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domenica 23 ottobre 2011

La memoria rimossa del colonialismo italiano in Libia

Mentre nel web (come nelle televisioni e nei giornali di mezzo mondo) continuano ad impazzare le immagini di Muammar Gheddafi morto, noi facciamo un piccolo passo indietro temporale. Solo qualche settimana fa in Libia, e precisamente a Tripoli, era stato celebrato in pompa magna dal presidente del Cnt Mustafa Abdel Jalil e dal "nostro" ministro della difesa, Ignazio La Russa, il centenario dell'aggressione coloniale in Libia , evento passato in Italia nel quasi assoluto silenzio (perlomeno nei media mainstream). Ma il tipo di "memoria" emersa da questa celebrazione, è una memoria distorta, edulcorata, che ripropone il mito di un "colonialismo buono", costruttore di palazzi, acquedotti e strade. Per una cronaca della giornata, che può offrire spunti di riflessione, rinviamo  ad un articolo di Manlio Dinucci pubblicato in origine da il manifesto, e che noi riprendiamo dal sito Voce Proletaria: La memoria rimossa del colonialismo italiano in Libia.

venerdì 21 ottobre 2011

Omar al-Mukhtar: la cattura, il processo, l'esecuzione

La mostra fotografica Omar al Mukhtar. La cattura, il processo, l'esecuzione è visitabile fino al 28 ottobre presso la Biblioteca di Studi Politici di via Chiabrera a Roma. Per info più dettagliate rinviamo al sito dell'Università di Roma Tre

Alcuni articoli correlati e materiali di approfondimento:

Angelo Del Boca, Omar al Mukhtar, credente e stratega
Marginalia, Muammar Gheddafi e Il leone del deserto
Museo virtuale delle intolleranze e degli stermini, Atti del processo a Omar al Mukhtar
Marginalia, Dal leone del deserto Omar al Mukhtar al "colonnello" Muammar Gheddafi
Enrica Capussotti, European colonial memory on sell: Italian-Libyan agreements and the rejection of migrants
Vincenza Perilli, Miti e smemoratezze del passato coloniale italiano

martedì 23 agosto 2011

Dopo Gheddafi : Tripoli, bel suol d'affari

La finanza non è mai stata il nostro forte (e magari neanche di chi ci segue), ma converrete che non è poi difficile capire come mai (a poche ore dall'entrata vittoriosa degli oppositori di Gheddafi nella capitale libica), i mercati internazionali siano in festa, con il prezzo del petrolio calato a 107 dollari a barile e le borse europee chiuse in rialzo. Del resto sembra che tutte le grandi imprese con interessi economici forti in Libia (dall'italianissima Eni, alla francese Total, ai colossi anglosassoni Bp, Shell e ExxonMobil) siano lì a fregarsi le mani in vista della imminente "ricostruzione post-bellica" e delle nuove opportunità di "investimento". Ciononostante, su altri fronti, il dopo-Gheddafi resta comunque incerto, e in questo senso ci è parsa particolarmente interessante l'intervista ad Angelo Del Boca pubblicata oggi, 23 agosto, sull'Unità. Se vi siete persi il cartaceo credo non dovreste avere difficoltà a reperirla in rete, sul sito del quotidiano (ma per il link questa volta autogestitevi. Sorry, ma stasera ho meno tempo del solito).

(Alcuni) articoli correlati in Marginalia:

Muammar Gheddafi e Il leone del deserto
Guerra in Libia ed effetti collaterali
Voci di donne nelle rivolte, uteri per la patria e guerre umanitarie
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E' l'Italia mercenaria che spara sulla folla in Libia
Muammar Gheddafi, Silvio Berlusconi e l'italietta postcoloniale
Eritrea: Voices of Torture
Colonialismo italiano in Libia: dal "leone del deserto" al "colonnello"
L'Italia finanzia la violenza contro le donne migranti
Il ramadan di Berlusconi
Noi non saremo tra le 700 donne ...

martedì 3 maggio 2011

Muammar Gheddafi e Il leone del deserto

 

Nell'ultimo periodo abbiamo avuto ancor meno tempo da dedicare a questo blog, "saltando" (beninteso solo "virtualmente") anche date e avvenimenti (come il 25 aprile e la Resistenza di ieri e di oggi, gli sviluppi della sporca guerra in Libia, il 1 maggio e le lotte contro la precarietà, le rivolte qui e altrove), che riteniamo cruciali. Per non parlare poi delle tante cose che ci vengono segnalate e che riusciamo a stento a leggere (e non a pubblicare). E così oggi, per tutte/i coloro che nonostante l'andamento discontinuo di Marginalia si ostinano comunque a seguirci, proponiamo la visione di Lion of the Desert, il film del 1981 di Moustapha Akkad sull'invasione coloniale italiana in Libia, voluto fortemente (e finanziato) da Muammar Gheddafi. Un film - incentrato sulla figura di Omar al-Mukhtar - di cui per quasi trent'anni è stata vietata la proiezione nei normali circuiti in Italia. Mi sembra il momento giusto per proporne la visione.

