domenica 25 marzo 2007

La pelle giusta

Vincenza Perilli, La pelle giusta, recensione all’omonimo libro di Paola Tabet, Torino, Einaudi, 1997, in Razzismo & Modernità, n. 1, 2001, pp. 167-169.

"Io non avrei paura se i miei genitori fossero neri. E' una razza come tutte le altre ... Io a loro vorrei molto bene come se fossero con la pelle giusta" (p. 155).

Nell'introduzione a Sexe, race e pratique du pouvoir Colette Guillaumin definisce il lavoro teorico di alcune studiose, tra le quali Paola Tabet, come "una formidabile rimessa in discussione delle 'evidenze', questa forma sacra dell'ideologia" (Sexe, race et pratique du pouvoir. L'idée de nature, Paris, Côté-Femmes Editions, 1992, p. 11). Già a partire dai primi anni Settanta la ricerca di Tabet - attualmente docente di antropologia presso l'Università della Calabria - si è orientata allo smantellamento di una delle più tenaci di queste evidenze, quella del sesso, in una prospettiva teorica radicale che verte non sulla "differenza sessuale" in quanto tale, ma sulla sua produzione, nel contesto di pratiche e relazioni sociali di discriminazione, devalorizzazione e dominazione (alcuni degli scritti più significativi di questo percorso sono pubblicati in La construction sociale de l'inégalité des sexes. Des outils et des corps, Paris, L'Harmattan, 1998). Con La pelle giusta l'asse della problematizzazione si sposta dal "sesso" alla "razza", prodotto di uno specifico sistema di differenziazione che, senza essere amalgamabile al primo, condivide con esso la naturalizzazione di rapporti socialmente costruiti. Questa problematica, sovente elusa, conosce rilevanti sviluppi, in particolare con le ricerche storiche e teoriche correlate alla rivista Sexe et race e al lavoro di Rita Thalmann e Liliale Kandel (alcune informazioni essenziali sono da me fornite in L’innocenza di Eva, Altreragioni, n. 8, 1999). Il volume nasce nell'ambito di un seminario di etnologia tenuto dall'autrice nell'anno accademico 1989-90 alla facoltà di Magistero dell'Università di Siena. Nel corso del seminario, che verte sulle definizioni di razza, etnia, indigeno, primitivo, emerge "la normalità e ovvietà dell'ideologia della razza tra gli studenti, l'immersione largamente consapevole in essa, a partire dalla loro percezione della 'razza' come entità naturale, dato di fatto scontato e come tale fuori discussione” (p. XIX). Partendo dal fatto che molti tra questi studenti sono insegnanti nelle scuole elementari, Tabet propone di svolgere un'indagine sulla presenza di schemi mentali propri dell'ideologia della razza nei bambini, attraverso una serie di temi, dapprima proposti dagli studenti del seminario alle classi in cui insegnano. La ricerca, che si potrae fino alla primavera del 1997, si estende coinvolgendo 424 classi di scuole elementari e medie, portando alla raccolta di oltre settemila temi, circa duecento dei quali sono proposti nel libro in forma integrale, suddivisi per sezioni. Il tema Se i mie genitori fossero neri assume una posizione centrale in quanto i "neri" si rivelano come gli "altri" per eccellenza. "Neri" sono spesso per i bambini, albanesi, tunisini, marocchini, zingari, jugoslavi e altri: "i negri non saprei come definirli, ma già a vederli sono poveri ... i negri nascono di tre razze di pelle nera, gialla e bianca" (p. 151). La relativa indipendenza dal colore della pelle in molte definizioni segnala che l'idea di "razza" preesiste alla percezione visiva. Frasi come quella citata non esprimono un'infantile confusione, ma sono coerenti con i criteri di definizione dei gruppi stigmatizzati nella storia del razzismo fino all'odierna categoria di "extracomunitari": "Le definizioni in termini di colore e di razza non fanno che camuffare e attribuire alla natura un rapporto politico. La 'pelle giusta', l'unica pelle giusta, è quella di chi in una misura o nell'altra detiene il potere, di chi può fissare le regole e le categorie di appartenenza, è la pelle del gruppo dominante"(p. 150). I sentimenti espressi dai bambini di fronte al tema proposto, le rappresentazioni degli altri così come le strategie escogitate rispetto ad una situazione vissuta dai più con enorme inquietudine, costituiscono il segnale, allarmante e sconvolgente, di come una serie di stereotipi e pregiudizi razzisti siano precocemente e saldamente interiorizzanti. Emergono con violenza sentimenti di paura, schifo, vergogna e rifiuto, sovente accompagnati ad un'immagine negativa dei neri (o "negri"). Le strategie vanno da varie forme di negazione ("non può essere vero", "è solo uno scherzo", "sono solo genitori adottivi") a soluzioni sempre più drastiche quali la fuga (e in alcuni casi