sabato 31 ottobre 2009

Assemblea nazionale femminista in extremis


Difficilissimo gestire un blog per una (quasi) comune mortale come me. Presa da mille cose (vi risparmio l'elenco) e stremata da discussioni nelle quali mi rifiuto di entrare, solo ora ecco in extremis l'annuncio dell'assemblea nazionale di femministe e lesbiche promossa da quel che resta - se ho ben capito - della fu rete Sommosse, che si terrà oggi a Bologna (v. del Piombo, 5) a partire dalle 10, assemblea indetta in vista della manifestazione del 28 ottobre 2009 contro la violenza maschile sulle donne. Ci sarò soltanto nel primissimo pomeriggio, ritardo treno permettendo. Con chi c'è (c'è), ci vediamo lì ...
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L'immagine è tratta da Kamikaze Women, un'installazione di Gioraro.
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venerdì 30 ottobre 2009

Gli standard giornalistici intrisi di razzismo e sessismo visti dalla Next Generation Italy

Un benvenuto nel web alle/ai ragazze/i italiane/i di "seconda generazione" originari di vari paesi (Albania, Eritrea, Marocco, Egitto ...) e al loro blog Next Generation Italy, di cui vi segnalo Standard giornalistici, un articolo che analizza i diversi "standard giornalistici" della stampa italiana che mentre fa scorrere fiumi di inchiostro quando l'omicida o lo stupratore è un uomo migrante (basti pensare a Hina Saleem, Saana Dafani o Giovanna Reggiani) liquida in sole 12 righe il caso di quel violento fondamentalista razzista padre italiano che ha tentato qualche settimana fa di uccidere la figlia con un punteruolo poiché non ne sopportava la relazione con un albanese ...
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Sulla censura di Gay Imperialism e Out of Place