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domenica 20 marzo 2011

"Tripoli bel suol d'amore": la guerra in Libia e il centenario dell'invasione coloniale italiana



La guerra "umanitaria" contro la Libia è cominciata. Era nell'aria da un po' questo profumo di guerra, di petrolio, di interessi delle grandi multinazionali. Era nell'aria da un po' la voglia di gestire direttamente - facendo fuori "l'inaffidabile Gheddafi" - il flusso di risorse e "immigrati clandestini". Dall' alba Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti, dopo Bengasi, bombardano Tripoli. L'Italia, come altre nazioni aderenti alla coalizione internazionale, non partecipa "ufficialmente" al raid aereo, ma sappiamo che il cosiddetto "nostro paese", ha messo a disposizione le sue basi (per non parlare delle armi che abbiamo a suo tempo venduto a Gheddafi). E questo a cosa equivale se non ad essere già (coinvolti)in guerra a pieno titolo? Del resto le/i siciliane/i già si sentono da ieri gli aerei volare sulla testa. Colpisce come una mazzata (togliendoci la lucidità per fare riflessioni che andrebbero fatte, su altre "guerre umanitarie" e "guerre senza umanità"), che tutto ciò avvenga nel centenario dell'invasione coloniale in Libia, anniversario offuscato (non ci meraviglia) dai centocinquant'anni dell'Unità d'Italia. Per memoria: fu il 5 ottobre del 1911 che gli italiani, al canto di A Tripoli! e in un tripudio di tricolori sventolanti, sbarcarono sul suolo libico. Il seguito dovremmo ricordarlo: i crimini di guerra italiani, le spietate rappresaglie, come quella all'indomani della sconfitta subita dagli italiani a Sciara Sciat, alle porte di Tripoli, la “caccia all'arabo” che ne seguì tra le vie della capitale con impiccagioni collettive e deportazioni di massa verso l'Italia che durarono almeno fino al 1916. Per non parlare poi, durante la “riconquista” fascista della Libia, delle rappresaglie, delle distruzioni sistematiche, delle deportazioni di massa di civili che causarono, come ricorda Angelo Del Boca, almeno 60 000 morti nella sola Cirenaica, anche bambini/e, dell'impiccagione, tra gli altri, il 16 settembre 1931 – in spregio ad ogni convenzione internazionale – di Omar el Mukhtar. E colpisce - ancora come una mazzata - che questa nuova guerra alla Libia cominci in giorni contraddistinti da un tripudio di bandiere tricolori e inni alla patria e alla nazione. Era nuda, avvolta solo nel tricolore, Alessandra Drudi, in arte Gea della Garisenda, quando, l'otto settembre 1911, si presentò sul palco del teatro Balbo di Torino per scaldare gli animi patriottici in vista dell'invasione della Libia cantando A Tripoli!. La canzone poi divenne famosa con uno dei versi della prima strofa, Tripoli bel suol d'amore e ritornò in voga in epoca fascista, ai tempi della "riconquista" mussoliniana di quelle terre. Il resto lo conosciamo. E queste nuove bandiere di cosa sono presagio?

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sabato 19 marzo 2011

Annassîm nel paese delle donne

Con un po' di ritardo (ma non potete immaginare quante cose da pubblicare abbiamo ancora nella nostra "lista d'attesa" ...) vi segnaliamo, sul sito de Il Paese delle donne, il report della giornata No hagra! No tirannia! organizzata da Annassîm. Donne native e migranti delle due sponde del mediterraneo, lo scorso otto marzo. L'urgenza di continuare a riflettere su quanto sta succedendo nei paesi a sud del mediterraneo, sul ruolo delle donne nelle rivolte in corso, così come sugli interessi e responsabilità che ha anche il nostro paese sulla situazione in Medio Oriente e Nord Africa, si fa sempre più urgente. Soprattutto allarmante è il quadro che si sta delineando in Libia, con un intervento militare che sembra imminente (rinviamo ad alcuni dei materiali/iniziative che ci sono state segnalate nelle ultime ore, dall'appello di Angelo del Boca e altri, al comunicato Nessuna complicità con l'intervento militare, alle cronache dalla Libia di Fortress Europe).

