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mercoledì 13 maggio 2015

Manifestazione nazionale rom e sinti / U barò merapé charar u sinti

Via Staffetta il manifesto della manifestazione nazionale antirazzista promossa da rom e sinti per sabato prossimo a Bologna per contrastare la violenta campagna d’odio antizigano portata avanti in Italia dalla destra leghista e neofascista. Purtroppo da mesi era stata già fissata, per la stessa data, la riunione di redazione di Zapruder (alla quale non potrò mancare) ma chiedo a quant@ leggono Marginalia di far girare il volantino della manifestazione

martedì 7 gennaio 2014

Le logiche degli sgomberi e dell'assistenzialismo

Mentre solo qualche settimana fa si è tenuta a Bologna la ventitreesima commemorazione dell'assalto da parte della banda della Uno bianca al campo nomadi di via Gobetti in cui persero la vita Rodolfo Bellinati e Patrizia Della Santina, pubblico un articolo di Dimitris Argiropoulos, che ringrazio per la condivisione, comparso qualche giorno fa su il Manifesto, Bologna, la storia di Emmanuelle e della prima accoglienza inesistente. Un articolo che punta il dito su una realtà (e un'amministrazione) specifica, quella di Bologna che "agisce verso gli accampati migranti, profughi e rom con le logiche degli sgomberi e dell’assistenzialismo", e lo fa sviluppando una serie di riflessioni quanto mai urgenti e che hanno una portata molto più ampia dei confini bolognesi. Prima di lasciarvi alla lettura dell'articolo segnalo che la foto che illustra questo post (un matrimonio di rom musulmani khorakane) è uno scatto di Mario Rebeschini e fa parte di una serie realizzata negli anni novanta nei "campi nomadi" di Bologna grazie all'incontro del fotografo gagè con l'artigiano sinti Floriano Debar. Buona lettura // Bologna, 2 gennaio 2014, Emmanuelle è morto. È morto in una cella frigorifero dismessa, dove la sua famiglia e soprattutto sua madre con lui in grembo, ha trovato riparo. 2013 anni fa, Emmanuelle a Betlemme, in direzione ostinata e contraria, ha potuto nascere. Sì, certo, in una stalla, ma è nato. Betlemme con poche risorse, con quello che si aveva, ha potuto essere un contesto ospitale e vivo. La Betlemme è diventata Bios, Vita, e ancora Biopolitica, superamento delle cristallizzazioni e dei destini immodificabili. Betlemme non ha permesso la delazione e soprattutto non ha permesso la beffa. Ha superato le difficoltà con l’indispensabile semplicità del bene. Bologna non ha una rete di strutture che risponde alle esigenze di una prima accoglienza in grado di dare risposte, umane e possibili a persone orbitano le sue periferie per emergenze e necessità e che chiedono protezione e rifugio per sopravvivere. Una città che si dichiara moderna e giusta, crocevia di strade e autostrade, che si fregia di una stazione ferroviaria di alta velocità e di un ingrandito aeroporto internazionale, che la collegano con il resto del paese e del mondo, ma che non sa protegge le donne e gli uomini che vi confluiscono, cittadini del mondo. L’attuale amministrazione non solo non ha nelle sue priorità, un obbiettivo di questa portata, ma agisce verso gli accampati migranti, profughi e rom con le logiche degli sgomberi e dell’assistenzialismo. Bologna non ha un progetto. Cerca di fare ordine incrementando il male. Gli sgomberi, violenti e repressivi, e la silente nonché intenzionale indifferenza incardinano il male, contaminando i rapporti politici e sociali, fra chi chiede e richiede rifugio e chi è in grado di rispondere. Da una parte si sforza di mostrare l’oggettiva impossibilità di intervenire e dall’altra cerca di ridurre quel poco ma possibile agire solidale, annientandolo nella beffa. L’intervento pubblico diventa così “passeggiate rom-antiche”, narcisismo etnocentrico e auto commiserazione “quanti ne dobbiamo accogliere”. Diventa assunzione di esperti strapagati per risolvere o quanto meno indirizzare la soluzione di certi problemi, a cui vengono però pagati anche i corsi di formazione per comprendere ciò che essi dovrebbero spiegare, salvo poi scoprire, che gli stessi hanno bisogno di formazione si procede pagandoli pure i costi dei master… Diventa scuola di città, dove il povero è povero per cause proprie e dove si impara a vincere per bande. Il modello di Bologna diventa – e in tutti gli effetti lo è – il modello Casal di Principe, dove vince la scaltrezza di trasformare la carità in spettacolo nascondendo abilmente le violenze agite e naturalizzate. Lo sforzo politico, di analisi e di intervento, verso la sua periferia imbaraccata non