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martedì 7 marzo 2017
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giovedì 17 novembre 2016
Storie in movimento in assemblea
Anche quest’anno ci diamo appuntamento (Sabato 26 e domenica 27 novembre 2016, c/o Vag61 - Via Paolo Fabbri, 110, Bologna) per l’assemblea generale di SIM . Si parlerà del funzionamento dell’associazione, dell’andamento della rivista cartacea («Zapruder») e di quella digitale in lingua inglese («Zapruder World»), dell’attività della redazione multimediale e della XII edizione del Simposio di storia della conflittualità sociale. Anche quest’anno lasceremo più tempo al dibattito, alle proposte di numeri di «Zapruder» e «Zapruder World» e alle candidature per le redazioni, per i gruppi di lavoro e il Comitato di coordinamento dell’associazione.
Vi aspettiamo numerosi/e!
venerdì 27 novembre 2015
XIV Assemblea generale di Storie in movimento
Anche quest'anno ci diamo appuntamento per l"assembla generale di Sim. Ci vedremo a Roma, sabato e domenica 28-29 novembre, presso Lottanntuno (via Calpurnio Fiamma 81 - metro Lucio Sestio - Roma). Si parlerà del funzionamento dell"associazione, dell'andamento della rivista cartacea (Zapruder) e di quella digitale in lingua inglese (Zapruder World), dell'attività della redazione multimemiale e della XII edizione del Simposio di storia della conflittualità sociale. Anche questanno lasceremo più tempo al dibattito, alle proposte di numeri di Zapruder e Zapruder World e alle candidature per le redazioni, per i gruppi di lavoro e il Comitato di coordinamento dell"associazione. Vi aspettiamo numerosi/e! Programma completo e maggiori info sul sito di Storie in Movimento e sulla pagina di Sim/Zapruder in Academia edu
martedì 13 ottobre 2015
Atlantide sgomberata, Atlantide ovunque!
Poco più di un anno fa, in una delle tante fasi di “emergenza sgombero” vissute da Atlandide , in un breve comunicato ricordavamo l’importanza di questo spazio come luogo di produzione, condivisione, circolazione di progettualità politica e sapere critico . Uno spazio che abbiamo attraversato non solo individualmente in occasione delle tante iniziative organizzate in più di un decennio di attività, ma che ci ha anche accolti come gruppo bolognese di Storie in Movimento per una delle nostre riunioni nomadiche attraverso i (pochi) luoghi “liberati” ancora presenti in questa città. All’alba di venerdì Atlantide è stata sgomberata.
Nonostante l’importanza di questo luogo per una comunità larghissima di persone, che va ben oltre la «lobby gay», come l’ha definita il Merola di fine mandato. Nonostante la larghissima partecipazione alle iniziative in sue difesa dello scorso anno. Nonostante il tavolo aperto fra amministrazione comunale e i collettivi che la gestiscono. Il ritornello è sempre lo stesso: la legalità, le procedure, i servizi per i quartieri… Ma se “Atlantide deve vivere!” è stata l’affermazione che ha accompagnato, in questi anni, le tante iniziative e la petizione a sostegno e in solidarietà di questo spazio, oggi non possiamo che dire che, nonostante i mattoni che ne hanno murato l’ingresso, Atlantide vive e sempre vivrà nella determinazione delle libere individualità che l’hanno animata.
Atlantide ovunque!
Il gruppo bolognese di Storie in Movimento – «Zapruder», http://storieinmovimento.org/2015/10/13/atlantide-ovunque/
(L’immagine di copertina è tratta dall’album Flickr di Zic.it, autore Michele Lapini)
martedì 7 aprile 2015
Claudette Colvin
Un bel volume per 'scoprire' Claudette Colvin, una militante africana-americana per i diritti civile spesso dimenticata, alla quale avevo accennato brevemente anni fa in Rosa Parks e le altre, buona lettura
domenica 29 marzo 2015
Roma con il sole ...
