Per chi è attualmente parigin@ segnalo che all'interno del seminario Les épistémologies politiques de la décolonisation. Pour une généalogie de la critique postcoloniale (sul sito di decolonisationsavoirs il programma completo), lunedì 3 novembre vi sarà un incontro dedicato al tema Généalogies du racisme en Italie, con Gaia Giuliani e Francesca Bertino.
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mercoledì 29 ottobre 2014
sabato 25 ottobre 2014
Bus separati per "rom" e "residenti" / Una lettera di Giuseppe Faso
Bus separati per "rom" e "residenti" sulla linea n. 69, che da Torino porta nella cittadina di Borgaro: questa la proposta avanzata dal sindaco, Claudio Gambino (Pd) e da un assessore di Sel, Luigi Spinelli. La definiscono una "provocazione", forse ignari (come altri che prima di loro hanno avanzato simili proposte) del decreto del 19 luglio 1937 che all'interno della più ampia legislazione di segregazione razziale nelle colonie italiane in AOI, interdiceva "ai sudditi l'uso di autovetture in servizio pubblico guidate da nazionali" (cfr. La menzogna della razza, Grafis, 1994). Sulla vicenda pubblico una lettera che Giuseppe Faso (dell'associazione Straniamenti e autore, tra l’altro, di Lessico del razzismo democratico) ha inviato al sindaco di Borgaro Torinese. Per chi volesse imitarlo ecco la mail: sindaco@comune.borgaro-torinese.to.it .
Egregio sindaco, Le chiedo col massimo rispetto un ripensamento rispetto alla Sua idea, se riportata senza forzature dalla stampa. Si possono senza dubbio capire e rispettare le Sue preoccupazioni e il Suo senso di responsabilità nei confronti di un problema la cui gravità non posso certo giudicare io da centinaia di chilometri di distanza. La soluzione prospettata da Lei, quale appare dalla stampa, preoccupa: non è possibile immaginare di distinguere l’utenza dei bus secondo una provenienza sociale, etnica, razziale e rivendicare una distanza dal razzismo. Abbia pazienza, ma il razzismo consiste proprio nel categorizzare le persone, e attribuire loro responsabilità o quozienti di inaccettabilità, in base semplicemente a una presunta origine. Lei probabilmente è piemontese, e io sicuramente meridionale: “piemuntisi” erano per i miei bisnonni truppe di occupazioni, che sulla base di presunta pericolosità di intere popolazioni hanno compiuto crimini di massa. E persone nate e vissute da ragazzi dove io sono nato e vissuto da ragazzo in Comuni non lontani dal suo hanno operato negli ultimi decenni secondo logiche mafiose – partendo dal movimento terra e inquinando a volte municipi interi -; impediranno a Lei e a me di rispettarci come individui, e come individui responsabili del loro operato, e non della loro più o meno presunta appartenenza, giudicarci? Spero di no. Lei ha una grande responsabilità amministrativa: non si faccia ricordare come chi ha attuato quanto i Suoi colleghi leghisti hanno più volte minacciato. Non penserei che Lei è un razzista, non attribuisco a nessuno etichette totalizzanti. Ma i gesti, le decisioni, i comportamenti, quelli sì, possono essere razzisti, e non dipendono dalle Sue intenzioni, ma dalle categorizzazione che metterà o no in atto. Se Lei adopererà una categoria razzizzata, avrà deciso da solo del razzismo della Sua decisione. Certo, molti Le daranno ragione. Non mi faccia operare paralleli storici poco lusinghieri per chi a suo tempo ha dato o avuto consenso su questi temi. Cordialmente, Giuseppe Faso
(Photo credit: effetti sulla popolazione civile dei gas usati dagli italiani durante l'aggressione all'Etiopia 1936-1941, foto dal sito dell'Ecadf)
domenica 19 ottobre 2014
L'invenzione del colore
Ripubblico da il Manifesto di qualche giorno fa la recensione di Liliana Ellena - dal titolo L'invenzione del colore - , al volume di Gaia Giuliani e Cristina Lombardi-Diop, Bianco e nero. Storia dell'identità razziale degli italiani, buona lettura // Un gusto non troppo soffuso di melanconia postcoloniale pervade gli strascichi lasciati dalle celebr-azioni dei 150 anni dell’unità nazionale: l’idea secondo cui la «nostra» cultura nazionale, a differenzadi altri paesi, sarebbe stata «fino al recente arrivo di immigrati» straordinariamente omogenea perquanto riguarda il colore della pelle, la religione e pure la lingua. Un paradigma identitario chemostra come, nonostante la specifica ossessione del dibattito italiano per l’identità nazionale, restinoradicate e persistenti le resistenze a considerarne le relazioni con il razzismo. Appare quindi una sfida e una scommessa, fin dal titolo, il volume di Gaia Giuliani e CristinaLombardi-Diop Bianco e Nero. Storia dell’identità razziale degli italiani