vanno oltre l’estetica perversa della pulizia etnica o della casalinga isterica che cerca i detersivi adatti per smacchiare i panni. Le difficoltà di inserimento e di integrazione delle migrazioni e della profunganza diventano ingiurie, lontananza, retorica securitarista e incapacità di usare le mediazioni, i patti, i dialoghi.Diventano voti puliti e soprattutto diventano apprendimenti per imparare l’offesa. Bologna non ha ancora cercato di uscire da un sistema di “aree sosta” per nomadi, sistema segregativo di apartheid, che riduce in povertà economica e relazionale le famiglie dei rom-sinti che vi vivono da più di quaranta anni. Famiglie stabilizzate che “giocano il nomadismo” dei gaggi. “Nomadi” poiché vivono nel campo “nomadi”. “Nomadi”, sfiniti, violenti, miserabili, ricoverati in strutture fatiscenti o modernamente inconsuete, deformi, banali e brutti. Dove con “coraggio” e senza vergogna l’amministrazione arriva ad attivare l’operatività sociale degli educatori (sic) per chiedere ai “nomadi” loro se vogliono essere integrati. Tutti e  tre i campi “nomadi” della città stanno implodendo in una vita impossibile di sventure miseramente disumane. Risulta più paradigmatico il campo “nomadi di via erbosa” provvisorio dall’anno 1990 istituito nel 1990 dopo gli attacchi mortali della Banda della “uno bianca”, ancora oggi provvisorio. Bologna beffa il diritto e i diritti. La Legge Regionale 47/1988 che disciplina la presenza e flussi nomadi in Emilia Romagna, non può ne spiegare ne indirizzare le amministrazioni nella gestione complessa di una presenza polimorfa come quella dei rom. Non si può far finta di continuare di usare una legge che non ha corrispondenze con la realtà. Ed è grottesco insistere a non volere verificare le conseguenze di questa legge dopo 25 anni di “corretta applicazione”. Soprattutto diventa beffa e razzismo voler spiegare il deterioramento delle struttura dei campi con la natura selvaggia dei “nomadi” che, forse, rompono quello che gli è estraneo e che perversamente altri hanno deciso e voluto per loro. La presenza dei rom nella città non è provvisoria, cioè nomadica ma è strutturale. Costantemente dai primi anni novanta si sono stabiliti più di 6.000 mila rom provenienti dai Balcani (Yugoslavia, Romania e Bulgaria) Si trovano qui per cercare lavoro e per cercare asilo. Cercano e trovano casa, servizi, scuola e cercano di poter vivere riscattando la propria povertà. Cercano nelle loro migrazione e/o profuganza stabilità e mobilità sociale. E ci riescono. Non sono naufraghi, hanno un progetto e riescono pure a realizzarlo. I rom non sono “nomadi” come non sono “famiglie senza fissa dimora” come non sono “famiglie senza territorio”. Continuare a esibirsi inventando termini politicamente (s) corretti fa parte della beffa che insiste nella noia, nella pesante noia dei presunti intellettuali affaticati a nascondere i razzismi delle “avanguardie” e la violenza dell’esclusione in quella loro corsa a fotografarsi e a sperare qualsiasi cosa per rimanere nella storia. Paradossalmente incontrano il consenso di quelli che cercano di andare in paradiso e le loro amicizie, fantasmagoriche, vorrebbero diventare La Corte di Bologna. La presenza rom a Bologna come in Europa non è necessariamente subordinata ai servizi sociali o ai nazionalismi: nel contesto locale e internazionale, essa è una presenza generatrice di inter e transculturalità, di interessanti e singolari forme sociali e politiche di convivenza. Sarebbe utile tornare a conversare sui e nei campi “nomadi”, sui percorsi di emergenza, di integrazione e di azione pubblica, istituzionale e sociale. Sarebbe sensato ritornare a conversare con i rom per mettere insieme sguardi ed espressività, influenzati da modi e mondi diversi. Ritornare a conversare è dare senso ai silenzi. Conversare è intrecciare umanità, è intesa. Conversare rende la solitudine più passionale e le restituisce unicità in quella moltitudine che resiste all’omologazione e che desidera essere letta, accolta. Conversare è fare comunità. Bologna negli anni, come ora, ha distrutto tutte le sue strutture di prima accoglienza. Ha messo appunto un sistema di sgomberi che non ha funzionato, ha solidificato un sistema di apartheid per “nomadi” rivolto ai rom sinti e non riesce a spiegare e a spiegarsi. Questo è il vero e proprio male: Bologna ha perso la parola, balbetta e si rifugia nel suo narcisismo, nelle sue beffe, pensa all' assoluzione piuttosto che alle responsabilità. Bologna ha perso la sua dignità (Dimitris Argiropoulos, il Manifesto, 4 gennaio 2014)

