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mercoledì 9 giugno 2021

Parla, anzi taci. Saman Abbas e il "silenzio delle femministe"

Mio malgrado torno a scrivere, mentre ancora si cerca il corpo, di Saman Abbas e del suo oramai purtroppo sempre più certo femminicidio. Non avrei voluto scriverne oggi, e sopratutto non qui in Fb e con un post raffazzonato di fretta ma mi è presa come una sorta di urgenza. Spero solo non sia travisato o usato (consapevolmente o meno) per rafforzare quel meccanismo mistificatorio e strumentale che - a mio avviso - è stato sapientemente messo in moto appena questa terribile vicenda è cominciata a rimbalzare sui media in maniera via via più martellante a partire dall'ultima settimana di maggio. .

giovedì 5 agosto 2010

Fuoco sul Centro di cultura islamica

Non si tratta di uno dei tanti incendi estivi ma di un'attentato in piena regola compiuto da ignoti ai danni del Centro di cultura islamica di Bologna qualche giorno fa. Scriviamo ignoti ma sappiamo, da tempo, chi sono gli imprenditori e propagandisti dell'odio (come li definisce Annamaria Rivera), a pieno titolo mandanti morali e culturali di questo (e di altri) gravi episodi. La demonizzazione dell'Islam - di volta in volta indicato come la religione/cultura più barbara, oscurantista, violenta e sessista - è stata negli ultimi anni strumento efficace per la criminalizzazione e stigmatizzazione di donne e uomini migranti. Partiti come Forza Nuova e Lega Nord (con le loro campagne contro moschee e velo), personaggi come Daniela Santanché o Roberto Calderoli (con le loro sceneggiate a base di burqa strappati e maiale-day) e mezzi di (dis)informazione (sempre pronti a mediatizzare in chiave anti-islam (migranti) orribili femminicidi come quello di Hina Saleem), sono coloro che hanno alimentato questo clima da crociata. Clima nel quale la maggioranza dei/delle migranti viene sfruttata mentre continuano tranquillamente i respingimenti in mare, i voli Frontex e la costruzione di nuovi Cie per quelli/e che al momento non servono ... Esprimiamo tutta la nostra solidarietà al Centro di Cultura islamica, rinviando al documento della Rete dei Comunisti, che condividiamo.

domenica 21 febbraio 2010

Hina Saleem e la religione dei padri

A più di tre anni dalla morte, arriva la sentenza della Cassazione sull'omicidio di Hina Saleem, sentenza che - respingendo la richiesta di diminuzione della pena avanzata dalla difesa dell'omicida per "motivi culturali e religiosi" - afferma che Hina è stata uccisa dal padre non per "ragioni o consuetudini religiose o culturali" ma per un "patologico e distorto rapporto di possesso parentale", che lo rendeva incapace di accettare la richiesta di autonomia e libertà della figlia. Una sentenza che non piace (ovviamente) a chi a suo tempo strumentalizzò l'omicidio di Hina per stigmatizzare tutta la comunità pakistana, tutti i migranti, tutti i musulmani. E parla oggi di "sentenza choc": "per i giudici dunque non conta che la ragazza sia stata sgozzata, proprio come nei video degli integralisti islamici in Irak. E non conta nemmeno che il padre l’abbia sepolta con la testa rivolta verso la Mecca", si può leggere su un noto quotidiano, specializzato nel fomentare il cosiddetto "scontro di civiltà" (nel quale non è prevista la messa in discussione della religione dei padri-padroni)

L'immagine è un'opera di Mona Hatoum.

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giovedì 17 settembre 2009

Per Sanaa Dafani

Apprendo ora della morte di Sanaa Dafani. Sembra che ad ucciderla, sgozzandola, sia stato il padre. Non scrivo nulla adesso. Non posso/voglio aggiungere anche la mia voce, per quanto dissonante, allo scempio che di questa morte si sta facendo sulla stampa cartacea e non. Bastano le mara carfagna, le daniela santanchè, le souad sbai a disputarsi il suo cadavere ancora caldo. Sanaa come Hina, dicono.

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mercoledì 9 settembre 2009

Pillole di saggezza della ministra Carfagna in tema di razzismo e violenza sulle donne

Leggo qui e là dichiarazioni della ministra Carfagna in tema di razzismo e violenza sulle donne alla vigilia e durante la Conferenza Internazionale sulla violenza contro le donne promossa dal ministero per le Pari opportunità e dal ministero degli Affari esteri, conferenza inaugurata ieri alla Farnesina. Che la Conferenza fosse collegata alla campagna Respect women respect the world, il cui manifesto mostra "una rosa bianca, simbolo del candore del mondo femminile, che diventa gradualmente nera, avvelenata da quel male oscuro che è la violenza contro le donne", mi aveva già fatto correre un brivido lungo la schiena. Ma le dichiarazioni della ministra superano ogni più nera aspettativa. A suo dire i recenti episodi di razzismo "non vanno sottovalutati", certo, ma bisogna ricordare che l'Italia "è un Paese dalla forte tradizione cattolica" e dunque "non vanno confusi gli atti isolati di pochi ignoranti con il sentimento della società italiana''. Per quanto riguarda la violenza contro le donne, certo "la cultura machista in Italia c'è e va combattuta", ma pare che soprattutto vadano contrastate "quelle culture straniere che violano i diritti delle donne" e che "rischiano di far tornare l'Italia indietro". Perchè se nel mondo sono più di 140 milioni le donne vittime di violenze di ogni tipo, il dato è "sempre in crescita in Europa a causa dell’immigrazione". E la ministra ha anche ricordato, a suo modo, Hina Saleem, "punta di un iceberg".
Povera Hina. E povere noi tutte.
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giovedì 13 agosto 2009