Riunione del Comitato di Coordinamento di Storie in movimento e poi anche un po' di sole ... A proposito: su Academia.edu nuova pagina di Zapruder / Sim (e a breve il nuovo sito)
sabato 7 marzo 2015
Una lettera aperta per la laicità
Un gruppo di universitar@ francesi ha lanciato un appello/lettera aperta, di cui sono tra le firmatarie, in seguito alle dichiarazioni di Pascale Boistard, segretaria di stato ai Droits des femmes , che in una intervista al Figaro si è detta favorevole per un allargamento all'università della legge del 2004 contro "i segni ostentatori negli spazi pubblici". Un ulteriore segno del clima islamofobo accentuatesi in Francia dopo gli attentati di gennaio. Per chi volesse firmare l'appello, che lunedì sarà pubblicato su Libération, può farlo qui.
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lunedì 9 febbraio 2015
Apologia del terrorismo
In un articolo pubblicato qualche settimana fa, Les premiers fruits amers de l’unité nationale, Saïd Bouamama rilevava, tracciando un bilancio dei "primi frutti amari dell'unità nazionale", come la grande manifestazione parigina successiva agli attentati del 7-9 gennaio scorsi fosse stata celebrata dall'insieme dei media francesi, dal governo e dalla quasi totalità della classe politica come simbolo di una necessaria "unità nazionale" contro la minaccia terrorista. In questo contesto tutte le voci discordanti sono state messe a tacere: "si tu n’es pas Charlie, tu soutiens les attentats". La vicenda di Ahmed, otto anni, è drammaticamente rappresentativa di questo clima, non solo francese. Qui la testimonianza di Ahmed, qui la petizione da firmare // Sull'argomento rinvio anche al lucidissimo Qu’est ce que ça fait d’être un problème? (di Chadia Arab, Ahmed Boubeker, Nadia Fadil, Nacira Guénif-Souilamas, Abdellali Hajjat, Marwan Mohammed, Nasima Moujoud, Nouria Ouali e Maboula Soumahoro) e, in italiano, agli interventi di Gabriele Proglio e Gaia Giuliani in Distopie
mercoledì 21 gennaio 2015
Qu’est ce que ça fait d’être un problème ?
Ricevo, via Jules Falquet che ringrazio, un lucidissimo intervento (di Chadia Arab, Ahmed Boubeker, Nadia Fadil, Nacira Guénif-Souilamas, Abdellali Hajjat, Marwan Mohammed, Nasima Moujoud, Nouria Ouali e Maboula Soumahoro), Qu’est ce que ça fait d’être un problème? Contro "l'accecamente generale" circa le reali cause che hanno scatenato i fatti di Parigi del 7, 8 e 9 gennaio - fatti che sono stati letti come un problema prima di tutto "musulmano" e ai quali avevo accennato in Je ne suis pas Charlie -, il testo propone "un'analisi profana delle violenza politica", mostrando come "le lezioni della politica post 11 settembre non sono state ritenute: la violenza politica si nutre della violenza di Stato e della violenza sociale". Buona lettura e riflessioni // Qu'est ce que ça fait d’être un problème?» écrivait le sociologue noir W. E. B. Dubois en 1903. C'est la question lancinante que se posent, depuis une trentaine d'années, les (présumés) «musulmans» français et étrangers vivant en France et en Europe. Le massacre à Charlie Hebdo et la prise d'otages antisémite et meurtrière, perpétrés par un commando armé de trois combattants français se réclamant d'Al Qaïda et de l'organisation «État islamique», ne font qu'exacerber des tensions politiques et sociales déjà existantes dans la société française.
Pour certains, ces tueries ne seraient que la concrétisation macabre des prophéties littéraires et journalistiques qui perçoivent la «communauté musulmane» comme «un peuple dans le peuple», dont la présence problématique ne peut se résoudre que par la «remigration», concept euphémisant voulant dire «expulsion;». Pour d'autres, s'il est important de ne pas faire d'amalgame entre islam et terrorisme, il n'en reste pas moins que la solution à cette violence serait la «réforme de l'islam» que devraient (enfin) entamer les théologiens et responsables musulmans.
