domenica 3 febbraio 2008

Una biblioteca della memoria

Qualche giorno prima della Giornata della memoria qualcuno [1] nella rete ha chiesto ad altri/e bloggers di indicare un libro sulla Shoah. A loro volta coloro che sono stati/e interpellati/e hanno posto la medesima domanda ad altri/e bloggers, in una sorta di "catena della (o per) la memoria". Sono stata coinvolta anch'io da Falecius, ma mi sono presa il tempo di "pensarci", senza farmi mettere fretta dalla scadenza imminente. In un commento a caldo indicavo, anziché un libro, un film: è Shoah di Claude Lanzmann.

Finalmente stasera un po' di tempo per Marginalia. Con il post "già scritto nella testa", mi sono collegata per digitarlo e postarlo. Cercando un link ho cominciato a seguire a ritroso la "catena della memoria" : da un blog/sito all'altro, attraverso libri, immagini, nomi. Ho deciso, infine, di buttare via quello che avevo pensato di scrivere. Tento invece di compilare (aggregando insieme alcune delle risposte che altri/e hanno dato alla domanda iniziale, cose pubblicate in rete in occasione di questa ed altre Giornate della memoria e alcuni dei volumi che mi circondano mentre scrivo) una sorta di "biblioteca della memoria". Non è una "bibliografia", ma per ora solo un insieme disordinato di titoli e suggestioni (talora discordanti e/o non condivisibili), che potrà forse (da qui a un anno) essere ordinato, ampliato, discusso. Per intanto, anche se la mia ricerca in rete non è stata esaustiva (non ne ho proprio il tempo), mi è sembrato comunque interessante cominciare a vedere cosa (e come) si legge intorno alla "memoria, le riflessioni che questi testi suscitano, e quelle che (eventualmente) questo post susciterà.


Il primo libro che voglio citare è Se questo è un uomo di Primo Levi. Sembrerà sicuramente "banale" come scelta. E' un libro, infatti, citatissimo e così noto che sembra quasi superfluo ricordarlo, eppure a volte ho il sospetto che sia citato senza essere neanche letto, almeno a leggerne certi usi [2]. E invece, è proprio partendo da una frase di Primo Levi: "E' successo, vuol dire che può succedere ancora", che chi mi ha passato il "testimone" ribadisce l'importanza di ricordare "l'orrore della Sho'ah", poiché "il Male Assoluto è sempre una possibilità dell'umano, e contro questo orrore occorre essere vigili"[3].


Ma il libro che propone infine Falecius è Il settimo milione di Tom Segev, giornalista e storico israeliano. Non un libro sul genocidio nazista ma un libro che "fa la storia della memoria della Sho'ah in Israele, e mostra come questa memoria abbia condizionato in maniera decisiva la storia d'Israele, e la percezione che gli israeliani hanno del proprio stato, ma in modi diversi e complessi, che forse non sospetteremmo".

In molti/e avvertono il pericolo che porre troppa "enfasi" "sulla memoria della Shoah [...] possa diventare un modo per renderla il più possibile inoffensiva", come scrive The Rat Race. Se non vogliamo "tradirla" questa memoria "deve restare *intollerabile*. Dev'essere qualcosa a cui si vorrebbe sfuggire — che si vorrebbe non aver presente — e che ci si costringe a tenere davanti agli occhi. Percio' niente letture confortanti, niente biblioteche virtuose, che ci facciano sentire meglio perche' assolviamo al compito nobile di non dimenticare. Eppure — abbiamo soltanto le parole — per non lasciare che la Shoah venga cancellata. E allora propongo gli autori forse piu' inconciliati con la realta' — quelli che meno di tutti hanno cercato di estrarre un qualche *senso* dalla Shoah". E sono due poeti,
Paul Celan e Dan Pagis.

Nel sito Ribat al mujahid, ritrovo ancora
Shoah di Lanzmann insieme a due libri, Israele e la Shoah di Idith Zertal e Uomini comuni di Christopher R. Browning, una trilogia che dovrebbe contribuire al difficile compito di "agire" la conservazione della memoria: "Il trauma della tragedia deve invocare un'autocritica incessante, essendo qualcosa che incessantemente ci riguarda. Il senso della memoria è la sua attualità, la responsabilità che quotidianamente ci delega, c'addossa, c'affida".


Anche Khadija, nel denunciare la "retorica della memoria" che ci vede tutti/e pronti a "piangere sul latte versato e a promettere 'mai più', ma assolutamente ciechi di fronte a quello che sta succedendo ancora, e ancora e ancora", ci riporta a questa responsabilità verso il presente. Il libro che propone è
Terrore e miseria del Terzo Reich di Bertolt Brecht, invitando insieme a firmare la petizione [4] per Abou Elkassim Britel :"Io preferisco denunciare quello che mi succede sotto il naso e non posso tollerare che ci si sgoli così tanto tutti insieme per 'ricordare', mentre di fronte agli orrori reali ci comportiamo esattamente come i personaggi di Brecht. Meno di mille adesioni per una campagna a sostegno dei diritti umani che ha fatto, ormai, il giro del web. E questo succede oggi e succede oggi perché oggi come allora la gente ha paura di mettersi dalla parte degli ebrei, degli zingari, degli omosessuali e degli oppositori politici del Terzo Reich".

Rosa
propone invece
Intellettuale ad Auschwitz di Jean Amery: "Hans Mayer, austriaco di padre ebreo e madre cristiana, nato e vissuto senza alcun rapporto con la sua origine ebraica, viene deportato ad Auschwitz e diventa ebreo suo malgrado. Un ebreo - come si definisce - senza Dio, senza storia, e senza speranza messianica nazionale. Tradito e abbandonato dalla cultura che lo ha nutrito e gli ha dato una identità, a guerra finita rinuncia al suo nome tedesco, diventa Jean Amery e descrive la sua esperienza di deprivazione identitaria in Intellettuale ad Auschwitz [...] Ma la perdita di se' non è recuperabile, e Jean Amery muore suicida. Scelgo questa esperienza estrema e disperata perché Amery è mio fratello, perchè io stessa mi sento ebrea per condizione più che per scelta e nel contempo, grazie anche a lui, sono persuasa che sia non solo possibile ma necessario coltivare una identità ebraica pur essendo lontani dalla religione e dalla tradizione. E scelgo Amery perchè mi pare spazzi via a suo modo qualsiasi tentativo di "normalizzare" il crimine ideologico nazista, qualsiasi tentativo di dare senso. Quel crimine - ne sono convinta - è peculiare, speciale e diverso dai molti crimini che hanno fatto la storia e continuano a plasmarla".


Per finire propongo qualche testo in ordine sparso:


Nessuno/a mi sembra abbia accennato alla questione del negazionismo/revisionismo. Lo faccio io con Nadine Fresco, Fabrication d'un antisémite, un libro sul padre fondatore del negazionismo, Paul Rassinier. Nessuna traduzione italiana, ma rinvio a questa recensione in Incidenze.


Ancora un film di Claude Lanzmann, Un vivant qui passe. Auschwitz 1943-Theresienstadt 1944. E' possibile leggerne il testo, in italiano, in un volumetto (con una postfazione di Federica Sossi) di Cronopio, 2003. Una riflessione sulla "cecità", sul "non vedere" (ieri, oggi).


Non poteva mancare un libro che affronti la questione in una prospettiva di "genere". Non è l'ennesimo volume su "le donne e l'olocausto", ma un testo che interroga criticamente le analisi femministe del nazismo: Liliane Kandel (a cura di), Féminismes et nazisme. Anche in questo caso nessuna traduzione italiana, ma rinvio alla mia recensione qui.


