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domenica 21 aprile 2013

Cirenaica : le vie dell'oblio?

Martedì 23 aprile 2013, con il titolo de Le vie della Resistenza, si terrà a Bologna un incontro organizzato dall'Anpi San Vitale in collaborazione con l' associazione Cirenaica e al quale parteciperanno, tra gli/le altri/e, il presidente della sezione San Vitale dell'Anpi e il figlio e la figlia dell'antifascista Rino Pancaldi. L'iniziativa si colloca all'interno delle celebrazioni per "Cirenaica centenaria", ovvero il centenario della scoperta - avvenuta nel 1913 durante la costruzione di nuovi caseggiati da parte dell'Ente Autonomo Case Popolari nell'area di quella che oggi è detta "Cirenaica", rione del Quartiere San Vitale di Bologna - di alcune tombe appartenenti alla civiltà villanoviana. Ma il 1913 è anche il centenario di ben altro avvenimento: è infatti nell'aprile del 1913 che il consiglio comunale bolognese si riunisce su richiesta dello Iacp affinché siano dati dei nomi alle nuove vie del rione e decide infine di attribuire a queste "nomi ricordanti i luoghi illustrati dal nostro esercito e dalla nostra flotta nella recente guerra" (Ascbo, delib. cons. del 9 aprile 1913). La guerra alla quale si fa riferimento è l'invasione coloniale della Libia che, cominciata dal governo Giolitti nel 1911, non si distingue in quanto a ferocia dalla successiva invasione coloniale fascista voluta da Mussolini negli anni 30. Basti pensare solo all'eccidio di Sciara Sciat dove, secondo Angelo Del Boca - uno dei maggiori storici del colonialismo italiano in Libia - furono uccise almeno 4000 persone (uomini, donne, bambini/e) e quasi altrettante deportate verso le carceri italiane (cfr. A. Del Boca, A un passo dalla forca, Baldini&Castoldi Dalai, 2007). E sono luoghi e avvenimenti di questa guerra ad essere scelti come nomi per le vie del nuovo rione: via Tripoli, via Bengasi, via Libia, via Derna, via Due Palme, via Homs ... (cfr. G. Gabrielli, Bologna e le sue colonie, in L'Africa in giardino, Grafiche Zanini, 1998). Solo nel 1949 le vie di quella che è oramai chiamata "Cirenaica" vengono rinominate con nomi di partigiani, anche e soprattutto  per la forte volontà dell'Anpi che già l'anno prima - con un atto di grande valore simbolico - aveva apposto nell'allora via Bengasi (poi Bentivogli) una targa per ricordare i nomi di trentatré "caduti per la nostra libertà". Per il resto la decisione di rinominare le vie incontrò forti resistenze e non fu unanime, come mostra la decisione di mantenere il nome della via Libia "a rappresentare-preservare quello che i toponimi soppressi, nell'insieme, rappresentavano" (V. Perilli, Da Dogali a Gramsci. Toponomastica e memoria coloniale a Bologna, in E. Petricola e A. Tappi, Brava Gente, Zapruder, 2010). In questo senso e ritenendo che la toponomastica come altri lieux de mémoire coloniali serva a “popolarizzare la prospettiva coloniale per mantenerne vivo il ricordo e aperta la strada” (N. Labanca 1996, L'Africa italiana, in I luoghi della memoria, 1996), evidenziamo il rischio che un'iniziativa di questo tipo, a prescindere dalle intenzioni, finisca di fatto per configurare una situazione ibrida dove le vie della Resistenza sono ridotte a fare da schermo a un passato coloniale italiano non esplicitato e quindi fungano, loro malgrado, da vie dell'oblio // Vincenza Perilli, Andrea Tappi, Elena Petricola, Rudy M. Leonelli, Gianluca Gabrielli, Barbara Spadaro, Mauro Raspanti  // Materiali: il volantino dell' iniziativa Le vie della Resistenza e il saggio Da Dogali a Gramsci. Toponomastica e memoria coloniale a Bologna (Zapruder, n. 23, 2010)

martedì 3 maggio 2011

Muammar Gheddafi e Il leone del deserto

 