Ces deux grilles d'interprétation des tueries se trompent sur un fait social majeur: «la communauté musulmane n'existe pas», comme le rappelle justement Olivier Roy. Les organisations musulmanes ne représentent pas les présumés musulmans. Les présumés musulmans constituent une population diverse en termes de classes sociales, de nationalité, de tendances politiques et idéologiques, etc. pluralité qui est complètement écrasée par les injonctions à la «désolidarisation», néologisme qui suppose une solidarité cachée entre les tueurs et les supposés musulmans. Autrement dit, les présumés musulmans sont aussi des présumés coupables, même lorsque l'un d'entre eux est un policier assassiné froidement et un autre un ancien sans-papiers ayant sauvé plusieurs vies dans le supermarché casher. Les présumés musulmans font ainsi face à une situation terrible: ils seraient la source du problème parce que musulmans et se voient dans le même temps sommés de se «désolidariser» publiquement en tant que musulmans... Ils sont ainsi animés d'une double indignation: l'une qui condamne les tueries et compatit avec les familles des victimes, et l'autre qui refuse l'injonction diffamante à la «désolidarisation».
Si ces deux types de discours se sont imposés en France, c'est parce que les immigrés d'hier sont devenus les présumés musulmans d'aujourd'hui. Après le «problème de l'intégration des immigrés», nous sommes passés au «problème musulman», dont l'enjeu est pourtant identique: ont-ils la légitimité de vivre sur le territoire français? On ne conçoit pas que l'expulsion des chômeurs français soit la solution du «problème du chômage», mais elle est ouvertement envisagée lorsqu'il s'agit du «problème musulman». Il existe donc une vérité inavouable lorsqu'on réduit l'identité des présumés musulmans à leur islamité. La chose n'est pas nouvelle: ils ne seraient que des Français de papier, qui mériteraient d'être expulsés même s'ils ont la nationalité française.
On ne peut dès lors que s'interroger sur l'aveuglement général devant les sources de la violence qui a frappé la capitale. L'émotion nationale et internationale soulevée par les tueries tend à disqualifier les chercheurs en sciences sociales et les journalistes qui déconstruisent les mécanismes de production de cette violence (François Burgat, Olivier Roy, Farhad Khosrokhavar, Dietmar Loch, Vincent Geisser, Ahmed Boubeker, Samir Amghar, Mohamed-Ali Adraoui, Valérie Amiraux, Romain Caillet, etc.). Ils sont discrédités pour leur «angélisme», leur «politiquement correct» et leur «incapacité à voir la réalité en face». La conjoncture historique ressemble à celle de l'après 11-Septembre, où les journalistes de bureau et philosophes de plateaux donnaient des «leçons de terrain» aux politistes, sociologues et journalistes qui menaient depuis des années des enquêtes sur les groupuscules violents à référence islamique. Ce qui est en jeu, c'est la possibilité même de produire un discours rationnel, fondé empiriquement, à l'heure où les islamophobes de tout poil profitent de la fenêtre d'opportunité pour imposer le retour de l'idée de «choc des civilisations».
Après la mise à l'index des présumés musulmans, ce sont les journalistes et militants ayant supposément dénoncé l'islamophobie de Charlie Hebdo qui sont cloués au pilori. Ceux-ci seraient «responsables» des tueries et devraient rendre des comptes, comme si les tueurs s'étaient inspirés de leurs articles et communiqués pour mener leur opération. C’est leur attribuer une surface médiatique qu’ils n’ont pas, tant l’accès à l’arène publique est sélective et témoigne d’une asymétrie persistante dans les régimes de prise de parole. C’est méconnaître les véritables influences idéologiques du commando, à chercher dans les écrits des cheikhs de la nébuleuse d’Al Qaïda. Le raisonnement sous-jacent à cette accusation relève du sophisme : défendre la ligne éditoriale du journal et attaquer ceux qui ont pu la critiquer, c'est prendre acte du fait que la tuerie pourrait éventuellement être justifiée par la nature de cette ligne éditoriale. Il semble que l'émotion l'emporte sur la raison et il y a un risque de censurer toute parole universitaire, journalistique et militante qui dénonce l'islamophobie, phénomène social qui existe réellement. Le risque est que cette responsabilité collective devienne une punition collective: tous ceux qui «ne sont pas Charlie» seraient des ennemis en puissance.
