sabato 19 aprile 2008

Sommovimento antirazzista e antisessista

Di seguito il volantino delle Sommosse antirazziste, in occasione della Terza Giornata dei migranti che si terrà domani in piazza dell'Unità a Bologna nell'ambito delle iniziative della Primavera antifascista e antirazzista .



SOMMOVIMENTO ANTIRAZZISTA E ANTISESSIS
TA
donne native e migranti insieme nella lotta!


La grande manifestazione contro la violenza maschile sulle donne che si è tenuta a Roma il 24 novembre scorso si è distinta anche per aver denunciato con forza l'ignobile campagna mediatica e politica all'indomani dell'omicidio di una “donna italiana” da parte di un “rumeno”. Questa campagna, riproponendo ancora una volta la sciagurata equazione violentatore=stupratore [1], ha scatenato una vera e propria “caccia allo straniero”, con aggressioni fisiche contro migranti e rom, leggi d'eccezione ed espulsioni di massa.


In quell'occasione abbiamo ribadito forte e chiara la nostra volontà di non essere strumentalizzate per fomentare il cosiddetto “scontro di civiltà” e le politiche securitarie: sappiamo che la violenza contro le donne non ha confini geografici, né di cultura o religione ma è l'espressione di un violento rapporto di potere esercitato dagli uomini sulle donne.


Partendo da qui, alcune di noi hanno proposto di porre al centro della riflessione il nesso razzismo/sessismo, consapevoli dei limiti dei discorsi (e delle pratiche) che finora sono state elaborate anche in ambito femminista e della necessità di cominciare a costruire relazioni concrete tra donne “native” e “migranti”.

Perché solo alla luce di questo rapporto (che sappiamo può anche essere conflittuale) è possibile interrogare e rimettere in discussione – insieme – le nostre pratiche e priorità politiche , in vista di una lotta comune, antisessista e antirazzista.


Siamo consapevoli che le trasformazioni in atto nell'attuale società “globalizzata” (precarizzazione selvaggia del lavoro e delle condizioni di vita, aumento di episodi di sessismo violento fino al femminicidio, virulenza dell'integralismo cattolico e familista, rimonta senza precedenti della xenofobia e del razzismo, dell'odio verso il “diverso” sia esso migrante, omosessuale, lesbica o trans) penalizzano in particolare i segmenti più “vulnerabili” della popolazione (dalle classi “popolari” ai migranti di ambo i sessi), ma hanno come bersagli e “vittime” privilegiate le donne, “native” e “migranti”.


Certo siamo consapevoli delle differenze che ci dividono ed anche dei “privilegi” di cui (talvolta) in quanto donne “native” godiamo.


Sappiamo che è diverso avere un documento d'identità in regola anziché dover attendere lunghi mesi per un permesso di soggiorno...


Sappiamo che la legge Bossi-Fini, legando il permesso di soggiorno al contratto di lavoro (o al permesso dei propri padri/mariti, se si è entrate in Italia con il ricongiungimento familiare), costringe molte donne migranti al silenzio e alla clandestinità...


Sappiamo quanto più difficile può essere per una donna migrante denunciare le violenze subite “tra le pareti domestiche” magari – in quanto colf e badanti - dal proprio datore di lavoro ...


Sappiamo anche che essere donne non sempre è garanzia di non-razzismo ...


Ma siamo anche consapevoli di tutto quello che può unirci e della forza che possiamo trarne.

Il nostro è un invito alla lotta comune, donne native e migranti insieme.


Sommosse antirazziste

Bologna, 20 aprile 2008


per info e contatti: sommosseantirazziste@gmail.com


A BOLOGNA PROGETTIAMO PER SETTEMBRE UN CORSO DI ITALIANO ESCLUSIVAMENTE PER DONNE STRANIERE, IN LUOGO, DATA E ORARI DA DEFINIRSI

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[1] E' un lapsus. In realtà doveva essere "la sciagurata equazione stupratore=immigrato". Rinvio a quello che rispondo nei commenti a Zillah che me lo fa notare ... E a testimonianza della continua attualità di questo nodo rinvio qui ed anche qui.

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martedì 15 aprile 2008

Italiani/e, brava gente ...

Non c'è scampo.


Da oggi camminerò chiedendomi in mezzo a che gente vivo. Non che prima pensassi di vivere in chissà quale paese, ma oggi devo rassegnarmi al fatto che la maggioranza di coloro che incontro per strada ha direttamente o indirettamente accolto e premiato la destra xenofoba e razzista, omo-lesbo-transfobica e sessista, integralista, pro-life e guerrafondaia ...

Non c'è "illusione" possibile.


Anche considerando i voti - che potremmo definire di "protesta" o "dissenso" - dati a gruppi minori come Sinistra Critica o Partito comunista dei lavoratori, i conti non tornano.
E non tornano neanche se consideriamo l'astensionismo, questa volta certo aumentato, ma che non è possibile ricondurre a una motivazione o matrice unica, essendoci stata una massiccia campagna per l'astensione anche da destra, e in particolare dalla cosiddetta nuova destra [1].

Tra l'altro, e anche per quanto sopra, per me non è consolatoria neppure l'affermazione ricorrente "tanto sono tutti uguali".

Per chiudere con un riferimento colto e "femminista", non mi interessa in questo momento pensare che Virginia Woolf infine decise di non dare a nessuno le sue tre ghinee (e perché), ma mi colpisce a chi tanti/e, troppi/e hanno deciso di dare, oggi in Italia, il proprio obolo.


NOTE:

[1] Penso in particolare a Movimento Zero, fondato da Massimo Fini, il cui Manifesto vede tra i firmatari il maître à penser della Nouvelle Droite, Alain De Benoist.

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Articoli correlati in Marginalia:

Piccoli razzisti crescono
La pelle giusta
Un frammento per ricordare Riccardo
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domenica 13 aprile 2008

Corpi e politica: genere, razza e identità sessuale nelle culture politiche del Novecento

Comincerà martedi 15 aprile il seminario Corpi e politica: genere, razza e identità sessuale nelle culture politiche del Novecento tenuto da Liliana Ellena all'interno del nuovo corso di Storia delle donne e di genere all'Università di Torino.