il suicidio), la cacciata dei genitori neri "a calci nel culo " (p. 111), fino alla soppressione: simbolica (nascondendoli o imbiancandoli), o fisica (raramente tradotto in uccisione diretta, il desiderio di morte è realizzato dal provvidenziale intervento di una malattia o di un incidente). Che l'avversione manifestata dai bambini non sia dovuta all'ansia per la perdita dei genitori reali è dimostrato dalle reazioni a un tema di controllo: l'ipotesi di avere genitori americani suscita vivo entusiasmo, legato all'immagine del paese della ricchezza e del benessere. Agli antipodi, un altro tema di controllo mostra che l'immagine dell'Africa è marcata negativamente: estrema arretratezza, sporcizia, fame, malattie. L'analisi condotta da Tabet rivela la presenza negli elaborati di elementi che concorrono a mettere in discussione la resistente presupposizione del carattere "naturale" e/o "spontaneo" delle percezioni e dei pregiudizi razzisti. La paura dell'altro è indotta nei bambini da molteplici fattori: dai retaggi di certa educazione cattolica (il diavolo come nero, ad esempio), a immagini ricorrenti in molta letteratura per l'infanzia (quali "l'uomo nero"), fino ai peggiori stereotipi martellati dai media. Inoltre i bambini, particolarmente sensibili anche ai segnali non verbali, decodificano con precisione le reazioni di rifiuto, repulsione, diffidenza, disprezzo (nei casi migliori, compassione) manifestate quotidianamente dagli adulti. Le diverse forme di repulsione rintracciabili nei temi (schifo, paura del contatto, associazioni con sporcizia, cattivo odore ecc.) non sono innate, ma sono l'esito di una lunga e complessa storia di rapporti sociali caratterizzati da disuguaglianze di potere economico e politico, della definizione materiale e spesso legislativa di barriere tra noi (gli "umani"), e gli altri (i "non-umani"). Si tratta di storia anche italiana - antigiudaismo cattolico e antisemitismo, colonialismo e razzismo antimeridionale-, una storia denegata dal diffuso luogo comune secondo il quale "gli italiani non sono razzisti" che questo libro, con la crudezza di un linguaggio infantile lucidamente contestualizzato, contribuisce a scuotere. Il razzismo odierno non nasce dal nulla, come improvvisa reazione ai più recenti flussi migratori, ma è la riattivazione di un sistema a lungo sedimentato. In questo senso lo stesso sconcerto e lo sgomento di fronte alle frasi dei bambini possono essere letti come sintomo della difficoltà "di prendere atto e fare i conti con il peso di un sistema razzista, un pensiero della differenza che questi temi ci costringono violentemente a vedere" (p. 207). Al di là delle necessarie limitazioni dell'analisi, sottolineate dall'autrice (in particolare: valore non statistico dei rilievi; insufficienza di elementi atti a focalizzare l'incidenza di specifici fattori economici, politici e culturali; impossibilità di un controllo da parte del ricercatore su eventuali interventi da parte degli insegnanti), questa ricerca è di interesse strategico come esplorazione dei processi di trasmissione, apprendimento e riproduzione del razzismo, e della conseguente possibilità di disimpararlo (vedi Io non sono razzista ma ... Strumenti per disimparare il razzismo, a cura di Paola Tabet e Silvana Di Bella, Roma, Anicia, 1998). Notevole è, al riguardo, il distacco critico di Tabet dalle riduzioni del problema alla comunicazione-conoscenza tra culture che informano numerose esperienze di educazione interculturale nelle scuole. Oltre ai rischi impliciti all'assunzione della "differenza culturale" come un dato primo in epoca di neorazzismo, la mancanza di uno sguardo più ampio sulle dissimmetrie di potere economico e politico che caratterizzano l'insieme dei rapporti sociali, può contrbuire a "falsare" il problema, di fatto, riproducendolo.

4 commenti:

falecius ha detto...

leggo solo ora. Interessantissimo.

v. ha detto...

Ne sono contenta, soprattutto se questa mia recensione ti invoglierà a leggere questo libro di Tabet. Merita :-)

Flora ha detto...

il libro della tabet dovrebbe essere lettura obbligatoria a tutti i corsi di formazione per insegnanti!
alcuni estratti dei temi dal libro si possono anche leggere anche qui
http://www.ilpaesedeibambinichesorridono.it/quale_e_la_pelle_giusta.htm

vi. ha detto...

Cara Flora,
sono d'accordo con te e mi fa piacere che sei passata a lasciare un messaggio in Marginalia!
Grazie di aver segnalato questo sito, in realtà è uno di quelli che ho già da tempo inserito nella mia rubrica "Bambine&Bambini" (qui sulla destra), rubrica secondo me importante ma che per mancanza di tempo non aggiorno più da un po':-(
ciao e spero a presto
v.