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domenica 9 marzo 2014

Un otto marzo tra Rivolta e Audre Lorde

Sabato una messe di graditissimi doni su Il Manifesto: l'articolo di Giovanna Zapperi Un autoritratto tutto per sé - sul rapporto politico e amicale tra Carla Lonzi e Carla Accardi da Rivolta femminile fino alla rottura,  che porterà quest'ultima a fondare con altre artiste la Coo­pe­ra­tiva di via del Beato Ange­lico - e un articolo/recensione di Alessandra Pigliaru dedicato ad Audre Lorde in occasione dell'imminente uscita italiana di due volumi: la traduzione italiana di Zami. A New Spel­ling of My Name (di Gra­zia Dica­nio, a cura di Liana Bor­ghi per le edi­zioni ETS) e la raccolta Sorella Outsi­der. I saggi poli­tici di Audre Lorde, per le edi­zioni Il Dito e la Luna, di cui vi avevo già segnalato il fund-raising in corso. Grazie a tutte-tutte per questo così importante, necessario e splendido lavoro di diffusione, traduzione, scrittura e condivisione ...

giovedì 23 maggio 2013

Autoritratti / Iscrizioni del femminile nell'arte italiana contemporanea

Tra gli incontri paralleli alla mostra Autoritratti. Iscrizioni del femminile nell'arte italiana contemporanea, sabato 25 maggio al MAMbo incontro con Giovanna Zapperi curatrice, tra l'altro, della recente traduzione francese del celebre Autoritratto di Carla Lonzi. Colgo l'occasione per segnalare che la versione in italiano della relazione introduttiva di Giovanna Zapperi al convegno Carla Lonzi : critique d’art et féministe, organizzato da Travelling Féministe, è ora disponibile sul sito di UniNomade. Buona lettura! // La fotografia è un'opera di Francesca Woodman, Untitled, Providence/Rhode Island, 1975 - 1978.

lunedì 20 maggio 2013

La marcia per la vita e le madri snaturate

Anche se con un certo lag (l'articolo è stato pubblicato la scorsa settimana sul blog della 27esima ora), segnaliamo questo intervento di Lea Melandri che ci sembra offra spunti interessanti di riflessione sul legame tra la violenza subita quotidianamente dalle donne in Italia (nella stragrande maggioranza da parte - diversamente da come certa retorica razzista/sessista vorrebbe farci credere - di padri, mariti, compagni, amanti ...) e quella che l'autrice definisce " la grande ossessione della cultura maschile più conservatrice" che trova nelle "marce per la vita" uno dei suoi momenti più significativi

lunedì 29 aprile 2013

Carla Lonzi, critique d’art et féministe on line

Vi avevamo già segnalato la giornata di studi Carla Lonzi, critique d’art et féministe, che si è tenuta a Parigi a gennaio con, tra le/o altre/i, Giovanna Zapperi, Griselda Pollock e Elisabeth Lebovici. Ora tutti gli interventi sono online su Travelling Féministe, un sito che nel giro di pochi mesi è diventato uno dei miei preferiti ... (Non ingelositevi)

sabato 9 marzo 2013

Carla Lonzi al Centre Pompidou

Per tutte/i le appassionate/i di arte e femminismo attualmente a Parigi segnalo l'incontro che si terrà questo pomeriggio al Beaubourg, Carla Lonzi: réinventer la critique, défaire l'autorité (Petite Salle - Centre Pompidou, dalle ore 14.30) con Giovanna Zapperi e Fulvia Carnevale (Claire Fontaine). Dalla presentazione dell'incontro (organizzato da DDC / Parole, Jean-Pierre Criqui): "En 1969, la critique d’art Carla Lonzi publie Autoritratto (Autoportrait), un livre expérimental, entièrement composé d’entretiens qu’elle avait enregistrés avec des artistes. Lonzi leur donne la parole afin de réinventer la critique d'art à partir d'un récit non-linéaire et d’une subjectivité fragmentée. La publication du livre marque également une rupture: l’année suivante, Lonzi abandonne la critique d’art et co-fonde Rivolta Femminile, collectif parmi les plus actifs du féminisme italien, dont elle devient très vite une figure centrale". Io spero almeno in una registrazione ...

sabato 23 febbraio 2013

Carla Lonzi all'Hobo

Discussione intorno a Carla Lonzi con Giovanna Zapperi, curatrice della recente traduzione francese di Autoritratto: l'appuntamento è per domani, domenica, alle ore 17 all' Hobo, il nuovo Laboratorio del saperi comuninei Giardini di via Filippo Re a Bologna. A meno che febbre, neve e freddo non me lo impediscano dovrei esserci anch'io ... 

Elezioni, donne, bambole e sante

Una noiosa influenza mi costringe in casa, il mal di testa mi impedisce di dedicarmi a letture più impegnative, quindi mi ritrovo a fare zapping davanti alla tv e al pc, aggiornandomi - in extremis - sul tema per me poco entusiasmate delle elezioni "al femminile". Passo in un crescendo di sgomento dalla lettura del manifesto Sono una donna non sono una bambola pubblicato a pagamento sul Corriere della Sera da un lungo elenco di "donne comuni" (parrucchiere e avvocate, pensionate e casalinghe, giovani e meno giovani ) che annunciano la loro volontà di votare Berlusconi "per la loro libertà" perché "le donne sono uguali e ciascuna è diversa ... ci rispettiamo e vogliamo rispetto", alla campagna sociale - che ha ottenuto il patrocinio di Pubblicità Progresso - Se crescono le donne, cresce il Paese di Snoq, affiancata dalla campagna di mobilitazione video Un paese per donne: le parole per dirlo, "una rappresentazione corale delle condizioni, delle idee e dei desideri delle donne, dal Sud al Nord". Anche qui infine le donne sono tutte diverse e tutte uguali: come sottolinea Simona De Simoni "C’è la studentessa, la professionista rientrata dall’estero, la vittima di tratta, la casalinga, la manager, l’operaia, la madre, la single", ma "tutte chiedono più lavoro, più riconoscimento, più merito (manco a dirlo), più conciliabilità con gli impegni famigliari. Tutte sognano la stessa vita e lo stesso tipo di realizzazione personale: dividersi equamente e serenamente tra il lavoro e il privato (generalmente nella forma della famiglia)". Sullo sfondo in entrambe le prese di posizione emerge la richiesta del riconoscimento di una "specificità femminile", che per le une "è di genere (le donne partoriscono, gli uomini fecondano) non sociale o culturale o politica" per le altre si materializza nei "temi delle donne" da inserire nell'agenda politica: "a cominciare dalla conciliazione dei tempi casa-lavoro, ai servizi, a una riforma del welfare che non faccia pagare solo alle donne il peso della crisi". Una lettura annichilente (Giorgia Meloni che condanna l'ultima trovata omofoba dei sui "fratelli" di partito meriterebbe discorso a parte, ma rinviamo a un post di qualche anno fa, ancora attuale), che ci da la misura del baratro in cui è sprofondato questo paese, ma anche di quanto sia importante continuare a lavorare, a valorizzare e dare visibilità a punti di vista femministi critici, che fortunatamente non mancano // Il video è la registrazione dell'esibizione di Rosanna Fratello a Canzonissima nel 1971, lo stesso anno della pubblicazione di La donna clitoridea e la donna vaginale nei Libretti Verdi di Carla Lonzi / Rivolta Femminile