(Le Monnier, pp. 214, euro 18). L’obiettivo esplicito è quello di rilanciare gli esiti più interessanti degli studi che hanno esplorato il nesso costitutivo tra appartenenza nazionale e immagini dell’alterità, per mettere a fuoco le forme di «autorazializzazione» che hanno modellato tanto la dimensione statuale dell’identità nazionale quanto le rappresentazioni diffuse di quella italiana, dal periodo unitario fino ai primi decenni repubblicani. In particolare, il volume individua continuità e rotture dello specifico caso italiano nelle fluttuazioni che si sono materializzate attorno alla linea del colore. Con gli occhi ben puntati sull’eclatante visibilità di cui sono investiti i corpi non-bianchi nei conflitti del presente, le due studiose si chiedono quali siano le genealogie storiche e politiche della norma, invisibile perché naturalizzata, che fa coincidere bianchezza e italianità e dei vocabolari attraverso cui si è articolata e continua ad articolarsi.Nel corposo saggio che apre il volume, Gaia Giuliani individua nel periodo che va dalla nascita dello stato liberale al 1936–37 un passaggio cruciale per comprendere come i confini della cittadinanza emergano da una definizione dell’appartenenza alla nazione per contrasto con spazi non-bianchi, identificati prima con il Sud interno e poi con le colonie. Le tensioni proprie dello stato liberale trarigenerazione nazionale e questione meridionale, da una parte, e tra migrazioni e colonialismodall’altra, diventano gli ingredienti di un processo di «sbiancamento» che culmina nell’idea fascistadi una mediterraneità bianca.Giuliani insiste qui, in particolare, sul ruolo giocato dalla riformulazione delle teorie mediterranistedi fine ottocento, nel fornire un fondamento «scientifico» all’idea totalitaria della nazione prop-ugnata dal fascismo. Nell’immediato dopoguerra è proprio la centralità di questa matrice a veicolarecontemporaneamente la veloce liquidazione della svolta arianista successiva al 1937e l’invisibilizzazione del razzismo, secondo la ferrea logica per cui l’italiano mediterraneo «non puòper sua natura essere razzista: partecipa della mediterraneità di molti altri popoli e territori, e allostesso tempo definisce gli italiani, a prescindere dalla pigmentazione della loro pelle, come più bian-chi di tutti gli altri paesi al limite dell’Europa o non europei».Nella seconda parte del volume Cristina Lombardi-Diop, sposta l’attenzione sul passaggio tra fasci-smo e primi decenni dell’Italia repubblicana, individuando nei saperi e nelle pratiche legateall’igiene e alla cura del corpo, un terreno di convergenza tra rappresentazioni delle bianchezzae processi di modernizzazione. L’accesso ai consumi e il diffondersi dell’industria culturale declinasul terreno depoliticizzato della sfera domestica, del corpo, delle pratiche quotidiane quel processodi sbiancamento degli italiani che aveva ispirato le campagne fasciste di bonifica della razza sul terr-itorio nazionale e nelle colonie.In questo senso particolarmente significativa è l’analisi dei codici simbolici delle pubblicità dei pro-dotti di bellezza e per la casa, dai Manifesti di Gino Boccassile degli anni ’50 al Carosello degli annisessanta e settanta. Calimero, il pulcino nero icona della pubblicità del detersivo Ava, è forsel’esempio più eclatante della combinazione tra la stigmatizzazione della nerezza associata a impurità,sporcizia e contagio con i motivi anticontadini, antimeridionali e paternalistici che dominavano lacultura diffusa dell’Italia industriale negli anni del boom economico e delle migrazioni interne. Attraverso l’interiorizzazione di modelli di comfort personale e domestico, la linea del colore contribuisce a modellare i processi di mobilità territoriale e quelli della mobilità sociale segnalando «uno spostamento nella rappresentazioni razziali che si allontanano dalle categorie biologiche e si avvicinano a una comprensione più intima e privata della posizione di ciascuno nel progetto morale e nazionale della modernizzazione».Nel mettere in tensione corpo della nazione e disciplinamento biopolitico dei corpi individuali, il volume evidenzia come la linea del colore si materializzi all’intersezione di paradigmi diversi di naturalizzazione delle differenze legate al corpo. Il genere diventa qui un terreno cruciale per individuare le linee mobili attraverso cui l’identità razziale degli italiani è prodotta e contemporaneamente resa invisibile da altre forme di categorizzazione sociale. I riferimenti ai modelli visivi ed estetici che definiscono gli stereotipi di femminilità e mascolinità bianca e mediterranea, così come la trama razzializzata dei meccanismi di controllo e nazionalizzazione del corpo delle donne, individuano nella differenza sessuale il principale terreno attraverso cui la razza e il razzismo si manifestano nel contesto italiano.Uno dei principali meriti del volume, e uno dei suoi punti di forza, è di offrire una chiave interpretativa di lungo periodo che riesce a far dialogare efficacemente due ambiti di indagine finora largamente separati. Il primo è rappresentato da quel patrimonio di ricerche che negli ultimi anni ha riscattato la storia delle migrazioni e del colonialismo italiano da una posizione marginale per collocarle al centro delle dinamiche del nation building italiano. Il secondo è riconducibile a quell’insieme di approcci e griglie interpretative che in ambito anglosassone ha caratterizzato l’emersione dei whiteness studies, un’area trasversale di ricerca — conosciuta in Italia principalmente grazie al lavoro di traduzione di Giuliani — che ha riformulato le teorie critiche della razza assumendo come oggetto privilegiato l’analisi della costruzione storica, culturale e politica del «privilegio» bianco. A muovere questo dialogo è l’urgenza di identificare strumenti analitici adeguati a leggere nei con-flitti del presente un problema contemporaneamente storico e politico in grado di sollecitare nuovemappe dell’archivio delle nostre identità. Proprio su questo terreno la scommessa formulata dalle autrici del volume è stata rilanciata in questi mesi dalla nascita di InteRGRace (Gruppo interdisciplinare e intersezionale su razza e e razzismi/Interdisciplinary Research Group on Race and Racism),di cui Giuliani è una delle fondatrici. InteRGRace è una rete di produzione, diffusione e scambio a livello nazionale e internazionale che,articolandosi nella duplice veste di gruppo di ricerca accademica e di associazione rivolta ad un pub-blico non specialista, si propone come laboratorio di traduzione e contaminazione tra domande politiche e sfide teoriche (L. Ellena, il Manifesto, 15 ottobre 2014)