Di seguito presentazione e programma:


Corpi e politica: genere, razza e identità sessuale nelle culture politiche del Novecento


Il corso si propone di analizzare in una prospettiva di genere la rilevanza del corpo nella storia della cittadinanza e delle forme di mobilitazione politica tra Otto e Novecento. Accanto a specifici casi di studio relativi ai regimi totalitari e alle società democratiche verrà presa in considerazione la storia dei movimenti sociali e politici in cui il genere si è intrecciato con dimensioni diverse legate alle rappresentazioni del corpo come la generazione, la razza, l’identità sessuale: dai movimenti delle donne della fine dell’Ottocento e del Novecento ai movimenti antirazzisti e a quelli legati alle identità sessuali che hanno segnato i decenni più recenti.

Orari delle lezioni:

Martedì h 16-18 Seminario 1, IV Piano

Mercoledì h 11-13, Seminario 1, IV Piano

Giovedì h 11-13, Seminario 1, IV Piano

Calendario:

Martedì 15 aprile:

Introduzione: Corpo/corpi in prospettiva storica

Mercoledì 16 aprile:

Corpo individuale e corpo politico

Giovedì 17 aprile:

Abolizionismo e suffragismo

Martedì 22 aprile:

Maschile e femminile nelle rappresentazioni del corpo politico: popolo e masse

Mercoledì 23 aprile:

Genere e razza: il caso francese

Giovedì 24 aprile:

Genere e razza: il caso italiano

Martedì 29 aprile:

“Degenerazioni”: omosessualità maschile e femminile nel periodo tra le due guerre

Pazza d’azzurro (1996) e L’altro ieri (2001) di Gabriella Romano

Martedì 6 maggio:

Corpi in rivolta: i movimenti anticoloniali

Mercoledì 7 maggio:

Film: La Battaglia di Algeri, Gillo Pontecorvo, 1966

Giovedì 8 maggio:

Femminismi: corpi politici/politiche del corpo

Martedì 13 maggio:

Razzismo e sessismo (intervento di Vincenza Perilli)

Mercoledì 14 maggio:

Film: Paris is burning, di Jennie Livingston, 1999 (Presentazione di Cristian Lo Iacono)

Giovedì 15 maggio:

Movimenti transessuali e transgender
Film: TransAzioni, di Mary Nicotra, 2004

Martedì 20 maggio:

Genere e identità postcoloniali: il dibattito sul velo in una prospettiva transnazionale

Mercoledì 21 maggio:

Conclusioni


Per info: liliana.ellena@unito.it

lunedì 7 aprile 2008

Piccoli razzisti crescono


L'indagine sulla presenza di schemi mentali propri dell'ideologia della razza nei/nelle bambini/e, svolta in La pelle giusta di Paola Tabet, ha un esito inquietante. Attraverso i temi proposti (quali Se i miei genitori fossero neri) emerge come tutta una serie di stereotipi e pregiudizi razzisti sono precocemente e saldamente interiorizzati. E ci aiuta a vedere altro.
Come scrivevo nella mia recensione al libro, in questi scritti i "neri" si rivelano come gli "altri" per eccellenza, ma "neri" sono, spesso, per i/le bambini/e, albanesi, tunisini, marocchini, zingari, jugoslavi ed anche bambini/e italiani/e meridionali perché, come scrive un bambino [1] di IV elementare "Io un negro non saprei come definirlo ... i negri nascono di tre razze di pelle nera, gialla e bianca" [2]. Questa relativa indipendenza dal colore della pelle in questa ed altre definizioni, segnala che l'idea di "razza" preesiste alla percezione visiva ed è coerente con i criteri di definizione dei gruppi stigmatizzati nella storia del razzismo. Come scrive Tabet: "Le definizioni in termini di colore e di razza non fanno che camuffare e attribuire alla natura un rapporto politico. la 'pelle giusta', l'unica pelle giusta, è quella di chi in una misura o nell'altra detiene il potere, di chi può fissare le regole e le categorie di appartenenza, è la pelle del gruppo dominante" [3].
Ciò contribuisce a mettere in discussione la presupposizione (tenace) del carattere "naturale" o "spontaneo" delle percezioni e stereotipi razzisti dimostrandone invece il carattere "indotto": il razzismo che emerge da questi temi non ha nulla di "spontaneo" ma si rivela essere l'esito di una lunga e complessa storia di rapporti sociali caratterizzati da disuguaglianze di potere economico e politico, della definizione materiale e spesso legislativa di barriere tra "noi" (gli "umani") e "gli altri" (i "non-umani"). E questa storia, pur se spesso denegata dal persistente mito secondo il quale "gli italiani non sono razzisti", è storia anche italiana: antigiudaismo cattolico, antisemitismo e leggi razziali del '38, colonialismo e razzismo antimeridionale riattivato in anni recenti dalla Lega Nord [4]. E quest'ultimo, pur se meno appariscente, sembra essere ancora ben saldo.
Di questi giorni la notizia - che non è stata granché rilanciata dalla "stampa" nè da altri canali di comunicazione, cartacei e non - di un bambino napoletano che, nelle pagine del suo diario, meditava il suicidio. Perseguitato e deriso dai compagni di scuola, che amavano apostrofarlo con "monnezza" (Tabet in La pelle giusta, ricorda il caso di un altro bambino meridionale chiamato invece "mafiuzzo"[5]) il bambino probabilmente non vedeva altra via d'uscita. L'unica che hanno trovato i genitori, invece (vista la scarsa solidarietà ricevuta e il clima di omertà e impunità che ha circondato la vicenda) è stata quella di trasferirlo in altra scuola. Italiani, brava gente ...
L'episodio è avvenuto in provincia di Treviso e ne ho notizia da Gennaro Carotenuto. Grazie.