sabato 19 gennaio 2013

Femministe a parole / Una recensione di Cristina Morini

Sul sito di Uninomade è stata pubblicata ieri, con il titolo di Parola di donne, una recensione di Cristina Morini - che ringraziamo per i tanti spunti di riflessione - al nostro volume Femministe a parole. Grovigli da districare. La ripubblichiamo anche qui sperando possa contribuire al dibattito in corso. Buona lettura! //  Le parole per dirlo di Marie Cardinal, cioè il coraggio di ammettere finalmente la nevrosi femminile generata dalla solitudine e dall’ipocrisia di un interno borghese, sono diventate, nel 2002, Le parole per farlo in un libro curato da Adriana Nannicini, espressione del lavoro femminilizzato e relazionale che si dispiega all’esterno, sfruttando sopra ogni cosa proprio il linguaggio e dichiarando la generalizzazione della precarietà. Il rapporto delle donne con la “parola” e la “realtà”, entrambe plasmate dal potere maschile, è questione spinosa per non dire chiaramente di un’antinomia che il femminismo degli esordi denuncia ricorrendo alla pratica dell’autocoscienza come sblocco politico possibile: la parola scritta e il suo “valore mitico” oppure la scoperta di sé e il confronto con le altre, l’esperienza o la “cultura”? Il femminismo ha mantenuto sempre, anche in ambito teorico, una particolare attenzione al linguaggio – inteso come luogo che produce le cose che nomina – ma la domanda risulta particolarmente interessante in tempi di general intellect, nel meccanismo algoritmico della produzione e della diffusione della conoscenza attraverso i processi di cooperazione inseparabili dalla soggettività, nel disfarsi dei collegamenti immediati tra composizione tecnica e composizione politica connessi alla precarizzazione che fuorvia anche il concetto di classe, laddove entrano in crisi i dispositivi di divisione del lavoro e di divisione sessuale del lavoro. Un processo che potrebbe aprire prospettive inedite, ampiamente ricompositrici, pur all’interno della frammentazione non casualmente imposta dalla precarietà, riassumendo la potenza della soggettività in quell’“unica materia del mondo” evocata da Daniela Pellegrini (Una donna di troppo. Storia di una vita politica singolare, Franco Angeli, 2012). Infatti, nel saldarsi delle categorie di produzione e riproduzione, la soggettività attuale potenzialmente saprebbe, in modo inedito, autonomizzarsi dal potere, forse con ciò liberandosi, tra le altre cose, anche della storica dicotomia tra espressione di sé e “cultura” del cui amaro contrassegno patriarcale è stato consapevole il femminismo più stimolante e radicale. Così, la prima cosa che immediatamente attrae in un libro che s’intitola Femministe a parole. Grovigli da districare (Ediesse, 2012, pag. 363) è lo spingersi ad affermare adesso, rivendicando l’atto in modo il più possibile ampio e imponente, la forza della parola e del sapere delle donne nel mondo benché sempre al di fuori di ogni lusinga mainstream (tradotto: bianca, moderata, rigorosamente eterosessuale). Una parola che non sia ideologica, ovvero corrotta dalle tentazioni di un potere che finisce solo per rassicurare e confermare il potere stesso, ma che ricostruisca, voce dopo voce, la risonanza della produzione di pensiero delle donne, pensiero sovversivo rispetto ai dispositivi normanti e di comando sulla vita. Una parola che metta in crisi, definitivamente, ogni dominio annichilente perché è incompatibile con esso, e contemporaneamente non pretenda di dare risposte definitive. Una parola che non si dichiari salvifica, poiché non intende proteggere alcuno indicando la strada del futuro tra le macerie, ma che si proponga di disfare l’impianto esistente, tirando il colpo necessario con tutta la necessaria energia. Un lessico, dunque, un dizionario ragionato di parole femministe per tutte e per tutti, di cui tutte e tutti avevamo bisogno. Nell’introduzione, le curatrici, Sabrina Marchetti, Jamila M. H. Mascat e Vincenza Perilli, scrivono: “L’ironia sottesa al titolo del volume è un’ironia che rivendica e sottolinea la nostra esigenza, in quanto femministe, di fare i conti con le parole che usiamo e come le usiamo e con quelle che non usiamo e perché lo facciamo. La lezione che il femminismo insegna, infatti, è che il linguaggio non è affatto neutro ma riflette rapporti di dominazione che le parole, a loro volta, possono contribuire a riprodurre e a consolidare” (pag. 13). Il richiamo della prefazione a come i “soggetti assoggettati” abbiano costantemente sentito il bisogno di “condurre battaglie contro e dentro il linguaggio, rimuovendo alcune parole o inventandone di nuove” (pag.14), ha fatto scattare un’assonanza: “lo spazio della donna sarebbe tra questi due poli: tra il silenzio (la mancanza di simbolo) e la parola paterna, la Legge e il Valore” (Carla Lonzi, 1977). La contraddizione si risolse a quei tempi ponendosi al di fuori di ogni parlare che fosse interno a una formulazione maschile, rifiutando un riconoscimento pagato al prezzo di costruirsi sull’immagine voluta dall’uomo. Oggi, ricordando con bell hoock come la lingua sia anche “un luogo di lotta”, le 44 autrici che hanno affrontato i lemmi proposti nel testo hanno voluto mettere in risalto l’aggrovigliamento del tema trattato “con la consapevolezza che se la stanza tutta per se forse è diventata una certezza appena se ne esce fuori per le femministe cominciano i rompicapi” (pag. 12). Tuttavia gli oppressi lottano anche con la lingua per riprendere possesso di se stessi, per riconoscersi, per riunirsi, per ricominciare. E cioè, “le nostre parole significano, sono azione, resistenza”. Scrittura antagonistica, non asservita, una forma di esercizio del conflitto di cui, tra l’altro, non tutti comprendono e riconoscono la sofferenza e la fatica. Ma c’è di più. Osserviamo bene i dispositivi attuali di esclusione dalla polis: essi sono senz’altro spietati nei confronti delle/degli “stranieri”, migranti “illegali” che forzano i muri delle fortezze occidentali ma sono viceversa, sempre più spesso, diventati sistemi di inclusione forzata/cercata per le donne native. A quarant’anni dalla rivoluzione femminista, non possiamo più tratteggiare un conflitto lineare fra “le” donne e lo spazio pubblico: non abbiamo affatto di fronte solo un’uniforme voglia di estraneità, non oppressioni né tanto meno diseguaglianze omogenee ma ancora più ampie varietà e stratificazioni che in passato. Ci confrontiamo con un nuovo desiderio di assimilazione e con un sconosciuto bisogno delle donne di essere viste, proprio dentro i luoghi istituzionali. Non c’entra direttamente con il libro e non è scopo di queste note entrare nello specifico di una bagarre sulle delizie e le miserie della rappresentanza femminile sulla quale molte opinioni verranno spese da qui alla attesa elezione di un 40% di parlamentari donne: questa discussione è stata già fatta e non riesce ad appassionarmi veramente (si vedano su questo sito gli articoli “Femminismo prêt à porter” e “Se il femminismo è un brand”). Certo, essa fa parte di insolite complicanze e di sconosciute torsioni, di conformismi e “chiamate” ieri impensabili (l’immagine e la figura della velina, per esempio, trattate nel libro da Alessandra Gribaldo e Giovanna Zapperi). Mentre si scaricano vecchie zavorre (“Famiglie. Affettività non tradizionali”, lemma di Gaia Giuliani), si manifesta una neonata ma robusta tensione di una parte delle donne verso nuovi incarichi formalizzati e stabiliti dallo stato e dalle sue deformi strutture, nel bel mezzo della crisi più estrema della politica contemporanea tradizionale e proprio mentre parti dei movimenti europei si confrontano con la necessità di aprire processi costituenti. Un gesto, piaccia o meno, con il quale bisognerà fare i conti, qualcosa ci ha già detto, qualcosa ci dirà. Forse ennesimo accoglimento del ruolo tutelare del femminile, che tanta parte ha avuto nelle nostre culture: capaci, già nei miti antichi, di dissipare le tenebre e il male, riusciranno oggi le donne nel prodigio di vitalizzare la moribonda politica italiana? Forse, più prosaicamente, solo