero dapprima a "patrona degli squadristi", poi a "protettrice dei fascisti". Asvero Gravelli, giornalista del regime, fascista intransigente e direttore della rivista Antieuropa, compose anche uno stornello come preghiera per il retro dell'immagine. Ecco il testo:

« O tu santo Manganello
tu patrono saggio e austero,
più che bomba e che coltello
coi nemici sei severo
O tu santo Manganello
Di nodosa quercia figlio
ver miracolo opri ognor,
se nell'ora del periglio
batti i vivi e gli impostor.
Manganello, Manganello,
che rischiari ogni cervello,
sempre tu sarai sol quello
che il fascista adorerà. »


La Madonna del manganello sarà sicuramente una delle figure al centro dell'intervento - titolo: Santa Madre Chiesa e le sue Ma(donne) - che sto preparando (tentando di) preparare per un incontro previsto domenica prossima (Eva colse la mela. Solo lei poteva farlo con Michela Zucca e Giusi Di Rienzo) all'interno delle Giornate anticlericali.
Qui, sommersa da santini e varie epistole apostoliche (Mulieris Dignitatem in primis), so di deludere profondamente quante (via mail e telefonicamente) mi hanno chiesto di scrivere qualcosa sul Flat bolognese di quest'ultimo fine settimana ... Purtroppo non potrei parlare delle tante belle connessioni e tacere delle dis-connessioni (e delle miserie), quindi avendo attualmente poco tempo (e soprattutto voglia) rinvio a non so quando. Intanto il dossier si ingrossa.
In ogni caso presto saremo inondate dai report delle varie addette stampa e strateghe della comunicazione ...
E non ho nessuna ma(donna) a cui votarmi ...
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martedì 10 giugno 2008