Nell'ultimo periodo abbiamo avuto ancor meno tempo da dedicare a questo blog, "saltando" (beninteso solo "virtualmente") anche date e avvenimenti (come il 25 aprile e la Resistenza di ieri e di oggi, gli sviluppi della sporca guerra in Libia, il 1 maggio e le lotte contro la precarietà, le rivolte qui e altrove), che riteniamo cruciali. Per non parlare poi delle tante cose che ci vengono segnalate e che riusciamo a stento a leggere (e non a pubblicare). E così oggi, per tutte/i coloro che nonostante l'andamento discontinuo di Marginalia si ostinano comunque a seguirci, proponiamo la visione di Lion of the Desert, il film del 1981 di Moustapha Akkad sull'invasione coloniale italiana in Libia, voluto fortemente (e finanziato) da Muammar Gheddafi. Un film - incentrato sulla figura di Omar al-Mukhtar - di cui per quasi trent'anni è stata vietata la proiezione nei normali circuiti in Italia. Mi sembra il momento giusto per proporne la visione.

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Eritrea: Voices of Torture
Colonialismo italiano in Libia: dal "leone del deserto" al "colonnello"
L'Italia finanzia la violenza contro le donne migranti
Il ramadan di Berlusconi
Noi non saremo tra le 700 donne ...

sabato 19 marzo 2011

Annassîm nel paese delle donne

Con un po' di ritardo (ma non potete immaginare quante cose da pubblicare abbiamo ancora nella nostra "lista d'attesa" ...) vi segnaliamo, sul sito de Il Paese delle donne, il report della giornata No hagra! No tirannia! organizzata da Annassîm. Donne native e migranti delle due sponde del mediterraneo, lo scorso otto marzo. L'urgenza di continuare a riflettere su quanto sta succedendo nei paesi a sud del mediterraneo, sul ruolo delle donne nelle rivolte in corso, così come sugli interessi e responsabilità che ha anche il nostro paese sulla situazione in Medio Oriente e Nord Africa, si fa sempre più urgente. Soprattutto allarmante è il quadro che si sta delineando in Libia, con un intervento militare che sembra imminente (rinviamo ad alcuni dei materiali/iniziative che ci sono state segnalate nelle ultime ore, dall'appello di Angelo del Boca e altri, al comunicato Nessuna complicità con l'intervento militare, alle cronache dalla Libia di Fortress Europe).

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Dal Medio Oriente al Nord Africa fino all'Italia
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martedì 19 ottobre 2010

Zapruder: Brava gente. Memoria e rappresentazioni del colonialismo italiano

E' finalmente uscito il numero di Zapruder n. 23, curato da Elena Petricola e Andrea Tappi. Si intitola Brava gente. Memoria e rappresentazioni del colonialismo italiano e porta a conclusione il progetto di studio e ricerca comune iniziato nel gennaio del 2009 su Memoria, rappresentazioni e uso pubblico della storia del colonialismo. Contesto italiano e aspetti comparativi. La rivista come sapete è disponibile tramite abbonamento e nelle librerie (per intanto trovate l'indice completo nel sito di Zapruder). Vi invitiamo a promuoverne la diffusione sapendo che si tratta di un lavoro interamente autofinanziato dal quale non traiamo alcun profitto se non uno spazio di espressione autonoma. In occasione dell’uscita del numero ci stiamo organizzando per fare delle presentazioni in diverse città (italiane al momento …). La prima sarà a Palermo questo venerdì (22 ottobre) alle 18.30 al Laboratorio Zeta. Per qualsiasi informazione riguardo al numero, per sapere le date delle prossime presentazioni, per abbonarvi o farci sapere che desiderate organizzare una presentazione nella vostra città, paesello o reame (non poniamo limiti alle mete) potete contattare direttamente i curatori, visitare il sito di Storie in Movimento/Zapruder o lasciare un commento qui. Non ci resta che augurarvi buona lettura.

venerdì 17 ottobre 2008

Miti e smemoratezze del passato coloniale italiano


Di seguito trovate il mio articolo Miti e smemoratezze del passato coloniale italiano, da poco pubblicato nel primo numero della rivista ControStorie, Razzismo_Genere_Classe. Nei prossimi giorni comincerò a postare man mano qui in Marginalia gli altri articoli del n°1 di questa nuova rivista: un grazie alla redazione che offre a me l'opportunità di metterli on line e a voi di leggerli. Dovrebbe essere superfluo ricordarlo, ma il continuo saccheggio di quanto scrivo e pubblico mi obbliga a farlo: credere nella condivisone di pratiche e saperi ed essere sostenitori del free-copy (come Marginalia) non significa che tutti e tutte sono autorizzat* a scopiazzare senza indicazione di nomi e fonte ... Comme ça c'est clair?