specchio inclemente delle nostre precarietà a cui non sappiamo trovare soluzioni: l’assenza di una radicale trasformazione sociale ci mette sempre più gravemente di fronte al problema del denaro e del tempo – e non è certo la prima volta che accade. La donna, “eterna ironia della comunità”: è stata, anche in questo caso, Carla Lonzi a rimarcare che già Hegel (sul quale consigliava di sputare) aveva capito come “l’arguzia della ragione” sarebbe stata in grado di rendere funzionale alla società patriarcale l’indistinto moto di dissidenza femminile (1970). Tuttavia, aggiungeremo noi, le donne non sono le sole custodi della cosiddetta “eccedenza”, consacrate, come le sante, a un voto di marginalità e povertà mentre tutti i “compagni” del mondo si possono misurare con le maschie contraddizioni della rappresentanza, comunque vada tra minori scandali, nausee e clamori. Questo per dire, tornando al tema, che le cose cambiano. Che cosa significano certi spostamenti? Come potremo interpretarli e con quali strumenti? Quali sono i femminismi oltre il nostro orizzonte provinciale, quante le posizioni sui vari temi? Soprattutto, quali le donne e quali le cose che vogliono? Quali i sessi, che cosa i generi? E infine, anche: chi è questo Lui, “significante assoluto del soggetto sociale pieno e libero rispetto al quale gli/le altri/i sono minoranze”, e cioè “l’Uomo” (“Uomo. Smascherare il maschile” del Laboratorio Smaschieramenti)? Per questi motivi e altri ancora sui quali non mi dilungo, la condivisione di un lessico, la proposta di un bagaglio di parole-frasi che fungano da strumentazione dei femminismi contemporanei è fondamentale. Essa può essere non solo utile ma propedeutica a un ripensamento critico, qui e ora, delle nuove contraddizioni e problematiche che incontra sulla sua strada il soggetto sessuato, incarnato, situato, ancorato all’oggi. Certamente contro la concezione dell’universalismo astratto incardinata sull’individuo neutro (maschio) ma senz’altro dentro la necessità di una nuova modulazione e di un aggiornamento delle nostre categorie interpretative per accompagnare nuove battaglie. Le donne, dunque, completamente interne a tutti i processi, con le parole e i rischi di nuove soggezioni, fuori da ogni logica identitaria, tenendo conto di diversi luoghi e diverse condizioni, intendendo la pratica del posizionamento come modo di “interrogare e decostruire il privilegio della bianche” della classe media e ponendo molta attenzione a sogni di alleanza globale tra donne basati “sulla convinzione essenzialista che tutte le donne del mondo condividano una comune esperienza ‘in quanto donne’” (“Femminismo transazionale” di Elisabetta Pesole). Figure di un’antropologia sessuata di una nuova politica forse non più fallogocentrica e non più imprigionata nelle sue tradizionali antinomie ma che debbono rendersi consapevoli di inedite opposizioni e complessità, di inconsueti sistemi di cattura. I temi affrontati nelle voci proposte da questo testo sono importanti e rendono conto della produzione teorica delle donne che insieme animano il dibattito politico sul vivere contemporaneo, sui suoi recessi e sulle sue increspature, dentro un caleidoscopio di posizioni diverse che fa plurali i femminismi. All’interno di queste prospettive, il punto di vista femminista può rappresentare una chiave di lettura fondamentale, da rivisitare o da scoprire, a seconda che la lettrice o il lettore siano più o meno vicini o lontani dalla materia. Quindi, il testo si pone anche semplicemente come una raccolta di voci per approfondire, per conoscere, per capire meglio e di più. Effettivamente, si tratta di districare i grovigli, come dicono le curatrici, “senza eliminare le tensioni e i conflitti che ne sono all’origine e che sono parte del dna del femminismo”. La lezione biopolitica del femminismo, che ha consentito di comprendere alcuni nodi cruciali con grande anticipo rispetto alle modificazioni bioeconomiche che ci pone chiaramente di fronte il presente, ci ricorda che gli strumenti di indagine “a partire da sé”, vanno intesi come un concreto procedimento politico, come “pratica sperimentale della politica” che punta alla rivoluzione del mondo che conosciamo attraverso instancabili tentativi che possono muovere solo da ciò che conosciamo. Voglio qui ricordare quanto scritto – ed è esattamente così che io credo si debba procedere tutti, da qui in poi – da Judith Revel alla voce “Sperimentazione” per il Dictionnaire politique à l’usage des gouvernés: “La sperimentazione è precisamente la questione del campo attuale dei possibili. Ben lontana dall’utopia – che non lavora all’interno del “già-dato” delle cose presenti – essa tenta la scommessa al contempo dell’analisi di ciò che è, e della sua trasformazione radicale. Non si tratta né di ridursi alla mera registrazione delle necessità di un mondo subìto né di sognare un altro mondo, bensì di cambiare questo mondo qui. (…) Un’attitudine nei confronti del mondo che fa di ciascuno di noi colui che allo stesso tempo diagnostica la propria situazione e cartografa le proprie determinazioni, e colui che inventa una differenza possibile (Dictionnaire politique à l’usage des gouvernés, a cura di F. Brugère a G. le Blanc, Bayard, Paris, 2012. Vedi http://www.uninomade.org/sperimentazione/). Saperi situati e voci per il nuovo mondo. I saperi a cui attingere per ri-trovare le parole per cambiare questo mondo, quelli a cui personalmente penso, in linea con il contesto del biocapitalismo cognitivo-relazionale che richiamavo frettolosamente in attacco, attengono dunque direttamente al soggetto, fattosi autonomo anche rispetto alle fabbriche del sapere, ai templi sfatti della conoscenza accademica, vuotamente arroccata su se stessa. A questi nuovi saperi non meramente libreschi e a un’autorevolezza che non ha più tutto questo bisogno – si è, appunto, almeno parzialmente, autonomizzata – dei filtri delle istituzioni storicamente deputate (università, giornali…) è necessario guardare per trovare il nuovo. La fase è faticosa, complessa, rischiosa e oggi, con la crisi economica e finanziaria, perfino disgraziata, ma il campo è anche più libero da certi fardelli: i partiti, i sindacati, i sessi, le separazioni tra il bene e il male o il privato e il pubblico sono in grande difficoltà. Addio a tutti voi, mai ci siamo amati. Dunque, evidentemente, questo contesto cambiato ci può consentire di imprimere un andamento diverso, giocando una funzione pienamente d’attacco ora che la materia stessa della produzione è la riproduzione sociale ed ora che anche la classe è più difficile da individuare. Un’occasione che, lungi dall’intendersi come una sciagura, può essere vista come una nuova possibilità di collegamento tra gruppi sociali, categorie, generi, nel fordismo comunque sclerotizzati improduttivamente da separazioni. Bisogna rompere con una soffocante identità ideologica tra donne che impedisce ogni emersione di coscienza critica distinta e che naturalizza le forme specifiche di “violenza razzista e di classe delle società europee” (si vedano le voci “Serva&Padrona” di Sabrina Marchetti e “Velate e svelate” di Chiara Bonfiglioli), ma nello stesso tempo evitare di ritenere che, per la prima volta nella storia, la precarietà ci abbia messe di fronte alla difficoltà delle frammentazioni. Perciò, interrogarsi insieme alle altre, scandagliando i labirinti di termini come colore, noir, bianchezza, razza, migranti, femminismo islamico, femminismo postcoloniale. Essi vengono assunti come parte integrante del bagaglio terminologico della cultura femminista contemporanea. “Subalterna” il lemma preso in carico da Angela D’Ottavio parte dal famoso saggio di Gayatri Chakravorty Spivak Can the subaltern speack? per inserire il tema della subalternità all’interno delle trasformazioni del capitalismo globale contemporaneo, sottolineando come sia necessario prestare attenzione a non abusare del termine per riferirsi a qualsiasi forma di subordinazione, quasi si andasse disperatamente alla ricerca del buon selvaggio a cui fare del bene. Istaurare invece una