Come già preannunciato ecco finalmente la traduzione di On the censorship of 'Gay Imperialism' and Out of place, presa di posizione di X:talk sulla censura che si è abbattuta sul volume Out of Place, ed in particolare sull'articolo Gay Imperialism e sui suoi autori , presa di posizione che avevo già pubblicato nella versione inglese e che ora potete leggere in italiano grazie al lavoro di un altro gruppo di mitiche&infaticabili traduttrici militanti, (la traduzione è un'arma). Questa volta il thanks! va tutto alle traduttrici italianofone del progetto X.talk .E' veramente urgente far circolare questa ed altre prese di posizione, per esprimere il nostro fermo rifiuto della censura che ha colpito Out the Place: potete "solidarizzare" facendo girare questa traduzione, leggendo e diffondendo l'articolo Gay Imperialism (che potete scaricare in pdf QUI) e scrivendo a Jin Haritaworn (The Gender Institute, The London School of Economics and Political Science, Houghton Street, London WC2A 2AE, UK). E' importante anche aprire (o ri-aprire magari a partire da episodi recenti e meno recenti) una seria riflessione non solo sulla presenza, in discorsi e pratiche che si vorrebbero antisessiste e antirazziste, di elementi di sessismo e razzismo (nelle loro varie e molteplici forme) ma anche sulla modalità - non degna di un dibattito politico - di rispondere alle critiche muovendo accuse di "personalismi". Disgraziatamente conosco benissimo questo meccanismo (visto che ne sono stata vittima in diverse occasioni per aver criticato discorsi e pratiche provenienti da ambiti di "movimento": femministi, antifascisti, antisessisti e/o antirazzisti), ne conosco i nefasti effetti e "il prezzo da pagare". Tutta la mia solidarietà (politica, umana, personale) a Jin Haritaworn, Tamsila Tauqir and Esra Erdem e, ovviamente, buona lettura (e riflessioni) a tutti/e.
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Abbiamo recentemente assistito all'ennesimo tentativo di mettere a tacere le voci che denunciavano politiche paternalistiche e neo-imperialiste battendosi contro posizioni islamofobiche e di attivismo omonazionalista. Il 7 settembre il libro Out of Place: Interrogating Silences in Queerness/Raciality (2008), a cura di Adi Kunstman e Esperanza Miyake, è stato dichiarato fuori stampa dal suo editore Raw Nerve. Il testo, primo volume accademico che si interroga sulla connessione tra queer e etnicità in Gran Bretagna, contiene un importante articolo - scritto da Jin Haritaworn, Tamsila Tauqir and Esra Erdem - , dal titolo "Imperialismo gay: discorso su genere e sessualità nella guerra del terrore", che spiega come discorsi sui diritti gay vengano strumentalmente utilizzati per giustificare politiche neo-imperialiste, "anti-migranti" e islamofobiche. Gli autori appartenenti ad etnie diverse da quella bianca, islamici queer e femministe migranti, partendo da posizioni Trans/queer, sottolineano come l'equazione di "Islam" con "omofobia" (tanto quanto sessista) ha contribuito al restringimento dei margini, alla ri-costruzione dell'occidente come campione di civilizzazione e modernità e alla vittimizzazione di queer islamici. In Germania, ai/alle migranti provenienti da "paesi islamici" che chiedono la nazionalità, viene richiesto di passare un "Test islamico", nel quale vengono poste domande del tipo: “Cosa faresti se tuo figlio fosse gay?” In Olanda, viene chiesto ai/alle richiedenti di reagire ad un video che mostra due uomini che si baciano. Prendendo spunto da Chandra Talpade Mohanty (1991) e Jasbir Puar (2007) l'articolo mostra la non casualità dell'attenzione puntata sui regimi non occidentali e sulla questione di genere e sessualità all'interno della comunità islamica, da cui deriva - allo stesso tempo, come nel caso della "Guerra del terrore" – l'aumento delle restrizioni delle politiche migratorie e, più in generale, l'accrescimento dell'islamofobia. Gli autori mettono in rilievo come i diritti gay e l'uguaglianza di genere, anche se sono stati raggiunti molto recentemente e non in modo esaustivo, sono divenuti nei paesi occidentali simbolo di civilizzazione e modernità. Pur se l'importanza (anche se limitata) di questi diritti e dell'uguaglianza non è messa in discussione, gli autori mettono in guardia dalla politica emancipatoria di matrice bianca e occidentale che si richiama all'universalità appropriandosi di donne e queer non bianch* e islamici non-occidentali e servendosi di discorsi razzisti e neo-imperialistici. Sembra piuttosto ovvio tracciare una linea parallela con le femministe abolizioniste occidentali che nutrono le leggi sulla sicurezza - criminalizzando migranti, lavoratori e sex worker - alimentando politiche di deportazione e marginalizzazione in nome della lotta contro la violenza di genere. Queste stesse società, che discriminano e negano le persone islamiche, criminalizzano sempre più i/le sex worker utilizzando l'idea dell'omofobia e della violenza di genere come strumenti per deportare e detenere migranti, sex worker e “people of colour”. Ci sono molti paralleli tra i discorsi abolizionisti e quelli islamofobici: la tendenza per la maggior parte dei bianchi e delle bianche occidentali di gruppi queer e di gruppi sui diritti gay, è quella di parlare per loro stess*, di salvare se stess*, ignorando e rafforzando una multipla oppressione, invece di lavorare con organizzazioni islamiche o non bianche e non occidentali (o anche semplicemente ascoltando che cosa questi gruppi abbiano da dire). Allo stesso modo, le femministe abolizioniste occidentali non ascoltano le voci dei e delle migranti sex worker, e così facendo li relegano in uno stato di vittime che necessitano per salvarsi della politica femminista occidentale o, anche, della polizia di frontiera che li assisterà nel ritorno a casa. Le/i Sex worker migranti sono paragonate/i con le vittime di tratta, viste solo come donne passive e ingenue, prive - contrariamente alla realtà -, di un vero e proprio progetto migratorio. L'articolo Gay Imperialism porta avanti