Pour éviter cet aveuglement morbide qui ne peut qu'alimenter une escalade de la violence déjà illustrée par la multiplication des actes islamophobes, il est indispensable de revenir aux faits et d'adopter une analyse profane de la violence politique. Ces combattants ne sont pas les seuls à user de la violence : d'autres groupes le font au nom d'autres idéologies et dans le cadre d'autres conflits. Il faut absolument déspécifier la violence commise par les combattants à référence islamique pour en saisir les mécanismes profonds et, si l'on est responsable politique, tâcher de la prévenir. La question qui se pose est dès lors la suivante:comment entre-t-on dans cette «carrière» de combattant? Quelles sont les conditions de possibilité de la violence politique? Les trajectoires des membres du commando nous donnent quelques indications&: leur combat prend d'abord sa source dans les bourbiers géopolitiques provoqués par les interventions militaires occidentales avant et après le 11-Septembre (Syrie, Yémen, Irak, etc.). Après avoir été soutenus par les États-Unis contre l'Union soviétique, les «combattants de la liberté» qu'étaient les Talibans et les futurs cadres d'Al Qaïda ont pris pour cible leurs anciens alliés étasuniens après la chute du Mur. Ils ont imposé en Afghanistan leur ordre politico-religieux à l'aide de puissances étrangères et constitué un havre pour tous les combattants du monde partageant leur idéologie et voulant apprendre facilement les techniques d'exécution et de destruction. Plusieurs générations de combattants ont été formées dans les camps d'entraînement afghans. La « bête immonde » est l'enfant des interventions occidentales, s'est nourrie des conflits de pouvoir en Algérie, en Tchétchénie, en Bosnie, etc., mais elle a frappé au cœur des puissances occidentales en 1995 à Paris, en 2001 à New York, en 2004 à Madrid et en 2005 à Londres. Après l'accumulation de capital militaire depuis les années 1970, une vague de violence sans précédent s'abat sur les puissances occidentales, perpétrée par des combattants aguerris. Alors que ces groupes violents étaient confinés à quelques pays, la «guerre contre le terrorisme» a favorisé leur multiplication dans des pays jusque-là épargnés ou moins concernés: Irak, Syrie, Lybie, Yémen, Mali, Pakistan, etc. Une nouvelle génération, incarnée par les leaders de l'organisation «État islamique», se forme militairement dans le combat contre l'occupation occidentale, se radicalise dans ou à la vue des geôles d'Abu Ghraib et de Guantanamo et circule dans un véritable réseau transnational allant de l'Afrique à l'Asie. Autrement dit, la première source de la violence politique à référence islamique réside dans la violence d'État au Moyen-Orient et les conséquences désastreuses des guerres menées précisément au nom de la «lutte contre le terrorisme».
Tarir la source internationale est sûrement la tâche la plus difficile: comment mener une politique étrangère française fondée sur le droit des peuples à disposer d'eux-mêmes et sur le (véritable) respect des droits humains, sans remettre en cause les alliances avec les régimes autoritaires dans le monde arabe et en Afrique, la politique coloniale israélienne et les intérêts des multinationales françaises?
La seconde source de la violence est liée à l'anomie sociale qui s'aggrave dans les quartiers populaires français. Contrairement à ce que sous-entend l'injonction islamophobe de la « désolidarisation », les trois membres du commando sont en quelque sorte des « électrons libres » avec de faibles attaches personnelles et affectives, produits de ruptures biographiques traumatisantes, de la désaffiliation sociale et des inégalités structurelles, qui les ont plongés dans le monde de la délinquance et des groupuscules violents. Ces électrons libres se sont « désolidarisés » de leurs pairs, notamment la famille élargie et les fidèles de la mosquée locale, n'ont pas été « repris » par les structures d'assistance éducative, et ont été magnétisés par des prêcheurs convaincus de l'imminence du « choc des civilisations », alliés objectifs de leurs pendants néoconservateurs. Ces enfants des classes populaires ont incorporé un haut niveau de violence sociale, faisant d'eux des écorchés vifs, et ne trouvent plus de sens à leur existence dans les structures traditionnelles, mais dans une idéologie nihiliste et mortifère qui leur promet puissance et reconnaissance et reste ultra-minoritaire dans les quartiers populaires.