linea di comunicazione, una agency che può “far cominciare il lungo cammino verso l’egemonia”, spogliandosi da ogni eurocentrismo benevolente per creare le condizioni “perché la resistenza possa essere riconosciuta come tale”. Si tratta cioè di tenerci al riparo da ogni stucchevole relativismo, essendo tuttavia consapevoli delle possibili interrelazioni tra razza e genere, intese nei termini di una congiunta vigilanza critica sulle forme assunte dal capitalismo contemporaneo. Non a caso abbiamo ritenuto necessario mettere queste nozioni al centro del seminario di UniNomade del giugno scorso, a Napoli: “Oggi, il processo di razzializzazione deve essere considerato come parte costitutiva di un più largo esempio di governance locale postcoloniale orientata alla gestione delle principali trasformazioni politiche ed economiche degli ultimi vent’anni (la così detta transizione dal fordismo al postfordismo). Si tratta della riorganizzazione dell’intero tessuto sociale come esito dei processi di globalizzazione, delle ormai inarrestabili migrazioni e dell’irriducibile mobilità del lavoro. Ma anche come effetto delle lotte anticoloniali e delle enunciazioni del femminismo che hanno rimodellato il mercato del lavoro e le relazioni sociali dal 1970 in avanti” (Anna Curcio e Miguel Mellino, estratti da Race at Work. Rise and Challenge of Italian Racism, in Darkmatter Journal, 6, 2010, trad. it. http://www.uninomade.org/note-su-razzismo-e-antirazzismo/). Altri nodi, nel testo, si avviluppano intorno ai termini “Queer” (“Un soggetto senza identità?”, di Monica Pietrangeli) e “Postporno” (“Quel porno che non è un porno” di Rachele Borghi). Nel primo caso, ammettendo che ricostruire l’origine – da Teresa de Lauretis a Judith Butler a Preciado – di una parola pressoché intraducibile e che “trae un certo vantaggio dal mantenersi al di sotto della soglia dell’intellegibile”, è la perfetta figurazione lessicale della soggettività contemporanea, rizomatica, scomposta e composita, nell’esplosione della categoria di donna e nella proliferazione di varie categorie di genere. Nel secondo, descrivendo un fenomeno fluido, che rifiuta etichette e che rimette al centro il corpo e il suo desiderio e il suo piacere contro la (dis)erotizzazione mercificata imposta dal capitale, che mi pare l’aspetto più interessante da rimarcare. Performer di cultura postporno che fanno riferimento alla queer theory nel suo insieme che diventano veri e propri manifesti “di un femminismo dissidente tran-genere”. E così il lemma “Sesso e genere”, scritto da Liliana Ellena e Vincenza Perilli serve per dipanare i fili di una matassa particolarmente difficile da sbrogliare laddove, paradossalmente, la parola genere (da gender la cui traduzione nelle lingue romanze pone problemi e rischia slittamenti di significato), “nel linguaggio comune e nel dibattito culturale – inteso in maniera semplificatoria come ciò che attiene al sociale in contrapposizione alla sfera biologica rappresentata dal sesso – corre il rischio di reintrodurre quei presupposti naturalizzanti contro i quali aveva preso le mosse”. Beatrice Busi ci porta via con sé a visitare la “geografia degli organi senza corpo ritagliata dal dispositivo etero-normativo, il cui funzionamento richiede una rigida separazione tra maschile e femminile e i genitali rivestono il ruolo di significante socio-sessuale per eccellenza” e siamo alla voce “Modificazioni. MGF, trans e inter-sex”: “La sostituzione di un modello binario con un modello polimorfico del sesso e del genere non può di per sé assicurare la fine della violenza e delle discriminazioni” ma almeno assicurerebbe lo sforzo di una ginnastica mentale collettiva verso la legittimazione dell’“Altro”. Insomma, anche qui, un nucleo combinato di parole che ci inserisce nel solco tracciato dal “terzo femminismo” di Beatriz Preciado, “aprendo definitivamente la strada al transfemminismo, un femminismo trasversale al sesso e al genere che legittima l’esistenza di identità fluide caratteristiche delle società post identitarie in cui le nostre alleanze più prossime debbono essere transgeniche, transessuali, anticoloniali. Queste sono le nostre alleanze, questo è il luogo del femminismo oggi” (Rachele Borghi). Siamo arrivate alla fine. Dopo questa traversata sinceramente entusiasta tra le parole, non posso evitare dal fare un appunto al libro: mancano alcune voci, per esempio “precarietà”, nell’evoluzione/involuzione della figura della donna(uomo)-impresa-precaria e della precarietà di seconda o addirittura di terza generazione; avrei voluto leggere qualcosa su welfare del comune e reddito di base dal punto di vista delle donne, analisi che ha alle spalle una autorevole tradizione italiana, a partire da Lotta Femminista. Proprio per reagire alla normalizzazione complessiva del pensiero all’interno della quale anche il femminismo tende a diventare un’opzione puramente culturale, dentro un meccanismo di integrazione che ha oscurato, invisibilizzato e addomesticato l’elaborazione più radicale dei movimenti italiani delle donne, sarebbe stato soprattutto fruttuoso ricostruire-decostruire l’origine e gli effetti del termine “lavoro”, attualizzando – a partire da ciò che una parte del femminismo ha già detto – la sempre più assurda asimmetria concettuale “lavoro-non lavoro” che è forse quella che maggiormente avrebbe la necessità di essere rivisitata, setacciata e messa a critica. La scomposizione della soggettività è anche il frutto dell’inesorabile e problematica crisi dell’istituto sociale del lavoro, la retorica lavorista – che vogliamo respingere – ci ha agganciate solo di recente, guarda caso nel momento in cui il lavoro perde di significato da un punto di vista simbolico e del valore, e guarda caso mentre ne guadagna la riproduzione sociale contemporanea, ovvero un più ampio processo produttivo che ha a che vedere anche con la traduzione delle esistenze in forme di gestione e di controllo, ovvero con la produzione di ideologie e di consenso, di stili di vita, di riti, di norme comportamentali. Queste sono, a mio avviso, le parole che ci autorizzano di fare i ragionamenti con i quali ho aperto la mia lettura, ovvero quelle che consentono di sviscerare il cambio di paradigma e dunque di circoscrivere il quadro nel quale vanno inserite le lotte e i conflitti delle soggettività plurali al sistema del biocapitalismo totale, ciò che collega i grovigli e complica le complessità, rendendole possibili e visibili. Pur ammettendo che non esistono più gli scenari granitici e le spiegazioni univoche e definitive, ciò che stiamo evocando potrebbe anche essere definito biopolitica, con i suoi quadri di prescrittività sociale e di appropriazione del vivente: è la società vampirizzata e tradotta in mercato, dove si inducono le condizioni perché l’intreccio degli scambi non venga mai indirizzato a un bene collettivo. Dispositivo di biopolitica che coordina sottilmente la competizione tra interessi individuali, interiorizzati e diversi. Dispositivo di infelicità, presentismo che dà ansia. Che genera depressione perché avvilisce l’essenza della cooperazione (comunanza), esigendo di sussumerla e traducendola in valore di scambio. Ma che, d’altro lato, produce eccedenza, un meccanismo di enorme importanza per l’esistenza, rivincita della vita sulle forme di produzione finalizzate al profitto, trasformazione dei piani della produzione e della riproduzione sociale stessa. Eccedenza che intendiamo come capacità critica e di produzione di pensiero autonomo, di produzione di materiali improduttivi rispetto al criterio di “produttività” funzionale al profitto. Dunque proprio questa consapevolezza “materiale” dei processi in atto va posta al centro: oggi più che mai essa è il cuore di ogni capacità di presa di posizione responsabile e di sottrazione alle programmazioni sociali o ideologiche nelle quali siamo tutte e tutti inseriti. Un filo rosso che già emerge, a tratti, sia chiaro, dalle matasse proposte dal testo ma che, a mio parere, sarebbe stato particolarmente interessante indicare. Nominare apertamente, appunto //