NO TRESPASSING: the (endlessly) continuance

Continuo dopo un'interruzione (forzata) di qualche giorno No trespassing. Del resto tempo o non tempo, lavoro o non lavoro (per tacere delle tante altre cose che possono impedirmi di stare qui a scrivere) l'ho detto tante volte: Marginalia è un blog "anomalo", non ha nulla del "diario" nè tanto meno della testata giornalistica seppur "alternativa" (quella per intenderci che ti rifila le stesse identiche notizie girate sui "grandi" media con un cosiddetto "taglio critico"). Raramente sto "sulla notizia" (come si dice in gergo): non ho detto nulla sul Pride romano (e forse avrei dovuto dopo il mio Italo da rottamare), nulla delle piccole miserie di "movimento" - anche "femminista", purtroppo - degli ultimi mesi, nonostante il mio archivio privato si sia ingrossato a dismisura (ma presto ne scriverò), nulla della bella manifestazione auto organizzata di Rom e Sinti che si è tenuta ieri a Roma ( e neanche della giovane rom incinta presa a calci da un cittadino italiano), niente della mia rabbia nel leggere i giornali dopo l'ennesima tragedia generata dalla "fortezza Europa": quei corpi senza vita che riemergono lungo le coste della Sicilia, sono "cadaveri di "immigrati clandestini". Neanche da morti sono uomini, donne, bambini/e ... Esseri umani. E qui vorrei già interrompere la scrittura, ma avevo concluso No trespassing con un To be continued e allora ve lo devo.
Già la mattina dopo - il 6 giugno, dunque -, come sempre in ritardo e di corsa, avevo visto di sfuggita il "richiamo" de Il Resto del Carlino in edicola, con la notizia dello stupro in caratteri cubitali, "bambina marocchina stuprata da italiano", o qualcosa del genere. Perché infine lo storico quotidiano bolognese - che ha tra l'altro attivato un ignobile sondaggio razzista - sarà uno dei pochi che non riuscirò a leggere (in genere, quando ho tempo, lo recupero nel baretto sotto casa ... ). Ma ne leggerò molti altri. E tutti (anche quelli "più corretti") mi danno la conferma di come oramai l'informazione è impastata (in alcuni casi anche "inconsapevolmente" o in "buona fede") di beceri e consunti stereotipi sessisti e razzisti.
Da Il Bologna (Tredicenne marocchina violentata da un italiano, p. 14) apprendo che "la bambina era ancora vergine" e che la madre è "di fede musulmana". Senza soffermarmi sul fatto che ovviamente a nessuno è venuto in mente di sottolineare che lo stupratore è di "religione cattolica" e che "vergine" o "non vergine" resta uno stupro, l'accenno alla "verginità" e alla confessione religiosa della madre (e quindi della "famiglia", elemento ripreso in quasi tutti gli articoli che ho letto), è funzionale alla "razzializzazione" della vittima che cessa di essere una bambina che ha subito uno stupro per divenire una "marocchina di religione musulmana che ha perso la verginità". L'Unità riporta le dichiarazioni del capo della squadra mobile di Milano dove questo processo di razzializzazione emerge con una violenza (per me estrema) nei toni paternalistici permeati di sottile, ma non per questo meno pericoloso, razzismo: "voglio sottolineare la grande cultura e l'attenzione di questa donna, la sua capacità di capire ed essere vicina alla figlia. Parliamo di una donna di formazione culturale islamica, molto religiosa, ma ben integrata in Italia. Spesso ci possono essere dei problemi in famiglie di questo tipo ad affrontare la violenza sessuale. Invece ci siamo trovati di fronte ad una donna forte e molto "moderna"...". La Stampa invece relega la notizia nelle "brevi" delle pagine di cronaca (p. 22) poiché la "prima" è tutta dedicata all'appoggio europeo al "pacchetto sicurezza" e alla nuova proposta del Pdl, un emendamento contro le prostitute, soggetti "socialmente e moralmente pericolosi". Ma c'è anche spazio per l'"aggressione" subita da Augusta Montarulli, dirigente torinese di An- Azione Giovani alla quale una protesta per i fatti della Sapienza organizzata all'Università impedisce di sostenere un'esame ... Nell'intervista ci illumina sul fatto che lei non è fascista, oggi sarebbe ridicolo. E' di destra. E ovviamente ha tanti amici di sinistra (non "estremisti", eh!). La storia si ripete: ogni antisemita ha il suo amico ebreo, ogni razzista il suo zio Tom e ogni maschio una donna al suo fianco ... (ma forse quest'ultima è un'altra storia).
Anche La Padania dedica la prima al benestare europeo al pacchetto sicurezza: "Non passa il clandestino" è il titolo trionfale. E poi c'è spazio per tutto: dall'invito della Lega a scendere in piazza a Mestre contro "il campo nomadi", all'appello "dei milanesi" a chiudere la moschea di viale Jenner. La notizia dello stupro è a p. 21, il titolo mi fa sobbalzare: "Adesca, stupra e ingravida una 13enne". Ingravida. Inutile dire che se la vittima fosse stata una bambina (o donna) italiana (le "nostre" donne) gli inviti ad organizzate fiaccolate e cacce al "mostro"si sarebbero sprecate. Qui invece è il caso di sottolineare che è : "Una vicenda tutta da raccontare che insegna come le adolescenti, non solo i bambini, meritino più attenzione quando sono fuori dalla scuola".