[1] O bambina. Nel libro non è indicato il genere di chi scrive i vari temi.
[2] P. Tabet, La pelle giusta, p. 151.
[3] p. 150.
[4] Si tratta di storia più antica. Uno dei primi testi in cui viene teorizzata l'inferiorità dei/delle meridionali, è Italiani del Nord, italiani del Sud di Alfredo Niceforo (1901). Ma ancora negli anni 60, in alcune grandi città del Nord, come Torino, era possibile trovare cartelli con su scritto "Non si affitta a meridionali".
[5] Gli esempi potrebbero essere anche altri. Magari tratti dal mio "archivio" personale.
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giovedì 3 aprile 2008

I Misteri della Rete. Un feuilleton dei nostri tempi [prima puntata]


In un articolo scritto a più mani quasi dieci anni fa, Negazionismo virtuale: prove tecniche di trasmissione, l'analisi di un episodio specifico (ovvero l'immissione in rete di messaggi negazionisti – in particolare Paul Rassinier, Robert Faurisson e Vieille Taupe di Pierre Guillaume – ad opera del collettivo “di sinistra” Transmaniacon), diveniva il pretesto per riflettere su un fenomeno che era all'epoca, almeno in Italia, abbastanza nuovo, ed anche sulle possibilità inedite offerte dal web ad operazioni di questo tipo.

In Negazionismo virtuale smontavamo la “favola” dell'uso del materiale negazionista “ai fini di uno smantellamento – da un punto di vista “rivoluzionario e di classe” – dell'antifascismo” da parte di questa ben poco rivoluzionaria combriccola, in quanto ci era chiaro che la critica dell'antifascismo consensuale e celebrativo sviluppata dai movimenti di estrema sinistra nel dopoguerra subisce una torsione verso un anti-antifascismo che ne altera violentemente la valenza e la cui pretesa efficacia 'sovversiva' diviene sempre più inverosimile, a fronte delle trasformazioni postfasciste in atto nella cultura e nella costtituzione italiana”.

Svelavamo altresì come l'uso di soprannomi, acronimi e vari pseudonimi (seppure espediente storicamente già sperimentato con successo in ambito revisionista/negazionista), trovava nel contesto telematico nuove e inedite sperimentazioni grazie a discorsi quali no name e dissoluzione del soggetto [1].

Constatavamo, infine, come “l'operazione revisionismo in rete ha svolto di fatto un ruolo “sperimentale”, diverso da quello intenzionale o dichiarato: ha funzionato come una prova in vitro, un test del grado di tollerabilità dell'intollerabile raggiunto negli ambiti alternativi, o antagonisti, trovando, oltre ad alcune puntuali risposte, significative e preoccupanti sacche di giustificazione o indifferenza. Anche su questa nuova zona grigia, preventivamente esplorata nel cyberspazio, si fonderanno in parte le precarie fortune dell'editoria negazionista italiana[2].

E' un testo sicuramente “datato” a rileggerlo ora dopo tanto tempo, eppure è stato importante, almeno per me. Negazionismo virtuale – e l'episodio che ne è all'origine – ha segnato da una parte il mio rapporto con una certa doxa del movimento (che all'epoca ha avvallato, giustificato o comunque non ritenuto importante criticare questa deriva negazionista) e dall'altra il mio rapporto con la rete, che ho guardato a lungo con una certa diffidenza. Utile strumento per comunicazioni veloci e scambio materiali tramite mail, il web è stato per me per molto tempo (spiace un po' dirlo) quello dei “siti della vergogna” [3], il luogo dove puoi acquistare l'uniforme – completa di berretto e stivali – di Hitler o Mussolini o il pugnale delle SS con la scritta “Sangue e onore”, il luogo che pullula di siti inneggianti all'antisemitismo e al razzismo, all'odio verso migranti, rom, gay e lesbiche (come, ad esempio i vari siti di Forza Nuova) e della diffusione di tesi revisioniste e negazioniste.

Col tempo ho scoperto che il web offre anche molto altro, anche se devo confessare che una buona dose di diffidenza mi è restata. Fare, ad esempio, una ricerca basandomi esclusivamente su fonti reperite in rete resta per me ancora impensabile e la casa piena di libri e le biblioteche più o meno polverose sono ancora per me luoghi belli e indispensabili .

Del come e dei perché che mi hanno portata poco più di un anno fa a Marginalia, ho già detto in uno dei primi post che ho pubblicato. Ed è stata un'esperienza interessante. Ho appreso (e continuo ad apprendere) molte cose, molte delle quali non potevo che imparare qui. E questo nonostante abbia dedicato a Marginalia veramente poco del mio (già poco) tempo [4]. Ciò nonostante ho tentato di far girare o rilanciare notizie che ritenevo importanti, dato spazio a cose ed esperienze poco visibili o marginali, appoggiato iniziative e sostenuto appelli [5]. E poi , ovviamente, grazie a Marginalia, ho fatto anche degli “incontri”.

Sarà a causa del poco tempo sarà per pigrizia ma ho “vagato” poco per il web e dunque la maggioranza di questi incontri non li ho “cercati”, ma sono “capitati”, quasi sempre tramite la citazione o la pubblicazione di un post di Marginalia in altri blog o siti. Sistematicamente – quando ne ho avuto notizia – ho segnalato questi “incontri” nella rubrica Feedback, ritenendo facessero parte – in ogni caso – della “storia” di Marginalia e di questa storia dovesse rimanere traccia. Alcuni di questi siti/blog mi sono piaciuti, altri meno o per niente. Con certi si è creato un qualche rapporto (commenti reciproci, segnalazioni, collaborazioni ...) e man mano dai Feedback sono finiti nelle varie rubriche che avevo creato (da Eppur si muove a Segnaletica). Altri non trovavano collocazione in nessuno degli spazi già esistenti in Marginalia e infine ho creato una rubrica apposita, Diversamente pensanti. Dal socialista che rivela posizioni pro-life alla sostenitrice di Israele, dallo studioso islamista alle italiane convertite all'Islam, per finire con un blog veramente “notevole”: mi riferisco a Kelebek.

Dovrei adesso tornare indietro di qualche mese e raccontare dell'incontro di Marginalia con quest'ultimo blog, per giungere alla vicenda della libreria Comunardi di Torino.

Forse sarebbe stato più “economico” togliere Kelebek dai miei link senza questo lungo post, ma non è il mio “stile”. Ed inoltre penso sia più “utile” così.

Ma stasera è tardi. Dunque, per intanto, aggiungo un “maneggiare con cura” ai Diversamente pensanti e rinvio alla prossima puntata.



NOTE:

[1] Su queste derive (e tanto altro) rinvio a Nuovo? No, lavato con Perlana.