giovedì 10 gennaio 2013

Carla Lonzi a Parigi

Per chi ha la fortuna di essere a Parigi domani - 11 gennaio 2013 -, segnalo la giornata di studio Carla Lonzi, critique d’art et féministe, che si terrà alla Maison Rouge in occasione della pubblicazione dell' edizione francese del celeberrimo Autoritratto lonziano. Per maggiori dettagli rinvio a Travelling feministe, il nuovo blog del laboratorio di ricerca e sperimentazione sugli usi femministi, queer e postcoloniali degli archivi audiovisuali che lavora intorno alle risorse del Centro audiovisual Simone de Beauvoir, fondato nel 1982 da Carole Roussopoulos, Delphine Seyrig et Ioana Wieder. Come sempre sarò eternamente grata - dalle nebbie bolognesi in cui sono mio malgrado costretta - a chi vorrà raccontarmi qualcosa della giornata // La foto di Carla Lonzi che apre il post e che avevamo già utilizzato in Carla Lonzi e i suoi miracoli  (sembra proprio una santa con l'aureola), è stata scattata nel 1968 in Texas.

giovedì 20 dicembre 2012

Zapruder / Una rivista sotto l'albero

Come già con Autoportrait di Carla Lonzi - ma potrei estendere a tante delle cose segnalate qui negli ultimi mesi, ad esempio 1, 2, 3 ... -, rilancio una sorta di rubrica dei buoni consigli per utili regali di Natale/fine anno (sempre che ovviamente siate di quelle/i che non riescono per un motivo o per l'altro a rinunciarci e che abbiate ancora qualche euro superstite per farlo ...). Un'idea carina, diversa dal solito ed anche economica potrebbe essere quella di regalare un abbonamento a Zapruder, la rivista di storia della conflittualità sociale edita dall'associazione Storie in movimento. Su richiesta è possibile anche allegare, alla prima copia spedita, un biglietto d'auguri fornito da chi regala. Oppure potete farvi un auto-regalo diventando socia/o di Sim, contribuendo in questo modo a sostenere  un progetto interamente autofinanziato dal quale  coloro che ci lavorano non traggono alcun profitto se non uno spazio di espressione autonoma. Per ulteriori info potete visitare il sito di Sim /Zapruder o scrivere a info at storieinmovimento.org (dove "at" sta ovviamente per "@", che dovete sostituire nell'indirizzo quando inviate. Usiamo la formula con "at" quando pubblichiamo un indirizzo mail qui nel blog, onde rendere la vita più difficile a chi invia spam in automatico. Ci scusiamo con chi ritiene questa spiegazione superflua ma ci è capitato spesso di ricevere mail da parte di "utenti" che lamentavano che indirizzi mail segnalati in Marginalia non funzionavano ... )

lunedì 17 dicembre 2012

Carla Lonzi / Autoportrait

Di imminente uscita per JRP / Ringier, la traduzione francese di Autoritratto di Carla Lonzi (1969), con un'introduzione di Giovanna Zapperi di cui potete leggere un estratto qui: Entre critique d'art et féminisme radical. Se siete di quelle/i che non riescono a rinunciare ai regali natalizi questa può essere un'idea ...