Nell'imminenza di No Vat, mi sembra il caso di ricordare il ruolo del Vaticano nel genocidio nazista. Lo faccio con L'arcivescovo del genocidio di Marco Aurelio Rivelli. Questo libro ripercorre le vicende dello Stato indipendente di Croazia, voluto dai nazifascisti negli anni 1941-1945. Qui gli ustascia di Ante Pavelic, sostenuti da Hitler e da Mussolini, sterminarono centinaia di migliaia di serbo-ortodossi, ebrei e rom, in nome di una "soluzione finale" etnico-religiosa perseguita anche attraverso l'imposizione di "conversioni" di massa al cattolicesimo. In questo sterminio un ruolo decisivo lo ebbe l'arcivescovo di Zagabria, Alojzije Stepinac con l'avvallo decisivo del Vaticano. Nell'ottobre del 1998, Stepinac (definito dal dittatore Franjo Tudjman "martire del regime comunista) viene beatificato dal papa Giovanni Paolo II.


Sullo sterminio nazista di omosessuali e lesbiche rinvio al dossier pubblicato in Fuoricampo Lesbian Group.

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[1] Per mancanza di tempo non sono riuscita a risalire a chi ha dato via a questa "catena per (o della) memoria".
[2] Ad esempio ai tempi dello "scandalo" delle torture inflitte ai prigionieri di Abu Ghraib da parte (anche) di alcune soldatesse Usa, sono stati pubblicati ben due articoli intitolati "Se questa è una donna" che richiamavano il titolo del libro di Levi ma "rovesciandolo": non solo introducendo una connotazione di genere, ma ribaltando il soggetto, non più la vittima ma il carnefice. I due articoli possono essere letti nel dossier Dibattito sulle donne kapò (Qui dovrei aprire una lunga riflessione sull'uso di metafore che rinviano al nazismo, ma per intanto rinvio ai cenni alla questione nella mia recensione a Féminismes et nazisme ricordata in questo post).
[3] Sovente, nei brani che cito da altri blog/siti vengono usati (spesso indifferentemente) i termini "Olocausto" e "Shoah". In realtà non sono equivalenti o intercambiabili, mancando nel secondo termine il significato di punizione divina presente nel primo. Storicamente l'uso di Shoah ha preso forza a partire dal titolo del film di Lanzmann uscito nel 1985, che si proponeva esplicitamente di contestare il termine "olocausto" e la retorica che gli è associata. Personalmente, comunque, ricorro sovente al termine di genocidio o sterminio nazista ( di ebrei, "zingari" - rom e sinti -, omosessuali e lesbiche e altri esseri umani considerati "inferiori").
[4] Ho già da tempo firmato e segnalato nella rubrica Urgenze la raccolta firme per Kassim. In effetti, il numero relativamente basso delle firme, colpisce. E se provassimo a chiederci perché?


domenica 27 gennaio 2008

Donne di mondo. Percorsi transnazionali dei femminismi


Elda Guerra e Stefania Voli
dialogano con

Liliana Ellena (curatrice), Paola Guazzo e Vincenza Perilli (alcune delle autrici) del numero 13 di Zapruder

Donne di Mondo.
Percorsi transnazionali dei femminismi

Giovedi 31 gennaio 2008, ore 18
Aula Magna, Convento S. Cristina - v. del Piombo, 5 - Bologna






Articoli correlati in Marginalia:

Donne di mondo. Una presentazione
Scambi di sguardi. Dimensioni transnazionali dei femminismi
Donne di mondo

Per ulteriori informazioni su questa presentazione bolognese:

Server Donne, La Nuova Towanda, Articolo 21, Zic.it e il sito di Zapruder. Storie in movimento.

Per Donne di mondo rinvio alla recensione di Luisa Passerini:

Femminismo nel mondo? E' più vivo che mai, in Liberazione, 19 luglio 2007.

mercoledì 23 gennaio 2008

Scuole matrigne

Un'ordinanza del Comune di Milano impedisce ai genitori migranti senza permesso di soggiorno di iscrivere i/le loro bambini/e alle scuole materne.
Contro questo provvedimento, contro il razzismo e per i diritti dell'infanzia, sabato 26 gennaio varie associazioni e movimenti invitano ad un "girotondo impertinente" in piazza della Scala.
Non possiamo avere la certezza che questa ordinanza resti un fatto locale e forse andrebbero subito pensate forme di protesta e di dissenso come gli striscioni esposti sulle facciate di alcune scuole parigine in segno di solidarietà con le famiglie di sans-papiers.

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Articoli correlati:

Le colpe dei padri ricadano sui figli, in Scuole senza permesso
Girotondo impertinente. Contro il razzismo e per i diritti dell'infanzia, in Retescuole
Girotondo impertinente, in Artisti immigrati
Girotondo impertinente, in Lavoro e Salute
Giornata mondiale di azione globale, in Critical Mass Milano

e in Marginalia:

Scuola e quartiere senza frontiere

sabato 19 gennaio 2008

Multiculturalismo culinario

Tratto da: Doré Ogrizek, Il mondo a tavola. Guida brillante della gastronomia internazionale, Editoriale Domus, Milano 1953 (ed. or. Le monde à table, Ed. Odé, Paris), pp. 354-355.

"Le tradizioni si perdono. L'antropofagia sta per scomparire e oggi ha solo pochi adepti in qualche tribù del centro dell'Africa e dell'Oceania.
Secondo l'opinione di molte personalità scientifiche, la carne umana sarebbe quella che meglio coverebbe alla nutrizione della creatura umana, quella più facilmente e proficuamente assimilabile dall'organismo. Crediamo sulla loro parola.
Verso il 1890 il Padre Allaire, missionario dello Spirito Santo, fu accolto da queste parole urbanissime quando si presentò dinanzi al capo negro della tribù dei Bondjos: " La carne di un bianco, e soprattutto di un capo bianco, è eccellente con le banane; non ha pelle; vedo solo del grasso".
Alcuni anni prima si vendeva ancora carne umana sul mercato di Brazzaville, come da noi la carne di bue o di montone.
Fra le tribù cannibali del Congo, i Batetelas mangiano i loro genitori al primo segno di decrepitezza e son convinti di render loro un servizio cosi facendo. I Fans fanno a meno dei funerali e li sostituiscono con un banchetto. I Bondjios ingrassano degli schiavi per metterli in pentola. I Pahuin mangiano il nemico ucciso in guerra per assimilarne le virtù.
Le opinioni sono diverse sul sapore di questo alimento. Secondo i Canachi ha il gusto della banana; gli abitanti delle isole Figi assicurano che ha un gusto di nocciola; un gusto di vitello un pò scipito, o di maiale, precisano alcuni buongustai senza pregiudizi... Noi lasceremo il problema aperto.
Ma, secondo l'esploratore Roger Chauvelot, "la carne più apprezzata è quella dell'Australiano, perché quella dell'Europeo ha un gusto sgradevole (è questa, indubbiamente, la causa dello scarso successo avuto dal cannibalismo nei nostri paesi ...).
Noi ci accontenteremo di citare, senza garanzia, le parti scelte. Secondo gli intenditori sono il palmo della mano, le coste, il posteriore, le cosce. Ma vi faremo grazia della ricetta dell"arrosto di uomo allo spiedo" data da William Seabrook nel suo libro sull'Africa, pieno di coscienziose precisazioni tecniche, perchè probabilmente questi particolari toglierebbero l'appetito ai nostri lettori, e questo non è certo lo scopo che si prefigge questo libro di gastronomia".

martedì 15 gennaio 2008

Chi ha paura del separatismo?