[2] Nel cartaceo le citazioni sono a pp. 178, 177 e 179.

[3] Siti della vergogna è il titolo di un dossier – a cura di Saverio Ferrari e Riccardo Rudelli – presentato nel 2003 all'Istituto Ferruccio Parri di Bologna.

[4] 39 post in un anno sono proprio una miseria (mi dicono), soprattutto quando, spesso, si tratta di articoli già pubblicati altrove. Ma tant'è.

[5] E dalla critica dei "siti della vergogna" sono finita, sempre grazie a Marginalia, in liste quali Le firme della vergogna, per aver firmato un appello contro una conferenza di Faurisson, progettata da Claudio Moffa all'Università di Teramo. Interessante la discussione seguita alla pubblicazione dell'appello in Indymedia CH.

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Tanto per restare "sulla notizia" e in argomento: segnalo il presidio indetto dall'Assemblea Antifascista Permanente contro La Destra - Fiamma Tricolore, previsto per domani pomeriggio a Bologna .

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giovedì 27 marzo 2008

Gender (and Race) Trouble

Che Marginalia sia un blog "anomalo" oramai sembra chiaro (anche a me). E sicuramente non ha nulla nè del "diario" nè della "testata giornalistica" seppur "alternativa". Solo in rarissime occasioni sono stata infatti "sulla notizia" come si dice in gergo.
A volerci stare avrei dovuto parlarvi in questi giorni di Judith Butler, che oggi sarà a Roma dove, insieme a Wendy Brown, animerà una giornata intorno a Sovranità, confini, vulnerabilità. Non l'ho fatto e non lo faccio, anche perché altre lo hanno già fatto (e bene) sollevando il problema (per me cruciale) di una certo femminismo italiano (il cosiddetto "femminismo della differenza") che cerca di riconquistare l'egemonia oramai perduta stabilendo improbabili connessioni con la teoria butleriana [1]. Peccato che mentre quest'ultima è stata oggetto di attacchi da parte delle gerarchie vaticane, il pensiero della differenza italiano è stato all'opposto incensato.
Per cui perseguendo nell'anomalia vi segnalo un altro appuntamento che si terrà sempre oggi 27 marzo (dalle 18 alle 21) ma in quel di Parigi, nell'anfiteatro dell'EHESS (105, Boulevard Raspail): Les théories et pratiques féministes "of color" et queer "of color" aux Etats-Unis. Organizzato dal collettivo DAWE, la serata vedrà la partecipazione di Paola Bacchetta (Università di California, Berkeley) e la proiezione di due film di Pratibha Parmar: A place of rage e Khush entrambi del 1991. Un'occasione per discutere di genere, sessualità, razzizzazione/razzismo e del postcoloniale.


[1] Rinvio a I.D. versus Butler e I.D. vs Butler seconda, entrambi in la La Nuova Towanda di Paola Guazzo.

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Mi avvedo ora che la Nuova Towanda ha pubblicato la mail che avevo inviato stamani alla lista Facciamo Breccia (e, più o meno sempre la stessa, anche a Sommosse). Tendenzialmente penso le mail inviate alle liste di discussione come non destinate alla pubblicazione (per lo meno senza preventiva comunicazione all'interessat*), ma in questo caso mi va bene così (tra l'altro ho appena ricevuto mail di Paola ... prima volta che qualcun* mi chiama Eminenza ...), anzi la ri-pubblico anche qui (ripulendola da qualche refuso ...) sperando possa essere un contributo alla discussione:


Condivido quanto scrive Paola. Ne ho scritto brevemente, in ritardo e a mio modo qui.
Non potrò essere a Roma perché già altrove, comunque sarebbe interessante riuscire a capire quanto Butler "sa" (e cosa pensa) del femminismo italiano, in primis del cosiddetto "pensiero della differenza". Non dimentichiamoci che è stata proprio un'altra teorica del queer (Teresa de Lauretis) a "introdurre" il pensiero di Muraro&Co negli Stati Uniti. Sua infatti l'introduzione alla versione inglese di Non credere di avere dei diritti, dove definisce le donne della Libreria delle donne la "parte migliore" del femminismo italiano ... Su questa operazione avevo cominciato a pormi qualche questione alcuni anni fa (in un articoletto del 97 restato ai margini, dove tra l'altro notavo le "imbarazzanti analogie" tra femminismo della differenza e razzismo differenzialista). Notavo le similitudini tra questa operazione e quella che ha portato negli Usa all'"invenzione" del cosiddetto French Feminism (che riduce il femminismo francese al trittico Irigaray-Kristeva-Cixus ... il femminismo detto "materialista" - Guillaumin, Delphy, Tabet, Mathieu e altre - sparisce ...) :-(((
Spero che la discussione sia bella e ricca, attendo report da Doriana e altr*...
v.

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mercoledì 19 marzo 2008

Confini senza fine


Editoriale


Gino Candreva, Lidia Martin Il tempo dei confini, confini senza tempo


Confini senza fine. Frontiere tra Alpi e Adriatico

Sandi Volk, Italiani tra due rive. Movimenti di popolazione in terra giuliano-dalmata

Claudia Cernigoi, Il pozzo artificiale. La questione foibe tra ricerca e uso politico

Boris Gombac, La patria cercata. La rinascita della coscienza nazionale degli slavi del sud


Le immagini

Cristiana Pipitone, Scatto d’ira. Le immagini del fondo De Henriquez

Schegge

Simona Mammana, Trascendere il limite. La battaglia di Lepanto e il confine turco

Franco Cecotti, Cartografie variabili. I confini orientali d’Italia tra Ottocento e Novecento

Henry Sivak, Lo stato coloniale. Diritto, governo e regime dell’indigenato in Algeria

In cantiere

Ivan Crippa, Il Pcd’I, la questione nazionale e il confine orientale (1921-1940)

Voci

Giacomo Scotti, confini del ricordo. Intervista su una scelta di vita (a cura di Mario Coglitore)

Altre narrazioni

Valentina Kastlunger, Ritratto di famiglia. Intervista su Sensacuor (a cura di Valentina Picariello)

La storia al lavoro

Livio Oddi, La revisione della 500. L’Italia nello spot della Fiat

Storie di classe

Guido Carpi e Giuseppina Larocca, Plasmare la storia patria. La manualistica russa dalla Rivoluzione d’ottobre all’epoca post sovietica