A questa frase sembra quasi fare eco l'articolo di Gaia Passi su Libero (a p. 18) che parlando della bambina vittima dello stupro scrive: "Era rimasta affascinata da quel trentenne conosciuto fuori da scuola. Per questo, nell'incoscienza dei suoi tredici anni, si è fidata di lui e l'ha seguito fino a casa". Devo (dobbiamo) dedurne che meglio sarebbe stato per questa madre "musulmana" essere meno "moderna" e tenere più a bada la figlia adolescente/incosciente, tanto più che era ancora "vergine" ... Nella stessa pagina un breve commento dal titolo "Linea dura contro i nostri orchi", dove si afferma tra l'altro: "Tolleranza zero invochiamo quando sono i delinquenti stranieri ad abusare di donne italiane, tolleranza zero pretendiamo verso quegli italiani che abusano delle straniere". Veramente "democratico". Peccato che non si faccia cenno al fatto che oramai in Italia tutti gli stranieri sono delinquenti, e questi delinquenti sono - per legge - più delinquenti di altri ...
Ma l'articolo che letteralmente mi manda in bestia su Libero è quello sulla vicenda del neonato di due mesi morto il giorno prima, che di fatto diviene il luogo dove far emerge tutto il razzismo che non aveva potuto trovare sfogo nell'altra notizia (in fondo si tratta "pur sempre" dello stupro di una bambina) . Nonostante il motivo della morte non sia ancora chiaro (è stata disposta l'autopsia), quasi tutti i quotidiani collegano il decesso alla circoncisione subita dal bimbo (figlio di una coppia di nazionalità nigeriana) qualche giorno prima. Ma Libero va oltre. Nell'articolo di Daniele Pajar "Circonciso in casa, bimbo di due mesi muore (p. 19) si parla della morte del bambino "i cui genitori seguono le tradizioni dell'Africa nera". Nella stessa pagina un "approfondimento" (La pratica nella storia) a firma Andrea Morigi : "Una tradizione imposta dalla religione ebraica. Ma diventa un rito tribale": "... quel che si è evoluto, da cinque millenni o giù di lì, tra gli ebrei, sono le tecniche [...]. In circa 1.400 anni, anche nel mondo islamico, le precauzioni sono andate di pari passo con lo sviluppo culturale e scientifico delle popolazioni che seguono il Corano. Cioè con tutte le disparità che dividono i musulmani dai correligionari meno progrediti. Per entrambe le categorie si tratta di evitare di presentarsi "impuri", cioè sporchi, al momento della preghiera. Poiché non sempre è a disposizione un bidet, nemmeno nei pressi dei luoghi di culto, e comunque non se ne fa largo uso tra i musulmani, si risolve il problema alla radice [...] I fedeli andrebbero informati che non si trovano più nel deserto". Credo che sia un articolo che più che una lettera di protesta meriti una denuncia all'Ordine dei giornalisti o qualcosa del genere. Ci penserò. Avevamo auspicato - proponendo un gruppo di lavoro sul razzismo allo scorso Flat romano di febbraio -, un lavoro di monitoraggio sui media, uno degli elementi centrali per una pratica femminista interessata a scardinare i meccanismi di produzione/riproduzione del sessismo e del razzismo (non mi stancherò mai di ripeterlo: nelle sue diverse e molteplici forme). Continuo ad auspicarlo.
Liberazione è stata l'unico quotidiano (tra quelli che ho letto quel giorno) a dire qualcosa di perlomeno corretto su questa vicenda, sottolineando come "questa drammatica storia ha qualcosa di diverso dai fatti di cronaca che quotidianamente leggiamo sui giornali [...]. Casi del genere non sono isolati. Italiani che stuprano ed uccidono donne immigrate. Come qualche settimana fa a Roma quando una giovane donna romena è stata aggredita e stuprata da un 39enne italiano [...] o quando il 6 maggio scorso a La Spezia un italiano di 32 anni, incensurato e sposato, è stato arrestato dai carabinieri mentre tentava di violentare, per la seconda volta, una prostituta straniera". Ma anche qui emerge l'inadeguatezza del linguaggio usato per trattare vicende simili, una spia di quanto ancora poco abbiamo "pensato" ed "elaborato" (anche "a sinistra") su queste questioni.
Sull'altra vicenda che segnalavo in No Trespassing (ovvero il prete che pretendeva "favori sessuali" da due donne migranti in cambio di un "aiutino" per ottenere il permesso di soggiorno) non ne ho trovato nessuna traccia sui giornali letti quel giorno. Allora forse si rivelerà molto vicino al vero quanto scrivevo: "La notizia del prete che ha preteso "favori sessuali" da due donne migranti "clandestine" in cambio di un aiuto per ottenere il permesso di soggiorno, probabilmente sarà sepolta con ancora maggiore cura. O, se salta fuori, sarà per dirci in seguito che il povero prete è un santo ..."