giovedì 20 settembre 2012

Alla prova di globalizzazione, guerre, razzismo dilagante

Dal sito dell'incontro nazionale femminista Primum vivere che, come vi avevamo anticipato, si terrà dal 5 al 7 ottobre a Paestum, ri-proponiamo alla discussione un articolo di Isabella Peretti, Alla prova di globalizzazione, guerre, razzismo dilagante. Buona lettura e riflessioni: "Perché una differenza – quella tra donne e uomini – è più differente delle altre differenze (di provenienza geografica e sociale, di religione, di colore della pelle, di scelta sessuale,ecc.)? Quante volte ci siamo sentite fare questa domanda, fin dagli anni 70! E si ripropone tanto più oggi, nel tempo della globalizzazione. E potrà riproporsi a Paestum. Quindi credo sia giusto e fruttuoso affrontarla. Eccovi il mio contributo. Il femminismo della differenza, che va sempre ridefinito, si mette oggi alla prova di fronte alle questioni poste dalla cosiddetta intersezionalità (cfr. voce “Intersezionalità” di Vincenza Perilli e Liliana Ellena, in Femministe a parole. Grovigli da districare a cura di Sabrina Marchetti, Jamila Mascat,Vincenza Perilli), che a mio avviso, non andrebbe intesa come intersezione di oppressioni multiple o simultaneità dei sistemi di dominio, ma come tipica e costitutiva “dei processi di soggettivazione nelle società contemporanee” . Si tratta di analisi, teorizzazioni e posizioni politiche, ma anche di vissuti personali – pensiamo alle nuove generazioni di migranti, a come riflettono sulle proprie soggettività meticce – , di esperienze di movimenti ( dai primi movimenti del cd. Black Feminism alla partecipazione attuale delle donne alle lotte postcoloniali del Nord Africa) che colgono e manifestano tutta la pregnanza degli intrecci delle differenze, che nella globalizzazione si moltiplicano e si complicano. Intrecci che noi stesse, come curatrici della collana sessismoerazzismo (Ediesse) – Lea Melandri, Ambra Pirri, Stefania Vulterini ed io – abbiamo condiviso con le autrici, sia dei libri di racconti (“Voci di donne migranti” e “Incontrarsi”) sia della saggistica (da “Schengenland” alle “Cinque giornate lesbiche”, a “Libeccio d’Oltremare”, alle “Ragazze di Asmara” a Femministe a parole). Per quanto mi riguarda la condivisione delle esperienze delle donne migranti, le loro vite e la loro transnazionalità, l’incontro e il confronto con loro – che si sono tradotte nella pubblicazione di libri e nella partecipazione a varie iniziative politiche e culturali – mi appassionano umanamente e politicamente molto più di altre. Riprendendo il ragionamento, secondo uno dei testi fondamentali del femminismo della differenza – “La differenza politica”, di Maria Luisa Boccia (2002) – la pratica dell’autocoscienza e del partire da sé inducono la crisi del Soggetto unitario, di una storia unitaria della coscienza (p.76), alla quale le donne non sono state estranee, ma che hanno subito come colonizzazione. Molte donne hanno sentito il bisogno di tornare al proprio essere (sessuato), dal momento che la rappresentazione fornitane dalla cultura occidentale risultava non corrispondente (p.80); ma questi percorsi non approdano a una valorizzazione dell’identità femminile, dei caratteri specifici essenzialistici del sesso, bensì a quell’ “autenticità che altro non è che il vuoto scaturito dalla rinuncia attiva all’identità suggellata e modellata della Femminilità”. Questo vuoto “ è appena sopportabile, è il rischio di perdere la ragione”; “tale rischio” afferma Carla Lonzi, ampiamente citata da Maria Luisa,“ è il mio senso della femminilità” ed è questa l’unica autenticità, la sola libertà da ricercare (p.66). E’ questo un percorso fondamentale, che compiono anche quelle singolarità e quelle soggettività che riflettono non solo sul proprio essere sessuato, ma anche sulla propria storia e provenienza, senza identificarsi (Amartya Sen, “Identità e violenza”, 2006) ma senza prescinderne, traendone spunti e motivazioni per pratiche di vita, di pensiero e di impegno politico differenti (cfr. tra i tanti esempi possibili, le Nere e i Neri di Francia,voce “Noir. La pelle che conta”, di Stefania Vulterini in “Femministe a parole”). Ma il rivolgersi al proprio essere sessuato oltre ad essere una condizione di libertà – l’appartenenza di sesso non più come un destino o una naturalità ma come condizione di possibilità (Boccia, p.102) – è anche una possibilità di produrre trascendenza, “ ponendo la differenza tra i sessi come costitutiva del rapporto tra l’io e il mondo, tra singolarità e pluralità, sia per le donne che per gli uomini”. E’ questa possibilità di trascendenza che rende la differenza tra donne e uomini prioritaria rispetto a quei percorsi che riflettono sull’intersezionalità e che si pongono su altri piani – storici, antropologici, politici? Sta qui la risposta alla domanda iniziale? Si aprono in tal modo contrapposizioni, o non piuttosto nuovi interrogativi, confronti e contaminazioni proficue? Secondo me, si possono individuare molti motivi di condivisione tra elaborazioni diverse – quelle per esempio di Maria Luisa Boccia e Manuela Fraire, o il “chi” di Adriana Cavarero (“Tu che mi guardi, tu che mi racconti”, 1997) o ancora il soggetto nomade di Rosi Braidotti – , ma convergenti rispetto all’unicità incarnata, alla singolarità, che rappresenta un punto di partenza e un punto di arrivo, da cui ne deriva necessariamente il rifiuto di quell’universalismo al femminile, che in realtà è stato quello delle donne bianche, eterosessuali e della classe media; comune è la centralità del corpo ; comune la dialettica tra autenticità, libertà e determinazioni esterne – quelle norme linguistiche e sociali del potere che Butler riprende da Foucault (cfr. Olivia Guaraldo, “Figure in relazione”, in “Differenza e relazione. L’ontologia dell’umano nel pensiero di Judith Butler e di Adriana Cavarero”, 2009). Sostiene la lettera di convocazione dell’incontro di Paestum: “Il femminismo che conosciamo ha sempre lavorato perché ciascuna, nello scambio con le altre, si potesse fare un’idea di sé: una autorappresentazione che è la condizione minima per la libertà. Invece la democrazia corrente ha finora sovrapposto la rappresentanza a gruppi sociali visti come un tutto omogeneo. La strada che abbiamo aperta nella ricerca di libertà femminile, con le sue pratiche, può diventare generale: nelle scuole, nelle periferie, nel lavoro, nei luoghi dove si decide, ecc. Che la gente si ritrovi e parli di sé nello scambio con altre/i fino a trovare la propria singolarità, è la condizione necessaria per ripensare oggi la democrazia”. Sono affermazioni condivisibili, anche se i percorsi teorici e politici possono essere diversi; come ha evidenziato Olivia Guaraldo (cit.) diversi sono gli approcci rispetto alla dimensione collettiva di Butler (il noi dell’azione politica)e di Cavarero (la relazione duale io/tu), anche se convergono sull’esposizione alla vulnerabilità propria e dell’altra/o.La lettera per Paestum richiama quelle dimensioni del mondo comune e della pluralità, create dalle relazioni tra donne, che, come sostiene Maria Luisa Boccia (cit., p.103) sono coordinate imprescindibili per l’agire libero della singola. Converge su questa problematica anche chi si interroga sul nesso sessismo-razzismo, come cerchiamo di fare nella nostra collana: “L’attribuzione di identità stereotipate ha imprigionato donne e “culture altre” nel ruolo loro assegnato, a baluardo delle identità nazionali e al centro dello scontro tra Occidente e Oriente, escludendo soggettività individuali, relazioni, conflitti, mutamenti. Ma queste soggettività sono vive, si esprimono intorno a noi e lontano da noi; con loro faremo questa collana” (Dalla presentazione della collana). Il documento di Paestum così conclude: “Soprattutto le relazioni tra donne e uomini sono cambiate. Ma non abbastanza. Sulla scena pubblica questo cambiamento non appare perché il rapporto uomo-donna non viene assunto come questione politica di primo piano. Eppure, solo in questo modo, possono sorgere pratiche politiche radicalmente diverse, produzioni simboliche e proposte per una nuova organizzazione del vivere”. Su quest’ultimo punto ci sarà molto da discutere: che possa essere la chiave del cambiamento per individuare insieme tutte le azioni necessarie di fronte alla globalizzazione, alle guerre e al razzismo dilagante, alle contraddizioni postcoloniali, ecc .è un passaggio della lettera che a Paestum sarà, secondo me, tutto da verificare".

domenica 11 marzo 2012

Asincronie del femminismo

Asincronie del femminismo è l'ultimo libro di Paola Di Cori, appena pubblicato dalle Edizioni ETS nella collana di intercultura di genere àltera, diretta da Liana Borghi e Marco Pustianaz.