Interventi

Collettivo femminista Maistat@zitt@, Topo Seveso. Produzioni di morte, nocività e difesa ipocrita della vita

Predrag Matvejevic’, Frontiere e confini

Bruno Villavecchia, Danilo Dolci: cento passi nel mondo

Recensioni

Vincenza Perilli (Elsa Dorlin, La matrice de la race); Paolo Raspadori (Andrea Sangiovanni, Tute blu); Gino Candreva (Rino Zecchini, Oltre la cortina di bambù); Carlo Maria Pellizzi (Silvano Ceccoli, Il ritorno di Sendero Luminoso); Giulia Quaggio (Adagio-Botti, Storia della Spagna democratica); Giovanni Scirocco (Andrea Panaccione, Il 1956)


lunedì 17 marzo 2008

Madonna prosciolta

Posted by Picasa

Questa Maria prosciòlta di Eleonora Baglioni è una delle opere della mostra collettiva Fritte miste al Giardino dei Ciliegi di Firenze (fino al 21 marzo). Oltre a quelle di Eleonora Baglioni si possono gustare opere di Cecilia Bevicini, Brunetta Gherardini, Ilse Girona, Harumi Matsumoto, Martina Pancrazi, Monica Sarsini, Pupi Sestini e Ilda Tassinari.
Ringrazio Eleonora per la piacevole e istruttiva chiacchierata e per aver acconsentito alla pubblicazione di questa mia foto della sua bellissima
Maria prosciòlta.
Sembra superfluo dirlo ma, viste precedenti esperienze, mi ripeto: questa immagine può essere ripresa ma solo indicando nome dell'autrice e dell'opera (Eleonora Baglioni,
Maria prosciòlta, 2008), la fonte con link attivo (Marginalia) e comunicando qui dove è stata ripubblicata.
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martedì 11 marzo 2008

Il femminismo italiano nel '900 fra teorie, letture e pratiche politiche

Per i vent'anni del Giardino dei Ciliegi

Sabato 15 marzo 2008

Giardino dei Ciliegi, via dell'Agnolo 5 – Firenze



Il femminismo italiano nel '900

fra teorie, letture e pratiche politiche



Ore 9,30-13

Mara Baronti: Perché il Giardino/perché al Giardino.

Clotilde Barbarulli, Anna Biffoli, Sandra Cammelli, Maria Letizia Grossi, Marisa La Malfa, Anna Picciolini, Silvia Porto, Alessandra Vannoni: I libri che abbiamo attraversato.

Enrica Capussotti: Forme della memoria e nuove soggettività.

Dibattito

ore 15-19

Maria Luisa Boccia: Carla Lonzi “La donna clitoridea e la donna vaginale” ( 1971).

Vincenza Perilli: “Il sesso e il colore”: sessismo e razzismo in alcuni testi degli anni ’70.

Manuela Fraire: Donne nuove: le ragazze degli anni Settanta.

Dibattito


Performance/ letture di Laura Bandelloni e Irene Barbugli (da Dacia Maraini, Donne mie, 1974)


“Fritte…miste”, mostra collettiva di Eleonora Baglioni, Cecilia Bevicini, Brunetta Gherardini, Ilse Girona, Harumi Matsumoto, Martina Pancrazzi, Monica Sarsini, Pupi Sestini, Ilda Tassinari.


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Prossimi appuntamenti al Giardino dei Ciliegi: 19 aprile (Femminismi, corpi culture lavoro) e 17 maggio (Femminismi nella globalizzazione).


venerdì 29 febbraio 2008

8 marzo: il mito delle origini (e del centenario)

Esprimiamo un forte e chiaro no alle strumentalizzazioni ai fini elettorali dell'8 marzo da parte di cgil, cisl e uil, organizzazioni che sostengono politiche familiste e di controllo sui corpi e a cui non deleghiamo l'espressione del nostro pensiero e delle nostre pratiche politiche”.

Queste le poche righe del documento conclusivo della due giorni romana Flat, che, prendendo le distanze dalla manifestazione promossa per “la festa della donna” dai sindacati confederali, proponeva un 8 marzo autorganizzato a livello territoriale “che rilanci la lotta per l'autodeterminazione, manifestando con lo striscione comune: Tra la festa, il rito e il silenzio noi scegliamo la lotta!”.

Le reazioni non si fanno attendere: una “lettera aperta” all'assemblea di Susanna Camusso – segretario generale della CGIL Lombardia -, viene pubblicata su Liberazione, inviata e discussa nella lista Sommosse e ripresa e commentata in altri siti.

In “Ricominciare ogni volta da zero?”, Camusso sostiene e difende la scelta della CGIL, rivendicando anzitutto la partecipazione di molte militanti e iscritte a questo sindacato al percorso che, dalla manifestazione del 24 novembre, ha portato alla due giorni “perché, può piacere o no, il movimento sindacale è grandemente permeato dal pensiero e dalla pratica femminista”. E continua (scusate la lunga citazione): “[...] non si può certo dire che il movimento sindacale strumentalizzi l'8 marzo [...], quella data è nelle nostre radici e solo un 'bisogno' esasperato di antagonismo – incomprensibile se non in una logica di negazione della pluralità – può giustificare l'atteggiamento di duro contrasto espresso nel documento dell'assemblea nazionale del 24 febbraio a Roma. Inutile ogni commento anche sulla questione della presunta strumentalizzazione elettorale: che genere di valutazione può portare a considerare come tale una manifestazione che si sta preparando ormai da molti mesi per commemorare il centenario dell'8 marzo? [...] Non si ha l'impressione di un confronto politico ma dell'affermarsi dell'idea che liquidare storie ed esperienze delle altre renda forte il proprio pensiero: si chiama settarismo, è una modalità antica, che indebolisce il pensiero, esclude e, permettetemi di dirlo, invecchia. [...] E' questo il segno che si vuol dare all'8 marzo? Vogliamo davvero che prevalga una logica minoritaria e di divisione tra donne? [...] Non credo che ricominciare ogni volta da zero sia un risultato, così come non è un risultato negare tutte quelle donne che hanno popolato le piazze di questi anni, il 14 gennaio come il 24 novembre, e l'impegno delle tante che ogni giorno provano a parlare con le migranti e le lavoratrici [...]. L'amarezza è che non ci si divide su idee e proposte ma sulla volontà di negare il percorso e l'impegno di altre”.

