sabato 23 febbraio 2008

Razzismo: un nodo da districare.

Un contributo per il tavolo "razzismo"
Flat, Roma 23-24 febbraio 2008



* Scrivere questo contributo non è stato facile. Fino a pochi giorni fa non era ancora chiaro se c'era un'effettiva volontà / possibilità di inserire un tavolo sul razzismo per la due giorni. Quando uno spiraglio si è aperto, abbiamo dovuto fare i conti da una parte con i tempi stretti, dall'altra con un nostro senso di inadeguatezza. Volevamo problematizzare un “silenzio” (o comunque la difficoltà ad affrontarlo emerso dalle discussioni nella lista Sommosse), ma eravamo anche titubanti a proporre in questa specifica occasione un contributo in quanto “femministe singole” (ovvero non facenti parte attualmente di un gruppo o collettivo, o essendo trasversali a tanti). Alla fine…al volo, abbiamo deciso di prendere la parola mettendo insieme alcuni spunti trasversali ai tavoli.

1 - Per un tavolo sul razzismo: dalla manifestazione del 24 novembre alla due giorni del 23-24 febbraio

Questa due giorni nasce dalla grande manifestazione del 24 novembre contro la violenza maschile sulle donne, manifestazione che si è distinta per una forte connotazione anti-istituzionale, anti-familista, anti-omo/lesbo/trans/fobica, anti-securitaria e anti-razzista.
Riprendendo lo slogan del gruppo transnazionale Nextgenderation “Non in nostro nome”, si denunciava con forza l'ignobile campagna mediatica e politica all'indomani dell'omicidio di una “donna italiana” da parte di un “rumeno” (una rappresentazione che cela come dietro ad ogni stupro di una donna ci sia sempre, e comunque, un uomo), campagna che ha scatenato una vera e propria “caccia allo straniero”, con aggressioni fisiche contro migranti e rom, leggi d'eccezione ed espulsioni di massa. Rifiutando le strumentalizzazioni in chiave securitaria della violenza contro le donne abbiamo inserito nell'agenda politica il nesso sessismo/razzismo. Questo è stato, a nostro parere, uno dei punti di forza della manifestazione.
La nostra proposta di un tavolo sul “razzismo” nasceva quindi, in primo luogo, dalla constatazione che far ricadere tutto questo nell'invisibilità sarebbe un passo indietro.
Nello stesso tempo siamo consapevoli dei limiti del discorso (e delle pratiche) che abbiamo finora elaborato (come militanti femministe). Vorremmo che questo tavolo potesse costituire un primo momento concreto in cui cominciare a pensare l'interrelazione tra sessismo e razzismo (e quella tra lotta antisessista e antirazzista), alla cui luce interrogare criticamente le nostre teorie, le nostre pratiche, il nostro linguaggio e le nostre priorità.
Crediamo che questa sia una condizione imprescindibile per poter cominciare a dipanare lo scambio, il confronto ed anche il conflitto tra donne “autoctone” e “migranti”, europee e non europee, postcoloniali e diasporiche ...
La discussione preparatoria alla due giorni che si è svolta nella lista Sommosse ci è sembrata un ottimo punto di partenza. Non solo perché ci permette di riprendere una discussione alla quale in molte hanno – direttamente o indirettamente – partecipato, non solo perché si basa su dei materiali (le mail scambiate in lista) a tutte accessibili e facilmente consultabili, ma anche perché mette in luce alcuni nodi cruciali che, a nostro avviso, andrebbero sciolti.
Ci è sembrato significativo, per cominciare, che l'iniziale difficoltà ad inserire un tavolo “razzismo” (proposto ma di fatto assente dai sei tavoli presenti inizialmente in Flat), sia stata motivata (oltre che da problemi “logistici”) dalla “mancanza” o “assenza” delle “donne migranti”, dal timore di “sovradeterminarle” o di parlare “in loro nome”. Altrettanto significativa ci è parsa la tendenza ad associare razzismo e immigrazione, associazione presente anche nel frequente riferirsi al tavolo come “tavolo immigrazione”. Infine, è sintomatico che la discussione si sia spostata quasi subito su una querelle intorno alla questione (piuttosto complessa) del cosiddetto “foulard islamico”.
D'altro canto, dalla discussione in lista è emersa anche la voglia di confrontarsi su queste questioni: ne viene ribadita l'urgenza, qualcuna fa girare dei materiali (tra i quali, ad esempio, un articolo sul lavoro teorico della femminista postcoloniale Gayatri Chakravorty Spivak), altre sottolineano che la mancanza di un tavolo sul razzismo è riconducibile – piuttosto che all'assenza delle “donne migranti” - all'assenza tra noi di gruppi femministi che lavorano su questa questione in maniera specifica, alla mancanza di una pratica condivisa su tale tematica. E che anche su questa (doppia) assenza, comunque, varrebbe la pena di interrogarsi.
Riteniamo che molte delle obiezioni al tavolo “razzismo” siano comprensibili solo sulla base di un equivoco di fondo determinato (tra l'altro) da una mancanza di riflessione sulla storia del razzismo (del razzismo in generale e del razzismo italiano in particolare) e sulla teoria/pratica femminista che da alcuni anni ha cominciato – anche in Italia – a interrogarsi su questa questione, seppur faticosamente e restando spesso “ai margini” del discorso (sia militante sia teorico).
Da questo punto di vista è importante dare visibilità e valorizzare le esperienze che si sono confrontate con le problematiche del razzismo e del sessismo:

  • gruppi di native e migranti (pensiamo ad esempio a Punto di partenza di Firenze che qualche anno fa ha anche organizzato un convegno su questi temi, o ancora Alma Mater a Torino ...)
  • gruppi e collettivi femministi e lesbici che si sono mobilitati intorno alla questione razzismo, seppure in maniera discontinua, non strutturata e spesso legata a episodi congiunturali (pensiamo al collettivo Clitoristrix femministe e lesbiche di Bologna che, qualche anno fa, denunciò con forza lo “sgombero” di migranti – uomini, donne, bambini – dalla Basilica di S. Petronio a Bologna o ancora l'adesione del collettivo Maistat@zitt@ di Milano alla recente manifestazione dei/delle migranti a Brescia ...)
  • le (tante) femministe “singole” (come noi due) che da anni sono attivamente impegnate nella lotta antisessista e antirazzista. In questo caso è più difficile “documentarne” l'attività: le “singole” non “aderiscono” alle manifestazioni, non fanno comunicati, non “promuovono”, ma sono presenti nei luoghi, nelle riunioni, ai presidi e alle mobilitazioni, intervengono nelle discussioni, fanno girare appelli, tessono relazioni tra realtà diverse e speso incomunicabili ... Tutto questo non ci sembra trascurabile.

2- Partire da noi

Noi partiamo dal presupposto che parlare di “razzismo” (inteso come rapporto sociale, politico ed economico di sfruttamento e dominazione da parte di un gruppo su di un altro) significa parlare in primo luogo di “noi”. Non significa parlare (di o per) i/le “razzizzati/e” , per il semplice motivo che non sono coloro che subiscono il razzismo a creare il razzismo, ma è piuttosto il razzismo che crea la “razza” (così come è il sessismo che crea il “sesso”). La mancanza delle “donne migranti” non può dunque essere una ragione valida per continuare ad ignorare un “problema” che è un nostro problema: in quanto donne (femministe) “bianche” e/o “occidentali” (da intendersi come categorie sociologiche, non “naturali”) siamo implicate nell'attuale sistema di dominio razzista e possiamo anche contribuire a perpetuarlo. Anche semplicemente non percependolo come un nostro problema. L’assenza delle migranti è piuttosto un sintomo della mancanza di uno spazio di discorso che tematizzi la questione del razzismo come terreno di conflitto politico all’interno del quale è possibile la presa di parola e l’interlocuzione tra posizionalità diverse. In questa prospettiva il nodo non è tanto ‘includere’ più migranti, ma piuttosto mettere al centro e interrogare le gerarchie e le esclusioni che fabbricano le relazioni sociali in termini ‘razziali’, sessuali, di genere.
Si potrebbe quindi iniziare interrogando piuttosto la nostra “assenza” da momenti importanti dell'agenda politica dei/delle migranti (ad esempio il sabato successivo alla grande manifestazione del 24 novembre in varie città italiane si sono tenuti dei presidi dei/delle migranti: la presenza di femministe è stata scarsissima, per non dire nulla ...)

3- Disconnettere razzismo e immigrazione


Associare il razzismo alla questione “immigrazione” (come è stato spesso fatto in lista) tende a rinviare a quello che è stato (ed ancora è) uno dei leitmotiv della vulgata razzista, in specie italiana: è il “fenomeno immigrazione”, “l'invasione” dei/delle immigrati (i nuovi “barbari”, gli “stranieri”) che rende razzisti gli “italiani brava gente”, come se fossero i/le migranti (con i loro corpi, la loro “presenza”) a “fabbricare” il razzismo, fenomeno altrimenti assente.
Se oggi i/le migranti sono, in Italia, i maggiori bersagli delle politiche razziste e securitarie, questo non significa che il razzismo italiano nasce oggi e a causa loro. Il razzismo attuale è invece un sistema che si è lungamente sedimentato nel tempo: dall'antigiudaismo di matrice cattolica, al razzismo antimeridionale teorizzato – tra gli altri – da Niceforo, all'antisemitismo delle leggi razziali del '38, al razzismo anti-zingari ( solo oggi detto anti-rom), al colonialismo di epoca liberale e poi fascista.
Queste forme di razzismo possono attraversare fasi di latenza, riemergere, modificarsi (si pensi alla persistenza dell'antisemitismo, al razzismo anti-meridionale riattivato qualche anno fa dalla Lega Nord, all'acutizzarsi del razzismo verso Rom e Sinti negli ultimi mesi). In ogni caso queste tracce influenzano e modellano le attuali forme di razzismo e dunque se ci sembra ancora poco visibile in Italia la presa di parola politica delle donne sul terreno dei conflitti razzializzati, ci sembra evidente tuttavia che siamo in compagnia del razzismo da un bel po’.
E crediamo che questo spessore storico vada interrogato.