Mentre, dopo la voracità della prima lettura, ci accingiamo a rituffarci con più lentezza nelle dense pagine di questo volume, vi proponiamo la scheda di presentazione di Asincronie del femmminismo pubblicata dall'editore: "La discontinuità, la sospensione, l’intermittenza, sono requisiti caratteristici delle pratiche femministe degli anni ’70. Tentare di ricostruire alcuni episodi di quelle esperienze assai speciali, significa declinare la storia nel tempo del futuro anteriore e nelle sue asincronie, considerare gli eventi in perenne tensione rispetto a un momento ancora da venire. Attraverso le pagine degli scritti qui raccolti emerge la necessità di effettuare un radicale spostamento di prospettiva: rivolgere la direzione dello sguardo in avanti anziché orientarlo all’indietro; analizzare i materiali del passato per ciò che in essi compare solo in forma appena abbozzata e può essere ripreso, ulteriormente spostato e rianimato; da ciò dipende la capacità di agire e di immaginare il tempo davanti a noi. Nella rappresentazione storica di altre epoche torna così in posizione centrale l’elemento desiderante, il ruolo fondamentale svolto dalle passioni nel guidare i comportamenti umani.Nel volume si affrontano la temporalità nell’autocoscienza, la ricomparsa delle donne di destra nella politica degli anni ’90; e poi: l’ascolto e il silenzio nei collettivi, il rapporto tra storia e autobiografia, la categoria di genere, le difficili relazioni tra femminismo e università, il recente biennio pornocratico".

domenica 11 dicembre 2011

Carla Lonzi e i suoi miracoli / Taci. Anzi parla

Ci voleva (santa) Carla Lonzi (sopra) e il Secondo manifesto di Rivolta Femminile (sotto), via Sud-Degenere, per far uscire momentaneamente Marginalia dal suo mutismo. Il titolo del post riprende il titolo di un'altra opera lonziana, quel Taci. Anzi parla. Diario di una femminista che già si era riaffacciato qui in altri momenti di "crisi".

"Chi ha detto che l’ideologia è anche la mia avventura?
Avventura e ideologia sono incompatibili
La mia avventura sono io
Un giorno di depressione un anno di depressione cento anni di depressione
Lascio l’ideologia e non so più niente
Lo smarrimento è la mia prova
Non avrò più un momento prestigioso a disposizione
Perdo attrattiva
Non avrai in me un punto fermo
Chi ha detto che l’emancipazione è stata smascherata?
Adesso mi corteggi perché temi che quell’interlocutrice con il mondo che non hai saputo essere lo sarò io
Aspetti da me l’identità e non ti decidi
Hai avuto dall’uomo l’identità e non la lasci
Riversi su di me il tuo conflitto e mi sei ostile
Attenti alla mia integrità
Vorresti mettermi sul piedistallo
Vorresti tenermi sotto tutela
Mi allontano e non me lo perdoni
Non sai chi sono e ti fai mia mediatrice
Quello che ho da dire lo dico da sola
Chi ha detto che hai giovato alla mia causa?
Io ho giovato alla tua carriera
Ma il mio apparire ti ha guastato la festa
La provocazione è un gesto di attaccamento
Mi fai assistere a penose rivalse in chiave di sfida
Celebri un mito che con me è caduto
Chi ha detto che la cultura è una meta sublime?
E’ la meta sublime dell’autodistruzione
Acculturandoti hai aderito senza riserve a una richiesta che ti esclude
Hai voluto partecipare senza esistere in proprio
Alla fine sei irriconoscibile
Durante soffri di inadeguatezza
Pretendi solidarietà per essere andata allo sbaraglio
Secondo me ti sei cacciata nei pasticci
Hai dato la vita per dimostrare che siamo mediocri
Sei rimasta in panne nella scalata al fallo
Sembrava questione di tempo e ce l’avresti fatta
Ti continuano a dire che la mediocrità è temporanea
Con te la vedo perenne
Arriverai a invidiare il mio niente
Chi ha detto che il potere non lo conosci?
"Occuparsi di" è arroganza intellettuale
Più ti occupi della donna e più mi sei estranea
Sai cos’è esporsi in prima persona?
Tu cerchi l’errore senza essere pronta a rischiare
Chi ha detto che l’autocoscienza è quella?
Quella è una pantomima per i fessi
Sarebbe finita prima di cominciare
E’ dilagata nei fraintendimenti
E’ diventata aria fritta
Non parlare con me se hai fatto "autocoscienza"
L’autocoscienza è altra
L’hai sentita quella della "doppia militanza"?
E quella del "privato è politico"?
E quella del "non state facendo abbastanza"?
Ho trovato la mia fonte di umorismo".

mercoledì 23 novembre 2011

Le italiane dall'Unità ad oggi : un convegno della SIS

Di generazione in generazione. Le italiane dall'Unità ad oggi, è il titolo del convegno organizzato dalla Società Italiana delle Storiche che si terrà da domani fino a venerdì 25 novembre a Firenze. Per il programma dettagliato rinviamo al sito della SIS.

mercoledì 31 agosto 2011

La "differenza sessuale" e le altre / La "différence sexuelle" et les autres

A grande richiesta voilà il link dove è possibile leggere / scaricare il nostro articolo La "différence sexuelle" et les autre, a quanto sembra non facilmente reperibile nelle biblioteche nostrane. E di seguito anche i riferimenti bibliografici completi: Vincenza Perilli, La "différence sexuelle" et les autres, in Marc Bessin e Elsa Dorlin (a cura di), Féminismes. Théories, mouvements, conflits, in L'Homme et la Société, n. 158, 2005, pp. 145-168. Invece se vi interessa leggere tutto il numero, potete scaricarlo (ma purtroppo non gratis) dal sito de L'Harmattan. Buona lettura.

giovedì 25 agosto 2011

Libertà / Liberazione : la scuola estiva della Società italiana delle storiche

In extremis segnaliamo l'edizione 2011 della scuola estiva della Società italiana delle storiche, Libertà / Liberazione, che si terrà dal 28 agosto al primo settembre a Firenze. Con (tra le altre) lezioni di Raffaella Baritono (Cartografie della libertà), Sara Garbagnoli (Il dibattito sul matrimonio omosessuale in Italia), Renata Pepicelli (Altre storie di libertà e liberazione: il femminismo islamico) e riletture di bell hooks (Enrica Capusotti) e Carla Lonzi (Federica Giardini). Per maggiori informazioni, programma dettagliato e materiali rinvio al sito della Sis.