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Muammar Gheddafi, Silvio berlusconi e l'Italietta postcoloniale
"Clandestini": licenza d'uccidere

domenica 20 febbraio 2011

Muammar Gheddafi, Silvio Berlusconi e l'italietta postcoloniale

Dall'Algeria alla Tunisia, dall'Egitto allo Yemen le rivolte sull'altra sponda del mediterraneo (scusateci la definizione a questo punto forse impropria), sembrano inarrestabili. Ma la repressione è feroce. In Libia Muammar Gheddafi ha ordinato di sparare sulla folla dei manifestanti e nonostante le notizie incerte e le difficoltà di collegamento (banditi i/le giornalisti/e, problemi con linee telefoniche e internet), sembra che oramai i morti siano oltre un centinaio. Berlusconi ha dichiarato di non aver ancora telefonato a Gheddafi perché "la situazione è in evoluzione" e non vuole "disturbarlo". Per il resto ancora nessuna dichiarazione e presa di distanza ufficiale da questa carneficina da parte del nostro governo. E come potrebbe essere altrimenti? Gli interessi in ballo sono enormi, chiari a chi ha seguito la vicenda del cosiddetto "trattato di amicizia" Italia/Libia (firmato nell'agosto del 2008 da Berlusconi e Gheddafi e ratificato un anno fa) e il consolidarsi dei rapporti e investimenti economici reciproci tra i due paesi. Solo recentemente (mentre sulla stampa imperversava il "caso Ruby") Gheddafi ha acquistato tra le altre cose il 2,01% di Finmeccanica, una quota dell'Eni, altre della Unicredit (diventandone con il 7% il primo azionista) e varie compartecipazioni (Lia, Ansaldo Sts, Agusta Westland, Banca di Roma e Juventus.) D'altro canto Berlusconi (e altre grosse aziende italiane) sono in trattativa per investimenti nei settori delle telecomunicazioni, del gas e del petrolio. Ma oltre il business c'è anche altro: dietro il "trattato d'amicizia", le scuse e il risarcimento per l'occupazione coloniale italiana della Libia c'è, come sappiamo, il patto sciagurato per il "contenimento dell'immigrazione clandestina" verso le nostre coste. Tra respingimenti, torture e stupri nelle carceri libiche non sappiamo quantificare quanto è costata a donne e uomini migranti l'amicizia tra i due leader, amicizia che la stampa mainstream ha sempre tentato di ridurre agli aspetti meramente "folkloristici" (cammelli, tende, donne e bunga-bunga). Difficilmente l'Italia rinuncerà all'"aiuto" del Colonnello (che, crediamo anche per questo, reggerà), aiuto necessario per "controllare" le frontiere esterne (per quelle interne basta il "pacchetto sicurezza" e i Centri di identificazione ed espulsione). Quindi non ci aspettiamo di certo un risolutivo intervento diplomatico del nostro governo (se non qualche frase di circostanza) a condanna dei morti disseminati per le strade di Bengasi, Derna e Shahat (un tempo Cirene), nomi che - per chi non ignora le tragiche vicende del colonialismo italiano in Libia - evocano altre morti, altre stragi. Anche per questo sarebbe auspicabile che al silenzio interessato del governo si contrapponesse qualche forma di sostegno forte e solidarietà concreta da parte delle piazze italiane alla rivolta, pur anomala, in Libia. Ma anche su questo versante ci sembra che a quest'Italia - capace di mobilitazioni oceaniche in nome della dignità offesa , della patria e della famiglia -, poco importi delle sorti di uomini e donne massacrate/i per le strade della Cirenaica. Del resto non ci si indigna neanche per cose che accadono molto più vicino (si dice: "in casa nostra"), come un uomo che si da fuoco per protesta o una donna che subisce un tentativo di stupro in un Cie. Soprattutto se lui si chiama Noureddine Adnane e lei è nigeriana.

giovedì 25 novembre 2010

"Brava gente": presentazione numero 23 di Zapruder su memoria e rappresentazioni del colonialismo