Poiché l'articolo di Camusso è stato, nella sua interezza, già commentato e criticamente contestato da altre, mi limiterò ad un particolare che può sembrare marginale, cioè la confutazione del cosiddetto “centenario dell'8 marzo”. Infatti, seppure nell'ultimo periodo – anche grazie a materiali girati nel web - qualche dubbio si è fatto strada permettendo a gruppi e collettivi di rimettere nel cassetto per anni futuri slogan del tipo L'otto da cent'anni [1], non mi sembra che tutte le implicazioni del mito (mito delle origini e del centenario) siano divenute patrimonio comune e condiviso. Cosa a mio avviso gravissima, perché è proprio la rimessa in discussione di questo mito che offre una risposta – per certi versi inaspettata - a tutte le discussioni intorno alle “strumentalizzazioni” dell'8 marzo, strumentalizzazioni che, come vedremo, non sono cominciate oggi.


8 marzo: il mito delle origini (e del centenario)


Una certa confusione regna da decenni intorno alle origini dell'8 marzo: se in Francia la data “simbolo” è l'8 marzo 1857 (in ricordo dello sciopero di centinaia operaie tessili a New York duramente represso dalla polizia) in Italia il mito ruota intorno al 1908 quando, ci viene raccontato, un incendio divampò in un opificio degli Stati Uniti causando la morte di un centinaio di operaie. Queste date (e gli avvenimenti ai quali si riferiscono) si sono rivelati però ad un attento studio delle fonti drammaticamente false e l'unica certezza sembra essere il fatto che questa confusione è stata da sempre adoperata sia in termini “strumentali” che per delegittimare il movimento femminista e la sua storia.

Emblematico mi sembra lo scambio di lettere pubblicate lo scorso anno (precisamente il 17 e il 31 marzo 2007) su Tuttolibri, supplemento de La Stampa, nella rubrica La posta di Carlo Fruttero, scambio che vede coinvolti alcuni lettori, lo stesso Fruttero ed infine Tilde Capomazza, co-autrice con Marisa Ombra del libro “8 marzo. Storie, miti, riti della giornata internazionale della donna” (1987, ristampa ed. Utopia, 1991).

Il 17 marzo sotto il titolo di “L'8 marzo un falso storico?”, viene pubblicata la lettera di un lettore di Genova che chiede a Fruttero conferma del tragico incendio avvenuto in un opificio di Chicago nel 1908 e in cui morirono 127 operaie, evento considerato da molt*, (almeno in Italia) all' origine della “festa delle donne” e messo in dubbio, durante una cena, da un amico. Fruttero risponde “ ... Ho anch'io un vago ricordo di aver letto su una rivista o in un libro qualcosa di 'negazionistico' in merito a quell'incendio, ma non saprei rimandarla a una fonte sicura. Ho addirittura il sospetto che della cosa, cioé del falso storico, siano ben coscienti i circoli femministi più spregiudicati, cui poco importa della verità, immagino: se l'incendio e le 127 torce umane 'funzionano' per la causa, lasciamole tranquillamente bruciare nella leggenda ...”.

Il sabato successivo la discussione continua. Sotto il titolo generale di “Fiction femminista” quattro lettere, ognuna con un titoletto. Nella prima “L'allibito (un lettore di Brescia) rimprovera a Fruttero “ ... la noia e fastidio con cui lei risponde (anzi, non risponde) alla richiesta del lettore [...] Un minimo di umiltà e di rispetto (e perché no, anche di professionalità) le avrebbe consentito di leggere in Wikipedia i documenti che le allego, nei quali c'è la fotografia dell'edificio bruciato a New York il 25 marzo 1911, che causò la morte di 146 persone, per la maggior parte giovani operaie ...[2].

Il buon samaritano(un lettore di Brescia) segnala il libro di Vittorio Messori (Pensare la storia. Una lettura cattolica dell'avventura umana, ed. Paoline, 1992) che al paragrafo Una 'festa' inventata (p. 55) afferma che “la storia, pur commovente, è falsa[3].

La terza lettera con il titoletto di “La storica inviperita” è quella di Tilde Capomazza che ricordando il volume da lei scritto con Marisa Ombra scrive che “ ... E' un libro di ben 167 pagine ... che scatenò “scandalo” sulla stampa di tutte le correnti per aver corretto la versione accreditata delle origini la quale recitava: 'Nel 1910 Clara Zetkin istituì la giornata internazionale della donna per ricordare la morte di 129 persone in un incendio a Chicago nel 1908 '...Il libro è da tempo esaurito altrimenti lo manderei al suo lettore (Palumbo), il quale da uomo sensibile si pone almeno delle domande ... Non lo manderei a lei perché sono certa che non lo leggerebbe. Peccato però che un uomo di cultura e di successo come lei abbia dato quella risposta”.

Nell'ultima lettera L'Insensibile (lo stesso Fruttero) conclude: “...sarò anche insensibile ma resto comunque confuso. Ci fu davvero l'incendio? E dove? A New York o a Chicago? Nel 1908 o nel 1911? E quante furono le vittime, 129 o 146?”.

A differenza dell'insensibile (e paternalista) Fruttero, la CGIL sembra non avere dubbi. Nella pagina dedicata alla Festa internazionale della donna del loro sito possiamo leggere testualmente: “L'8 marzo ha radici lontane. Nasce dal movimento internazionale socialista delle donne. Era il 1907: Clara Zetkin [...] organizza con Rosa Luxemburg [...] la prima conferenza internazionale della donna. Ma la data simbolo è legata all'incendio divampato in un opificio (Cottons) di Chicago nel 1908, occupato nel corso di uno sciopero da 129 operai tessili che morirono bruciate vive. Nel 1910 a Copenaghen, in occasione di un nuovo incontro internazionale della donna si propone l'istituzione di una Giornata internazionale della donna, anche in ricordo dei fatti di Chicago”, affermazione che accredita in pieno la falsa versione dell'evento contestata da Capomazza ed Ombra nel loro già citato “8 marzo. Storie, miti, riti della giornata internazionale della donna”.