Miti e smemoratezze del passato coloniale italiano


Come sottolinea Nicola Labanca1, è negli elenchi stradali italiani che permane il ricordo – altrove rimosso – delle imprese coloniali dell'Italia unita: una piazza Adua, un corso Tripoli o una via Mogadiscio, sono frequenti nella toponomastica non immemore delle nostre città. Più difficile sembra, invece, trovare qualcuno/a capace di spiegarcene il senso. Ai più sfugge, ad esempio, il legame tra una “via Libia” - che a Bologna costeggia un quartiere familiarmente detto “della Cirenaica”2 – e i ripetuti tentativi di “conquista” di queste terre da parte dell'Italia liberale prima e di quella fascista poi.

Chi ricorda la spietata rappresaglia italiana all'indomani della sconfitta subita a Sciara Sciat (villaggio alle porte di Tripoli) ad opera dei ribelli libici nel 1911, la “caccia all'arabo” che si scatenò tra le vie della capitale con impiccagioni collettive nella centrale Piazza del Pane e deportazioni di massa verso l'Italia che durarono almeno fino al 1916? Qui (nelle prigioni delle Isole Tremiti, di Favignana, di Gaeta, di Ponza, di Ustica...) coloro che non erano morti nella traversata, morirono in gran numero per le condizioni inumane di prigionia, le malattie non curate, il lavoro forzato e i maltrattamenti. A tutt'oggi, scrive Angelo Del Boca, “ci sono famiglie in Libia che vorrebbero almeno sapere dove sono sepolti i loro cari”3.

E chi ricorda – ancora –, durante la “riconquista” della Libia negli anni 30, le rappresaglie, le distruzioni sistematiche, le deportazioni di massa di civili (che causarono 60 000 morti nella sola Cirenaica, anche bambini/e), l'impiccagione, tra gli altri, il 16 settembre 1931 – in spregio ad ogni convenzione internazionale – di Omar el Mukhtar, uno dei capi della resistenza locale?

I responsabili di questi ed altri crimini dell'impresa coloniale italiana non hanno mai pagato. E credo non si possa più tollerare che a pagare siano – ancor oggi – le vittime, con un prezzo che si chiama oblio, cancellazione, rimozione. Si chiama mito degli “italiani, brava gente”.

Un mito secondo il quale il colonialismo italiano è stato, a confronto di altri colonialismi coevi, buono, umano e tollerante. Un colonialismo, come scrive efficacemente Paola Tabet, “all'acqua di rose”4. Un mito talmente persistente che neanche i puntuali studi storiografici – a partire dall'opera pioniera di Del Boca alle importanti ricerche degli ultimi decenni di giovani storici e storiche5 – , sono riusciti realmente a scalfire. Più facile, o forse comodo, introiettare un mito che è insieme tranquillizzante e autoassolutorio piuttosto che farsi carico della consapevolezza di questo ingombrante passato che getterebbe, certo, una luce troppo inquietante sul presente6.

Questo mito è frutto di un lungo processo di rimozione, perseguito tra l'altro con tenacia già all'indomani della firma del trattato di pace di Parigi il 10 febbraio 1947 che privava per sempre l'Italia delle colonie, quando lo stato italiano anziché avviare un dibattito sul colonialismo, cercò di occultare e distorcere con ogni mezzo la realtà. Ne è un esempio la pubblicazione in cinquanta volumi, a cura del ministero degli Affari Esteri, dell'opera L'Italia in Africa. Spacciata come una sintesi e un bilancio delle presenza italiana nelle colonie, si rivela invece come una colossale mistificazione atta a esaltare i meriti della colonizzazione italiana.7