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giovedì 5 giugno 2008

NO TRESPASSING


Mi chiedo come i cosiddetti mass media - che hanno contribuito in maniera determinante al consolidarsi negli ultimi anni della sciagurata equazione immigrato=stupratore - gestiranno nei giorni a venire lo stupro di una ragazzina marocchina quattordicenne da parte di un italiano. Probabilmente seppellendola in un trafiletto verso le ultime pagine ... [1]
La notizia del prete che ha preteso "favori sessuali" da due donne migranti "clandestine" in cambio di un aiuto per ottenere il permesso di soggiorno [2], probabilmente sarà sepolta con ancora maggiore cura. O, se salta fuori, sarà per dirci in seguito che il povero prete è un santo ... [3]. Dovrò decidermi a scrivere un giorno più diffusamente su quella che potremmo definire economia politica dello stupro.

NOTE:

[1]
La notizia è passata anche sul Tg3 Lombardia. Inutile dire che se lo stupratore fosse stato un "immigrato" e la bambina una "bambina italiana", la notizia sarebbe passata con grande enfasi su tutti i Tg nazionali e avrebbe fatto la "prima" dei quotidiani... Ma - in ogni caso - non viene centrato (ancora una volta) il problema "vero", che non è la "nazionalità" dello stupratore ma è: "uomo violenta bambina" . E non è mai banale ricordarlo.
[2]
La notizia è stata pubblicata oggi dalla Gazzetta di Mantova a pagina 14 ... ho letto l'articolo pochi minuti fa nella lista di Facciamo Breccia., prezioso luogo di scambio e circolazione.
[3] E' già successo un mucchio di volte ...

To be continued...

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Articoli correlati in Marginalia:

Sessismo e razzismo: informazione e deformazione
Sommovimento antirazzista e antisessista
Una biblioteca della memoria

giovedì 27 marzo 2008

Gender (and Race) Trouble

Che Marginalia sia un blog "anomalo" oramai sembra chiaro (anche a me). E sicuramente non ha nulla nè del "diario" nè della "testata giornalistica" seppur "alternativa". Solo in rarissime occasioni sono stata infatti "sulla notizia" come si dice in gergo.
A volerci stare avrei dovuto parlarvi in questi giorni di Judith Butler, che oggi sarà a Roma dove, insieme a Wendy Brown, animerà una giornata intorno a Sovranità, confini, vulnerabilità. Non l'ho fatto e non lo faccio, anche perché altre lo hanno già fatto (e bene) sollevando il problema (per me cruciale) di una certo femminismo italiano (il cosiddetto "femminismo della differenza") che cerca di riconquistare l'egemonia oramai perduta stabilendo improbabili connessioni con la teoria butleriana [1]. Peccato che mentre quest'ultima è stata oggetto di attacchi da parte delle gerarchie vaticane, il pensiero della differenza italiano è stato all'opposto incensato.
Per cui perseguendo nell'anomalia vi segnalo un altro appuntamento che si terrà sempre oggi 27 marzo (dalle 18 alle 21) ma in quel di Parigi, nell'anfiteatro dell'EHESS (105, Boulevard Raspail): Les théories et pratiques féministes "of color" et queer "of color" aux Etats-Unis. Organizzato dal collettivo DAWE, la serata vedrà la partecipazione di Paola Bacchetta (Università di California, Berkeley) e la proiezione di due film di Pratibha Parmar: A place of rage e Khush entrambi del 1991. Un'occasione per discutere di genere, sessualità, razzizzazione/razzismo e del postcoloniale.


[1] Rinvio a I.D. versus Butler e I.D. vs Butler seconda, entrambi in la La Nuova Towanda di Paola Guazzo.

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Mi avvedo ora che la Nuova Towanda ha pubblicato la mail che avevo inviato stamani alla lista Facciamo Breccia (e, più o meno sempre la stessa, anche a Sommosse). Tendenzialmente penso le mail inviate alle liste di discussione come non destinate alla pubblicazione (per lo meno senza preventiva comunicazione all'interessat*), ma in questo caso mi va bene così (tra l'altro ho appena ricevuto mail di Paola ... prima volta che qualcun* mi chiama Eminenza ...), anzi la ri-pubblico anche qui (ripulendola da qualche refuso ...) sperando possa essere un contributo alla discussione:


Condivido quanto scrive Paola. Ne ho scritto brevemente, in ritardo e a mio modo qui.
Non potrò essere a Roma perché già altrove, comunque sarebbe interessante riuscire a capire quanto Butler "sa" (e cosa pensa) del femminismo italiano, in primis del cosiddetto "pensiero della differenza". Non dimentichiamoci che è stata proprio un'altra teorica del queer (Teresa de Lauretis) a "introdurre" il pensiero di Muraro&Co negli Stati Uniti. Sua infatti l'introduzione alla versione inglese di Non credere di avere dei diritti, dove definisce le donne della Libreria delle donne la "parte migliore" del femminismo italiano ... Su questa operazione avevo cominciato a pormi qualche questione alcuni anni fa (in un articoletto del 97 restato ai margini, dove tra l'altro notavo le "imbarazzanti analogie" tra femminismo della differenza e razzismo differenzialista). Notavo le similitudini tra questa operazione e quella che ha portato negli Usa all'"invenzione" del cosiddetto French Feminism (che riduce il femminismo francese al trittico Irigaray-Kristeva-Cixus ... il femminismo detto "materialista" - Guillaumin, Delphy, Tabet, Mathieu e altre - sparisce ...) :-(((
Spero che la discussione sia bella e ricca, attendo report da Doriana e altr*...
v.