Ed è sulla scorta di questo libro e di quello di Mirco Volpedo “8 marzo” (ed. Erga, 2006) che Donne e Rivoluzione fornisce - in Viva l'8 marzo di lotta femminile, proletaria e rivoluzionaria! -, una ricostruzione delle origini dell'8 marzo dove si afferma che la “vera e propria ricorrenza dell’8 marzo nasce ufficialmente per ricordare la prima manifestazione delle operaie di Vyborg (Pietrogrado) dell’8 marzo 1917 [23 febbraio del calendario russo, NdC] che diede l’avvio alla rivoluzione di febbraio: nel giugno del 1921 la Seconda Conferenza Internazionale delle donne comuniste, che si tenne a Mosca nell’ambito della Terza Internazionale, adottò formalmente quella data come “Giornata Internazionale dell’Operaia”.

Viva l'8 marzo” tenta però anche di tenere insieme le varie date “simbolo”: lo sciopero duramente represso dalla polizia delle operaie tessili nel 1857 a New York; la prima Giornata nazionale delle donne celebrata negli Stati Uniti il 28 febbraio del 1909 [4]; il lungo sciopero portato avanti nello stesso anno a New York dalle operaie tessili della Triangle Shirtwaist Company; la proposta delle delegate tedesche (Zetkin in testa) in occasione della Seconda conferenza delle donne dell'Internazionale (tenutasi a Copenaghen il 29 agosto del 1910) di istituire una Giornata Internazionale della donna che fu di fatto celebrata per la prima volta in Europa l'anno successivo, il 19 marzo 1911; la decisione delle americane, a partire dal 1913, di far coincidere la loro Giornata nazionale delle donne con quella europea.

In questa ricostruzione vi è anche spazio per il famoso incendio a New York, che viene posticipato di qualche anno (troppo tardi quindi per essere all'origine della “Festa della donna” sia negli Stati Uniti che in Europa). Nell'incendio ( scoppiato, pare, nella stessa Triangle Shirtwaist Company, teatro dello sciopero del 1909) “più di 100 operaie (a seconda delle fonti 129 0 146) [...] (di cui molte italiane), rimangono uccise [...]. I proprietari della fabbrica, che al momento dell’incendio si trovavano al decimo piano e che tenevano chiuse a chiave le operaie per paura che rubassero o facessero troppe pause, si misero in salvo e lasciarono morire le donne [...]. Quell’incendio segna una data importante, anche se non è da esso, come erroneamente riportato da alcune fonti, che trae origine la Giornata della donna. Migliaia di persone presero parte ai funerali delle operaie uccise dal fuoco. Fu quel fatto tragico comunque che portò alla riforma della legislazione del lavoro negli Stati Uniti e che rafforzò nel tempo la Giornata della Donna istituita l’anno prima.(Narra la leggenda che sulla tomba delle operaie morte fossero fiorite poco dopo la loro sepoltura delle mimose)”.

Ma credo sia importante chiedersi il perché della “confusione” fiorita intorno all'8 marzo (confusione fatta di tante parziali “certezze” oltre di date e cifre diverse), per capire le ragioni di questa “confusione” e gettare nuova luce sulle “strumentalizzazioni” che sempre hanno accompagnato (e accompagnano) questa giornata.

Lo scorso anno avevo pubblicato qui in Marginalia in occasione dell'8 marzo la (parziale) traduzione di un articolo del 1982 di Liliane Kandel e Françoise Picq, Le mythe des origines. À propos de la journée internationale des femmes. Qui veniva dimostrata (consultando fonti primarie quali la stampa americana dell'epoca e fonti secondarie quali pubblicazioni sulla storia del movimento operaio e femminista del periodo) l'invenzione bella e buona del famoso sciopero del 1857, che diviene la data simbolo nel contesto francese a partire dagli anni 50 (negli stessi anni cioè in cui in Italia, come vedremo, fa la sua comparsa il mito delle povere operaie bruciate nel rogo della loro fabbrica.

Kandel e Picq ripercorrono le tappe dell'istituzione della Giornata internazionale delle donne: la proposta di Zetkin – che riprendeva l'iniziativa delle donne socialiste americane che dal 1909 celebravano una giornata nazionale per l'uguaglianza dei diritti civili – alla Seconda conferenza internazionale delle donne socialiste nel 1910; la data del 19 marzo 1911 come prima Giornata internazionale della donna svoltasi in Europa e precisamente in Germania e in Austria; la prima manifestazione francese nel 1914, a Parigi; l'interruzione delle celebrazioni in Europa non solo a causa della guerra ma per i contrasti e le divisioni interne al campo socialista internazionale; il rilancio della giornata internazionale delle donna grazie al nuovo impulso dato dalla grande manifestazione delle operaie di Pietrogrado il 23 febbraio – 8 marzo del nostro calendario – 1917. E quindi sotto questa nuova data (e sotto l'auspicio del partito bolscevico e della Terza Internazionale) che viene a collocarsi la cosiddetta festa della donna. Scrive Alexandra Kollontai: “La giornata delle operaie è divenuta memorabile nella storia. Quel giorno, le donne russe hanno innalzato la fiaccola della Rivoluzione proletaria e messo a fuoco il mondo; la Rivoluzione di febbraio ha fissato il suo inizio quel giorno [5].

La Giornata internazionale delle donne diviene tra le due guerre oggetto di aspre dispute tra la Seconda e la Terza Internazionale, tra il Partito comunista francese e la Sfio (la sezione francese dell'internazionale operaia) che, come ricordano Kandel e Picq non la celebrano nella stessa data. A partire dalla seconda guerra mondiale è celebrata in tutti i paesi socialisti e altrove. Se, tra le due guerre, era raro il riferimento a un qualsiasi avvenimento originario (talvolta lo sciopero delle operaie russe del 1917, talvolta la proposta di Zetkin del 1910) a partire dal dopoguerra comincia ad essere elaborato il mito. L'origine “sovietica” della giornata della donna sparisce: in Francia ci si riferisce inizialmente ad una decisione presa dal Partito socialista americano nel 1908 per giungere, a partire dal 1955, alla collocazione dell'origine dell'8 marzo nello sciopero newyorkese del 1857.