proprio questa critica e traccia un' acuta analisi, fornendo bibliografia e riferimenti ai testi criticati. Gli autori, purtroppo, hanno fatto l'errore di citare, senza nasconderli dietro nomi inventati o in codice, esempi di politiche bianche sui diritti queer/gay che riproducono un approccio islamofobico e paternalistico nei confronti di persone queer islamiche - incluso Peter Tatchell in Gran Bretagna. Come risposta, l'editore Raw Nerve ha pubblicato scuse formali a Peter Tatchell, scuse che possono essere lette sul sito http://www.rawnervebooks.co.uk/Peter_Tatchell.pdf e ha ritirato l’intero libro dalla vendita. Le scuse ritengono l'articolo una falsa accusa di razzismo e islamofobia nei confronti di Peter Tatchell ed elencano una lunga serie di presunte falsità contenute nel testo, citate fuori dal contesto e erroneamente rappresentate come accuse a titolo personale. Proprio per questo, gli autori sottolineano ironicamente la difficoltà di avere una voce critica contro Peter Tatchell. L'intransigente censura è in forte contrasto con la radicale difesa della libertà di cui si fa promotore Tatchell. Questa sua intransigente difesa della libertà lo ha portato a partecipare nel 2006 alla Marcia Free Expression, a cui hanno aderito vari gruppi fascisti e razzisti. Ancora una volta, voci marginalizzate sono state minacciate e messe a tacere, ma questa volta, tale silenzio è stato deciso da chi si professa campione e promotore della libertà. Le campagne di Peter Tatchell sono esplicative dei limiti del modo post-politico dell' attivismo da celebrità, dove i bisogni di molti sono sacrificati per dare celebrità e potere a pochi. Questa sua tendenza all'autocelebrazione si riflette nel fatto di aver denominato con il suo stesso nome la fondazione di cui è a capo (come la Peter Tatchell Human Right Fund). "Peter Tatchell", molto più che OutRage!, è uno dei nomi più citati nelle rappresentazioni dei media occidentali riguardo l'attivismo sui diritti gay. Le scuse di Raw Nerve trasformano in personalismi questioni che sono invece politiche facendo sì che la giusta e documentata critica portata avanti da Haritaworn, Tauqir e Erdem , e la successiva censura e ritiro del libro, sia vista come un problema personale fra gli autori e Peter Tatchell. Questo tuttavia elude il punto principale. Nessuno ha qualcosa di personale contro Peter Tatchell. Nessuno, inoltre, contesta che lui si consideri sinceramente antirazzista, antimperialista o anti-islamofobico. Comunque, fa parte del lavoro di alleanze assumersi la responsabilità di affermazioni o azioni che riproducono strutture oppressive. Fa parte dell'essere una persona pubblica l'apertura alla critica piuttosto che il volerla azzittire con la forza. Purtroppo, questa non è la prima volta che queer non bianch* e queer non occidentali hanno criticato Peter Tatchell e sono stati puniti per averlo fatto. Le campagne in Africa di Tatchell e Outrage! sono state fortemente criticate per non aver ascoltato gli/le attivist* LGBT africani che dichiaravano quanto le loro azioni fossero infatti dannose. In una lettera aperta citata dagli autori di Gay Imperialism, alcun* attivist* hanno descritto come Tatchell e Outrage! abbiano ripetutamente non rispettato vissuti, danneggiando le lotte e mettendone a repentaglio la sicurezza, di chi lotta per la difesa dei diritti umani africani (fonte: http://mrzine.monthlyreview.org/increse310107.html). Questo modo di agire viene definito neo-colonialismo, interpretazione che noi condividiamo. Questa dichiarazione, che si può ancora fortunatamente trovare nella rete, è stata anch'essa vittima di una risposta punitiva, risposta punitiva che è reiterata, nei confronti degli autori di Gay Imperialism dalle "scuse" di Raw Nerve. Condanniamo questo tentativo di reprimere le voci di queer of colour e di queer non occidentali ed esprimiamo il nostro supporto sia a chi difende i diritti umani dei queer africani, sia agli autori di Gay Imperialism che resistono alle dichiarazioni e alle azioni razziste e imperialiste fatte in nome delle politiche bianche e occidentali sui diritti della comunità LGBTQ. È senza dubbio all'interno della logica neo-imperialista che un uomo gay bianco e occidentale può ottenere il ruolo di colui che salva queer non-occidentali e islamici vittimizzati, e al contempo rafforzare i discorsi islamofobici che costruiscono un occidente moralmente superiore. Ed è ancora all'interno della logica neo-imperialista che si possono vedere le femministe bianche abolizioniste unire le forze con lo Stato che si fa portatore di un razzismo istituzionale in nome dei diritti delle donne. Come sappiamo dal nostro lavoro, per i/le sex worker migranti questo spesso significa il diritto di essere salvato e deportato, non il diritto di decidere sul proprio lavoro e sulle proprie vite. X:talk è nato dalla necessità di far sentire le voci marginalizzate, opponendole ai discorsi paternalisti e criminalizzanti che ci negano il diritto di parlare per noi stess*. Perciò condanniamo la censura di Out of Place come atto di forza che conferma la validità e la necessità politica di quell'articolo. La censura di Gay Imperialism e della raccolta Out of Place conduce verso una nuova preoccupante direzione. Molti di noi possono aver pensato che fosse stato raggiunto un certo grado di libertà di espressione per le voci marginalizzate. Invece è stato ribadito che vi è un prezzo da pagare quando si fa apertamente e seriamente critica antirazzista e, soprattutto, è stato ribadito chi è a pagare. Abbiamo perso un importante documento e la possibilità di formare un' opinione autonoma e non vincolata dai discorsi dominanti. Abbiamo la speranza che questa censura abbia l'effetto opposto: quello di intensificare e di far sentire ancora più forte le nostre voci; di potenziare nuove alleanze attraverso l'attivismo e i movimenti accademici, per combattere le oppressioni in tutte le sue facce – incluso il mantello con cui si veste il movimento femminista e il movimento dei diritti gay.