domenica 19 settembre 2010

Antiziganismo in Europa: una barbarie che avanza

Sulla "questione Rom" segnalo alcuni interventi, pubblicati su il manifesto rispettivamente ieri e oggi. Il primo, Rom, una questione comune, è la rielaborazione dell'introduzione di Etienne Balibar al volume Romani Politics in Contemporary Europe, una raccolta di saggi sulla questione dei rom e l'Europa a cura di Nando Sigona e Nidhi Trehan pubblicata nel 2009. L'altro è un articolo di Annamaria Rivera, Una barbarie che parla alla sinistra, articolo che, a partire dalle "scorrerie razziste" del presidente francese Sarkozy e dell'immobilismo complice di una buona parte della sinistra europea, individua come "condizione primaria per qualsiasi progetto di ricomposizione della sinistra, o solo di alleanza in difesa della democrazia ... l'impegno antirazzista e la difesa incondizionata dei diritti dei rom, dei migranti, dei profughi".

(Alcuni) articoli correlati in Marginalia:

Stranieri ovunque
Zingari d'Italia
La Banda della Uno bianca e l'assalto al campo nomadi
Economia politica dello stupro
L'estraneo tra noi

domenica 15 marzo 2009

Economia politica dello stupro

Di seguito (e tanto per cambiare fuori "tempo") il mio articolo Economia politica dello stupro (che riprende il titolo di un post scritto qui in Marginalia qualche tempo prima) pubblicato sul numero dell'8 marzo del settimanale Umanità Nova, all'interno di un dossier che, se vi siete pers* il numero, potete leggere on line sul sito della rivista.

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Economia politica della stupro

Di fronte agli stupri di queste ultime settimane accompagnati dal vergognoso rito delle strumentalizzazioni in chiave "anti-immigrati" e "sicurezza" (e con il solito contorno di decreti legge urgenti e istituzione di ronde fasciste), mi chiedo se siamo condannate alla ripetizione, una ripetizione oramai logorante e che sembra smentire quel repetita iuvant che tante volte in questi anni mi sono ripetuta (ci siamo ripetute).

Mi chiedo (con molta rabbia e nessuna rassegnazione): quante volte ancora sarà necessario denunciare quella che definisco economia politica dello stupro? Perché, purtroppo, lo sappiamo: la storia non è nuova.

Ne parlava già Angela Davis più di vent’anni fa in Sex, Race and Class, quando denunciava l’uso del “mito dello stupratore nero” nell’America razzista dei linciaggi e della supremazia bianca. Ma forse potrebbe tornarci utile cominciare a ricostruire, anche solo per frammenti, la storia della versione italica del mito.

Il 30 ottobre 2007, a Roma, una donna viene brutalmente aggredita, picchiata e stuprata. La donna, Giovanna Reggiani, morirà, senza riprendere conoscenza, qualche giorno dopo, mentre lo stupratore, Romulus Mailat, sarà in seguito condannato a 29 anni di carcere.

Basta dare un’occhiata ai dati Istat 2007 (che, con variazioni minime, sono validi a tutt’oggi), per avere conferma che questo episodio, seppur terribile, non rappresenta un’eccezione: in Italia, patria dell’amor cortese e del delitto d’onore, milioni di donne sono vittime di gravi violenze fisiche e psicologiche fino all’omicidio e circa 200 al giorno sono gli stupri (o tentati stupri) che si consumano nell’assordante silenzio e indifferenza dei media mainstream e dei poteri pubblici e politici.

Eppure intorno a questa vicenda si scatena immediatamente un’imponente campagna mediatica e politica che dura molte settimane, al punto che il nome di Giovanna Reggiani (insieme forse a quello di Hina Salem) diviene uno dei pochi nomi di donne vittime di violenza sessuale entrati nella memoria collettiva. Non credo sia superfluo chiedersi perché.