4- Un passo indietro: la critica del Black Feminism e dei Post-colonial Studies al femminismo “occidentale”.

La centralità assunta – a partire dai primi anni 70 - dalla critica mossa dalle militanti “non bianche” al femminismo “occidentale” (laddove, val la pena di insistere, per “non bianche” e/o “femminismo occidentale”, ci riferiamo a categorie politiche e sociali), rappresenta un punto di riferimento importante a cui attingere per interrogarsi sull’interrelazione di sessismo e razzismo.

Black Feminism: é grazie a questa critica infatti (e a quella altrettanto dirompente delle militanti lesbiche e, sebbene ancora all'epoca poco visibili, trans) che il soggetto unitario del femminismo - “le donne” -, è imploso. Per le militanti nere e di altre “minoranze” il “femminismo bianco” ha riprodotto una griglia di lettura che tende a spiegare i meccanismi di dominazione attraverso l'unica modalità della dominazione di genere, ignorando altri assi di differenziazione. Il soggetto del femminismo “bianco” è un soggetto autocentrato sulla propria condizione particolare (donna occidentale, di classe media, eterosessuale), condizione che tende ad universalizzare. In questo modo l'esperienza dell'oppressione patriarcale vissuta dalle donne “non-bianche”, strettamente condizionata dal razzismo (così come le loro pratiche di resistenza) sono state ignorate e non riconosciute.

Il femminismo postcoloniale : a partire dalla critica del processo attraverso il quale l'Occidente si è consolidato creando i suoi “Altri” come oggetti da analizzare, assumendosi il potere/sapere di rappresentarli e controllarli –, ha denunciato la costituzione nel femminismo occidentale di un soggetto che si autocostituisce come soggetto di conoscenza costruendo “l'Altra” (le donne del sud del mondo) come essere “inferiore”, bisognosa del suo “aiuto”, perpetuando in questo modo l'atteggiamento proprio dei (ex) colonizzatori bianchi, della loro “missione civilizzatrice”.

Alla luce di queste critiche anche le teorie pratiche prodotte fino a quel momento andavano riviste e riformulate alla luce del nesso sessismo/razzismo. Di fatto, storicamente, le femministe “bianche” hanno spesso stabilito un nesso tra sessismo e razzismo, ma questo nesso ha preso la forma di un rapporto di tipo analogico (analogia tra la loro propria condizione di oppressione e quella di altri gruppi oppressi. Basti pensare che lo stesso termine di sessismo viene coniato nell'ambito del femminismo nord americano degli anni settanta sul modello di “razzismo”).
Questo rapporto analogico viene decisamente contestato dalla femministe “non-bianche”: bell hooks ad esempio, individua in questa analogia una spia dei meccanismi sessisti e razzisti che producono l'invisibilizzazione delle donne non bianche. Infatti quel che si mette in parallelo sono le donne bianche e gli uomini neri. Invitandoci ad abbandonare la problematica dell'analogia tra “sesso” e “razza” e privilegiando una problematica che mostra il loro articolarsi, il Black Feminism ha operato una vera e propria rivoluzione, portando alla messa a punto nella teoria/pratica femminista di alcuni importanti strumenti teorici per concettualizzare l'articolazione di sessismo e razzismo.
Analoghe critiche sono state mosse al modello che potremmo definire “matematico” o “addizionale”. Ad es. le donne subiscono il sessismo, tra queste alcune (le “non-bianche”) subiscono il sessismo e il razzismo, altre ancora (ad es., le lesbiche nere) subiscono il sessismo, il razzismo e la lesbofobia eccetera. Un modello che isola ciascun rapporto di dominazione e definisce la loro relazione in maniera aritmetica: ad es. le migranti subiscono un'oppressione razzista (che condividono con gli uomini migranti) ed inoltre un'oppressione sessista (simile a quella subita dalle donne “native”), e ha ispirato molti dei commenti o delle analisi successive “ai fatti di Tor di Quinto”, probabilmente perché si muove nella stessa logica, ad esempio, dell'analisi del “lavoro delle donne” come “cumulo” di sfruttamento (fuori casa /in casa).
Queste osservazioni rilevano la difficoltà a individuare i rapporti di dominazione come elementi mobili, storici, difficilmente formalizzabili e circoscrivibili. C’è ancora cioè la difficoltà a pensare un (nuovo) soggetto del femminismo realmente denaturalizzato e decentrato.
La categoria “donne” (bianche, di classe media, eterosessuali …) viene infatti semplicemente re-naturalizzata in una miriade di “sotto-categorie” (”le migranti”, “le donne nere”, “le donne non bianche”, “le rom”…). L’esperienza delle donne “non-bianche” continua ad essere percepita come un’esperienza “diversa” della dominazione patriarcale, articolata a diversi rapporti di potere (cioè una variazione dalla “norma bianca”, così come il “femminile” è stato per lungo tempo percepito come una differenziazione dalla norma della mascolinità). Non si comprende cioè che la denaturalizzazione delle categorie di “sesso” e di “razza” suppone ugualmente di decostruire quella che in area anglofona viene chiamata Whiteness, la “bianchezza”.
Lo stesso uso spropositato delle virgolette che facciamo in questo testo mostra….che ci mancano ancora le parole per nominare in modo politicamente efficace queste questioni. E si pone con urgenza il problema di tradurre alla luce delle specificità del contesto italiano categorie, pratiche, riferimenti che hanno preso forma altrove.