Avevamo già segnalato l'uscita del nuovo numero di Zapruder, curato da Elena Petricola e Andrea Tappi, Brava gente. Memoria e rappresentazioni del colonialismo, con saggi di Chiara Ottaviano, Antonio M. Morone, Giulietta Stefani, Luca Acquarelli, Fulvio Cervini, Emilio Cavalleris, Daniele Comberiati, Sonia Sabelli, Chiara Mengozzi, Eleonora Pizzinat, Nancy Aluigi Nannini, Cristina Pepitone, Vincenza Perilli, Domenica Ghidei Biidu, Elisabetta Hagos, Giuliano Leoni, Andrea Tappi e Nicola Labanca. Il numero sarà presentato, dopo la "prima" palermitana al Zetalab, a Bologna presso l'XM24 (domani, venerdì 26 novembre alle ore 21.00). Interverranno Sabrina Marchetti, Vincenza Perilli, Elena Petricola, Eleonora Pizzinat e Andrea Tappi. Introduce Maurizio Bergamaschi. Cogliamo l'occasione di questa presentazione per rivolgere ancora l'invito a promuovere la diffusione di questo numero di Zapruder, sapendo che si tratta di un lavoro interamente autofinanziato dal quale non traiamo alcun profitto se non uno spazio di espressione autonoma. Per qualsiasi informazione riguardo al numero, per sapere le date delle prossime presentazioni, per abbonarvi o farci sapere che desiderate organizzare una presentazione nella vostra città, paesello o reame (non poniamo limiti alle mete) potete contattare direttamente i curatori, visitare il sito di Storie in Movimento/Zapruder o lasciare un commento qui.

mercoledì 1 settembre 2010

Gheddafi e il trionfo della società dello spettacolo in versione orientalista

Sull'ultima visita ufficiale in Italia del leader libico Muammar Gheddafi (e il suo contesto) segnaliamo, per chi non lo avesse ancora letto, il puntuale editoriale di Annamaria Rivera pubblicato sul numero odierno di Liberazione, dal titolo Un orrido impasto di affari, dominio maschile, schiavismo.

L’ultima visita ufficiale in Italia del colonnello Gheddafi è stata, ancora una volta, il trionfo della società dello spettacolo in versione orientalista: le amazzoni, i cavalli berberi, le tende beduine, l’harem mercenario, il Corano offerto come cadeau in luogo delle farfalline d’argento (o d’oro, non sappiamo) che il Cavaliere è solito donare alle ospiti di Villa Certosa. A ben guardare, è il medesimo spettacolo kitsch che sovente ci viene offerto dall’ex venditore di spazzole (elettriche) che ha fatto fortuna, ma, appunto, decorato con un po’ di paccottiglia orientaleggiante. Il Colonnello conosce bene i suoi polli, sa bene che nel regno di Papi può permettersi di gigioneggiare e provocare. Di sicuro intuisce che nel basso impero che lo ha accolto trionfalmente per la quarta volta è ben radicata, e considerata con indulgenza da buona parte dell’opinione pubblica, la protervia maschilista: la stessa che lo ha spinto ad assoldare come comparse del suo show donne che il sistema politico-mediatico berlusconiano ha assuefatto al mercimonio di sé. Sa bene, Gheddafi, che le espressioni d’indignazione o addirittura di disprezzo neocoloniale (il “Rais”, il “Satrapo”, lo hanno definito) che egli suscita nell’establishment politico - variamente motivate, quasi tutte incoerenti e ipocrite - sono il piccolo prezzo da pagare al riconoscimento politico, ad affari lucrosi, all’indennizzo cospicuo per «le sofferenze arrecate al popolo libico a seguito della colonizzazione italiana»: così recita il Trattato di amicizia, cooperazione e partenariato, che ha concluso il percorso iniziato dai protocolli sottoscritti a Tripoli nel 2007 dal ministro Amato col sostegno politico di D’Alema, allora ministro degli esteri.Il corollario di tanta fervida amicizia – perfino servile, così da indurre il Cavaliere a baciare la mano del Colonnello come fosse il Papa - sono, come è noto, i pattugliamenti congiunti delle coste, i sistemi di controllo delle frontiere terrestri libiche (affidati a imprese italiane), i respingimenti collettivi di migranti e profughi, i cadaveri abbandonati nel deserto, le violenze e le torture inflitte ai migranti rinchiusi nelle prigioni e nei centri di detenzione. E qui il cerchio si chiude. Infatti, a pensarci bene, non è così paradossale quel che sembra tale. Lo scenario orientalista ostentato in un paese afflitto da islamofobia e arabofobia è una stranezza solo apparente. Nel paese in cui si assaltano moschee, si aggrediscono donne velate e si insulta l’Islam (Santanché, sottosegretario), si propone il Maiale Day in spregio ai musulmani (Calderoli, ministro), si auspica una nuova Lepanto contro gli infedeli (La Padania), in un tale paese ci possono stare pure quattro inviti ufficiali al rappresentante della Repubblica Araba di Libia il quale regala il Corano a fanciulle prezzolate e le invita alla conversione. Purché la sostanza sia salva: il business, il profitto, il dominio maschile, l’acquisto della forza-lavoro al prezzo più basso, ergo la selezione dei migranti e la loro de-umanizzazione, nonché l’uso propagandistico del tema immigrazione. Intatta resta anche la sostanza neocoloniale dell’operazione. Il Trattato di amicizia e i quattro ricevimenti solenni di colui cui si è attribuito il ruolo di cane da guardia delle sacre frontiere marittime italiane non scalfiscono lo spirito di una società, quella italiana, che mai ha fatto i conti collettivamente col proprio passato coloniale, mai ne ha riconosciuto e rinnegato gli orrori; una società che oggi continua a nascondere la polvere della xenofobia e del razzismo quotidiani sotto il tappeto del mito degli italiani, brava gente. Chi oggi bacia la mano a Gheddafi è lo stesso che nel 2004 presiedeva il governo che patrocinò un’indecente mostra fotografica sull’Epopea degli Ascari Eritrei: ospitata nel Vittoriano, la mostra celebrava il contributo delle truppe “indigene” collaborazioniste alla conquista coloniale del Corno d’Africa. Per dirne un’altra, il film Il leone del deserto, sulla resistenza contro il colonialismo italiano in Libia, mai fino a oggi è entrato nel circuito ufficiale delle sale cinematografiche italiane: messo al bando nel 1982 -secondo Andreotti, allora capo del governo, infangava l’onore dell’esercito-, perseguito per vilipendio delle forze armate, solo dopo la visita italiana di Gheddafi nel 2009 fu proposto per la prima volta da una rete televisiva. Quanto al Leone del deserto, Omar al-Mukhtar, martire della resistenza anticoloniale ed eroe nazionale, temiamo si stia rivoltando nella tomba: in fondo, quelli che ora omaggiano il Colonnello sono, per lo meno sul piano culturale, i degni eredi di coloro che misero a morte al-Mukhtar dopo un processo sommario. E comunque al Leone del deserto non sarebbe piaciuto, immaginiamo, che il riconoscimento della dignità del suo paese costasse la scia di cadaveri che si allunga dal deserto libico fino alle porte della Metropoli (A. Rivera, Liberazione, 1 settembre 2010).