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giovedì 27 marzo 2014
Maledetto Sud
A partire dal recente volume di Vito Teti Maledetto Sud (Einaudi 2013) e mettendo a confronto diverse forme artistiche che s’interrogano sul rapporto arcaicità/modernità, Nord/Sud, stereotipi/realtà, come anche su molte altre sfaccettature rivelate da queste contrapposizioni, sabato 29 marzo dalle ore 18,30 presso la Libreria delle Moline (via delle Moline, 3 - Bologna) una serata di discussione e riflessione che, strutturata con il filo conduttore dell’intervista all’autore condotta da 100 Thousand Poets for Change – Bologna, sarà frammezzata da interventi musicali della band calabro-emiliana Il Parto delle Nuvole Pesanti, dalla proiezione del corto Le Corbusier in Calabria di Fabio Badolato e Jonny Costantino e di alcune immagini dalla serie Italy Below di Giulio Rimondi e le memorie e re-invenzioni del liutaio Vitantonio Malfarà. Per maggiori info Pina Piccolo 3386268250
martedì 20 agosto 2013
Zapruder / Made in Italy. Identità in migrazione online
Come molte/i di voi sanno già, l'editoriale e gli articoli della parte monografica di Zapruder vengono inseriti sul sito di Storie in Movimento dopo un anno dalla pubblicazione della rivista. Sono quindi ora disponibili l'editoriale e gli articoli della parte monografica del numero curato da Andrea Brazzoduro, Enrica Capussotti e Sabrina Marchetti, Made in Italy. Identità in migrazione, uscito esattamente un anno fa. In questa pagina trovate l’indice da cui è possibile accedere alla lettura online dei seguenti testi: Andrea Brazzoduro, Enrica Capussotti e Sabrina Marchetti, Identità … made in Italy // Michele Colucci, Effetti collaterali. L’uso pubblico delle migrazioni e della loro storia // Gaia Giuliani, Lombroso l’australiano. Costruzione della bianchezza tra Otto e Novecento // Enrica Capussotti, «Arretrati per civiltà». L’identità italiana alla prova delle migrazioni interne. Buona lettura!
lunedì 3 giugno 2013
La Calabria e la provincia afghana
Ovviamente anche la storia della quindicenne pugnalata e poi bruciata viva dal "fidanzato" la scorsa settimana ha seguito i tempi classici del "fare informazione" e alla sovraesposizione mediatica dei primi giorni - in quel coacervo ributtante di vuoyerismo, sessismo e razzismo di cui ha parlato anche Sonia Sabelli - è seguito il silenzio della stampa mainstream e non. Semplicemente questa morte non fa più "notizia" e finirà presto nel dimenticatoio insieme a tutti quegli articoli che hanno contribuito alla costruzione e (ri) produzione di un discorso pubblico/mediatico inficiato da stereotipi e pregiudizi violentemente razzisti/sessisti quali la presunta "specificità calabrese" dell'omicidio. Tra questi articoli mi sembra che valga la pena ricordare, a futura memoria, quello pubblicato su Donne di fatto, la pagina "rosa" de Il Fatto Quotidiano, dal titolo Calabria, la donna non vale nulla. L'autore - che utilizza una formula retorica consolidata, ovvero quella di dichiarare il suo "essere calabrese" come prova dell'autenticità/verità di quanto afferma - si lancia in una sorta di indagine sociologica/antropologica sulla "condizione delle donne calabresi". Dopo un fiume di commenti che contestano quanto scrive, il giornalista pubblica qualche giorno dopo un altro articolo per spiegare e giustificare, punto per punto, quanto scritto in precedenza, ma le sue spiegazioni e giustificazioni non fanno che confermare la fitta ragnatela di immaginari razzisti e sessisti in cui l'autore si dibatte
mercoledì 29 maggio 2013
Assassino è chi uccide. Ovunque
Ricevo dal Centro di Women’s Studies Milly Villa dell'Università della Calabria - e condivido - una riflessione sulla costruzione e (ri)produzione di un certo tipo di discorso pubblico sull'omicidio, avvenuto qualche giorno fa in provincia di Cosenza, di una ragazzina di quindici anni. Ecco il testo: "L’omicidio di Fabiana Luzzi ci interroga e ci fa riflettere. Crediamo che in questi casi sia necessario rispettare il dolore di una famiglia e di una comunità. Come Centro di Women’s Studies Milly Villa non possiamo tuttavia tacere rispetto alla costruzione e alla (ri) produzione del discorso pubblico a cui stiamo assistendo in queste ore. Non possiamo dare spazio alla costruzione del discorso mediatico che possa anche solo minimamente legittimare una posizione o rafforzare stereotipi e pregiudizi. C’è sempre un pericolo nascosto quando si esprime un giudizio o un’opinione che diventa pubblica: il pericolo del non approfondimento, della rinuncia a conoscere. Il pericolo è quello dell’inerzia o della frettolosità che fa irrigidire la definizione della realtà, investita emozionalmente da chi la esprime, in puro pregiudizio. L’omicidio di una donna è tale ovunque accada: non è il luogo a stabilire naturali predisposizioni. Non è biologia, né cultura naturalizzata. E’ violenza, e la violenza non conosce appartenenze territoriali