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giovedì 29 ottobre 2009

Storia di un'ex-colonizzata tra mito degli italiani brava gente e realtà razzista della postcolonia

Mentre qualcuna riprende la storia di Salmata Bamba - la donna in fuga dalla Costa D'Avorio e finita, su due piedi, in un Centro di identificazione ed esplulsione - e lo fa con un titolo terribile e magnifico (Prego signora, si accomodi all'Hotel Italia), leggo di un'altra donna appena giunta dall'Eritrea, dopo un viaggio da incubo durato mesi: prima attraverso il Sudan, poi - dopo una sosta di tre mesi in Libia - per dieci lunghissimi giorni in un barcone, con altre/e quasi trecento persone (donne, uomini, bambine/i) che le autorità maltesi ed italiane lasciano alla deriva senza cibo e acqua nel solito scarico di responsabilità (e non tutte/i ce l'hanno fatta). Marhaout, 19 anni, incinta, è ora ricoverata in un ospedale siciliano e non ho idea di cosa ne sarà di lei da qui a qualche giorno. Ma leggo, in un articolo, la sua storia, e sì ,anche questa ti strozza la gola. Perché Marhaout racconta di essere giunta qui rincorrendo una sorta di sogno, quello dell'Italia "paese più bello del mondo", paese che lei ha amato attraverso i racconti del nonno, Mario Golino, partito da Roma per l'Eritrea durante gli anni dell'impresa coloniale in Africa. Sposato con una donna del luogo è questo ex-colono che trasmette "a figli e nipoti l'amore per l'Italia". Insieme ne ha trasmesso, direi, anche il mito. Non mi è dato sapere cosa ne sarà di Marhaout, se sarà esplulsa, se sarà rinchiusa in un Cie o se, infine, riuscirà a restare in Italia (dovrebbe poter godere del diritto d'asilo), trovando magari poi lavoro come "badante" o "colf" presso qualche brava famiglia italiana che le conterà anche la frutta che mangia ("metà mela a pranzo e l'altra metà a cena", così imponeva uno dei "badati" ad un'amica, arrivata anche lei dall'Eritrea quasi dieci anni fa, con altri sogni, speranze, desideri, ben lontani dalla lotta quotidiana per piccoli margini di libertà, come poter mangiare se non due, almeno un solo frutto al giorno, ma senza dividerlo a metà, che la sera è tutto nero ...). O forse sarà fortunata, qualcuno dei "possibili parenti italiani" (ha perso nomi e indirizzi in mare) si farà vivo. Ma in ogni caso non mi è dato sapere cosa penserà Marhaout di questo paese quando imparerà a conoscerlo: il paese dei Cie, del pacchetto sicurezza, dei Maroni e dei Gentilini (non soltanto quelli che vedi in tivù, ma quelli e quelle che incontri ogni giorno per strada, sui bus, negli uffici e magari di urlano "sporca negra"). Il paese dove si sono consumate le storie di Mabruka, di Kante, di Joy ... Quel paese che Zahra (somala, giunta anche lei in Italia immaginandolo un "paese meraviglioso") ha abbandonato con amarezza (e senza miti) dopo 28 anni, non sopportandone più il clima di pesante razzismo.
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martedì 27 ottobre 2009

XM24: Difendere la "razza". Identità razziale e politiche sessuali nel progetto imperiale di Mussolini


Domani, alle ore 19.30, presso XM24 (via Fioravanti, 24 - Bologna) presentazione del volume di Nicoletta Poidimani Difendere la "razza". Identità razziale e politiche sessuali nel progetto imperiale di Mussolini. Oltre all'autrice interverranno Vincenza Perilli e Mauro Raspanti.
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Articoli correlati in Marginalia:

Culture razziste e politiche sessuali dall'Impero alla postcolonia
Difendere la "razza". Identità razziale e politiche sessuali nel progetto imperiale di Mussolini
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Storia di una donna migrante, dalla Costa D'avorio al Cie di via Mattei