On peut distinguer de multiples tendances dans le paysage islamique en France: les mosquées non-affiliées, les grandes organisations proches des pays d'origine (Maghreb et Turquie), de confréries ou des Frères musulmans, le Tabligh, les «salafistes» piétistes et apolitiques, les soufis, etc., et enfin, les groupuscules violents dits «takfiristes». Tous les jours, des habitants, des militants et des responsables politiques locaux luttent à bas bruit, sans faire la Une de l'actualité, contre l'influence de ces groupuscules violents. Ainsi, les membres du «réseau des Buttes Chaumont», dont les frères Kouachi, s'étaient fait exclure des manifestations pro-palestiniennes par les militants de l'immigration et antifascistes au début des années 2000. Ironie de l'histoire : ce sont ceux qui se sont hier opposés sur le terrain aux groupuscules violents qui sont aujourd'hui pointés du doigt lorsqu'ils dénoncent l'islamophobie... L'existence et le maintien de ces groupuscules violents sont donc directement liés aux rapports de force internes aux classes populaires: s'ils ont une influence sur certains électrons libres, c'est parce que les autres forces politiques, notamment celles des héritiers des marches pour l'égalité et contre le racisme, sont en perte de vitesse et laisse un relatif vide politique d'où émergent les candidats à l'horreur. Ce phénomène s'appuie aussi sur la facilité déconcertante d'acheter des armes de guerre venant de l'ex-URSS et la mobilisation constante des réseaux takfiristes pour recruter sur les réseaux sociaux, transmettant une idéologie et un savoir-faire militaire au delà des frontières.
Tarir la source française n'est pas chose aisée non plus. Elle consisterait à attaquer les inégalités économiques et sociales, les écarts scolaires, la disqualification politique, le racisme endémique, la stigmatisation territoriale, aux sources de la violence sociale et de la délinquance, et promouvoir une politique de l'égalité réelle pour les abonnés du bas de l'échelle sociale.
Les conditions de possibilité de la violence politique de janvier 2015 sont multiples. Les analyses des chercheurs en sciences sociales mériteraient d'être mieux écoutés par les responsables politiques. Or ce sont les experts ès « islam-et-terrorisme » qui ont l'oreille complaisante du prince, de ses conseillers et des médias. Les défaillances des services de renseignement, qui avaient repéré et auditionné les tueurs, semblent être occultées par l'aura de leur « neutralisation ». Les premières réactions politiques semblent aller dans le sens du pire: voter un «Patriot Act à la française» alors qu'une loi liberticide sur le terrorisme a déjà été votée il y a deux mois; relancer le débat sur la peine de mort; cibler l'«ennemi intérieur» musulman inassimilable, etc. On peut s'attendre que certains voudront remettre en cause le droit du sol. En bref, les leçons de la politique post 11-Septembre semblent ne pas avoir été retenues : la violence politique se nourrit de la violence d'État et de la violence sociale.
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martedì 13 gennaio 2015
Zapruder a Palermo
Sabato 17 gennaio ( Ore 10:00-20:00) e domenica 18 gennaio 2015 (Ore 10:00-14:00) riunione di redazione di Zapruder (c/o B&B, Mondello, Via Stesicoro 3 - Palermo). La riunione sarà preceduta, venerdì sera ( ore 18.00 c/o Booq - Biblio Officina Occupata di Quartiere, Vicolo della Neve all'Alloro, Palermo) dalla presentazione dell'ultimo numero della rivista Capital city. (Dis)ordine economico e conflitti sociali. Per info logistiche 348-5485808. Vi aspettiamo numeros@ ...