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lunedì 5 ottobre 2009

Colonialismo italiano in Libia: dal "leone del deserto", Omar al Mukhtar, al "colonnello" Muammar al Gheddafi

Nell'ottobre del 1911 inizia la conquista italiana della Libia. Il 3 ottobre le corazzate italiane bombardano il porto di Tripoli, dove, il 5 ottobre, sbarcano i primi 1.732 marinai italiani, dando inizio a un'occupazione che si protrasse, con alterne vicende, fino al 1943, causando migliaia di morti. Nella sua recente visita in Italia, il leader libico Muammar Gheddafi, ostentava - appesa al collo - un'immagine di Omar al Mukhtar, capo della resistenza libica contro l'invasione coloniale italiana, catturato e fatto impiccare dal fascista Rodolfo Graziani il 16 settembre 1931 nel campo di concentramento di Soluch, in Cirenaica. Nel 1979 Gheddafi stanzia circa 50 miliardi per realizzare, con la regia di Moustapha Akkad, un film su Omar al Mukhtar e la resistenza libica, The Lion of the desert - Il leone del deserto -, film proiettato a partire dal 1982 in tutto il mondo, tranne che in Italia, dove ancora oggi - come ci ricorda Angelo Del Boca, non è entrato nella normale distribuzione, perché «lesivo dell’onore dell’esercito italiano». In questo quadro la legittima critica alla politica dei respingimenti, parte integrante dello sciagurato patto tra Italia e Libia firmato da Berlusconi e Gheddafi sulla pelle di milioni di uomini e donne africani/e, deve necessariamente accompagnarsi ad una riflessione sui paradossi, sulle poste in gioco e sulle persistenti difficoltà a pensare le atrocità commesse durante "l'avventura" coloniale italiana in Libia, che continua ad essere percepita positivamente, come ancora nel 2004 ha sostenuto Gianfranco Fini affermando che "gli italiani hanno portato, insieme alle strade e al lavoro, anche quei valori, quella civiltà, quel diritto che rappresenta un faro per l'intera cultura, non soltanto per al cultura Occidentale". Nel nuovo contesto caratterizzato dalla politica dei respingimenti e dal pacchetto sicurezza, un recente articolo di Enrica Capussotti European colonial memory on sell: Italian-Libyan agreements and the rejection of migrants, pubblicato sulla rivista Darkmatter in the ruins of imperial culture, mi sembra ponga una serie di interrogativi - proprio a partire dalla recente visita di Gheddafi in Italia - atti a stimolare una riflessione critica sulla memoria del colonialismo italiano e sul suo uso, oggi quanto mai urgente.
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venerdì 17 ottobre 2008