Indubbiamente rispetto ad altri colonialismi coevi, il colonialismo italiano presenta alcune “diversità”. Anzitutto l'Italia era stata unificata da appena un ventennio quando – fra il 1882 e il 1885 – fece le sue prime esperienze coloniali, che ebbero la loro fase culminante in anni in cui altre imprese coloniali dovevano già fare i conti con il processo di decolonizzazione. Fu anche un'esperienza circoscritta nel tempo, poco più di 60 anni : dal 1982 in Eritrea, dal 1889 in Somalia, dal 1911 in Libia e dal 1935 in Etiopia e tutte potevano dirsi concluse nel 1943, come anche il “protettorato”in Albania e le colonie nelle Isole Sporadi meridionali (dette impropriamente Isole Egee), storia coloniale tra le più dimenticate8. Inoltre, rispetto ai ben più vasti imperi di altre potenze – si pensi all'Inghilterra o alla Francia – le colonie italiane erano anche circoscritte geograficamente, e più “povere”, quindi economicamente meno vantaggiose. Infine, fin dalle origini, il colonialismo italiano si caratterizzò per un'assoluta ignoranza del territorio e delle popolazioni che vi abitavano considerate barbare, inette e militarmente incapaci, sottovalutando di conseguenza anche le loro capacità di resistenza. Queste le ragioni che portarono, ad esempio, alla celebre sconfitta di Adua, quando l'esercito guidato dall'imperatore Menelik II e dall'imperatrice Taitù Zeetiopia Berean – figura mitica di donna guerriera, che anticipa altre celebri resistenti come Kebedech Seyoum9 – infligge agli italiani quella che è unanimemente considerata la più grande sconfitta mai subita dai colonizzatori “bianchi” in Africa, intaccando per sempre “i reticolati del più vasto campo di concentramento della terra”10 Ma queste diversità non hanno determinato una minore “brutalità” dell'impresa coloniale italiana, come il mito degli italiani brava gente vorrebbe farci credere.

Semmai l'Italia, giunta in ritardo sullo scacchiere coloniale, poteva vantare su una lunga tradizione di “razzismo interno”, che trovò il suo culmine nella cosiddetta “guerra al brigantaggio”, che come ci ricorda Del Boca “ fu anche 'una guerra coloniale', che anticipò, per le inaudite violenze e il disprezzo per gli avversari, quelle combattute in seguito in Africa. Non fu forse il generale d'armata Enrico Cialdini, luogotenente di re Vittorio Emanuele II a Napoli, a dichiarare: 'Questa è Africa! Altro che Italia! I beduini, a riscontro di questi cafoni, sono latte e miele'?”11.

Latte e miele che non impedirono certo i massacri e le deportazioni, gli inferni delle carceri eritree – e tra queste la famigerata Nocra – , il lavoro forzato in Somalia – chiamato dai Somali “schiavismo bianco” –, i campi di concentramento in Libia, l'uso massiccio di gas come fosgene e iprite – già vietati dalla Convenzione di Ginevra – per piegare la resistenza etiopica, la strage, tra le altre, di Debrà Libanòs o la feroce rappresaglia che si scatenò per le vie di Addis Abeba in seguito all'attentato, il 19 febbraio 1937 al viceré d'Etiopia maresciallo Rodolfo Graziani12. Senza dimenticare la politica di segregazione razziale e di “difesa del prestigio della razza” imposta dal regime fascista in Africa a partire dal 36, con la proibizione assoluta di rapporti sessuali interrazziali nella cosiddetta colonia per maschi”13. Un aspetto questo essenziale per un'analisi delle articolazioni – anche odierne – del sessismo e del razzismo.

L'immagine della donna “indigena”, esotica, disponibile e voluttuosa era stato uno dei cliché massicciamente diffusi nei primi anni della conquista coloniale italiana – anche attraverso una serie di cartoline che ebbero larga diffusione -, funzionando come una sorta di “richiamo erotico” per i colonizzatori, secondo la sovrapposizione simbolica della conquista sessuale con quella coloniale già collaudata in altri contesti nazionali. Per i primi quarant'anni il cosiddetto madamato viene largamente tollerato mentre la presenza delle donne “bianche” in colonia è generalmente scoraggiata . Ma a partire dalla proclamazione dell'Impero le “unioni miste” (sia nella forma del madamato che del matrimonio) cominceranno ad essere osteggiate fino ad essere proibite del tutto con il decreto dell'aprile 1937 e mentre la prostituzione subisce un'impennata la presenza delle donne “bianche” in colonia – come mogli, anche potenziali dei “cittadini bianchi” - comincia ad essere incoraggiata fortemente. In questo modo si realizza da una parte “l'ufficializzazione della percezione delle donne native come prostitute”14 e dall'altra la celebrazione ulteriore della donna “bianca” come moglie e madre. Del resto queste ultime sono le uniche a poter accedere allo statuto di “donna”, le altre sono “femmine”, come scrive un ex colono italiano nelle sue memorie: “Femmine ce ne sono in colonia, nere esuberanti e generose; mancano le donne, le quali non possono essere che bianche”15


1Nicola Labanca, Oltremare. Storia dell'espansione coloniale italiana, Il Mulino, Bologna 2002, p. 7

2La Cirenaica, insieme alla Tripolitania, è stata una delle regioni libiche che ha maggiormente subito l'invasione coloniale italiana.