Vincenza Perilli, Chi ha paura del separatismo?, in Il paese delle donne, dicembre 2007 *


Vorrei focalizzare l’attenzione sul dibattito, acceso e appassionato, che si è sviluppato – essenzialmente tra donne – nella fase preparatoria della giornata del 24 [1], discussione prevalentemente concentrata sulla scelta delle organizzatrici (e condivisa da molte delle donne presenti a Roma nelle due assemblee preparatorie nazionali e di molte che hanno partecipato alla discussione altrove) di caratterizzare l’iniziativa come una manifestazione di sole donne.
Ritengo che il confronto e le diversità siano elementi preziosi in ogni processo e progetto politico. Nondimeno vorrei rilevare come, a mio parere, questa discussione si sia svolta su delle false premesse che, se da una parte non sono state in grado di cogliere le reali motivazioni dell’opzione “separatista”, dall’altra hanno rivelato una non conoscenza delle molteplici e distinte espressioni storiche del separatismo, del dibattito che le ha accompagnate e delle inedite e “fluttuanti” configurazioni assunte da questa pratica politica nel contesto odierno, soprattutto in quelle che – con termine ambiguo, ma oramai corrente -, vengono definite “giovani generazioni” femministe.
Nonostante il singolare usato nel titolo che ho dato a questo mio intervento, sarebbe opportuno parlare di “separatismi, così come oramai si è da qualche anno consolidato l’uso di parlare di “femminismi”, non senza importanti conseguenze teoriche. Innumerevoli e diversificate sono le forme che la pratica separatista ha assunto nel corso della storia dei femminismi e soprattutto le riflessioni che ha generato.
Basti pensare al movimento suffragista che, pur essendo nella maggioranza “misto”, già percepiva distintamente il rischio costituito dalla presenza degli uomini, della loro tendenza (non “naturale”, ma che attiene a rapporti di potere asimmetrici) al leaderismo, l’attentato continuo all’autonomia delle donne, la maggiore difficoltà per queste ultime di prendere, in un ambito politico misto, parola e decisioni, di dimostrare (a se stesse e alle/agli altre/i) la propria capacità di assumersi – e di sapersi assumere – quelle responsabilità generalmente ritenute appannaggio esclusivo degli uomini. Da qui la necessità di ritagliarsi “spazi”, o anche soltanto “momenti”, tra “sole donne”.
Ciò nonostante, in un certo immaginario – soprattutto maschile, ma non solo – il separatismo è legato indissolubilmente al movimento femminista e lesbico degli anni 70, con l’immagine minacciosa di una guerra totale dei sessi, ciò che denota anche lo shock, non ancora superato, costituito dall’entrata in scena di un forte ed autonomo movimento delle donne.
Atto fondatore” del femminismo degli anni 70, come è stato definito da Françoise Picq nella sua bella ricostruzione delle vicende del movimento femminista francese degli anni 70 [2], il separatismo è, anche in quel periodo, lontano dall’essere una pratica totalmente condivisa e, soprattutto lontano dall’essere accettato “pacificamente” dagli uomini, anche da quelli che all’epoca, si chiamavano “compagni". In Italia, ad esempio, esistono in quegli anni, gruppi “misti” e che tali resteranno, donne che praticano la cosiddetta “doppia militanza”, cioè la contemporanea attività politica in gruppi della sinistra e dell’estrema sinistra e in gruppi di donne, gruppi che inizialmente sono aperti agli uomini (come ad esempio il Demau e Il cerchio spezzato) e che solo in seguito adotteranno la pratica separatista. Questa era, inizialmente, segno distintivo solo dei primissimi gruppi di autocoscienza (essenzialmente i gruppi di Rivolta Femminile) e del movimento lesbico, prima di diventare pratica condivisa dalla maggioranza del movimento delle donne.
Ma soprattutto il separatismo è una pratica multiforme: diverse erano le motivazioni e le modalità del “separarsi” che esistevano anche tra chi aveva fatto questa scelta, tra le militanti femministe e le militanti lesbiche. Delle differenze (importanti) sussistevano anche all’interno di queste due (principali) “configurazioni”, come ha mostrato, ad esempio, Nerina Milletti per il movimento lesbico, in un interessante saggio che ripercorre le due pratiche – per certi versi contraddittorie – del separatismo e della visibilità [3]. Il separatismo, quella necessità di “darsi la libertà di non essere referenziali al potere” (Daniela Pellegrini in una significativa intervista raccolta da Nicoletta Poidimani), pratica di “sottrazione”, piuttosto che di “esclusione” (ancora Milletti), poteva avere delle ragioni di ordine tattico o contingente, delle ragioni di tipo teorico o politico. Poteva andare da riunioni precluse agli uomini, senza che questo significasse una pratica separatista nella quotidianità, a forme di “nazionalismo” lesbico, contestate in un oramai celebre articolo di Ti-Grace Atkinson [4].
Poteva basarsi su un discorso di tipo “essenzialista”, o fatto proprio da gruppi decisamente anti-essenzialisti, si pensi soltanto ai gruppi separatisti che avevano come punto teorico di riferimento, l’analisi “materialista” sviluppata da Christine Delphy in L’ennemi principal, uno dei testi chiave di quegli anni. I gruppi potevano essere costituiti solo da donne (eterosessuali e lesbiche), o viceversa includere alcuni uomini (i gay). Potevano essere gruppi di sole lesbiche o, come ad esempio negli Usa, di sole donne nere (eterosessuali e lesbiche), o di sole lesbiche nere. C’è stata anche l’esperienza di chi, e penso al Combahee River Collective, – collettivo di donne e lesbiche nere, pioniere del Black Feminism – ha rifiutato, senza per questo desolidarizzarsi dal resto del movimento femminista, il separatismo, in nome della comune esperienza del razzismo con gli uomini neri.
In questo scenario piuttosto variegato, l’unico elemento che sembra realmente omogeneo è la reazione di rifiuto, anche violenta, che la pratica del separatismo ha suscitato negli uomini. Se la “secessione delle donne” – come ha sottolineato in un saggio sul “separatismo come metaforaLiliane Kandel [5]– , rianimava i fantasmi arcaici della guerra tra i sessi, il vero “scandalo” del separatismo risiedeva nel suo carattere metaforico o simbolico, nella sua capacità di veicolare – con immediatezza e “violenza”– un certo numero di messaggi. La scelta separatista denunciava il carattere “non misto” della nostra società (l’esclusione delle donne da luoghi, attività, istituzioni; esclusione che, quando non sancita dal diritto, lo era nei fatti), nominava l’esclusione e l’oppressione di tutte le donne in quanto gruppo e delle singole donne in quanto individuo, annunciava la presa di coscienza e la rivolta nascente, designava infine “l’identità dell’oppressore”, non più soltanto un “sistema” (capitalista o patriarcale), ma un gruppo sociale definito (e insisto sul gruppo sociale): quello degli uomini.
Sarebbe bastato, forse, gettare uno sguardo verso questo passato, verso questa storia così complessa e istruttiva, eppure inspiegabilmente dimenticata o mai appresa, per evitare alcune delle semplificazioni che hanno contraddistinto il dibattito sul separatismo (nella forma della rigida contrapposizione separatismo si/separatismo no) prima e durante la grande manifestazione del 24 a Roma “contro la violenza maschile sulle donne”.