Miti e smemoratezze del passato coloniale italiano


Di seguito trovate il mio articolo Miti e smemoratezze del passato coloniale italiano, da poco pubblicato nel primo numero della rivista ControStorie, Razzismo_Genere_Classe. Nei prossimi giorni comincerò a postare man mano qui in Marginalia gli altri articoli del n°1 di questa nuova rivista: un grazie alla redazione che offre a me l'opportunità di metterli on line e a voi di leggerli. Dovrebbe essere superfluo ricordarlo, ma il continuo saccheggio di quanto scrivo e pubblico mi obbliga a farlo: credere nella condivisone di pratiche e saperi ed essere sostenitori del free-copy (come Marginalia) non significa che tutti e tutte sono autorizzat* a scopiazzare senza indicazione di nomi e fonte ... Comme ça c'est clair?


Miti e smemoratezze del passato coloniale italiano


Come sottolinea Nicola Labanca1, è negli elenchi stradali italiani che permane il ricordo – altrove rimosso – delle imprese coloniali dell'Italia unita: una piazza Adua, un corso Tripoli o una via Mogadiscio, sono frequenti nella toponomastica non immemore delle nostre città. Più difficile sembra, invece, trovare qualcuno/a capace di spiegarcene il senso. Ai più sfugge, ad esempio, il legame tra una “via Libia” - che a Bologna costeggia un quartiere familiarmente detto “della Cirenaica”2 – e i ripetuti tentativi di “conquista” di queste terre da parte dell'Italia liberale prima e di quella fascista poi.

Chi ricorda la spietata rappresaglia italiana all'indomani della sconfitta subita a Sciara Sciat (villaggio alle porte di Tripoli) ad opera dei ribelli libici nel 1911, la “caccia all'arabo” che si scatenò tra le vie della capitale con impiccagioni collettive nella centrale Piazza del Pane e deportazioni di massa verso l'Italia che durarono almeno fino al 1916? Qui (nelle prigioni delle Isole Tremiti, di Favignana, di Gaeta, di Ponza, di Ustica...) coloro che non erano morti nella traversata, morirono in gran numero per le condizioni inumane di prigionia, le malattie non curate, il lavoro forzato e i maltrattamenti. A tutt'oggi, scrive Angelo Del Boca, “ci sono famiglie in Libia che vorrebbero almeno sapere dove sono sepolti i loro cari”3.

E chi ricorda – ancora –, durante la “riconquista” della Libia negli anni 30, le rappresaglie, le distruzioni sistematiche, le deportazioni di massa di civili (che causarono 60 000 morti nella sola Cirenaica, anche bambini/e), l'impiccagione, tra gli altri, il 16 settembre 1931 – in spregio ad ogni convenzione internazionale – di Omar el Mukhtar, uno dei capi della resistenza locale?

I responsabili di questi ed altri crimini dell'impresa coloniale italiana non hanno mai pagato. E credo non si possa più tollerare che a pagare siano – ancor oggi – le vittime, con un prezzo che si chiama oblio, cancellazione, rimozione. Si chiama mito degli “italiani, brava gente”.

Un mito secondo il quale il colonialismo italiano è stato, a confronto di altri colonialismi coevi, buono, umano e tollerante. Un colonialismo, come scrive efficacemente Paola Tabet, “all'acqua di rose”4. Un mito talmente persistente che neanche i puntuali studi storiografici – a partire dall'opera pioniera di Del Boca alle importanti ricerche degli ultimi decenni di giovani storici e storiche5 – , sono riusciti realmente a scalfire. Più facile, o forse comodo, introiettare un mito che è insieme tranquillizzante e autoassolutorio piuttosto che farsi carico della consapevolezza di questo ingombrante passato che getterebbe, certo, una luce troppo inquietante sul presente6.

Questo mito è frutto di un lungo processo di rimozione, perseguito tra l'altro con tenacia già all'indomani della firma del trattato di pace di Parigi il 10 febbraio 1947 che privava per sempre l'Italia delle colonie, quando lo stato italiano anziché avviare un dibattito sul colonialismo, cercò di occultare e distorcere con ogni mezzo la realtà. Ne è un esempio la pubblicazione in cinquanta volumi, a cura del ministero degli Affari Esteri, dell'opera L'Italia in Africa. Spacciata come una sintesi e un bilancio delle presenza italiana nelle colonie, si rivela invece come una colossale mistificazione atta a esaltare i meriti della colonizzazione italiana.7