o regionali. Assassini lo si diventa quando si uccide.E’ per questo che come Centro sottolineiamo il pericolo nascosto all’interno di ogni stereotipo che diventa pregiudizio: il pericolo di un razzismo che nasconde la realtà e che non permette di leggerla nelle sue tante dimensioni. Riteniamo indispensabile ripensare alle categorie attraverso le quali leggiamo la violenza di genere, attraverso cui proviamo a comprendere i cambiamenti nelle relazioni, nelle dinamiche di potere, di riconoscimento, di costruzione di una idea di relazione affettiva come possesso e dominio. Essere situate in una terra come la Calabria significa anche decostruire un immaginario legato alle donne del sud, agli uomini del sud, alle dinamiche tra i generi. A Sud, ma non solo. Significa decostruire concetti come quelli di emancipazione, per approfondire le diverse forse di dominio da cui liberarsi, ed uscire dalla logica che ci rende libere o oppresse nelle rispettive scelte di partire o restare. Significa decostruire quella visione ricorrente (a cui sembra che due ‘importanti’ giornali nazionali siano ormai affezionati) che tende a svalutare e razzizzare i sud - e la Calabria in particolare - confinandoli in una costruzione discorsiva che li vuole immobili, depauperati, senza storia, stretti dalla morsa del patriarcato. Significa, per lo stesso motivo, anche sfuggire ai discorsi che si arroccano intorno a una ‘presunta’ identità ferita, a una ‘calabresità’ offesa e da difendere: anche in questo caso il
rischio è quello di ‘naturalizzare’ la Calabria,annullare le criticità, i chiaroscuri, la forza di un paradigma eterosessista declinato al maschile. Come Centro di Women’s Studies dell’Università della Calabria speriamo che da questa orrenda vicenda si possa avviare una riflessione seria a partire dal linguaggio utilizzato dai media: parlare non di amore, di gelosia, di passione, ma di violenza, rabbia, calcolo e orrore. Speriamo che da qui si possa rimettere al centro la vita delle donne, la dignità delle persone, a partire dall’individuazione di nuove prospettive di analisi, dalla proposta di percorsi formativi ed educativi, dal sostegno ai centri antiviolenza, rafforzando ciò che esiste e resiste, spesso a fatica. Rinnoviamo la nostra vicinanza alla famiglia di Fabiana, e a tutte le vittime di femminicidio"
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lunedì 27 maggio 2013
Cesare Lombroso e la specificità calabrese
Una ragazzina di quindici anni, Fabiana Luzzi, viene uccisa in maniera atroce dal suo "fidanzato", poco più grande di lei, in un paesino in provincia di Cosenza. La lettera di una "trentenne calabra, direttore delle relazioni esterne di una multinazionale" inviata e poi pubblicata da Il Corriere della Sera con il titolo Sono nata nella terra dove è stata uccisa Fabiana, io sono fuggita lei non c'è riuscita, ha scatenato una serie di reazioni tra chi, come si legge su Scirocco News, non riesce a scorgere l'attinenza tra l'omicidio di una ragazzina e il fatto che fosse nata in una certe regione e si oppone all'immagine di una Calabria terra barbara e retrograda, dove gli uomini sono tutti dei padre padrone con la clava e le donne tutte vittime e sottomesse. Un omicidio riconducibile insomma ad una sorta di "specificità calabrese", così come per l'omicidio di Sarah Scazzi si era parlato di cultura meridionale. Doriana Righini nel suo La rivincita di Lombroso, scrive che, come affermava Rosa Luxemburg, il primo gesto rivoluzionario è chiamare le cose con il loro vero nome e che quindi, riprendendo le parole di Renate Siebert, non si può che definire razzista quanto espresso nella lettera pubblicata dal Corriere della Sera, poiché " una storia come questa potrebbe essere accaduta in qualsiasi altro posto d’Italia. Trovo assolutamente razzista e aberrante che si possa parlare, in questa vicenda, di specificità calabrese [...] Per come conosco la Calabria devo dedurre che chi sostiene queste tesi è sostanzialmente razzista ”. // Alcuni articoli correlati in Marginalia: Il ritorno del meridionale mafioso e omertoso, Il colore delle donne meridionali, I meridionali sono meno intelligenti. E le meridionali ancora meno
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mercoledì 10 aprile 2013
Made in Italy. Identità in migrazione al Modo Infoshop
Domani, giovedì 11 aprile, al Modo Infoshop, presentazione di Made in Italy. Identità in migrazione, il numero di Zapruder curato da Andrea Brazzoduro, Enrica Capussotti e Sabrina Marchetti di cui vi avevamo già parlato qualche mese fa. Per una breve presentazione e indice del volume rinviamo al sito di Storie in Movimento. Speriamo vedervi numerose/i!
sabato 11 febbraio 2012
Pubblicità razziste: il ritorno del meridionale mafioso e omertoso
La nuova campagna pubblicitaria dell’operatore telefonico Italiacom fa ricorso ad alcuni dei classici stereotipi razzisti anti-meridionali, nella fattispecie i siciliani (uomini), rappresentati come mafiosi e omertosi, tramite coppola d'ordinanza e il claim "Finalmente i siciliani parleranno!". Delle donne ovviamente non ci è dato sapere, probabilmente il "notorio" mutismo delle donne siciliane vestite di nero da capo a piedi - altro vecchio stereotipo razzista e sessista - questa volta non ha stimolato i "creativi" della Italiacom. Immagine e commento (che condividiamo dall'inizio fino al "vergogna!" finale), nel sito di Gennaro Carotenuto.