Tornando brevemente sulla discussione pre-manifestazione
[6], la scelta di un corteo di sole donne - che tra l’altro ho condiviso -, viene contestata da alcune donne (e solo in seguito, e marginalmente, da uomini) in quanto giudicata “discriminatoria” soprattutto verso coloro che, pur se “biologicamente” di sesso maschile, subiscono e/o combattono la violenza in prima persona, come i gay, i trans FtM o gli uomini impegnati in una critica della “mascolinità”. Questa decisione viene inoltre percepita come un’imposizione dall’alto di una pratica non più condivisa e le donne che la sostengono vengono tacciate di “veterofemminismo” (creando, tra l’altro una fittizia contrapposizione tra "giovani" e "vecchie") e di farsi portatrici con questa scelta di un discorso di tipo identitario, essenzialista e finanche “razzista”. Visto come un pericoloso arretramento culturale che individua nell’appartenenza “biologica a un genere la legittimità di partecipazione e mobilitazione”, sordo adanni di contaminazioni queer e critica trans”, lo spettro del “separatismo” (parola invero mai nominata nel documento di convocazione della manifestazione), comincia ad aggirarsi nel dibattito.
Nei discorsi privati e pubblici, così come nelle mailing list, nei siti e nei blog di singole donne, gruppi e associazioni coinvolti nell’organizzazione, la discussione cresce in maniera esponenziale man mano che la data della manifestazione si avvicina. Il 18 novembre l’inserto domenicale di Liberazione, Queer, dedicato alla manifestazione del 24, pubblica due articoli che dovrebbero illustrare le due posizioni separatismo sì/separatismo no verso le quali si è rapidamente polarizzata – e, forse, cristallizzata – la discussione [7]. Se l’irrigidimento di questa contrapposizione ha rischiato di indurre, come è stato da più parti sottolineato, un rischioso allontanamento da quello che era l’obiettivo primario della manifestazione, esso ha anche prodotto una semplificazione drastica e riduttiva delle ragioni e dei problemi in campo.
Mi sono chiesta – e mi chiedo – perché è intorno alla scelta di “un” corteo separato che si è acceso il dibattito, un dibattito che ha posto in maniera forte il problema dell’essenzialismo e/o del “razzismo”, veicolato dai nostri discorsi e dalle nostre pratiche. _ Mi sono chiesta perché, se altre questioni si possono – strategicamente – "mettere nel cassetto" come sottolineava Gaia Maqi Giuliani nel suo articolo in Liberazione, senza (quasi) suscitare discussioni, questo non è possibile con il separatismo, nonostante in molte ne abbiano spiegato la contingenza.
Mi è sembrato, del resto, troppo “facile” e mistificante mettere sul conto dell’opzione in favore di una manifestazione separata, in una certa circostanza, un certo giorno e su un certo tema, i guasti prodotti da un essenzialismo che, in Italia, ha nutrito una lunga egemonia del "pensiero della differenza sessuale" e che ancora pervade pratiche e discorsi di diversi femminismi, talvolta in maniera “inconsapevole”, come ha sottolineato Lidia Cirillo nel suo Meglio Orfane [8].
Troppo facile, e forse consolatorio, mettere sul conto del “separatismo” le difficoltà storiche proprie a molt* di interrogarsi sul nodo cruciale sessismo e razzismo, tema che ha assunto con troppo ritardo - e solo "grazie" alla campagna ignobile montata da politici e media dopo l’omicidio di Giovanna Reggiani - una posizione centrale nel dibattito pubblico, senza peraltro, e mi sembra sintomatico, suscitare una necessaria riflessione sul razzismo "interno" alle stesse teorie e pratiche femministe (e qui mi permetto di rinviare al mio contributo a Donne di Mondo, recente numero della rivista Zapruder sui femminismi transnazionali).
Mi sono chiesta ancora se le critiche mosse alla scelta separatista oltre a denotare una non conoscenza delle configurazioni assunte nel passato dal separatismo, manifestassero anche ignoranza di quelle attuali.
In una ricerca sulle giovani generazioni femministe in Francia, ad esempio, Liane Henneron [9], ha mostrato come – sullo sfondo del peculiare, e talvolta conflittuale, rapporto di rottura/continuità che lega le “giovani” militanti al femminismo degli anni 70 – , non esista una modalità univoca nelle forme adottate dalle militanti per relazionarsi con gli “altr*”. Se privilegiare situazioni “miste” sembra maggioritario (e talvolta con una volontà, non sempre esplicita, di “smarcarsi”, attraverso il rifiuto del separatismo, da una certa immagine del femminismo), non mancano situazioni in cui la strategia politica del separatismo è rivendicato e rimodulato in forme inedite. Basti pensare al gruppo parigino Les Furieuses Fallopes, che nel 2005 organizzarono una grande manifestazione separatista notturna contro la violenza sessista, manifestazione che suscitò, sia detto per inciso, una qualche ostilità da parte di alcune “vecchie” e l’entusiasmo contagioso delle più “giovani”.
La strategia politica separatista è reinventata a partire dalle “contaminazioni queer” e dall’opposizione a ogni tentazione naturalista: il separatismo delle Furieuses Fallopes è una militanza “tra donne”, ovvero tra tutte e tutti quelle/i che sono identificate/i, si sentono, si dichiarano, si “vivono” come donne. Del resto la maggioranza delle singole donne, dei gruppi, della associazioni che hanno condiviso la scelta separatista della manifestazione romana, praticano una felice e fruttuosa commistione tra momenti “separati” e “non separati”, militando magari in gruppi di sole donne ma partecipando attivamente ad altri progetti politici “misti” (lotte contro la deriva securitaria, il precariato, l’omofobia, la lesbofobia e la transfobia, contro il razzismo e per i diritti e la libertà dei/delle migranti).
Oltre a motivazioni tattiche o strategiche (l’evitare strumentalizzazioni da parte di forze politiche ed istituzionali, ad esempio), penso che quante hanno sostenuto la scelta di una manifestazione di sole donne, condividessero la necessità – in questa precisa congiuntura – che fossero i nostri “corpi” (dove “corpo” non è né genere, né “sesso”), a dire basta alla violenza e alla sua strumentalizzazione in chiave razzista e securitaria, a dire ancora una volta “non in nostro nome come scandiva lo slogan della rete femminista transnazionale Nextgenderation contro la guerra in Irak, ricordato nel suo intervento su queste pagine da Cristina Papa.
Il – sacrosanto – allontanamento delle “donne” ministre da parte delle manifestanti, oltre ad aver dimostrato (se ce ne fosse stato bisogno) quanto la scelta “separatista” fosse lontana da ogni nostalgia “biologica”, ha scatenato sulla stampa un nuovo attacco in nome della (presunta) violenza delle partecipanti al corteo, che si è in alcuni casi tradotta nell’equazione separatiste uguale violente.
Con questo intervento spero di aver contribuito, oltre a chiarire qualche equivoco di merito, a indicare di che cosa e di chi c’è (forse) da aver paura.