Si chiama Salmata Bamba ed è arrivata dalla Costa D'Avorio in Italia chiedendo lo statuto di rifugiata. Al suo posto in agosto le viene notificato un mandato di espulsione. Parla poco l'italiano, non riesce o non può far valere i suo diritti. Continua a cercare lavoro. Finalmente lo trova, un posto come badante presso una famiglia di Napoli. Qualche settimana fa si reca in questura per ultimare le pratiche di regolarizzazione ma qui "succede l’impossibile, ciò che non avrebbe mai creduto potesse succedere in un paese democratico": viene arrestata e portata nel Cie di via Mattei a Bologna. Così, su due piedi. Non le viene neanche permesso di poter portare con sé qualche oggetto personale. Tramite la figlia di coloro che sarebbero dovuti diventare i suoi datori di lavoro, apprendiamo che non ha neanche il sapone per lavarsi e che porta ancora addosso gli abiti che indossava al momento dell'arresto. Un po' poco per quello che è stato definito "hotel di lusso per migranti". Nell'unico articolo che ho trovato su di lei (una storia così non fa notizia) - nel sito di Peacelink - si dice che Salmata è una donna "semplice, umile e troppo vulnerabile per affrontare la crudele realtà di questo Paese". Ma chi può affrontarla tutta sola? Ci auguriamo che Salmata abbia trovato all'interno la solidarietà e l'appoggio delle sue compagne di prigionia. E che fuori trovi presto la nostra.
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domenica 25 ottobre 2009

Debout! In memoria di Carole Roussopoulos


Ho appreso ieri sera della morte di Carole Roussopoulos. Il suo primo film che ho visto, se la memoria non mi inganna, credo sia stato S.C.U.M, parecchi anni fa, durante una delle mie tante giornate/notti en promenade per Parigi, tra cinema e femminismo. Film bellissimo, girato nel 1976, con una bellissima Delphine Seyring che legge S.C.U.M Manifesto di Valerie Solanas, mentre la regista batte a macchina e la televisione trasmette immagini di donne che protestano contro al guerra in varie parti del mondo. All'epoca, Roussopoulos era quasi del tutto sconosciuta in Italia (del resto solo recentemente le è stata dedicata una rassegna a Trieste), ma già un mito in Francia. Aveva cominciato a fare video a Parigi sul finire degli anni '60, acquistando la prima videocamera su consiglio di Jean Genet, dopo essere stata licenziata da Vogue su due piedi (per ulteriori notizie biografiche, sul sito di Divergences trovate degli estratti dell'intervista a Roussopoulos pubblicata da Nouvelles Questions Féministes solo qualche mese fa). Io, in quegli anni di nomadismo tra Italia e Francia per mantenermi facevo una miriade di lavoretti e tra questi (senza troppa convinzione, certo) anche fotografie di moda e il fatto che Roussopoulos fosse passata anche lei per certi ambienti per potersi poi dedicare ad altro aveva un non so che di consolante (ero più giovane). Negli anni mi è capitato di vedere, in diverse occasioni, i suoi film, credo la maggior parte se non proprio tutti. Da Genet parle d'Angela Davis, al film realizzato con Christine Delphy per i cinquant'anni de Il secondo Sesso di Simone de Beauvoir, fino a Debout! Une histoire du mouvement de libération des femmes, forse il suo film più famoso che ho visto e rivisto: al festival di Créteil nel 2000, ancora alla fine di un incontro organizzato da un collettivo femminista parigino da qualche parte nel diciannovesimo arrondissements, l'ultima volta al Centre George Pompidou credo o forse alla Cinémathèque. Mi rendo conto solo ora, tentando di rimettere a posto frammenti di ricordi, immagini, parole, quanto questa donna avesse toccato nei suoi film nel corso degli anni tutte le questioni che ritengo (riteniamo) oggi così importanti e centrali: aveva dato parola alle outsiders - dalle sex workers (che negli anni 70 si chiamavano ancora prostitute) alle donne migranti -, aveva parlato di aborto, di stupro e di violenza domestica (Viol coniugal, viol à domicile si intitola uno dei suoi lavori) e filmato le prime uscite pubbliche del F.A.R.H (Front Homosexuel d'Action Révolutionnaire). Ma soprattutto era stata capace di essere non soltanto una cineasta (un'artista, un'intellettuale, una teorica) che guarda le cose restandone fuori (come tanti/e) ma soprattutto una militante, un'attivista. Era stata in Palestina, aveva insegnato l'uso della videocamera a Black Panthers e altre/i militanti di diversi movimenti di liberazione (ad Algeri e altrove) e soprattutto era stata interna al movimento femminista fin da principio. Mi manca una frase, una parola, per chiudere questo articolo per Carole Roussopoulos, forse posso scrivere semplicemente Debout!
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Riflessioni di genere per una politica antirazzista