domenica 23 novembre 2014
mercoledì 5 novembre 2014
Storie in Movimento / Assemblea generale a Milano
Anche quest’anno ci diamo appuntamento per l’assemblea generale di Sim. Si parlerà del funzionamento dell’associazione, dell’andamento della rivista cartacea («Zapruder») e di quella digitale in lingua inglese («Zapruder World»), dell’attività della redazione multimediale e dell’XI edizione del Simposio di storia della conflittualità sociale. Anche quest’anno lasceremo più tempo al dibattito, alle proposte di numeri di «Zapruder» e «Zapruder World» e alle candidature per le redazioni, per i gruppi di lavoro e il Comitato di coordinamento dell’associazione. Vi aspettiamo numerosi/e il 29 e 30 novembre a Milano, presso Macao! Info dettagliate e programma completo nel sito di Storie in Movimento
sabato 11 ottobre 2014
Mos maiorum. Mega-retata europea contro i migranti
Dal blog di Annamaria Rivera una versione ampliata del suo articolo sull'operazione europea Mos Maiorum pubblicato originariamente da Il Manifesto. Prima di lasciarvi alla lettura dell'articolo vi segnalo che sul sito del Coordinamento migranti è possibile scaricare e stampare un utile foglio informativo multilingue. Buona lettura e diffusione // L’hanno chiamata Mos Maiorum, la grande retata europea contro i migranti che scatterà il 13 ottobre per concludersi il 26. Infelice già nel nome che allude, con gusto della romanità di tipo mussoliniano, ai “costumi degli antenati”, cioè al sistema etico-normativo tradizionale che nella Roma patriarcale e pre-civica aveva al centro, tra gli altri valori e principi, la valentia militare. La spruzzata di romanità da incolti pretenziosi – o piuttosto un lapsus che ne rivela il subconscio razzista e imperialista – non riesce a occultare il vero scopo dell’operazione: fermare, controllare, identificare, schedare migranti irregolari e potenziali richiedenti-asilo, intercettati sul territorio europeo sulla base della presunzione della loro colpevolezza. Promossa dal governo italiano nel contesto del semestre di presidenza europea, approvata, il 10 luglio scorso, dal Consiglio dei ministri dell’Interno e della Giustizia, la mega-retata sarà coordinata dalla Direzione centrale per l’immigrazione e dalla Polizia di frontiera del ministero dell’Interno italiano, in collaborazione con Frontex ed Eurosur. Il principale scopo dichiarato di questa operazione transnazionale, ma che avrà l’Italia come teatro operativo principale, è stroncare le reti che trafficano in “clandestini”. In realtà, come abbiamo ribadito più volte, a creare gli irregolari e quindi il traffico di tale merce umana sono il proibizionismo europeo, l’assenza di canali d’ingresso legali e il Regolamento Dublino III. Quest’ultimo, impedendo i movimenti interni all’UE dei richiedenti-asilo, conferendo agli Stati, invece che alle persone, la facoltà di decidere dove chiedere protezione, prevedendo perfino che essi possano essere trattenuti se c’è “pericolo di fuga”, li induce ad affidarsi a reti illegali pur di raggiungere le mete desiderate.Come è ammesso esplicitamente nel documento ufficiale del Consiglio dell’UE, datato 10 luglio 2014, servirà anche a schedare i migranti e a “raccogliere informazioni rilevanti per scopi investigativi e d’intelligence”. Insomma, le vere finalità sono terrorizzare e criminalizzare migranti e potenziali richiedenti-asilo, soprattutto ripulire il territorio europeo, quello italiano in specie, da un buon numero di indesiderabili. Questa mega-retata non è una novità assoluta. Infatti, tra il 15 e il 23 settembre scorsi si era svolta l’operazione Archimedes (ancora il gusto della classicità!), vasta operazione di polizia, coordinata da Europol, contro il crimine organizzato transnazionale. Nell’ambito di questa operazione, l’Italia, con la collaborazione di Frontex, si era occupata, tra l’altro, d’immigrazione irregolare, identificando e schedando ben diecimila migranti in tutta Europa. Perlopiù persone ree di null’altro se non di sfuggire a miseria e altre calamità, in buona parte provocate dai rapporti di sfruttamento neocoloniale che le potenze occidentali impongono ai paesi del Sud o comunque non egemoni.Ciò che rende ancor più infame Mos Maiorum– non evoca forse le retate di massa, di triste memoria, contro altri indesiderabili?