(Alcuni) articoli correlati sotto la Razzismo anti-meridionale.
(Alcuni) articoli correlati sotto la Razzismo anti-meridionale.
giovedì 21 aprile 2011
150 anni contro: contro-corsi sulla storia d'Italia
Sono partiti il 7 aprile i contro-corsi organizzati dal Circolo Berneri, 150 anni contro: contro corsi sulla storia d'Italia 1861-20011. 150 anni di rivolte e repressioni. Motivati dall'esigenza di " mettere in discussione l’operazione politico-ideologica che tramite le celebrazioni dei 150 anni di esistenza dello stato italiano, tende a rinsaldare il nazionalismo", i contro-corsi, inaugurati dall'intervento di Giuseppe Galzerano ("Costruzione di una nazione: l’Unità, il brigantaggio, la questione meridionale. Carlo Pisacane"), proseguiranno l'11 maggio con interventi di Nicoletta Poidimani ("Una prospettiva di genere sul colonialismo italiano") e Vincenza Perilli ("Corpi coloniali e corpi per la nazione"), il 14 maggio con Claudio Venza ("Rivolte popolari e repressione statale tra ’800 e ’900") e Laura Orlandini ("La settimana rossa"), il 21 maggio con l'intervento di Pippo Gurrieri ("La La quaestio linguistica: costruzione della lingua, repressione delle lingue"), il 28 maggio con Italino Rossi ("La resistenza tradita. Speranze e delusioni nel secondo dopoguerra")ed infine l'11 giugno con Sante Norarnicola e Valerio Lucarelli (" Anni ’70 e lotte carcerarie: il Movimento dei Dannati della terra, l’esperienza dei N.A.P"). Per maggiori info su orari e luoghi in cui si terranno i contro-corsi, rinviamo al sito del Circolo Berneri.
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mercoledì 23 marzo 2011
Migrazioni e identità nazionale italiana / Zapruder call for papers
Negli ultimi decenni le migrazioni sono diventate un tema di ricerca centrale in numerose discipline. Studiose e studiosi, spinte/i verso questo tema anche dal contemporaneo massificato movimento di uomini e donne, hanno riformulato gli approcci disciplinari convenzionali, occupandosi di donne migranti, di identificazioni transnazionali, di trasformazioni culturali e sociali. Il numero di Zapruder dedicato a Migrazioni e identità nazionale italiana intende circoscrivere l’oggetto d’analisi a quelle tensioni, conflitti, trasformazioni che sorgono dal rapporto tra migrazioni e costruzione, in diversi contesti temporali, di un’identità (o più identità) nazionale italiana. Il numero è inoltre interessato a un confronto tra processi del passato e del presente, tra approcci storiografici e sociologici in grado di dialogare tra di loro e di riflettere criticamente sui presupposti teorici e categoriali implicati nel tema analizzato. Si sollecitano quindi contributi che problematizzino e discutano categorie come identità, cultura, ‘razza’, etnia, nazione nel contesto dei processi migratori da, verso e attraverso l’Italia. Alcune delle domande che il numero si pone sono: in che modo i movimenti di uomini e di donne sono entrati nei processi di formazione identitaria declinati anche in chiave nazionale? In relazione ai processi migratori del passato e del presente, quali rappresentazioni di nazione, popolo, cultura, ‘razza’, etnia, genere, sessualità diventano il campo di battaglia in cui intervengono diversi progetti e diverse forze sociali e culturali? In che modo donne e uomini migranti ridisegnano confini, processi di inclusione ed esclusione, d’identificazione e di dis-identificazione, meccanismi di accesso alla cittadinanza? Che ruolo hanno avuto l’emigrazione e l’immigrazione nel ridisegnare la mappa delle identificazioni con la città, la nazione, l’Europa e il mondo? Quali legami esistono tra migrazioni e costruzione delle diverse sfumature della ‘bianchezza’ degli italiani? Sono benvenuti interventi che affrontano una o più delle seguenti tematiche: Nazione, genere, sessualità e migrazioni / Fratture dell’idea di identità nazionale in relazione ai processi migratori / Migrazioni e costruzione della ‘bianchezza’ / Italianità, transnazionalità, europeità / Migrazioni interne / “Nuovi italiani” / Politiche del ‘colore’ e politiche di cittadinanza. Gli abstract degli articoli, di max 400 parole, devono provenire alla curatrici (sabrinamarchetti@rocketmail.com e enrica.capussotti@ncl.ac.uk) entro il 1° maggio 2011. Gli articoli completi dovranno poi essere consegnati entro il 31 ottobre 2011. La rivista Zapruder nasce all'interno del progetto Storie in Movimento. Per approfondire si rimanda al sito: www.storieinmovimento.org.