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domenica 3 febbraio 2008

Una biblioteca della memoria

Qualche giorno prima della Giornata della memoria qualcuno [1] nella rete ha chiesto ad altri/e bloggers di indicare un libro sulla Shoah. A loro volta coloro che sono stati/e interpellati/e hanno posto la medesima domanda ad altri/e bloggers, in una sorta di "catena della (o per) la memoria". Sono stata coinvolta anch'io da Falecius, ma mi sono presa il tempo di "pensarci", senza farmi mettere fretta dalla scadenza imminente. In un commento a caldo indicavo, anziché un libro, un film: è Shoah di Claude Lanzmann.

Finalmente stasera un po' di tempo per Marginalia. Con il post "già scritto nella testa", mi sono collegata per digitarlo e postarlo. Cercando un link ho cominciato a seguire a ritroso la "catena della memoria" : da un blog/sito all'altro, attraverso libri, immagini, nomi. Ho deciso, infine, di buttare via quello che avevo pensato di scrivere. Tento invece di compilare (aggregando insieme alcune delle risposte che altri/e hanno dato alla domanda iniziale, cose pubblicate in rete in occasione di questa ed altre Giornate della memoria e alcuni dei volumi che mi circondano mentre scrivo) una sorta di "biblioteca della memoria". Non è una "bibliografia", ma per ora solo un insieme disordinato di titoli e suggestioni (talora discordanti e/o non condivisibili), che potrà forse (da qui a un anno) essere ordinato, ampliato, discusso. Per intanto, anche se la mia ricerca in rete non è stata esaustiva (non ne ho proprio il tempo), mi è sembrato comunque interessante cominciare a vedere cosa (e come) si legge intorno alla "memoria, le riflessioni che questi testi suscitano, e quelle che (eventualmente) questo post susciterà.


Il primo libro che voglio citare è Se questo è un uomo di Primo Levi. Sembrerà sicuramente "banale" come scelta. E' un libro, infatti, citatissimo e così noto che sembra quasi superfluo ricordarlo, eppure a volte ho il sospetto che sia citato senza essere neanche letto, almeno a leggerne certi usi [2]. E invece, è proprio partendo da una frase di Primo Levi: "E' successo, vuol dire che può succedere ancora", che chi mi ha passato il "testimone" ribadisce l'importanza di ricordare "l'orrore della Sho'ah", poiché "il Male Assoluto è sempre una possibilità dell'umano, e contro questo orrore occorre essere vigili"[3].


Ma il libro che propone infine Falecius è Il settimo milione di Tom Segev, giornalista e storico israeliano. Non un libro sul genocidio nazista ma un libro che "fa la storia della memoria della Sho'ah in Israele, e mostra come questa memoria abbia condizionato in maniera decisiva la storia d'Israele, e la percezione che gli israeliani hanno del proprio stato, ma in modi diversi e complessi, che forse non sospetteremmo".

In molti/e avvertono il pericolo che porre troppa "enfasi" "sulla memoria della Shoah [...] possa diventare un modo per renderla il più possibile inoffensiva", come scrive The Rat Race. Se non vogliamo "tradirla" questa memoria "deve restare *intollerabile*. Dev'essere qualcosa a cui si vorrebbe sfuggire — che si vorrebbe non aver presente — e che ci si costringe a tenere davanti agli occhi. Percio' niente letture confortanti, niente biblioteche virtuose, che ci facciano sentire meglio perche' assolviamo al compito nobile di non dimenticare. Eppure — abbiamo soltanto le parole — per non lasciare che la Shoah venga cancellata. E allora propongo gli autori forse piu' inconciliati con la realta' — quelli che meno di tutti hanno cercato di estrarre un qualche *senso* dalla Shoah". E sono due poeti,
Paul Celan e Dan Pagis.