Indubbiamente rispetto ad altri colonialismi coevi, il colonialismo italiano presenta alcune “diversità”. Anzitutto l'Italia era stata unificata da appena un ventennio quando – fra il 1882 e il 1885 – fece le sue prime esperienze coloniali, che ebbero la loro fase culminante in anni in cui altre imprese coloniali dovevano già fare i conti con il processo di decolonizzazione. Fu anche un'esperienza circoscritta nel tempo, poco più di 60 anni : dal 1982 in Eritrea, dal 1889 in Somalia, dal 1911 in Libia e dal 1935 in Etiopia e tutte potevano dirsi concluse nel 1943, come anche il “protettorato”in Albania e le colonie nelle Isole Sporadi meridionali (dette impropriamente Isole Egee), storia coloniale tra le più dimenticate8. Inoltre, rispetto ai ben più vasti imperi di altre potenze – si pensi all'Inghilterra o alla Francia – le colonie italiane erano anche circoscritte geograficamente, e più “povere”, quindi economicamente meno vantaggiose. Infine, fin dalle origini, il colonialismo italiano si caratterizzò per un'assoluta ignoranza del territorio e delle popolazioni che vi abitavano considerate barbare, inette e militarmente incapaci, sottovalutando di conseguenza anche le loro capacità di resistenza. Queste le ragioni che portarono, ad esempio, alla celebre sconfitta di Adua, quando l'esercito guidato dall'imperatore Menelik II e dall'imperatrice Taitù Zeetiopia Berean – figura mitica di donna guerriera, che anticipa altre celebri resistenti come Kebedech Seyoum9 – infligge agli italiani quella che è unanimemente considerata la più grande sconfitta mai subita dai colonizzatori “bianchi” in Africa, intaccando per sempre “i reticolati del più vasto campo di concentramento della terra”10 Ma queste diversità non hanno determinato una minore “brutalità” dell'impresa coloniale italiana, come il mito degli italiani brava gente vorrebbe farci credere.

Semmai l'Italia, giunta in ritardo sullo scacchiere coloniale, poteva vantare su una lunga tradizione di “razzismo interno”, che trovò il suo culmine nella cosiddetta “guerra al brigantaggio”, che come ci ricorda Del Boca “ fu anche 'una guerra coloniale', che anticipò, per le inaudite violenze e il disprezzo per gli avversari, quelle combattute in seguito in Africa. Non fu forse il generale d'armata Enrico Cialdini, luogotenente di re Vittorio Emanuele II a Napoli, a dichiarare: 'Questa è Africa! Altro che Italia! I beduini, a riscontro di questi cafoni, sono latte e miele'?”11.

Latte e miele che non impedirono certo i massacri e le deportazioni, gli inferni delle carceri eritree – e tra queste la famigerata Nocra – , il lavoro forzato in Somalia – chiamato dai Somali “schiavismo bianco” –, i campi di concentramento in Libia, l'uso massiccio di gas come fosgene e iprite – già vietati dalla Convenzione di Ginevra – per piegare la resistenza etiopica, la strage, tra le altre, di Debrà Libanòs o la feroce rappresaglia che si scatenò per le vie di Addis Abeba in seguito all'attentato, il 19 febbraio 1937 al viceré d'Etiopia maresciallo Rodolfo Graziani12. Senza dimenticare la politica di segregazione razziale e di “difesa del prestigio della razza” imposta dal regime fascista in Africa a partire dal 36, con la proibizione assoluta di rapporti sessuali interrazziali nella cosiddetta colonia per maschi”13. Un aspetto questo essenziale per un'analisi delle articolazioni – anche odierne – del sessismo e del razzismo.

L'immagine della donna “indigena”, esotica, disponibile e voluttuosa era stato uno dei cliché massicciamente diffusi nei primi anni della conquista coloniale italiana – anche attraverso una serie di cartoline che ebbero larga diffusione -, funzionando come una sorta di “richiamo erotico” per i colonizzatori, secondo la sovrapposizione simbolica della conquista sessuale con quella coloniale già collaudata in altri contesti nazionali. Per i primi quarant'anni il cosiddetto madamato viene largamente tollerato mentre la presenza delle donne “bianche” in colonia è generalmente scoraggiata . Ma a partire dalla proclamazione dell'Impero le “unioni miste” (sia nella forma del madamato che del matrimonio) cominceranno ad essere osteggiate fino ad essere proibite del tutto con il decreto dell'aprile 1937 e mentre la prostituzione subisce un'impennata la presenza delle donne “bianche” in colonia – come mogli, anche potenziali dei “cittadini bianchi” - comincia ad essere incoraggiata fortemente. In questo modo si realizza da una parte “l'ufficializzazione della percezione delle donne native come prostitute”14 e dall'altra la celebrazione ulteriore della donna “bianca” come moglie e madre. Del resto queste ultime sono le uniche a poter accedere allo statuto di “donna”, le altre sono “femmine”, come scrive un ex colono italiano nelle sue memorie: “Femmine ce ne sono in colonia, nere esuberanti e generose; mancano le donne, le quali non possono essere che bianche”15


1Nicola Labanca, Oltremare. Storia dell'espansione coloniale italiana, Il Mulino, Bologna 2002, p. 7

2La Cirenaica, insieme alla Tripolitania, è stata una delle regioni libiche che ha maggiormente subito l'invasione coloniale italiana.