* Ripubblico anche qui in Marginalia questo mio intervento con la sola aggiunta di qualche nota esplicativa e di tipo bibliografico assenti nella versione pubblicata da Il paese delle donne. Nella fotografia uno scorcio del Buon Pastore (Casa internazionale delle donne) di Roma, dove sabato scorso si è tenuta un'affollata e partecipata assemblea nazionale femminista , importante momento di riflessione e confronto dopo la manifestazione del 24 novembre contro la violenza maschile sulle donne. Sono stati proposti due nuovi appuntamenti: una due giorni nazionale con tavoli di approfondimento (il 23 e24 febbraio a Roma) e un otto marzo nelle singole città da costruire in continuità con quanto espresso dalla manifestazione del 24. Relazioni sull'assemblea nazionale possono essere lette qui.
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NOTE:


[1] Manifestazione nazionale contro la violenza maschile sulle donne, Roma, 24 novembre 2007.
[6] Per una trattazione più articolata di questo dibattito rinvio a A che cosa miriamo?.

mercoledì 9 gennaio 2008

lunedì 17 dicembre 2007

Contre les jouets sexistes

E' dal 2001 che la Campagne contre les jouets sexistes (Campagna contro i giocattoli sessisti) rappresenta uno degli appuntamenti più interessanti per quant* ritengono che il sessismo (come il razzismo) non sia un'attitudine "naturale" ma, al contrario, il prodotto di un lungo e complesso processo [1].
Organizzata ogni anno da alcuni gruppi francesi (inizialmente a Parigi, ma estesa attualmente anche ad altre città) tra i quali il Collectif Contre le Publisexisme, Claaaaaash [2], Les Panthères Roses, Les Alternatifs e Mix-Cité, la campagna "tenta d'aprire gli occhi ai/alle consumatori/trici [...]: gli anni passano ma, a Natale, i colori azzurro e rosa non vanno mai fuori moda. La festa dei/delle bambini/e è anche il momento in cui i/le più giovani sono confortati nel loro ruolo di maschietto e femminuccia. Attraverso i giocattoli che regaliamo ai/alle bambini/e, noi gli inculchiamo i valori legati al loro sesso: la dominazione per i bambini e la sottomissione per le bambine. Dai cataloghi di giocattoli agli scaffali dei supermercati, regna una divisione permanente e definitiva. La scelta di un regalo è invariabilmente orientata in funzione del sesso poi dell'età del/della bambino/a [...]. Non c'è da stupirsi che i più piccoli vadano "spontaneamente" verso i giochi corrispondenti al loro genere" [3]. Il bambino o la bambina che vorranno infrangere questa "norma" saranno scoraggiati dagli adulti o (se questi ultimi li appoggiano) magari presi in giro dai/dalle compagni/e di giochi. E come meravigliarsene? Dall'infanzia bambini e bambini, attraverso immagini, giocattoli, fumetti, cartoni, libri, sono costantemente "istruiti" nei loro futuri ruoli di "vera" donna e "vero" uomo, imparando anche che "l'uomo" e "la donna" sono fatti (infine!) per innamorarsi, sposarsi e avere dei bambini, poiché dal sacro modello di famiglia patriarcale non c'è uscita ( e pazienza se in questo modo si rinforza anche l'omofobia e la lesbofobia oramai imperanti).
A Parigi la campagna di quest'anno si è articolata intorno ad una serie di appuntamenti "teorici" (tra questi la presentazione del volume collettivo Contre les jouets sexistes - in alto la splendida copertina - alla libreria Violette and Co) ed alcuni "pratici", in particolare delle azioni collettive "a sorpresa" in grandi punti vendita di giocattoli. Durante queste azioni, la rigida collocazione "per genere" dei giocattoli esposti sugli scaffali, è stata sovvertita e sconvolta attraverso lo spostamento dei giocattoli da uno scaffale all'altro seguendo altri e più creativi criteri di sistemazione ...

Fini les cadeaux qui aliènent les filles comme les garçons!
Contre les stéréotypes soyons inventifs!

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[1] Rinvio alla mia recensione de La pelle giusta.
[2] Collectif Libertaire Anticapitaliste, Antireligieux, Antifasciste, Antiautoritaire, Antiraciste, Antirévisioniste, Antisexiste et Antihomophobe.
[3] Dal volantino della campagna del dicembre 2007.

giovedì 13 dicembre 2007

Dolci notizie dall'Italia ...


Mangiando un croissant pur beurre apprendo (prima dalla mail di una amica, poi leggendo le mie pagine preferite nel web) che la sede del Pd e quella della Rai a Roma sono state fatte oggetto di un attacco di bomboloni alla crema. Di seguito ecco il comunicato di rivendicazione:

Molto poco caro Partito Demokratico…questo è un KRAPFEN ATTACK!
In questo 12 dicembre di lutto e di memoria mai sopita, siamo qui aringraziarvi dolcemente per averci regalato un bel “pacco sicurezza”.L’avete fatto per il bene di tutti e tutte noi, per farci sentire tutti etutte più a nostro agio nella nostra quotidianità di “produci, consuma, crepa”.

FINALMENTE ORA ABBIAMO DELLE SICUREZZE

Molto poco caro Partito Demokratico…questo è un KRAPFEN ATTACK!
Sicuri di morire bruciati grazie a un padrone delle ferriere alla quarta ora di straordinario (defiscalizzato) con gli estintori scarichi e l’allarme disattivato per risparmiare sui costi. Sicuri di cadere da un ‘impalcatura senza misure di sicurezza, in nero a trenta euro al giorno, nei cantieri dei vostri amici palazzinari, per far crescere il PIL di Roma Capitale. Sicure di andare a dormire in baracca sotto un ponte, visto che con i famosi trenta euro una casa te la sogni, e di essere trattate come criminali da rispedire al mittente in nome della sicurezza nazionale, versione postmoderna della pulizia etnica. Sicuri di un futuro da precari, creatori di ricchezza che poi finisce nelle tasche di qualcun altro. Sicure di subire violenza tra le mura domestiche o all’ombra di una sacrestia.Sicuri di essere discriminati per le nostre preferenze sessuali. Sicure che i torturatori di Bolzaneto e della scuola Diaz (Genova 2001) saranno omaggiati di una bella promozione. Sicuri di morire in carcere pestati dalle guardie per avere coltivato qualche piantina di maria. Sicuri di morire ammazzati da un pistolero di stato che fa il tiro a segno in un autogrill. Sicure di finire in galera per antifascismo militante.Sicuri di vivere in un paese in guerra che in nostro nome bombarda uomini, donne e bambini “terroristi” e che per questo aumenta a dismisura le spese militari.Sicure di essere trattate come “nemico interno” se manifestiamo contro la guerra.Sicuri di svegliarsi una mattina e ritrovarsi davanti al naso un inceneritore, una centrale a carbone, una nuova discarica, una base militare, un’inutile ferrovia superveloce.Sicure che la mafia è diventata talmente potente che ormai è innominabile (è un’invenzione di chi vuole male al paese).Sicuri di essere controllati, spiati, ascoltati, monitorati 24 ore su 24.Sicure che il vostro simbolo elettorale è una schifezza grafica che fa il paio con la vostra schifezza morale.
Sicuri e sicure che state mettendo in opera un progetto di deriva autoritaria, finalizzata a reprimere il conflitto sociale e il dissenso di tutti coloro che non amano la pacificazione vagheggiata dalla governance di SuperWalter.
Allora beccatevi i nostri krapfen umanitari, le nostre bombe alla crema intelligenti, che vi vadano di traverso.