Da Women in the City, un'intervista di Zenab Ataalla a Francesca Koch del coordinamento Donne contro il razzismo, con interessanti riflessioni - a partire da un bilancio della manifestazione antirazzista di sabato 17 ottobre a Roma -, su razzismo e sessismo. Tra l'altro vi si parla anche del nostro presidio itinerante verso il Cie di via Mattei a Bologna del 13 ottobre, un esempio "di notizia censurata": "Circola in questi giorni nel web un volantino di un collettivo femminista che ha organizzato un sit in davanti al Cie di via Mattei a Bologna con uno striscione che recitava Qui si stupra. Lo slogan ha scatenato un parapiglia, bloccando il traffico, è intervenuta anche la polizia. E' un esempio di notizia censurata? ...Evidentemente la verità in Italia non si può dire. Nei Cie succede di tutto, sono dei veri e propri lager dei quali si parla, ma per i quali non si fa niente. Lì le donne sono più esposte perché donne. Subiscono violenze, botte, stupri. Le ragazze di Bologna hanno dato luce pubblica a quello che non si deve dire, quello che parlamentari e membri del Consiglio regionale hanno potuto verificare con i loro occhi ... Eppure per l'informazione televisiva nazionale non rappresenta una notizia ...". Grazie a Women in the City, Zenab Ataalla a Francesca Koch di contribuire a rompere il clima di omertà che circonda questa ed altre violenze. Potete leggere tutta l'intervista QUI.
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Nous, nous ne sommes pas complices!

Qualche giorno fa, proprio mentre meditavo su certe forme di saccheggio al femminile, ho ricevuto bella mail complimentosa di Karine Gantin di Topics&Roses (Marginalia blog assez génial ... merci Karine!), che tra l'altro auspicava un maggior numero di traduzioni in francese di certains trucs intéressants pubblicati qui (o, in alternativa on nous donner des cours d'italien pendant le séances d'autodéfense ... mmm, l'idea è carina, ci penso). Oui, il faut traduire, ma il tempo è tiranno! Eppure, grazie ad infaticabili traduttrici militanti (che si stanno moltiplicando: presto la traduzione di Gay Imperialism a cura di Tiz) spero davvero di poter continuare a far "parlare" Marginalia in diverse lingue sempre più spesso (parliamo o no di femminismi transnazionali?). Per intanto ecco la traduzione di Noi non siamo complici! in francese (questa volta il grazie è tutto per la traduttrice militante di turno, Sylvie). Buona lettura alle internaute francofone :-)