mercoledì 3 marzo 2010

L'arte del femminismo


L'immagine è un'opera di Helena Almeida (Listen to me, 1979), una delle 17 artiste (le altre sono Eleanor Antin, Renate Bertlmann, Valie Export, Birgit Jürgenssen, Ketty La Rocca, Suzanne Lacy, Leslie Labowitz, Suzy Lake, Ana Mendieta, Martha Rosler, Cindy Sherman, Annegret Soltau, Hannah Wilke, Martha Wilson, Francesca Woodman e Nil Yalter) esposte nella mostra Donna. Avanguardia femminista negli anni '70 dalla Sammlung Verbund di Vienna. In realtà non so se Listen to me sia una delle opere esposte (ma spero di scoprirlo personalmente a breve), ma ho scelto questa immagine perché mi sembrava adatta per rinviare a un interessante convegno su Carla Lonzi (femminista, critica d'arte ...), dal titolo Taci anzi parla. Carla Lonzi e l'arte del femminismo, che si terrà sempre a Roma a partire da dopodomani fino a domenica 7 marzo. L'arte (e il femminismo) come percorso di rottura ...

mercoledì 9 dicembre 2009

Taci, anzi parla

Post forzatamente criptico. Ma dopo si sta decisamente meglio. L'unico elemento lampante è che il titolo l'ho rubato a un libro di Carla Lonzi Taci, anzi parla. Diario di una femminista pubblicato da Rivolta Femminile nel 1978, lettura per certi aspetti un po' noiosa ma oltremodo illuminante su taluni meccanismi. E adesso scervellatevi, congetturate, ipotizzate. Io vado a dormire
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mercoledì 7 ottobre 2009

Emergenza sdoganamenti

Il Coordinamento Facciamo Breccia, riunito in assemblea nazionale a Firenze il 4 ottobre 2009, in merito alla campagna stampa intorno all'"omofobia" e alle alleanze trasversali che nel nome di questa ennesima "emergenza sicurezza" vengono attuate, denuncia che in Italia non esiste nessuna emergenza omofobia. L'emergenza omofobia è solo un pretesto.
I media hanno costruito ancora una volta sui nostri corpi un'emergenza, come nell'autunno 2007, in seguito all'omicidio di Giovanna Reggiani, costruirono l'emergenza stupri. Non c'è una "fobia", una paura irrazionale che si avventa contro i nostri corpi: nel nostro paese e nel mondo impera un sistema eterosessista violento ed escludente che produce un clima terribilmente favorevole alla violenza contro lesbiche, gay e trans così come contro le donne. Questa violenza non è certo iniziata quest'estate, anzi essa è strutturale, tanto che ancora oggi anzitutto è dentro la famiglia, che, a sua volta, è il secondo pilastro - insieme alla sicurezza - della propaganda. Negli ultimi anni lo scivolamento verso un regime autoritario, oggi stabilizzato, ha legittimato forme di violenza di strada che spesso hanno una matrice politica fascista ed integralista, matrice politica che mai da istituzioni e media viene sottolineata e denunciata.
Sono state costruite campagne d'odio e di istigazione alla violenza da parte delle gerarchie ecclesiastiche e delle destre istituzionali nei confronti di tutte le soggettività eccentriche, di tutte quelle persone che non rientrano nel paradigma di "decorosa normalità" che si è voluto imporre come modello unico. Ora è operante un meccanismo che istituisce capri espiatori a rotazione - oggi sono lesbiche gay e trans, domani i/le rom, poi rumeni/e, in seguito le prostitute... -, nuovi oggetti su cui viene indirizzata la violenza, a fasi, sempre sottolineate da campagne di stampa. Su ognuna di queste soggettività si applicano dispositivi repressivi diversi, specifici, ma il paradigma sotteso è lo stesso e deve essere smascherato. I mandanti di questo odio prima agiscono per costruirlo poi stigmatizzano gli esecutori e si pongono a tutela delle soggettività che vogliono ridurre a vittime: i carnefici in fiaccolata al fianco di chi vogliono ridurre a vittima. La norma stabilita dall'alto si attua in una forma poliziesca, in una forma di controllo del territorio agita direttamente da gruppetti e singolarità di fascisti o comunque di individui che hanno assunto un modello violentemente autoritario. Smascheriamo i mandanti, togliamo il velo calato sull'istigazione. Il regime autoritario in cui oggi viviamo si fonda sulla definizione di un ordine razzista ed eterosessista che espelle tutte le soggettività eccentriche e criminalizza l'immigrazione. Le leggi razziali imposte con il pacchetto sicurezza, l'introduzione del reato di clandestinità, il potenziamento di lager urbani detti C.I.E., con il pretesto della nostra sicurezza, legittimano la persecuzione di donne e uomini che arrivano nel nostro paese per migliorare le proprie vite dopo aver subito la colonizzazione e la depredazione da parte del ricco nord del pianeta. Oggi è necessario attuare nuovi percorsi di liberazione che mettano al centro l'autodeterminazione e l'autorganizzazione delle soggettività, percorsi di liberazione che reclamino cittadinanza per tutte e tutti e che non permettano la vittimizzazione di soggetti per di più usata per reprimerne altri. Da queste nostre riflessioni riteniamo si possa evincere chiaramente perché rifiutiamo un dispositivo legislativo antiomofobia (quello che andrà in discussione alla Camera il 12 ottobre) che ribadisce il paradigma securitario limitandosi a inasprire le pene ed a legittimare il Pacchetto sicurezza.
Inoltre non ci stupisce che proprio i/le trans non siano fra la categorie ritenute da tutelare nella proposta legislativa: nel nostro paese molte trans sono straniere, vengono criminalizzate sulle strade ed incarcerate nei C.I.E., quindi sembra che la logica sia "meglio lasciarle dall'altra parte, tra i babau da indicare all'opinione pubblica come coloro da cui "essere difesi/e.". Lo ha detto anche Ratzinger, d'altra parte, proprio lo scorso gennaio, che il maggior pericolo per l'"ordine naturale" viene dal transgender.
Oggi è necessario rimettere al centro un posizionamento antifascista che rifiuti ogni tentativo di instaurazione di un pensiero unico. Non possiamo quindi non denunciare l'azione di sdoganamento operata da parte dell'unica parlamentare dichiaratamente lesbica di quel "pensiero unico" che ben conosciamo e contro cui abbiamo sempre lottato. Con i fascisti non vogliamo rapporti né oggi né mai: non è svendendo i nostri valori che supereremo veri o supposti isolamenti bensì contribuendo a costruire percorsi di liberazione e di lotta antirazzisti ed antisessisti, insieme alle femministe, alle prostitute, a immigrate ed immigrati, a chi lotta per il lavoro e per il diritto all'abitare, strappando il filo rosso che lega le varie "emergenziali" campagne stampa. Alla stessa stregua non possiamo aderire ad iniziative "apolitiche" che seguono l'onda dell'"emergenza omofobia" senza denunciare i mandanti della violenza che non riguarda soltanto trans, lesbiche e gay, ma sempre più tutte le soggettività che si discostano dal pensiero unico. L'ultimo pride di Roma aveva come slogan "Liberi tutti / libere tutte". Non solo gli/le "uguali".

"Non dimentichiamo che è del fascismo questo slogan: famiglia e sicurezza" (Carla Lonzi -1970)

Il Coordinamento Facciamo Breccia
www.facciamobreccia.org
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