– è che si accompagni con l’annunciata fine di Mare Nostrum. Ancora un’operazione dal nome classicheggiante, ma che almeno, pur con delle ambiguità, ha sottratto più di centoventimila vite umane all’immenso cimitero marino che è divenuto il Mediterraneo. Dopo le lacrime di coccodrillo di Schultz e Mogherini a Lampedusa, nel corso della commemorazione della strage del 3 ottobre 2013, di nuovo coloro che sono costretti a fuggire da realtà funeste, prodotte o incrementate dagli apprendisti stregoni occidentali, tornano a essere nemici o, appunto, indesiderabili. E’ da molti giorni che le associazioni e le reti che difendono i diritti dei migranti lanciano l’allarme sulla Grande Retata e mettono in guardia i migranti e i profughi a rischio. Recente è, invece, la presa di posizione del Gue-Ngl, il raggruppamento di sinistra del Parlamento europeo. Sollecitato da Barbara Spinelli, il gruppo, con l’appoggio dei Verdi, ha denunciato il carattere discriminatorio dell’operazione in una lettera aperta al Consiglio dei ministri della Giustizia e degli Affari Interni. Nella lettera si rivendica, fra l’altro: il sostegno a Mare Nostrum; la creazione di corridoi umanitari; la garanzia della pienezza del diritto di asilo e di altri diritti fondamentali; la possibilità che i rifugiati raggiungano paesi europei diversi dal primo paese d’arrivo; la fine di ogni forma di detenzione dei migranti in quanto tali. Nel contempo, il Gue-Ngl si appresta a presentare una “richiesta di dichiarazione” del Consiglio durante la prossima plenaria del Parlamento europeo. Tutto ciò potrebbe sembrare banale routine politica. Eppure oggi, quando stragi e retate di migranti si consumano spesso nel silenzio e nell’indifferenza dei più, non è cosa da poco che nel Parlamento europeo vi sia qualche sussulto di opposizione alla Fortezza Europa (Annamaria Rivera, 11 ottobre 2014) // L'immagine che illustra questo post è un fin troppo eloquente graffito di Bansky, rimosso qualche giorno fa perché giudicato "offensivo e razzista". Ma è chiaro che "Banksy has not been banned from Clacton-on-Sea because he is a racist. He has been suppressed because he exposed the truth (Jonathan Jones, The Guardian)
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mercoledì 1 ottobre 2014
Zapruder a Roma
Lungo week-end zapruderiano a Roma: venerdì 3 ottobre presso la libreria Tuba presentazione del numero 33 della rivista, Movimenti nel mediterraneo a cura di Andrea Brazzoduro e Liliana Ellena, mentre sabato e domenica riunione di redazione (come sempre aperta a a tutt@) presso Officine Resistenti. Odg e ulteriori info sul sito di Storie in movimento. Fly! // Photo credit: Audrey Hepburn e Gregory Peck in Roman Holiday (William Wyler, 1953)
domenica 11 maggio 2014
Zapruder / Riunione di redazione a Torino
Sabato e domenica prossimi (17 - 18 maggio 2014) riunione di redazione di Zapruder, presso l' Ardp (Archivio delle donne in Piemonte - via Palazzo di Città, 20). Ricordiamo che le riunioni redazionali di Zapruder sono aperte a tutt* i/le soci/socie di Storie in movimento (anche se ovviamente il diritto di voto spetta solo ai membri della redazione). Per maggiori info su orari e ordine del giorno consultare il programma dettagliato nel sito di Sim. Ci vediamo ;-)
giovedì 1 maggio 2014
5x1000 a Storie in movimento e «Zapruder»
Per le amiche e gli amici di Storie in Movimento e della rivista «Zapruder» che hanno un lavoro ( e quindi un reddito) regolare: come probabilmente sapete ognun@ di noi (senza alcun onere) può devolvere il 5 x milledel suo reddito a favore di associazioni iscritte in un apposito elenco semplicemente indicando il codice fiscale nell'apposito spazio della dichiarazione dei redditi e firmando. E' possibile sostenere Storie in Movimento e «Zapruder» indicando sul modulo per la scelta del 5 x 1000, nella casella "associazioni del volontariato", il seguente codice fiscale: 91309100377. Tale codice fiscale appartiene all'Archivio "Marco Pezzi" di Bologna: poiché' SIM non è nell'elenco delle associazioni beneficiarie del 5 x 1000, gli amici dell'Archivio "Marco Pezzi" hanno deciso di devolvere l'intero ammontare del loro 5 x mille a Storie in Movimento . Vi chiediamo di fare questo semplice gesto con lo scopo di difendere e sostenere un progetto che per scelta, anche economicamente, non vuole dipendere da nessuno. I fondi raccolti saranno interamente utilizzati per i seguenti scopi:
- organizzazione del SIMposio estivo
- finanziamento della rivista «Zapruder»,
- organizzazione di incontri culturali coerenti con il nostro progetto
L'Associazione si impegna a rendere conto pubblicamente di come saranno utilizzati i fondi raccolti attraverso il 5 x mille.