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martedì 15 marzo 2011
Il colore delle donne meridionali e l'unità d'Italia
Oltre all' allergia alle mimose rivendichiamo, come noto, anche quella a "Dio, patria e famiglia". E questa primavera - dopo il presagio dell'otto marzo delle donne italiane tutto fiocchi rosa e uteri per la patria - si delinea, per noi, sempre più spiacevole e desolante grazie all'ondata inarrestabile delle celebrazioni per i 150 anni dell'unità d'Italia. Dopo le mimose ora è tutto un fiorire di discorsi sulla nazione e l'italianità, tutto uno sventolare di bandiere tricolori, di vetrine colme di "edizioni speciali anniversario", faccette di garibaldi-l'eroe-dei-due-mondi e Cavour (Camillo Benso, bien sûr) che ci osservano un po' accigliati da scatolette di mentine e biscotti, bottiglie di vino, calzini e mutande. A dimostrazione che nulla (gesto, parola, cosa ...) è "casuale" nell'odierna società dello spettacolo, nella paccottiglia del business celebrativo c'è anche la carrozzina-bandiera (verde, bianca e rossa - ovvio) per portare a spasso, immaginiamo, gli attesi frutti degli uteri per la patria, i piccole/i italiane/i doc (degli altri ... chissenefrega). Una cacofonia insopportabile, al ritmo dell'inno di Mameli. Per consolarci (e sentirci meno sole) a sera rileggiamo, prima di addormentarci, Alberto Maria Banti che distrugge l'osannato discorso del neo-nazionalista Benigni a Sanremo, andiamo a lavorare all'alba canticchiando la versione in rosa dell'inno e sputiamo anche noi (correndo il rischio della semplificazione) "su Hegel, su Garibaldi, sull’unità d’Italia" insieme a chi, di questa benedetta unità, sottolinea anche gli aspetti meno "gloriosi", lo sfruttamento e i massacri di una vera e propria "impresa coloniale" del "nord" contro il "sud" (lo ricordavamo anche in Miti e smemoratezze del passato coloniale italiano). Di questo passato restano ancor oggi delle scorie, anche tra "donne" (le "donne italiane" del famoso appello per il 13 febbraio). Un frammento curioso che vi lasciamo senza commenti, è una lettera (firmata) di una "donna di Napoli" residente da più di dieci anni in una città del centro nord "dove sono nati e cresciuti i miei quattro figli". La lettera, che vi trascriviamo, è stata pubblicata dal quotidiano La Repubblica proprio l'8 marzo di quest'anno: "Ero in un negozio e mentre misuravo un capo, una madre consigliava alla figlia quale vestito scegliere: 'questo ti sta bene', 'questo no', 'questo è fine' e infine 'questo è bello, ma ha un colore da meridionale. Mi sono affacciata per guardare la 'signora' ma ero cosi indignata da non riuscire a pronunciare una parola. Dopo qualche minuto mi sono avvicinata con un sorriso e, precisandole di essere napoletana, le ho chiesto di indicarmi qual era il vestito con i colori da meridionale. Lei, con lo stesso sorriso nel dirmi che non era una affermazione offensiva perché aveva origini calabresi, mi accompagnava allo stand e, nel non trovarlo, commentava che era talmente bello che l'aveva già preso qualcun altro. Certo, ho detto, bello ma col colore da meridionale".
sabato 23 ottobre 2010
Meridionali e "predisposizione genetica"
Ci aveva un po' inquietato, tra i commenti a Sarah e le pari opportunità, leggere che l'omicidio di Sarah Scazzi era riconducibile a una certa "cultura meridionale". Purtroppo sembra che non sia un commento isolato, almeno a leggere quelli riportati da L'Anticomunitarista dal forum di Radio Padania Libera. Che il rapporto Eures relativo agli ultimi anni abbia dimostrato ancora una volta che gli omicidi commessi in ambito familiare/di prossimità avvengono soprattutto al Nord (in regioni come la Lombardia e il Veneto), non importa. I dati non spostano una virgola in un certo immaginario razzista per il quale il Sud è sempre il Sud. E' lo stesso meccanismo di quando la vittima si chiama Hina o Saana: è inutile ricordare che l'Islam non c'entra e che la maggioranza delle donne in Italia sono vittime di uomini italiani presumibilmente di religione cattolica. La prerogativa del sessismo più violento appartiene di diritto a "clandestini", "immigrati", "musulmani" e per estensione maschi del Sud Italia. Non per niente quelli/e del sud sono stati/e i/le primi/e "marocchini/e" di questo paese. Peccato però non ci sia dato sapere se omicidi come quello commesso da Olindo e la sua bella siano riconducibili a una certa "cultura Padana"....
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mercoledì 17 febbraio 2010
I meridionali sono meno intelligenti. Le meridionali ancora meno
Mi girano un articolo de Il Corriere della Sera che riferisce dell' ultimo studio di Richard Lynn, già noto per aver affermato che le donne sono meno intelligenti perché hanno un cervello più piccolo. In questo ultimo studio, pubblicato sulla rivista Intelligence (!) il novello Niceforo teorizza che "il Sud Italia è meno sviluppato del Nord perché i meridionali sono meno intelligenti dei settentrionali. Anzi, mentre nel Nord Italia il quoziente intellettivo è pari a quello di altri Paesi dell'Europa centrale e settentrionale, più si va verso sud più il coefficiente si abbassa". La causa? Elementare : "con ogni probabilità [è] da attribuire alla mescolanza genetica con popolazioni del Medio Oriente e del Nord Africa". Il mio infimo QI (meridionale+donna+incerte mescolanze genetiche), mi suggerisce di non perdere tempo a commentare ...
giovedì 5 novembre 2009
Anticipazioni dai Quaderni Viola: La straniera. Informazioni, sitobibliografie e ragionamenti su razzismo e sessismo

Chiara Bonfiglioli, Lidia Cirillo, Laura Corradi, Barbara De Vivo, Sara Farris, Vincenza Perilli (a cura di), La straniera. Informazioni, sitobibliografie e ragionamenti su razzismo e sessimo, Edizioni Alegre, 2009. Per intanto c'è solo la copertina, ma presto potrete leggere tutto il resto ...