3Angelo Del Boca, Italiani, brava gente?, Neri Pozza Editore, Vicenza 2005, p. 115.

4Paola Tabet, La pelle giusta, Einaudi, Torino 1997, p. VII.

5Impossibile fornire nel contesto di questo breve articolo, una bibliografia esaustiva. Mi limiterò a segnalare alcuni testi di Angelo del Boca, tra i quali i quattro volumi de Gli italiani in Africa orientale editi da Laterza (Dall'unità alla marcia su Roma, 1976; La conquista dell'impero, 1979; La caduta dell'Impero, 1981; Nostalgia delle colonie, 1984) e L'Africa nella coscienza degli italiani. Miti, memorie, errori, sconfitte, Laterza, Bari 1992; i testi di Giorgio Rochat, Il colonialismo italiano, Loescher, Torino 1973 e “L'impiego dei gas nella guerra d'Etiopia. 1935-1936”, in Rivista di storia contemporanea, n. 1, 1988, p. 74-109; il volume di Nicola Labanca, In marcia verso Adua, Einaudi, Torino 1993. Per quanto riguarda la lettura delle vicende coloniali italiane in una prospettiva di genere, ricordo il saggio di Gabriella Campassi, “Il madamato in A.O: relazioni tra italiani e indigene come forma di aggressione coloniale”, in Miscellanea di storia delle esplorazioni, XII (1987) e i volumi di Giulia Barrera, Dangerous liaisons. Colonial Concubinage in Eritrea, 1890-1941, Evanstone (Illinois), Northwestern University 1996 e Barbara Sòrgoni, Parole e corpi. Antropologia, discorso giuridico e politiche sessuali interraziali nella colonia Eritrea (1890-1941), Liguori, Napoli 1998. Vorrei inoltre ricordare, a quasi tre anni dalla morte, Riccardo Bonavita con il suo saggio “Lo sguardo dall'alto. Le forme della razzizzazione nei romanzi coloniali e nella narrativa esotica”, in Centro Furio Jesi (a cura di), La menzogna della razza, Grafis, Bologna 1994.

6Mi sembra di poter cogliere un sintomo di questa rimozione anche nel linguaggio cosiddetto “critico” o “militante”, dove la tendenza – oramai consolidata – all'uso di metafore o immagini che rinviano al passato per descrivere o contestare il presente, solo in rare eccezioni trova nell'impresa coloniale italiana un utile serbatoio dal quale attingere. I recenti “rastrellamenti” di migranti sui mezzi pubblici in diverse città italiane come anche l'odioso atto di razzismo di un capotreno contro una passeggera migrante, hanno evocato il segregazionismo nell'America razzista del secolo scorso o l'aphartheid sudafricano, ma non la politica di segregazione razziale imposta dall'Italia fascista a partire dal 36 nelle sue colonie africane.

7Cfr. Angelo Del Boca, “Gli studi storici e il colonialismo italiano”, prefazione a Enrico Castelli ( a cura di), Immagini&colonie, Centro documentazione del museo etnografico Tamburo Parlante, Montone 1998, pp. 7-8.

8Nicholas Doumanis (1997), Una faccia, una razza. Le colonie italiane nell'Egeo, Bologna, Il Mulino, 2003

9A Kebedech Seyoum, splendida combattente durante l'occupazione fascista dell'Etiopia, Gabriella Ghermandi dedica una delle sue “storie” nel bellissimo Regina di fiori e di perle, Donzelli, Roma 2007.

10Angelo Del Boca, Gli italiani in Africa orientale. Dall'unità alla marcia su Roma, op. cit., p. 701.

11Angelo Del Boca, Italiani, brava gente?, op. cit., p. 57.

12Tre giorni di vera e propria “caccia all'uomo”(uomini, donne, bambini/e) che provocò, a seconda delle fonti, da un minimo di 1400 a un massimo di 30 mila morti.

13Giulietta Stefani, Colonia per maschi. Italiani in Africa Orientale: una storia di genere, Ombre Corte, Verona 2007.

14 Barbara Sòrgoni, Parole e corpi, op. cit., p. 244.

15 Ibidem.