venerdì 11 aprile 2014
Perché Atlantide deve viveve
Poco più di un anno fa, ospiti di "Atlantide" per una delle nostre riunioni come gruppo bolognese di "Storie in Movimento", invitavamo a firmare la petizione Atlantide deve vivere, convint@ dell'importanza di questo spazio come luogodi produzione, condivisione, circolazione di progettualità politica e sapere critico. A distanza di un anno Atlantide è nuovamente sotto la minaccia di uno sgombero imminente. Rinnoviamo la nostra solidarietà e l'invito a sostenere le atlantidee, firmando la petizione online e partecipando ai prossimi appuntamenti pubblici:
di produzione, condivisione, circolazione di progettualità politica e sapere critico. A distanza di un anno Atlantide è nuovamente sotto la minaccia di uno sgombero imminente. Rinnoviamo la nostra solidarietà e l'invito a sostenere le atlantidee, firmando la petizione online e partecipando ai prossimi appuntamenti pubblici (http://atlantideresiste.noblogs.org) // Il gruppo bolognese di Storie in Movimento / Zapruder (Articoli correlati in Marginalia: Atlantide non si affonda!)
sabato 1 marzo 2014
Storie in movimento / Riunione gruppo bolognese
Mercoledì 5 marzo 2014, alle ore 20.00, c/o Lortica (via Mascarella, 26 - Bologna) riunione del gruppo bolognese di Storie in movimento, l'associazione che edita Zapruder. Rivista di storia della conflittualità sociale. Maggiori info e odg sul sito di Sim.Come sempre le riunioni sono aperte a tutte/i, quindi vi aspettiamo numeros*!
mercoledì 19 febbraio 2014
Zapruder World / Reminder
Call for Articles: Transformations without Revolutions? How Feminist and Lgbtqi Movements Changed the World, a special issue of Zapruder World: Transnational Journal for the History of Social Conflicts edited by Sabrina Marchetti, Vincenza Perilli and Elena Petricola.Zapruder World is a new online openaccess journal run by the network of activists and scholars, both academic and independent, that has gathered since 2002 in an organization called SIM Storie in Movimento, and publishes the Italian journal Zapruder. This new editorial project stems from our desire to broaden, at a global level, the scope of the organization and of its publications. It is guided by the same principles that have inspired SIM so far, namely direct participation, self funding, and horizontal decisionmaking.The aim of Zapruder World is to create a wide arena in which to exchange critical knowledge based on both individual research and collective elaboration. The journal focuses on social conflict paying particular attention to conflicts as movements rather than focusing on their resolutions, so as to better connect the history of social conflicts with current transnational cycles of protest. It therefore uses ‘social conflict’ as an interpretative category rather than simply an object of analysis, exploring it through concepts and methodologies that address the complex interaction between the “local” and the “global”. Zapruder World is animated by an aspiration towards “global history” but intentionally leaves its actual definition, contents, and methods open for discussion. Along these lines, this second issue entitled “Transformations without Revolutions” wants to discuss the kind of politics that feminist and lgbtqi movements have created from the 1960s to the present, in their critical approaches to the private/public dichotomy, embodiment and sexuality, as well as to power relations... More
mercoledì 15 gennaio 2014
Zapruder / Riunione redazione a Roma
Sabato 18 (dalle ore 12.00 alle 21.00) e domenica 19 gennaio (dalle 10.30 alle 14.00), si terrà a Roma la riunione di redazione di Zapruder. Rivista di storia della conflittualità sociale (presso spazio liberato Cagne sciolte, via Ostiense 137 - Metro A). Ricordando che le nostre riunioni sono aperte a tutt* i/le soci/socie di Storie in movimento (anche se ovviamente il diritto di voto spetta solo alla redazione), rinvio al sito di Sim per la suddivisione dei tempi e l'ordine del giorno.
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