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martedì 15 settembre 2009
Terrone sinonimo di maleducato ... Riflessioni solitarie a partire dal manuale di bon ton di un gay-friendly leghista
Credo che i fatti, dopo i tanti articoli, comunicati e prese di posizione, siano noti. Riassumo: la settimana scorsa, a Bologna, dopo una festa gay ai Giardini Margherita, un gruppo di almeno quattro persone aggredisce fisicamente un giovane omosessuale. Nel clima attuale, caratterizzato da una preoccupante escalation di aggressioni contro soggetti lgbt (pestaggi, accoltellamenti, locali dati a fuoco, bombe carta, minacce sui muri ...) l'episodio non poteva che destare legittima preoccupazione. Ma sulla stampa, dopo una dichiarazione della vittima (che avrebbe affermato di "fare fatica a definire omofobica l'aggressione, perché non sono state pronunciate parole di quel segno, ma è convinto che gli aggressori fossero eterosessuali"), l'aggressione viene presto derubricata come un banale litigio per futili motivi, sembra per una sigaretta negata. Inutile dire che nè la dichiarazione della vittima, nè il cosiddetto "futile motivo" (come dimenticare che anche Nicola Tommasoli è stato ammazzato per una sigaretta negata ?) sono parsi a molte/i motivi sufficienti per ritenere quanto accaduto "banale". Ma oggi sulla stampa mainstream la vicenda viene arricchita di un altro particolare: sembra che all'origine dell'aggressione non ci sia una sigaretta rifiutata ma un insulto che un amico dell'aggredito ha urlato agli aggressori, un gruppo di giovani napoletani. L'insulto è di quelli che ben conosco, terrone. E si da anche il caso che colui che l'ha proferito sia un militante della Lega Nord, un attivista "strutturato" del partito di Bossi e Salvini (quello di "Senti che puzza, scappano anche i cani, stanno arrivando i napoletani”... ma ne hanno per tutti, migranti, islamici, meridionali in genere). Ci sarebbero tutti gli elementi per cogliere in questa vicenda la preoccupante e incrociata presenza di elementi sessisti e razzisti, ma la stampa riporta subito una dichiarazione del gay-friendly in camicia verde che rimette tutte le cose a posto. Giura "che quell'epiteto non è stato usato a scopo discriminatorio. Volevo solo dare del maleducato ad una persona ubriaca che mi aveva infastidito. Era solo un sinonimo, credo che nella cultura settentrionale quella parola venga usata spesso in questo modo. Nessuna discriminazione". E' alleggerisce anche le responsabilità degli aggressori: "Ho l'impressione che questa storia sia stata gonfiata ad arte. Nessuno di quei ragazzi ha pronunciato frasi anti-gay". Ma che bravi tutti, evviva! E probabilmente stupida io che sto qui a scrivere. Del resto non mi interessa (da tempo) chiedermi come si può essere gay e votare Lega o essere vittima di razzismo ed essere omofobo (ognuno si suicida come vuole), ma tornare a riflettere ancora una volta, e amaramente, sul fatto che essere "oppressi/e" non garantisce nulla, e per cominciare nessuna innocenza. Puoi essere gay ed essere razzista fino al buco del culo, essere un soggetto storicamente razzializzato (meridionale, nero, migrante ...) ed essere un omofobo o un sessista di merda. E , sia detto a scanso di equivoci, neanche essere donna preserva da simili derive. Donne lesbofobe. Donne lesbofobe e razziste nello stesso tempo. Solo razziste. Non lesbofobe, ma islamofobe . Una volta una si complimentò perché non avevo un "marcato accento meridionale" (ma questo non è razzismo! dicono). Ne ho conosciute fin troppe, molte delle quali si dichiarano anche femministe. O fanno finta di crederci. O hanno convinto qualcuna/o, non si sa bene come, di esserlo. Perché dichiararsi femministe, o antifasciste/i, antirazziste/i, antisessiste/i è un giochetto. "Esserlo" è un tantino più difficile, soprattutto è difficile essere tutte queste cose insieme. E così può accadere che sei gay ma strizzi l'occhio a CasaPound, che sei antisessista e antifascista ma poi fai il macho con la prima donna che ti capita a tiro, che sei femminista ma stigmatizzi altre donne perché portano la gonna troppo lunga e il velo (o la gonna troppo corta e le tette da fuori), che ti definisci antifascista e poi fai il quotidiano radical chic che ammicca ai fasciofuturisti ... E potrei continuare. Ma in questo modo quale mondo si spera di sovvertire?
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domenica 31 maggio 2009
Protesta con veli e kefiah nella reggia dei Savoia
Succede alla Reggia di Venaria, storica residenza dei Savoia (qui, qui e qui gli articoli dei quotidiani sull'accaduto). Una lettera anonima pubblicata da La Stampa in cui una turista si lamentava del fatto che alla reception ci fossero "due donne islamiche, una addirittura con il velo", provoca la protesta di tutto il personale del castello sabaudo, che il giorno dopo si presenta a lavorare indossando veli e kefiah (ovviamente le donne con il velo e gli uomini con la kefiah, sarebbe troppo pretendere stravolgimenti queer in spontanee rivolte antirazziste, ma lancio l'idea per il futuro). Del resto questa non era la prima volta che "la donna islamica con il velo", Yamna Amellal (originaria del Marocco, da cinque in Italia, cinque lingue parlate fluentemente e cinque euro all'ora di stipendio) subiva il razzismo non proprio velato dei/delle visitatori/visitatrici del Reggia. Tra questi anche il classico "tornatene al tuo paese". E l'altra "islamica"? In realtà si chiama Marina German ed è di origine calabrese ...