12 dicembre 1969 NO ALLA STRATEGIA DELLA TENSIONE
12 dicembre 2007 NO ALLA STRATEGIA DELLA PAURA

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Aggiornamento: per la video-ricetta di Krapfen e bomboloni andate qui.

lunedì 3 dicembre 2007

Per la libertà e i diritti delle/dei migranti


Bologna, sabato 1 dicembre
Presidio davanti alle Poste centrali del Coordinamento migranti

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da: Le Poste in gioco
Foglio a cura del Tavolo Migranti, novembre 2007

Sia donne che migranti: qui e ora

La donna migrante che ha parlato dal palco, al termine della manifestazione del 27 ottobre a Brescia, ha continuato a ripetere ostinatamente: Italia, fai qualcosa per le donne! Lei ha parlato come donna, ponendo a una piazza occupata soprattutto da volti di uomini un problema radicale che non si fermava alla legittima richiesta di servizi e di salario, ma affermava la potente presenza delle donne nel movimento dei migranti. Per capirlo, basterebbe guardare ai numeri. Le migrazioni femminili in Italia hanno visto negli ultimi anni un incremento maggiore di quelle maschili, per raggiungere il 50% dei migranti presenti sul territorio, considerando solo i regolari. Più dela metà sono impiegate nel lavoro domestico. Mediamente, il salario di una donna non raggiunge il 60% di quello di un uomo. I numeri, però, non sono solo numeri. Parlano di una domanda essenziale di questo paese, come di tutta Europa: la domanda di quelle attività di riproduzione sociale che le donne italiane ed europee, impiegate al di fuori delle mura domestiche, non possono o non vogliono più svolgere da sole. Lavoratrici che con il loro salario pagano il lavoro di altre donne affinché si prendano cura dei loro figli, degli anziani, della casa. Ciò non intacca, ma anzi conferma, la divisione sessuale del lavoro riproduttivo: anche se alcune donne ne sono liberate, comunque solo parzialmente, sono altre donne a ricoprire quel ruolo.

[continua ...]

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Articoli correlati in Marginalia:

Sessismo e razzismo: informazione e deformazione
La 'différence sexuelle' et les autres
Disimparare il razzismo
La pelle giusta
"Ora la parola ai migranti: basta giocare con le nostre vite!"


venerdì 30 novembre 2007

Care compagne di lotta ...


Care compagne di lotta,

la manifestazione che abbiamo costruito insieme in poco più di un mese, ha superato di gran lunga le aspettative di ognuna di noi. La presa di parola di oltre centocinquantamila donne e lesbiche contro la violenza maschile sulle donne, agita soprattutto in famiglia, è un risultato politico straordinario. Il corteo ha attraversato generazioni e femminismi dando valore alle differenze. Per molte di noi un corteo di donne per le donne ha dato forza alla nostra voce, ai nostri corpi, alla nostra soggettività politica. Consapevoli che quella separatista è una delle pratiche con cui le donne scelgono di esprimersi, siamo interessate a rilanciare una discussione perché non vogliamo prescindere dal dialogo e dal confronto.

Il dato politico più importante è l’instancabile partecipazione di ognuna di noi in questo percorso, la condivisione di una piattaforma comune, l’autodeterminazione con la quale abbiamo rivendicato contenuti, pratiche e finalità,la sintonia con cui abbiamo risposto alla prevaricazione di soggetti istituzionali e partitici che, con politiche familiste e sessiste, hanno disconosciuto la libertà di scegliere delle donne. La nostra lotta contro la violenza passa necessariamente attraverso la libertà e l’autodeterminazione delle donne e delle lesbiche, messe in discussione da una proposta di modifica peggiorativa della 194, dal mantenimento della legge 40, dalle politiche pro famiglia avanzate dal governo grazie all’istituzione di un ministero ad hoc, dal pacchetto sicurezza.
Avevamo dichiarato in più occasioni (appello e comunicati stampa) di essere antifasciste, antirazziste e antisessiste. È per questa ragione che ci siamo riappropriate del corteo e della piazza spontaneamente e collettivamente. Altro che violenza, la nostra contestazione è stata una forma di autodifesa. Non è forse violenza il comportamento di sopraffazione di chi non ha voluto ascoltare il contenuto di questa giornata di lotta? Non è forse violenza non rispettare le nostre pratiche di rifiuto della delega e delle logiche di rappresentanza?
“Quando le donne dicono no, vuol dire no”. Le parlamentari e le ministre contestate hanno tentato di togliere la parola alle donne del corteo per ottenere visibilità e sostenere politiche in contrapposizione con i contenuti della manifestazione. Hanno cercato di strumentalizzare il nostro movimento anche grazie al salotto mediatico allestito da La 7, venuta meno agli accordi presi.
Le contestazioni hanno contribuito a chiarire sui media la distanza delle nostre posizioni politiche con quelle istituzionali, la differenza tra protagonismo collettivo e presenzialismo opportunista, l’affermazione della soggettività femminista, lesbica e femminile contro la mercificazione dei nostri corpi. E la chiamano antipolitica... noi la chiamiamo coerenza dei nostri percorsi politici. Nostra esigenza e desiderio è ora una valutazione collettiva del percorso e della giornata che ha segnato il 24 novembre. Per questo proponiamo un’assemblea nazionale il 12 gennaio a Roma come luogo di espressione, di incontro e di relazione, strumento e pratica utile a dare continuità al nostro movimento con una reale condivisione di pratiche e di percorsi.
Saluti femministi,

L’Assemblea romana



giovedì 29 novembre 2007

Rompere il silenzio non è (mai) inutile

Dopo 14 mesi, la vicenda processuale di quello che oramai è consegnato alle cronache come "lo stupro della Cirenaica", dal nome della zona di Bologna dove si è consumato lo stupro di una giovane donna da parte del suo ex-ragazzo e un amico, si è conclusa.
Tutti i capi d'accusa - dalle percosse, allo stupro di gruppo - sono stati riconosciuti e i due sono stati condannati a due anni e dieci mesi (che almeno uno dei due, incensurato, non sconterà). Ma quel che premeva alla donna che ha subito lo stupro e a chi si è mobilitato per sostenerla, era (ed è) che il "fatto" fosse riconosciuto in nome di un'esigenza di giustizia che non si misura con gli anni di "pena" ma con l'affermazione della verità. Questa donna è andata fino in fondo, nonostante la violenza supplementare della campagna denigratoria, sostenuta da amici ed amiche degli accusati, che cercava di dipingerla come una psicolabile che si era inventata tutto e dell'iter processuale che, nonostante sia cambiato dai tempi del famoso "Processo per stupro", permette ancora che la donna che ha denunciato la violenza sia sottoposta a domande - sollevate dai difensori degli imputati - sulle proprie abitudini (e persino fantasie) sessuali. Denunciare uno stupro non è mai facile, ancor più difficile è andare fino in fondo, e probabilmente è impossibile lasciarsi veramente alle spalle un'esperienza del genere. Ma questa vicenda, conclusasi a qualche giorno dalla grande manifestazione contro la violenza sulle donne, mostra che rompere il silenzio non è (mai) inutile.

Alcuni articoli sulla vicenda (in ordine cronologico):

Manifestazione contro raccolta fondi per spese legali di accusati per stupro, in Femminismo a Sud
Lo stupratore non è un malato, è il figlio sano del patriarcato, in Marginalia
Women Declare War on Rape, in Marginalia
Autodifesa femminista ed altre alternative, in Marginalia
Atti concreti contro la violenza sulle donne, in Controviolenzadonne.org
2 7 novembre a Bologna: processo per stupro, in Critica della ragion naturale (non un omaggio a Kant, ma a Christine Delphy)
Non una di più, in Femminismo a Sud


* L'immagine è "rubata" al bel sito di Bunnies On Strike.

domenica 25 novembre 2007

venerdì 23 novembre 2007

A che cosa miriamo? Per uno spostamento delle lotte dei/nei femminismi


Scrivo queste note a qualche ora dall'inizio della manifestazione nazionale contro la violenza maschile sulle donne. La manifestazione nasce grazie all' iniziativa di alcune militanti romane [1] che ai primi di ottobre fanno girare un appello dove si sottolinea l'urgenza di organizzare una manifestazione nazionale “dove tutte le donne possano scendere di nuovo in piazza a fianco delle donne vittime di violenza e per i diritti delle donne“.
Le adesioni all'appello sono migliaia [2]. Viene aperto il sito ControViolenzaDonne.org (che ha tra le sue sezioni anche un blog), per permettere una migliore circolazione delle notizie e una partecipazione il più allargata possibile all'organizzazione della manifestazione.