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Bologne, mardi 13 octobre 2009: “Vous savez où mène cet autobus? , c’est ce que demande une des femmes du groupe de féministes et lesbiennes, montées à bord au centre de Bologne. Et elle commence à lire un texte qui dénonce la violence que les femmes subissent à l’intérieur des Cie (centre d’identification et d’expulsion pour migrants). Ce n’est pas un hasard que ce soit justement aujourd’hui, le jour du procès pour la révolte qui a eu lieu au CIE de la rue Corelli à Milan lors des dernier mois (NdT : révolte surtout portée par les femmes du centre), ce n’est donc pas un hasard que des femme ont décidé de ce rendre au Cie de Bologne rue Mattei pour rendre publique les violences que les femmes migrantes vivent à l’intérieur de cet univers concentrationnaire. Parce que justement lors d’une audience du procès une femme nigérienne a publiquement dénoncé la tentative de viol qu’elle a subit de la part de l’inspecteur chef et que maintenant, elle risque un procès pour diffamation. En arrivant au CIE elles ont accroché une banderolle « ICI, ON VIOLE » Voici le tract qu’elles ont distribué: "Nous, nous ne sommes pas complices! Combien de fois, étudiant l’histoire du XXème siècle, nous est-il arrivé de nous demander pourquoi pendant le nazisme les gens faisaient semblant de ne pas voir ce qui se passait dans les rues de leur propre ville - matraquage, abus, violence- et de ne pas savoir ce qui ce passait dans les camps ? Et combien de fois la réponse fut « moi, je n’aurais pas pu faire semblant » Et alors, pourquoi, aujourd’hui, tant, trop de personnes, font semblant de ne pas voir ce qui se passe dans les rues, semblant de ne pas comprendre les effets mortels du « dit » pacchetto sicurezza (ndt : ensemble des lois qui criminalisent les personnes migrantes et organisent contrôle et répression sociale) sur la vie de milliers d’être humain, semblant de ne pas savoir que dans la ville où nous vivons il y a des lieux où les conditions de rétentions, et certaines des violences qui y sont perpétrées rappellent les tristement célèbres camps du même ordre sous le nazisme. Ces lieux s’appellent centre d’identification et d’expulsion, créés en 1998 et disséminés sur tout le territoire national. Cà fait longtemps que les migrants/tes détenus/es dénoncent les conditions épouvantables de vie à l’intérieur des CIE, les violences incessantes, les humiliations, les passages à tabac, les maladies pas soignées et les morts suspectes. Tellement que le ministre Maroni a annoncé récemment, au nom de la sécurité la construction de nouveau CIE. Ils ont essayé de nous raconter que, dans les CIE, sont enfermés les clandestins parce que les étrangers seraient tous, selon leur rhétorique de racisme institutionnel, criminels, et violeurs potentiels et que donc sans qu’ils aient commis aucun crime, il est juste de les enfermer là pour ensuite être expulsés de l’Italie. Mais nous savons ce qu’est la sécurité dont ils parlent. Et nous savons ce qu’est le racisme institutionnel. Et nous savons ce qu’est la violence. Nous savons, par expérience que les lieux dangereux pour les femmes sont les maisons où nous vivons, les lieux où nous travaillons, les préfectures et les commissariats où nous avons le malheur de nous aventurer ou d’être amenées. Et aussi les quatre murs d’un CIE, où tellement de femmes subissent agressions, humiliations et violences des gardiens. Humiliations et violences que les femmes migrantes non jamais cessé de dénoncer. Comme Raya, une des femmes enfermée au CIE de Bologne, qui en mai dernier a été frappée d’un policier en uniforme et laissée sur le pavé sous les yeux indifférents de la « Misericordia », l’agence miséricordieuse qui gère le centre. Ou comme les femmes du CIE de Lampedusa qui ont entrepris au début de l’année, une longue révolte pour protester contre les rapatriements, pour dénoncer les conditions de vie à l’intérieur des CIE et en demander ma fermeture. Ou comme la protestation de Mabruka, femme d’origine tunisienne depuis trente ans en Italie, qui s’est pendue au CIE de Rome en avril pour ne pas être déportée, protestation qui se sont étendues ensuite aux sections de hommes. Ou comme Joy, une femme nigérienne emprisonnée et en procès à Milan pour s’être rebellée, au mois d’août dernier, contre une tentative de viol de la part de l’inspecteur chef du CIE Vittorio Adesso et aux conditions inhumaines dans lesquelles les femmes et les hommes, sont contraints de vivre au CIE Corelli. Pour ses déclarations, Joy risque un procès pour calomnie, parce que dans l’Italie du troisième millénaire, ces camps ne peuvent pas être mis en question, et que ce qui se passe à l’intérieur doit rester caché. Exactement comme la violence sexiste que les femmes subissent dans les familles ou sur les lieux de travail. Nous savons et nous ne voulons pas nous taire. Nous ne voulons pas être complices des violences exercées sur les femmes migrantes au nom de a sécurité. En concomitance avec les sentences pour la révolte du CIE milanais, nous avons choisi de nous retrouver devant le CIE de Bologne pour exprimer aux femmes enfermées notre proche solidarité, mais aussi et surtout pour dénoncer dehors ce qui se passe dedans ces camps du troisième millénaire. Et toi ? Tu continueras de faire semblant de ne pas savoir ?"
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venerdì 23 ottobre 2009

Saperi di donne native e migranti a confronto

Domani, sabato pomeriggio, a partire dalle 16.30, alla Casa di Khaoula (via di Corticella, 104 - Bologna) un incontro su Donne native e migranti. Scambio di saperi alla ricerca delle comuni origini, promosso dalle associazioni Annassim, Sopra i Ponti e Magamagò. Sarà presentato il bel volume I saperi delle donne. Il patrimonio culturale delle donne migranti nella cura della persona e la gestione del quotidiano (curato da Annassim) e il progetto di turismo solidale in Marocco promosso dall'associazione Sopra i Ponti . Una bella occasione per conoscersi, confrontarsi, gustare insieme dolci marocchini e the alla menta ascoltando un reading di poesia femminile del Mediooriente con Fatiha Morchid e Songul Abdullah ... Da non perdere ...
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Sorvegliare e stuprare