Nel sito Ribat al mujahid, ritrovo ancora
Shoah di Lanzmann insieme a due libri, Israele e la Shoah di Idith Zertal e Uomini comuni di Christopher R. Browning, una trilogia che dovrebbe contribuire al difficile compito di "agire" la conservazione della memoria: "Il trauma della tragedia deve invocare un'autocritica incessante, essendo qualcosa che incessantemente ci riguarda. Il senso della memoria è la sua attualità, la responsabilità che quotidianamente ci delega, c'addossa, c'affida".


Anche Khadija, nel denunciare la "retorica della memoria" che ci vede tutti/e pronti a "piangere sul latte versato e a promettere 'mai più', ma assolutamente ciechi di fronte a quello che sta succedendo ancora, e ancora e ancora", ci riporta a questa responsabilità verso il presente. Il libro che propone è
Terrore e miseria del Terzo Reich di Bertolt Brecht, invitando insieme a firmare la petizione [4] per Abou Elkassim Britel :"Io preferisco denunciare quello che mi succede sotto il naso e non posso tollerare che ci si sgoli così tanto tutti insieme per 'ricordare', mentre di fronte agli orrori reali ci comportiamo esattamente come i personaggi di Brecht. Meno di mille adesioni per una campagna a sostegno dei diritti umani che ha fatto, ormai, il giro del web. E questo succede oggi e succede oggi perché oggi come allora la gente ha paura di mettersi dalla parte degli ebrei, degli zingari, degli omosessuali e degli oppositori politici del Terzo Reich".

Rosa
propone invece
Intellettuale ad Auschwitz di Jean Amery: "Hans Mayer, austriaco di padre ebreo e madre cristiana, nato e vissuto senza alcun rapporto con la sua origine ebraica, viene deportato ad Auschwitz e diventa ebreo suo malgrado. Un ebreo - come si definisce - senza Dio, senza storia, e senza speranza messianica nazionale. Tradito e abbandonato dalla cultura che lo ha nutrito e gli ha dato una identità, a guerra finita rinuncia al suo nome tedesco, diventa Jean Amery e descrive la sua esperienza di deprivazione identitaria in Intellettuale ad Auschwitz [...] Ma la perdita di se' non è recuperabile, e Jean Amery muore suicida. Scelgo questa esperienza estrema e disperata perché Amery è mio fratello, perchè io stessa mi sento ebrea per condizione più che per scelta e nel contempo, grazie anche a lui, sono persuasa che sia non solo possibile ma necessario coltivare una identità ebraica pur essendo lontani dalla religione e dalla tradizione. E scelgo Amery perchè mi pare spazzi via a suo modo qualsiasi tentativo di "normalizzare" il crimine ideologico nazista, qualsiasi tentativo di dare senso. Quel crimine - ne sono convinta - è peculiare, speciale e diverso dai molti crimini che hanno fatto la storia e continuano a plasmarla".


Per finire propongo qualche testo in ordine sparso:


Nessuno/a mi sembra abbia accennato alla questione del negazionismo/revisionismo. Lo faccio io con Nadine Fresco, Fabrication d'un antisémite, un libro sul padre fondatore del negazionismo, Paul Rassinier. Nessuna traduzione italiana, ma rinvio a questa recensione in Incidenze.


Ancora un film di Claude Lanzmann, Un vivant qui passe. Auschwitz 1943-Theresienstadt 1944. E' possibile leggerne il testo, in italiano, in un volumetto (con una postfazione di Federica Sossi) di Cronopio, 2003. Una riflessione sulla "cecità", sul "non vedere" (ieri, oggi).


Non poteva mancare un libro che affronti la questione in una prospettiva di "genere". Non è l'ennesimo volume su "le donne e l'olocausto", ma un testo che interroga criticamente le analisi femministe del nazismo: Liliane Kandel (a cura di), Féminismes et nazisme. Anche in questo caso nessuna traduzione italiana, ma rinvio alla mia recensione qui.