Una prima assemblea pubblica si tiene a Roma il 21 ottobre. Vi partecipano circa un centinaio di donne, militanti femministe e lesbiche provenienti da varie regioni italiane. Dall'assemblea esce un primo documento che – oltre che nel sito – circola anche in varie mailing list permettendo in questo modo a quante non erano fisicamente presenti a Roma – e che magari sono anche delle “singole”, non legate cioè a nessun gruppo o associazione – di intervenire attivamente ed anche criticamente sul testo. Non tutte le questioni sollevate nella discussione sono state ritenute nel documento finale, ma nella loro varietà tendono a "complicare" il discorso e fanno emergere la molteplicità di soggettività, posizioni e prospettive delle donne impegnate nella costruzione della manifestazione e che si riconosco in questo "processo politico collettivo". E' grazie anche a queste discussioni, ad esempio, che viene riformulato, radicalizzandolo, il rifiuto delle strumentalizzazioni in chiave securitaria e contro gli "stranieri" della violenza contro le donne. O ancora la necesità di nominare le lesbiche e la specifica violenza che subiscono. Da parte mia, avevo avanzato, tra l'altro, dubbi sull'uso della categoria "aggressività maschile" e soprattutto sul fatto che mettere in primo piano che la maggioranza delle violenze avvengono in famiglia da parte di padri, mariti, conviventi, ex o semplicemente conoscenti, se da una parte risponde efficacemente ai tentativi di spiegare la violenza sulle donne come opera di sconosciuti preferibilmente migranti e rompe l'apologia e l'idealizzazione della famiglia molto forte in Italia [2], dall'altra lascia nell'ombra altre violenze che si consumano tra "le pareti domestiche", ad esempio quelle inflitte alle donne migranti da parte non solo di familiari (come avviene per le italiane, familiari che possono essere anche italiani), ma anche dai "datori di lavoro", si pensi solo alle tante "colf", "badanti" e baby-sitter presenti nelle "nostre" case. Queste violenze fisiche (a volte esercitate anche dalle "padrone", cosa che veramente complica il quadro), che possono andare dalle molestie allo stupro, spesso non vengono denunciate perché la mancanza di un permesso di soggiorno rende spesso clandestine non solo le persone ma anche le violenze che subiscono [3].
Una seconda assemblea si tiene, sempre a Roma il 27 ottobre. Il documento, ridiscusso e modificato anche in base alle osservazioni e ai contributi emersi nei giorni precedenti, convoca una manifestazione nazionale “contro la violenza maschile sulle donne” per il 24 novembre a Roma. In questa occasione si afferma la volontà di caratterizzare l'iniziativa come una manifestazione di sole donne.
Questa scelta “separatista” provoca un'accesa discussione sia nel blog di controviolenzadonne.org (in particolare i commenti ai post Sommovimento femminista e Tutte a Roma il 24 novembre) che in siti e mailing list (come ad esempio quella di Facciamo Breccia). Alcune donne (ed in seguito anche alcuni uomini, fino a quel momento assenti dalla discussione [4]) si oppongono a una decisione che giudicano “discriminatoria” verso gli uomini, in particolare verso quelli che la violenza la subiscono e/o la combattono in prima persona, come i gay, i trans FtM o gli uomini impegnati in una critica della “mascolinità”. La decisione di promuovere una manifestazione di sole donne viene vista come prevaricatrice o peggio, imposta dall'alto o da una sorta di “comitato centrale”. Le donne che sostengono la scelta separatista (alcune delle quali impegnate tra l'altro in organizzazione "miste" ma che ritengono importante una manifestazione di sole donne contro la violenza), vengono tacciate di veterofemminismo (creando, tra l'altro una fittizia contrapposizione tra "giovani" e "vecchie"[5]) e di essere portatrici di un discorso di tipo identitario o essenzialista. Per le sostenitrici di un corteo "misto", attuare la scelta separatista significa buttare "via anni e anni di contaminazioni queer e critica trans [6].
Viene sottolineato, ad esempio, come "individuare nell’appartenenza 'biologica' a un genere la legittimità di partecipazione e mobilitazione e’ un arretramento pericoloso. O qualcuna di noi magari scoprira’ di non essere poi cosi’ distante da chi, cattolici e non, vincolano elementi anatomici a caratteristiche di genere, il genere al ruolo sociale, la fruizione di diritti alla supposta naturalità di ruoli e progetti affettivi e di vita… [...] La signora Santanche’, che usa strumentalmente la violenza contro le donne per la peggiore propaganda razzista ed eurocentrica, sostenendo la superiorita’ della civilta’ occidentale - laddove nella civilissima Italia sappiamo bene dove e chi agisce prevalentemente violenza sessuale, sara’ + bene accetta di realta’ associative come Maschile Plurale o il Mit?"[6].
A queste osservazioni risponde, tra le altre, una militante che ribadisce l'importanza che, in questa specifica occasione, riveste il carattere separatista del corteo "perché il messaggio che va dato all’esterno è quello di donne autorganizzate, autodeterminate e incazzatissime [...] Le riflessioni sui generi che ci facciamo tra noi sono, ovviamente, mille anni luce più avanti di questa società di merda, ma siccome è a questa società di merda e alle donne che la abitano che dobbiamo dare un messaggio forte (se no che andiamo in piazza a fare? a parlarci addosso?) dobbiamo muoverci su coordinate comprensibili. Questo non significa abbassare i toni, anzi! Mi viene in mente un concetto che Teresa De Lauretis cita sempre riprendendolo da Spivak: l’essenzialismo strategico. Ecco, penso che il separatismo in questo corteo vada letto consapevolmente in questi termini e non come controllo di ciò che ciascuno/a/*/°/# ha nelle mutande; cioè, usare strategicamente e consapevolmente l’essenzialismo, senza quindi cadere in biologismi o altre schifezze che ci hanno già ammorbate a sufficienza" [7].
Il 18 novembre l'inserto domenicale di Liberazione, Queer, dedicato alla manifestazione del 24, pubblica due articoli che dovrebbero illustrare le due posizioni separatismo si/separatismo no verso le quali si è rapidamente polarizzata – e, forse, cristalizzata – la discussione. L'articolo che contesta la scelta separatista, di Gaia Maqi Giuliani, Solo donne? Così ribadiamo i ruoli che generano violenza [8], riprende il concetto di essenzialismo strategico ma ritenendolo "controproducente" in questa specifica situazione: "l’essenzialismo potrebbe essere “strategico” solo qualora la sua decostruzione, critica e superamento fosse patrimonio di molti/e e dell’immaginario comune. Il problema è che non lo è. La stessa espressione di “violenza di genere” come strumento concettuale in grado di aprire la riflessione sulla natura e sulle conseguenze di una violenza che è culturalmente maschile ed eterosessista, allargando e complicando una concezione della violenza “fisica” “maschile” stereotipata e miope, non è entrata nel linguaggio comune tanto da poter essere messa nel cassetto e “strategicamente” sostituita con un semplificatorio essenzialismo “binario” (uomo-donna)".
La discussione su "separatismo si/separatismo no" cresce in maniera esponenziale man mano che la data della manifestazione si avvicina. Continua nelle mailing list, in siti e blog, come anche nei gruppi e associazioni coinvolte nell'organizzazione della manifestazione.
L'irrigidimento di questa contrapposizione ha, a mio avviso, indotto una semplificazione drastica e riduttiva delle ragioni e dei problemi in campo, oltre a un pericoloso allontanamento da quello che era l'obiettivo primario della manifestazione (ma che sarà bellissima :-) ...).
Nell'intreccio dei commenti, il tentativo di comprendere anche criticamente posizioni diverse e/o divergenti dalla propria, è stato soppiantato dall'istanza di incasellare i diversi punti di vista nell'uno o nell'altro lato della dicotomia “separatismo sì /separatismo no”. Una volta innescata, questa dinamica sembra vivere di vita propria, credo (spero?) anche al di là delle intenzioni di molt*.
In questo scenario non posso che rivendicare la mia "dissonanza", la mia postura marginale. Non sarò a Roma per cause di forza maggiore, ma, nel caso, sarei stata sicuramente nelle spezzone "separatista", eppure rifiuto di essere incasellata nella gabbietta "separatismo si" che annulla la mia specificità come quella di altre, che ci mette tutte insieme sotto un'etichetta, omologandoci (mentre eravamo tutte insieme, con le nostre differenze di percorsi e posizioni, per un progetto politico comune: lottare contro la violenza sulle donne).
Mi chiedo (non retoricamente: vorrei proprio saperlo) perché è intorno alla scelta di un corteo separato che si danno fuoco alle polveri, perché è intorno a questa scelta (e solo intorno a questa scelta in maniera così accesa e quasi "feroce") che ci si pone il problema dell'essenzialismo veicolato dai nostri discorsi e dalle nostre pratiche. Mi chiedo perché non lo si è fatto prima e su altre questioni ( che tranquillamente si possono - strategicamente - "mettere nel cassetto" senza suscitare contrapposizioni infuocate), perché si è voluto suscitare il "fantasma" degli anni 70, di cui il separatismo è uno degli "emblemi", essendo stato "l'atto fondatore e mitico" del femminismo di quel tempo. Come se ci si potesse permettere ancor oggi il lusso di ignorare quanto questo tipo di esorcismo della storia (accompagnato dalla vana apologia del "nuovo", e spesso sotto lo schermo di comodo del presunto "conflitto generazionale" di turno) è ormai da anni una delle armi preferite di tutti i processi di normalizzazione e di restaurazione; dell'aggressione e dello svuotamento di ogni esperienza che miri oltre questo presente. Mi sembra troppo facile e mistificante mettere sul conto dell'opzione in favore di una manifestazione separata, in una certa circostanza, "un" certo giorno, i guasti prodotti da un essenzialismo che, in Italia, ha nutrito una lunga egemonia del "pensiero della differenza sessuale" e che ancora pervade pratiche e discorsi di diversi femminismi. E' su questo che, da tempo, avrebbe dovuto concentrarsi la critica, come anche sulle difficoltà di molti femminismi di interrogarsi sul nodo cruciale sessismo e razzismo, che ha assunto con troppo ritardo - e solo "grazie" alla campagna ignobile montata da politici e media dopo l'omicidio di Giovanna Reggiani - una posizione centrale nel dibattito pubblico. Senza peraltro, e mi sembra sintomatico, suscitare una riflessione sul razzismo "interno" alle stesse teorie e pratiche femministe.
E così "chi ha paura del separatismo?" sarà il titolo di un post che leggerete presto qui. Cercherò di rispondere ripercorrendo la storia del separatismo, delle diverse forme che ha assunto (a seconda dei contesti nazionali, dei momenti storici eccetera) nel movimento femminile/femminista (e non solo). Sarà l'occasione per parlare di differenzialismo e di sessismo e razzismo (nelle loro molteplici espressioni: lesbofobia, razzismo contro i migranti, antisemitismo, omofobia, razzismo anti rom, transfobia ...). E, intanto rinvio qui.