La risposta è brutale: a differenza di centinaia di altri episodi che non hanno meritato neanche un trafiletto, questo ha come “protagonisti” un uomo e una donna dalla “pelle giusta”, per dirla con il titolo di un libro di Paola Tabet. Giovanna Reggiani è la vittima perfetta (italiana, moglie e lavoratrice esemplare, tra l’altro attiva nel volontariato cattolico) così come Romulus Mailat è lo stupratore perfetto: è nel “nostro” paese illegalmente, vive in una baracca sepolto dall’immondizia, dedito al furto, è un cittadino rumeno di etnia rom, o meglio (o forse, strumentalmente, soprattutto) un “romeno” come viene prontamente ribattezzato dalla maggior parte della stampa (che svela profonda ignoranza: perché se molti rom hanno la cittadinanza rumena, ve ne sono anche di macedoni, kosovari e serbi ma la maggioranza dei rom è costituita da italiani, proprio come le vittime dell’assalto compiuto dalla cosiddetta Banda della Uno Bianca al campo nomadi di via Gobetti).

E’ quanto serve (e basta) a riattivare ancora una volta (e in grande stile) “l’ equazione sciagurata tra violentatore e immigrato”, equazione già denunciata l’anno precedente a Bologna dalle donne migranti durante una manifestazione contro la violenza sulle donne. Un fatto di cronaca, simile a centinaia di altri altrimenti passati sotto silenzio, viene preso a pretesto per scatenare una campagna politica (ignobilmente sostenuta dalla grande maggioranza degli organi di stampa) contro “lo straniero stupratore”.

Il guadagno che si ricava dall’operazione è doppio. Da una parte si fomenta, agitando uno dei fantasmi più tenaci di un certo immaginario in specie maschile, il razzismo mai sopito degli italiani brava gente (in un clima di isteria collettiva c’è anche chi assalta con bombe molotov dei campi rom in diverse città italiane) e un allarme sociale che permette di varare decreti d’urgenza contro i/le “clandestin*”. Dall’altra (e concordemente), amplificando ad arte la percezione del rischio stupro da parte di sconosciuti (stranieri) si trasforma la violenza sulle donne in un problema di “ordine pubblico”, in una questione di sicurezza e di controllo del territorio.

E questo nonostante i dati mostrino che solo il 10% delle violenze sulle donne è commesso da stranieri e solo il 6% da estranei (ancora dati Istat 2007), mentre la maggior parte avviene tra quelle che vengono (impropriamente) definite "pareti domestiche" ad opera di uomini perfettamente conosciuti dalle vittime. Questi sono per la maggior parte italiani, in primis mariti e amanti (in specie se “ex”) e parentame vario, ma anche datori di lavoro, insegnanti, medici, preti e tutori dell'ordine (in questi casi quasi esclusivamente italiani).

Nella grande manifestazione contro la violenza maschile sulle donne tenuta a Roma a qualche mese dalla morte di Giovanna Reggiani, avevamo ribadito in maniera forte e chiara la nostra volontà di non essere strumentalizzate per fomentare il cosiddetto scontro di civiltà e giustificare la deriva securitaria in atto e pratiche sempre più autoritarie e lesive della libertà di tutti e tutte e in particolare proprio di quei soggetti che si vorrebbero "tutelare", cioè noi "donne" (e tra queste in particolare le migranti). Sappiamo che la violenza contro le donne non ha confini geografici, né di cultura o religione ma è l’espressione di un violento rapporto di potere (che è sociale, politico ed economico) esercitato dagli uomini (non come categoria “naturale”, ma “sociale”: “bianchi”, eterosessuali, borghesi, cattolici …) sulle donne. È questo rapporto che va denunciato, combattuto e distrutto. Ma il suo smantellamento non sarà possibile senza affrontare la prova, difficile ed urgente, di nuove forme di articolazione delle lotte antisessiste ed antirazziste.

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martedì 23 dicembre 2008

La banda della Uno bianca e l'assalto al campo nomadi di via Gobetti

Sono passati quasi vent'anni da quel 23 dicembre 1990, quando la cosiddetta Banda della Uno Bianca assalto il campo nomadi di via Gobetti, a Bologna, uccidendo Patrizia della Santina e Rodolfo Bellinati.
Non c'è nulla da aggiungere.
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