3Angelo Del Boca, Italiani, brava gente?, Neri Pozza Editore, Vicenza 2005, p. 115.

4Paola Tabet, La pelle giusta, Einaudi, Torino 1997, p. VII.

5Impossibile fornire nel contesto di questo breve articolo, una bibliografia esaustiva. Mi limiterò a segnalare alcuni testi di Angelo del Boca, tra i quali i quattro volumi de Gli italiani in Africa orientale editi da Laterza (Dall'unità alla marcia su Roma, 1976; La conquista dell'impero, 1979; La caduta dell'Impero, 1981; Nostalgia delle colonie, 1984) e L'Africa nella coscienza degli italiani. Miti, memorie, errori, sconfitte, Laterza, Bari 1992; i testi di Giorgio Rochat, Il colonialismo italiano, Loescher, Torino 1973 e “L'impiego dei gas nella guerra d'Etiopia. 1935-1936”, in Rivista di storia contemporanea, n. 1, 1988, p. 74-109; il volume di Nicola Labanca, In marcia verso Adua, Einaudi, Torino 1993. Per quanto riguarda la lettura delle vicende coloniali italiane in una prospettiva di genere, ricordo il saggio di Gabriella Campassi, “Il madamato in A.O: relazioni tra italiani e indigene come forma di aggressione coloniale”, in Miscellanea di storia delle esplorazioni, XII (1987) e i volumi di Giulia Barrera, Dangerous liaisons. Colonial Concubinage in Eritrea, 1890-1941, Evanstone (Illinois), Northwestern University 1996 e Barbara Sòrgoni, Parole e corpi. Antropologia, discorso giuridico e politiche sessuali interraziali nella colonia Eritrea (1890-1941), Liguori, Napoli 1998. Vorrei inoltre ricordare, a quasi tre anni dalla morte, Riccardo Bonavita con il suo saggio “Lo sguardo dall'alto. Le forme della razzizzazione nei romanzi coloniali e nella narrativa esotica”, in Centro Furio Jesi (a cura di), La menzogna della razza, Grafis, Bologna 1994.

6Mi sembra di poter cogliere un sintomo di questa rimozione anche nel linguaggio cosiddetto “critico” o “militante”, dove la tendenza – oramai consolidata – all'uso di metafore o immagini che rinviano al passato per descrivere o contestare il presente, solo in rare eccezioni trova nell'impresa coloniale italiana un utile serbatoio dal quale attingere. I recenti “rastrellamenti” di migranti sui mezzi pubblici in diverse città italiane come anche l'odioso atto di razzismo di un capotreno contro una passeggera migrante, hanno evocato il segregazionismo nell'America razzista del secolo scorso o l'aphartheid sudafricano, ma non la politica di segregazione razziale imposta dall'Italia fascista a partire dal 36 nelle sue colonie africane.

7Cfr. Angelo Del Boca, “Gli studi storici e il colonialismo italiano”, prefazione a Enrico Castelli ( a cura di), Immagini&colonie, Centro documentazione del museo etnografico Tamburo Parlante, Montone 1998, pp. 7-8.

8Nicholas Doumanis (1997), Una faccia, una razza. Le colonie italiane nell'Egeo, Bologna, Il Mulino, 2003

9A Kebedech Seyoum, splendida combattente durante l'occupazione fascista dell'Etiopia, Gabriella Ghermandi dedica una delle sue “storie” nel bellissimo Regina di fiori e di perle, Donzelli, Roma 2007.

10Angelo Del Boca, Gli italiani in Africa orientale. Dall'unità alla marcia su Roma, op. cit., p. 701.

11Angelo Del Boca, Italiani, brava gente?, op. cit., p. 57.

12Tre giorni di vera e propria “caccia all'uomo”(uomini, donne, bambini/e) che provocò, a seconda delle fonti, da un minimo di 1400 a un massimo di 30 mila morti.

13Giulietta Stefani, Colonia per maschi. Italiani in Africa Orientale: una storia di genere, Ombre Corte, Verona 2007.

14 Barbara Sòrgoni, Parole e corpi, op. cit., p. 244.

15 Ibidem.