Anche in Italia (dove a partire dal dopoguerra l'8 marzo acquista nuovo impulso a partire dalla manifestazione indetta dall'Udi - che almeno a quanto scrive la CGIL nel suo sito sceglie come simbolo la mimosa -, nel 1946) inizialmente l'avvenimento originario (per lo meno nella tradizione socialista) sembra essere quello dello sciopero del 1857 ma, a partire dagli anni 50, (e dunque in piena guerra fredda) si afferma la versione delle operaie bruciate nel rogo della loro fabbrica: il 7 marzo 1952 il settimanale bolognese La lotta, scrive che la data della Giornata della Donna vuole commemorare l’incendio scoppiato in una fabbrica tessile di New York l’8 marzo del 1929, in cui sarebbero morte (rinchiuse all’interno dello stabilimento dal padrone perché minacciavano di scioperare) 129 giovani operaie in gran parte di origine italiana ed ebraica. In seguito, il tema dell’incendio e delle operaie arse vive nel rogo del loro posto di lavoro viene ripreso, ma con diverse varianti. Nel 1978, il Secolo XIX di Genova colloca l’episodio a Chicago, in una filanda. Nel 1980, La Repubblica parla di un incendio a Boston, datato 1898. Nel 1981 Stampa sera situa l’incendio ai primi del ‘900, in un luogo imprecisato degli Stati Uniti, le operaie vittime sarebbero state 146. Lo stesso anno, L’Avvenire parla di 19 operaie morte. Nel 1982, Noi Donne , afferma che l’incendio sarebbe avvenuto a Boston nel 1908 e le operaie morte sarebbero state 19 [6]. Nonostante l'infondatezza della notizia (non risulta nessun incendio nè nel già citato volume di Capomazza e Ombra nè nel libro di Renée Còté, Verità storica della misteriosa origine dell'8 marzo) la leggenda delle operaie bruciate vive continua ad imperversare anche in tempi recenti: tralasciando le varie occorrenze reperibili in diversi volantini e documenti (tra i quali innumerevoli siti e blog), veramente troppi per essere elencati, ricordo qui il quotidiano Liberazione che il 7 marzo dello scorso anno ha pubblicato una lettera/appello di Elisabetta Piccolotti (portavoce nazionale Giovani Comunisti/e), indirizzata a Giorgia Meloni, vicepresidente della Camera, nonché presidente di Azione Giovani. Nella lettera (“sul volgare machismo” della sezione di Biella di Azione giovani che aveva organizzato un “eteropride” con spettacolo di lap-dance publicizzato da un manifesto con lo slogan “Questione di pelo”), Piccoletti scrive: “L'8 marzo in tutto il mondo - come ogni anno dal 1908 quando 129 donne persero la vita durante un incendio in una industria tessile di New York - ricorre la festa delle donne”.

Ma il testo di Kandel e Picq non ci aiuta soltanto a fare chiarezza intorno all'origine dell'8 marzo, ma mostra anche i conflitti e le strumentalizzazioni che hanno contrassegnato questo evento fin dalla nascita. L'8 marzo, nato per decisione "delle donne socialiste di tutti i paesi" riunite a Copenaghen "in accordo con le organizzazioni politiche e sindacali del proletariato" (Kandel e Picq, p. 74), viene anche adoperata per marcare la differenza tra le donne socialiste e le femministe "borghesi", situandosi in una tradizione che nega "il diritto delle donne ad organizzarsi in maniera autonoma, al di fuori di organizzazioni e partiti politici"(p. 75).

Questa giornata benché ripresa dal movimento femminista negli anni 70 - che spesso però ne ignorava la storia - è stata spesso adoperata da partiti e sindacati (in Italia in primis la CGIL) per riscuotere consenso presso le "masse femminili" subendo, tra l'altro, uno svuotamento progressivo: la festa della donna (mimose, cene, serate danzanti ...).


Ma la carica "simbolica" dell'8 marzo non è del tutto esaurita. Mentre la CGIL allestisce la celebrazione di un centenario storicamente infondato, in varie città d'Italia non mancano tentativi di appropriazione/strumentalizzazione e ulteriore svuotamento di questa giornata ... ma questo è un altro discorso, che andrebbe probabilmente ripreso e sviluppato [7] .


Per intanto mi chiedo se non è giunto forse il momento di dare vita a un movimento delle F.A.M (Femministe allergiche alla mimosa) ...




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* L'immagine è un poster B. Dejkin del 1932: L'8 marzo, il giorno della rivolta delle donne lavoratrici contro la schiavitù casalinga. La fonte è il bel sito del Mau - Museum df Russian Poster.

[1] Solo ora (ore 10.01) a post già pubblicato e finito mi accorgo che la Rete delle donne di Bologna ha publicizzato la propria manifestazione con un manifesto/banner che unisce in una sintesi improbabile lo slogan L'8 da cent'anni (in una ripresa implicita dello strumentale centenario della CGIL ... ) con lo slogan uscito da Flat Tra la festa, il rito e il silenzio noi scegliamo la lotta ...

[2] Qui la pagina di Wikipedia sull'8 marzo alla quale si riferisce il lettore.

[3] Il volume di Messori è citato nella voce di Wikipedia già menzionata a proposito dell'ipotesi che sia stata la stampa comunista italiana a diffondere il mito dell'incendio del 1908.

[4] Ma celebrata fino al 1913 nell'ultima domenica di febbraio per non farla coincidere con una giornata lavorativa.

[5] A. Kollontai, International Women's day, International socialist pamphlet.

[6] Ho tratto la maggior parte di questi dati da A-infos.

[7] Vedi nota 1 ...




lunedì 25 febbraio 2008

Una frase di Barbara Smith

Per quelle tra voi
che sono stanche
di sentir parlare di razzismo,
immaginate quanto noi siamo
stanche di subirlo
ed esauste di vederlo
costantemente nei vostri occhi



Barbara Smith
lesbica femminista nera americana del Combahee River Collective

(dai materiali del tavolo "Razzismo" in Flat)

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(Alcuni) articoli correlati in Marginalia:

Lontano/vicino: Combahee River Collective
Razzismo: un nodo da districare

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