venerdì 17 settembre 2010

"Clandestini": licenza d'uccidere

Sulla vicenda del peschereccio italiano mitragliato da una motovedetta con bandiera libica (ma, sembra, made in Italy e con militari nostrani a bordo), episodio liquidato dal nostro ministro dell'interno con la frase "immagino che abbiano scambiato il peschereccio per una nave con clandestini", ripubblico l'editoriale di Liberazione di qualche giorno fa, a firma Annamaria Rivera, Sbagliato bersaglio: non erano clandestini.

E’ arduo stabilire se la stoltezza prevalga sulla crudeltà, l’incoscienza sul razzismo, l’insipienza politica su un deliberato disegno politico. Nel caso del ministro dell’interno verrebbe la tentazione di dire che si tratta di un mélange di tutte queste proprietà. La sua “giustificazione” del tentativo di abbordaggio e dell’assalto a colpi di mitraglia della motovedetta italo-libica contro marinai inermi –“Immagino che abbiano scambiato il peschereccio per una nave che trasportava clandestini”- ha una strana affinità con la banalità del male incarnata da certi burocrati nazisti, tanto mediocri quanto criminali. Quegli ometti per i quali gli intoppi e le inefficienze della macchina della deportazione e dello sterminio erano “problemi tecnici”, al massimo “deplorevoli inconvenienti”. Che le sue dichiarazioni ogni volta ci evochino, pur nelle ovvie differenze, quel passato sinistro non dipende dalla scarsa stima nei suoi confronti o da un eccesso di malevolenza. E’ che in comune con quella banalità del male il ministro ha un’attitudine primaria. Cioè la tendenza a considerare certe categorie di esseri umani –gli “zingari”, i profughi, i migranti- al pari di cose: bersagli mobili, merce avariata, zavorra da cui liberarsi con ogni mezzo. Né si discosta molto da quello stile –l’eufemismo cinico- il compassato ministro degli esteri che riduce il gravissimo atto di guerra contro un pacifico peschereccio italiano a una questione di “regole d’ingaggio”: “Quelle pattuglie devono lavorare esclusivamente in operazione anti-immigrazione, il che potrebbe essere utile”?, si chiede Frattini. Cioè: le ciurme libico-italiche devono mitragliare solo le imbarcazioni sospettate di trasportare “clandestini” o anche qualsiasi natante non riconoscibile? Ha ragione, invece, Maroni a ricordare che la motovedetta mitragliera è una delle sei consegnate alla Libia “sulla base di un accordo siglato nel 2007 dall'allora ministro Giuliano Amato”. Il che non riduce di un grammo il peso enorme della sua responsabilità né la colpa degli sciocchi esecutori libici e dei conniventi finanzieri italiani, ma fa risaltare tutta l’ipocrisia e l’ondivaga strumentalità dell’indignazione della cosiddetta opposizione. La quale, pur con qualche remora linguistica e di stile, è essa che ha inaugurato la corrispondenza d’amorosi sensi affaristico-militari con il dittatore libico. Come sempre accade, poi, nelle mani di artefici più grossolani e spregiudicati, i congegni centrosinistri diventano bombe micidiali. Così che, mentre le tende di poveri e reietti vengono distrutte ogni giorno, in Italia come in Francia, nei due Paesi al gentiluomo libico (come ha scritto Antonio Tabucchi in un ottimo articolo per Le Monde Magazine) è concesso di piantare le sue tende beduine, pacchiane come chi lo ospita, affinché gli accordi politico-militari-affaristici vadano a buon fine. Peccato che ci sia un piccolo dettaglio disturbante, almeno per chi continua a considerare umani gli umani (e degni di rispetto anche i non-umani): nel Mediterraneo, la caccia ai “clandestini” è diventata come la mattanza dei tonni. E’ significativo che chi comanda i pescatori di tonni sia detto Rais, anche in Italia. Ma dietro il Rais c’è sempre un padrone: è lui che decide la strategia generale, è a lui che vanno i profitti (Annamaria Rivera, Liberazione, 15 settembre 2010).

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