Ho rimarcato più volte, qui in Marginalia e altrove (ad esempio in Economia politica dello stupro/ Economia politică a violului) come l'insistere sul fatto che la violenza sulle donne avviene per la maggior parte "in famiglia" o tra le cosiddette "pareti domestiche" fosse un passaggio necessario e obbligato per contrastare/criticare l'uso in termini di emergenza securitaria e di "caccia allo straniero" della violenza sulle donne (che è esercitata in primis , ed è bene ricordarlo sempre, da mariti, amanti, padri, fratelli, conoscenti, molto spesso italianissimi), ma che si rischiava anche, nello stesso tempo, di mettere in ombra altri "luoghi" (ambienti di lavoro, canoniche, ospedali, questure, galere ...) in cui le donne subiscono quotidianamente stupri, molestie e ricatti sessuali. Tra queste diverse "quattro mura" le donne migranti sono i soggetti più ricattabili grazie anche al nuovo "pacchetto sicurezza" che inasprisce regole e vincoli e crea il terreno favorevole a soprusi e ricatti di ogni tipo. Raramente queste vicende vengono (possono essere) denunciate e quando lo sono raramente guadagnano l'onore della cronaca "ufficiale". Non ci è dato sapere quante "badanti" moldave o ucraine sono oggetto di pesanti molestie sessuali dai loro stagionati datori di lavoro, quante donne migranti subiscono ricatti sessuali - in cambio di un "aiuto" per ottenere il permesso di soggiorno -, dal prete o dal poliziotto di turno. Non ci è dato sapere soprattutto delle tante violenze subite dalle donne migranti tra le quattro mura di un Cie, luogo deputato - secondo la retorica razzista in voga nell'Itaglia di Berlusconi, Maroni &CO -, a salvare "noi donne" - "le (nostre) donne" - dalle orde di stranieri , tutti potenziali stupratori. E invece, come denunciato dal presidio itinerante Noi non siamo complici!, è proprio in questi luoghi che le donne migranti subiscono continui ricatti, molestie, stupri da parte di chi si sente forte del ruolo di "rappresentante dell'ordine" e di sorvegliante delle muliebri virtù (bianche), come l'ispettore-capo del Cie di via Corelli a Milano implicato in un tentativo di stupro ai danni di una giovane reclusa nigeriana. Ed è di questi giorni un'altra notizia di violenze "tra quattro mura", quelle di un carcere stavolta: il direttore del carcere di Genova è accusato di aver ripetutamente molestato e costretto a rapporti sessuali una detenuta di origini marocchine. Questa notizia - pubblicata ieri da Il Manifesto e che ho letto nel sito dell'Osservatorio sulla repressione - probabilmente avrà ben poca eco, perché nell'Italia neo-coloniale è solo la virtù della donna italica che va tutelata. Quando serve, ovviamente.
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Nella foto lo striscione delle donne di ActionA (qui la loro lettera alle migranti della Pinar) durante la manifestazione nazionale contro la violenza sulle donne dello scorso anno a Roma
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mercoledì 21 ottobre 2009

Avvistato burqa, Ufo postcoloniale?

Non seguo molto la questione ma sembra che gli avvistamenti di U.F.O (la sigla sta per Unidentified Flying Object, in italiano Oggetto volante non identificato) siano frequentissimi nel mondo, l'ultimo segnalato in Italia è avvenuto questa estate sulla spiaggia di Riccione (per le/gli appassionate/i c'è anche il video). Più rari sembrano invece gli avvistamenti di burqa made in Italy, nonostante gli allarmismi lanciati da Gelmini, Santanchè &Co per distogliere l'attenzione da questioni decisamente più preoccupanti (ma questa resta una nostra modestissima opinione). L'ultimo avvistamento di burqa c'è stato ieri a Pieve di Soligo, dove era già stato avvistato circa un mese fa. Niente video dell'inquietante apparizione, ma una foto (e articolo). In realtà non è un burqa ma un niqab, tipico velo della tradizione islamica più ortodossa, ma ovviamente parlare di niqab non avrebbe la stessa "potenza comunicativa" (e colonizzatrice): in fondo Bush andò a bombardare l'Afghanistan per liberare "le donne" dal burqa, no?

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E' caduta una Stella (Gelmini)

La "stella" è Maria Stella Gelmini, espulsa dal consiglio comunale di Desenzano sul Garda nel 2000, su mozione del suo partito, con la seguente motivazione: "manifesta incapacità ed improduttività politica ed organizzativa" (delibera del consiglio comunale del 31 marzo del 2000, questa "chicca" si può gustare qui). Per poi essere ricollocata nel firmamento stellare della politica italiana come Ministro dell'Istruzione, Università e Ricerca Scientifica. Sappiamo da chi, questa è storia recente. E mentre continuano a smantellare la scuola pubblica, creando ignoranza, precarietà e in-sicurezza per tutte e tutti, trovano però i soldi per costruire nuovi Cie su tutto il territorio nazionale ...
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