Ricordando Hina Saleem. E le altre

L'11 agosto di tre anni fa, a Sarezzo, veniva uccisa a coltellate e seppellita nell'orto di casa dal padre e da altri parenti maschi Hina Saleem. Era emigrata in Italia dal Pakistan per ricongiungersi alla famiglia nel 1999, a quattordici anni. All'epoca dell'omicidio era dunque poco più che ventenne, lavorava in una pizzeria a Brescia dove conviveva con il suo ragazzo (italiano). Ma probabilmente tutti questi particolari sono inutili, ricorderete tutte e tutti Hina Saleem: come avevo già sottolineato in Violenza sulle donne e razzismo il suo fu uno dei pochissimi "omicidi in famiglia" saltati all'onore delle cronache italiane, mentre le tante donne uccise da mariti, fidanzati, amanti, padri, fratelli e parentame vario a stento riescono a conquistare uno striminzito trafiletto nelle pagine di cronaca. Ma nel caso di Hina fu diverso, tutt* avevano il proprio "guadagno" (o tornaconto): la stampa che banchettò sul suo corpo martoriato, i sostenitori dello "scontro di civiltà" che nell'omicidio vollero vedere la prova dell'impossibile "integrazione" dell'Islam nella nostra cultura, le presunte paladine dei diritti e della libertà delle donne come l'onorevole Daniela Santanchè che colsero l'occasione per denunciare i "barbari costumi" della famiglia musulmana di Hina e il silenzio delle "femministe" ... In realtà tante voci di donne, di femministe, italiane e non, furono semplicemente ignorate. Qualcuna scrisse che Hina siamo noi, altre che il mostro è il patriarcato parlando con coraggio della propria personale esperienza di oppressione. Io, piena di rabbia e disgusto dopo aver letto che Hina era stata seppellita "con la testa rivolta alla Mecca, come vuole la tradizione musulmana", chiedevo provocatoriamente in che direzione era rivolta la testa di quella giovanissima donna uccisa, vicino Venezia, dal suo amante a calci e pugni e poi sepolta ancora viva, incinta di nove mesi. Di questa donna non conoscevo, mentre scrivevo, il nome, come non conoscevo il nome del suo assassino, un italiano, marito e padre. Ma appunto queste sono storie che si leggono solo nei trafiletti. Solo più tardi ho "scoperto" che la ragazza sepolta viva si chiamava Jennifer Zacconi e che del suo omicidio si era parlato molto nella stampa locale, ma anche in questo caso strumentalmente: l'enfasi era stata posta sul fatto che era incinta e che nonostante il suo amante non fosse d'accordo aveva insistito per "tenersi il bambino". La sua morte divenne il prestesto per osannare la maternità, discutere sulla capacità giuridica del feto/embrione e se l'assassino dovesse essere condannato per uno o duplice omicidio. Sembra che dietro ci fosse lo zampino del Movimento per la vita, ma la storia di Jennifer non ricevette l'attenzione morbosa riservata all'omicidio di Hina. Due storie diverse, (come ancora diversa è la storia della donna migrante uccisa qualche giorno fa dal marito italiano), ma accomunate dalla volontà da parte di organi di informazione e apparati di dominio/controllo di usare strumentalmente la violenza sulle donne. Dire che Hina e le altre sono state uccise da quel violento rapporto di potere chiamato sessismo che non tollera la libertà delle donne, non è permesso. O meglio, puoi dirlo ma faranno finta di non sentirlo. E' questo, in sintesi, il cosiddetto "silenzio delle femministe" di cui parlava Santanchè ...

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domenica 21 ottobre 2007

Violenza sulle donne e razzismo

Sono inorridita da come certa stampa (diciamo praticamente quasi tutta) tratta la questione della violenza sulle donne (e in primis lo stupro) esclusivamente per rinforzare una certa cultura sessista e razzista. Ne parlavo già ai tempi del barbaro omicidio di Hina Saleem, uno dei pochissimi omicidi in famiglia saltati all'onore delle cronache (mentre di tante donne uccise da mariti, fidanzati, ex e amanti a stento se ne parla in qualche striminzito trafiletto). Ma nel caso di Hina tutt* avevano il proprio "guadagno" (come avviene nel caso dello stupro se lo stupratore è un "immigrato" anziché un "bravo italiano", chissà se posso parlare di una sorta di economia politica della violenza contro le donne?): dai razzisti di destra ai rappresentanti di governo fino alle finte (o interessate) garanti dei diritti delle donne come Daniela Santanché ...
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