Tutta questa storia la conosco fin troppo bene.
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Classer, dominer. Qui sont les autres?
"Sexe" et "race" dans le dans les féminismes italiens. Jalons d’une généalogie
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Tutta questa storia la conosco fin troppo bene.
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lunedì 20 aprile 2009
Interruzioni involontarie di gravidanza
Un trafiletto su un quotidiano locale: un uomo ha ripetutamente stuprato, massacrato di botte fino a spaccarle i denti, minacciato di cospargerla di benzina e darle fuoco se lo lasciava e infine fatto abortire a suon di calci e pugni, la sua convivente. Lui è italiano, lei polacca.
Non lo specificherei (anche perché è solo uno dei tanti casi avvenuti solo negli ultimi giorni, con vittime e carnefici di varie nazionalità) ma mi forzo a farlo, in nome della critica all'economia politica dello stupro. Vabbè che il trafiletto trova lo spazio per specificare che lui è calabrese. Perché si sa (anche senza scomodare troppo il buon vecchio Alfredo Niceforo e l'antimeridionalismo riattivato dalla Lega Nord ...), che al momento opportuno certi italiani tornano ad essere "marocchini" ...
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venerdì 1 agosto 2008
Arancia meccanica

Ho cercato (inutilmente) per ore tra le mie scartoffie dei vecchi appunti che pensavo potessero tornarmi utili per una recensione che sto scrivendo e mi è venuto tra le mani un ritaglio di giornale (una mia pessima abitudine questa). Un articolo di Darwin Pastorin pubblicato su Liberazione lo scorso ottobre , il racconto del ritorno nella propria città di qualcuno che ne è stato assente per molti anni. Cosa è cambiato? Copio un frammento: " Non ci sono più i prati. Molti amici se ne sono andati. Ci sono tanti stranieri, ed è un bene. Almeno per me, che sono figlio di emigranti, nato in Brasile da genitori veronesi. Ma non per tutti. Qualche sera fa sono stato a cena con mio figlio Santiago, a un ristorantino di solo pesce, vicino a casa. Mi stava raccontando della scuola, quando entra una famiglia. Una famiglia piemontese, marito, moglie e due figlie piccole. Si siedono vicino a noi. Parlano forte, impossibile non sentirli. La madre alla bambina più piccola: "Hai già pensato al tuo fidanzato? Come ti piacerebbe averlo?" La bambina: "Biondo, con gli occhi azzurri e ricco". La madre: "E non deve chiamarsi Mohammad!". E la figlia più grande:"E non deve chiamarsi Ciro!". E giù risate. Il più divertito è il padre, giacca e cravatta. Capito? NOn deve essere, il futuro sposo, musulmano o meridionale...". Il titolo dell'articolo è "Un salto nella nostalgia: tornare a casa e ritrovare i vecchi amici". Ed è vero: certi vecchi amici li ritroviamo sempre, purtroppo.
Non ho voglia di commentare, le cose da dire sarebbero tante, troppe. E rischierei di restare qui a scrivere tutta notte e invece non voglio fare tardi (vado a vedere Arancia meccanica all'aperto, sapete com'è l'estate in città ...) e così vi lascio liber* di trarre le vostre personali considerazioni e riflessioni. E se non siete già tutt* in vacanza (sembra che oggi sia scoccata definitivamente l'ora x, cartelli di chiuso per ferie da fruttivendoli e macellai - in specie autoctoni ... - e vari post con inspiegabili "ci vediamo a settembre!" sparsi nel web già da un po' ...) possiamo confrontarci nei prossimi giorni qui ...
Per chi stasera non può godersi Kubrick: vi lascio al video delle violenze poliziesche contro i/le migranti e i/le militanti antirazzist* che avevano occupato il Duomo di Napoli con i/le migranti e i/le rifugiat* sfrattati a Pianura il 28 Luglio 2008. Del resto (Trattato di Lisbona docet) il ricorso alla violenza per sedare "sommosse e insurrezioni" (come anche la pena di morte), è cosa legittima. La "difesa della vita" si pone altrove.
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Dimenticavo: la foto sembra sia stata scattata in Belgio, credo negli anni 50-60, ma non ci giurerei. Comunque l'ho "rubata" qui.
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Non ho voglia di commentare, le cose da dire sarebbero tante, troppe. E rischierei di restare qui a scrivere tutta notte e invece non voglio fare tardi (vado a vedere Arancia meccanica all'aperto, sapete com'è l'estate in città ...) e così vi lascio liber* di trarre le vostre personali considerazioni e riflessioni. E se non siete già tutt* in vacanza (sembra che oggi sia scoccata definitivamente l'ora x, cartelli di chiuso per ferie da fruttivendoli e macellai - in specie autoctoni ... - e vari post con inspiegabili "ci vediamo a settembre!" sparsi nel web già da un po' ...) possiamo confrontarci nei prossimi giorni qui ...
Per chi stasera non può godersi Kubrick: vi lascio al video delle violenze poliziesche contro i/le migranti e i/le militanti antirazzist* che avevano occupato il Duomo di Napoli con i/le migranti e i/le rifugiat* sfrattati a Pianura il 28 Luglio 2008. Del resto (Trattato di Lisbona docet) il ricorso alla violenza per sedare "sommosse e insurrezioni" (come anche la pena di morte), è cosa legittima. La "difesa della vita" si pone altrove.
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Dimenticavo: la foto sembra sia stata scattata in Belgio, credo negli anni 50-60, ma non ci giurerei. Comunque l'ho "rubata" qui.
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