Nell'imminenza di No Vat, mi sembra il caso di ricordare il ruolo del Vaticano nel genocidio nazista. Lo faccio con L'arcivescovo del genocidio di Marco Aurelio Rivelli. Questo libro ripercorre le vicende dello Stato indipendente di Croazia, voluto dai nazifascisti negli anni 1941-1945. Qui gli ustascia di Ante Pavelic, sostenuti da Hitler e da Mussolini, sterminarono centinaia di migliaia di serbo-ortodossi, ebrei e rom, in nome di una "soluzione finale" etnico-religiosa perseguita anche attraverso l'imposizione di "conversioni" di massa al cattolicesimo. In questo sterminio un ruolo decisivo lo ebbe l'arcivescovo di Zagabria, Alojzije Stepinac con l'avvallo decisivo del Vaticano. Nell'ottobre del 1998, Stepinac (definito dal dittatore Franjo Tudjman "martire del regime comunista) viene beatificato dal papa Giovanni Paolo II.


Sullo sterminio nazista di omosessuali e lesbiche rinvio al dossier pubblicato in Fuoricampo Lesbian Group.

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[1] Per mancanza di tempo non sono riuscita a risalire a chi ha dato via a questa "catena per (o della) memoria".
[2] Ad esempio ai tempi dello "scandalo" delle torture inflitte ai prigionieri di Abu Ghraib da parte (anche) di alcune soldatesse Usa, sono stati pubblicati ben due articoli intitolati "Se questa è una donna" che richiamavano il titolo del libro di Levi ma "rovesciandolo": non solo introducendo una connotazione di genere, ma ribaltando il soggetto, non più la vittima ma il carnefice. I due articoli possono essere letti nel dossier Dibattito sulle donne kapò (Qui dovrei aprire una lunga riflessione sull'uso di metafore che rinviano al nazismo, ma per intanto rinvio ai cenni alla questione nella mia recensione a Féminismes et nazisme ricordata in questo post).
[3] Sovente, nei brani che cito da altri blog/siti vengono usati (spesso indifferentemente) i termini "Olocausto" e "Shoah". In realtà non sono equivalenti o intercambiabili, mancando nel secondo termine il significato di punizione divina presente nel primo. Storicamente l'uso di Shoah ha preso forza a partire dal titolo del film di Lanzmann uscito nel 1985, che si proponeva esplicitamente di contestare il termine "olocausto" e la retorica che gli è associata. Personalmente, comunque, ricorro sovente al termine di genocidio o sterminio nazista ( di ebrei, "zingari" - rom e sinti -, omosessuali e lesbiche e altri esseri umani considerati "inferiori").
[4] Ho già da tempo firmato e segnalato nella rubrica Urgenze la raccolta firme per Kassim. In effetti, il numero relativamente basso delle firme, colpisce. E se provassimo a chiederci perché?


mercoledì 11 ottobre 2006

Integralismi a confonto

La notizia della ragazzina presa a sassate a Lione da alcuni suoi compagni di scuola perché (sembra) mangiava un panino durante il Ramadan (fatto avvenuto una settimana fa ma ripreso oggi dai giornali in Italia, per esempio La Repubblica) ha avuto più risonanza mediatica (soprattutto nei siti "anti-islamici") della notizia che Hani Ramadan andrà ad insegnare nella stessa Lione in una scuola fondata dall’Unione dei giovani musulmani. Hani Ramadan è noto soprattutto per essere il fratello del più celebre Tariq e il nipote d’Hassan al Banna, fondatore dei Fratelli musulmani, ma dovrebbe esserlo molto di più per aver approvato in varie occasioni la lapidazione per adulterio (ricordo in particolare una sua intervista a Le Monde nel 2002), per considerare l’Aids una punizione divina e per aver affermato che non si può essere musulmani ed omosessuali."Dio ha voluto un ordine. E quest’ordine è l’uomo per la donna e la donna per l’uomo" , ha dichiarato in una conferenza qualche anno fa (prendo questa notizia da un volantino distribuito durante il Forum Sociale Europeo e riprodotto nella rivista ProChoix n 26-27, 2003, del Collectif Féministe pour une altermondialisation Laique). A parte la lapidazione, queste ultime affermazioni hanno un’ inquietante vicinanza con le posizioni della Chiesa cattolica, anche quella dell’attuale papa Benedetto XVI (un’amico informato mi dice che è molto più à la page chiamarlo B16, che a me fa pensare a un ibrido tra una vitamina e un bombardiere).

(Questo articolo è stato pubblicato anche qui)