Chi ha paura del separatismo? Prossimamente su questi schermi...

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NOTE:

[1] Angela Azzaro, Beatrice Busi, Roberta Corbo,Annalisa D'Urbano, Olivia Fiorilli, Chiara Giorgi, Mariarosaria LaPorta, Maria Tiziana Lemme, Luciana Licitra, Aurelia Longo, Valentina Mangano, Ilaria Moroni, Monica Pepe, Elena Petricola, Valeria Ribeiro Corossacz, Barbara Romagnoli, Laura Ronchetti, Maria Russo, Marzia Saldan, Ornella Serpa, Marina Turi. La rete Controviolenzadonne.org che si costituisce in seguito a questo appello (e che promuoverà la manifestazione) comprende diversi collettivi : A/matrix, Assemblea femminista via dei volsci 22,Centro Donna L.i.s.a., Feramenta, Infinite voglie, La mela di Eva, Luna e le Altre, Martedì autogestito da femministe e lesbiche, Ribellule, donne CSOA-EXSNIA.
[2] Donne singole, collettivi, associazioni. Impossibile nominarle tutte: dalle Maistat@zitte di Milano alle Fuoricampo Lesbian Group di Bologna ... Per tutte le adesioni pervenute si veda qui. Alcune adesioni sono state rifiutate: "rifiutiamo l’adesione alla manifestazione del 24 novembre e la strumentalizzazione di questa giornata da parte dell’UGL e degli altri soggetti politici che hanno aderito al Family Day, che disconoscono l’autodeterminazione delle donne e sostengono le politiche razziste, familiste e ostili al riconoscimento dei diritti e della libertà di lesbiche, gay e trans della destra reazionaria, rilanciate in grande stile anche da un governo che si definisce di sinistra ", si legge in un comunicato della rete di controviolenzadonne.org.
[3] Non solo da parte del Vaticano. Si pensi all'istituzione nel nostro paese, di un Ministero della famiglia nel 1994, e al fatto che tanto nel centrodestra quanto nel centrosinistra le politiche economiche e sociali anche di carattere generale sono proposte all'insegna dei bisogni, del sostengno o dell'aiuto "alla famiglia", dove ovviamente la famiglia in oggetto è essenzialmente italiana, eterosessuale, con figli e possibilmente cattolica. E' uno dei motivi per cui proporrei di limitare nei nostri discorsi l'uso del termine "famiglia" soltanto per designare la cultura e i discorsi dominanti (magari ponendolo tra virgolette?), senza assumere noi stess* questo termine come qualcosa che va da sé.
[4] Del resto avevo sollevato le stesse questioni a proposito delle migranti in una mailing list bolognese in occasione della manifestazione cittadina contro la violenza sulle donne dello scorso anno.
[5] Ci sono ovviamente anche commenti di uomini che rispettando la decisione delle donne "accettano la sfida" di cominciare un percorso "tra uomini" contro la violenza sulle donne (per esempio il commento di Jacopo in
Sommovimento femminista ).
[6Non intendo negare l'estistenza di conflitti generazionali nei femminismi, ma non mi sembra che a proposito della scelta separatista della manifestazione ci sia stato disaccordo tra "vecchie" e "giovani", come si può evincere, tra gli altri, dal commento di Claudia, 11 ottobre, in
Sommovimento femminista.
[7] Commento di Maia, 30 ottobre, in Sommovimento femminista.
[8] Commento di Nic, ibid.
[9] Per chi si fosse perso questo interessantissimo numero di Queer, tutto dedicato alla manifestazione del 24, segnalo che tra qualche giorno dovrebbe essere consultabile on-line nel sito di Liberazione. Per intanto trovate l'articolo di Gaia Maqi Giuliani nel post Contro il separatismo di Femminismo a Sud.