5- Qualche passo avanti

In questo contesto ci sembra urgente elaborare un punto di vista critico che contribuisca a ripensare e a ricollocare le nostre pratiche anche alla luce dell’eredità dell’imperialismo e dell’eurocentrismo che continua a definire rapporti di potere asimmetrici e gerarchie di rilevanze nei rapporti politici tra donne. Mentre le esperienze femministe che hanno preso forma nel post-Genova 2001 hanno segnato una frattura rispetto ad alcune posizioni essenzialiste, il corpo politico al centro delle nostre pratiche rimane indiscutibilmente ‘bianco’. La disconnessione tra memoria coloniale e razzismo emerge nella persistente resistenza a considerare il tema del razzismo e delle differenze culturali come una questione politica di tutto il movimento delle donne. Mentre posizionalità diverse legate alla generazione e alle identificazioni di genere sono state tematizzate, le questioni di potere, autorità e leadership legate all'egemonia della ‘bianchezza’ rimangono non dette e non problematizzate.
Quello che segue è il tentativo di individuare in questa prospettiva alcuni nodi trasversali ai diversi tavoli di questa due giorni, rilanciandoli a tutte:

-Violenza/razzismo/sessismo: oltre alla questione del rifiuto dell’uso della violenza contro le donne in chiave razzista (e dell’equazione stupratore=straniero), esiste tutto un sommerso legato alla violenza domestica, e ai rapporti potere legati al lavoro di cura.

-Autodeterminazione/razzismo: i corpi delle ‘migranti’ e delle ‘clandestine’. Rimettere in gioco le nostre pratiche di autodeterminazione a partire dalle nuove mappe dei corpi e della sessualità. Ci manca ad esempio un’analisi specifica delle disuguaglianze nell’accesso a consultori, aborto, fecondazione non assistita (ieri sera la Finocchiaro a L’Infedele ci ha spiegato che l’aborto è utilizzato ‘troppo’ dalle immigrate).Un altro aspetto critico è il rapporto famiglia/razzismo: ad es. molte militanti non bianche hanno tematizzato la famiglia e lo spazio domestico come “spazio di resistenza”. Un elemento che ci pone di fronte alla necessità di comprendere che le priorità possono essere diverse e che diverse sono le agende politiche.

-Precarietà/razzismo/sessismo: indagare all’interno del paradigma postfordista come rapporti di potere razzisti non solo definiscano differenti accessi a risorse e possibilità, ma siano oggi cruciali nel riformulare i nessi che collegano lavoro sessuale e lavoro di riproduzione, da una parte, e femminilizzazione globalizzata del lavoro e globalizzazione del lavoro di riproduzione, dall’altra.

-Comunicazione/razzismo/sessismo: sono molteplici le piste che si possono aprire su questo terreno: dal monitoraggio dei messaggi razzisti e sessisti veicolati da media e organi di informazione, alla questione della rappresentazione e autorappresentazione di un soggetto multiplo e mobile in grado di dare visibilità e allo stesso tempo decostruire i rapporti di potere, per passare infine alla questione del linguaggio.

-Pratiche femministe/lesbismo/antirazzismo: la questione della ‘differenza’ è stata cruciale all’interno del femminismo, ma raramente e in modo marginale il tema delle differenze è stato articolato a partire dalle condizioni specifiche che ne segnavano posizionalità diverse all’interno del femminismo. La dimensione ‘transculturale’ dei processi di identificazione e mobilitazione politica diventa oggi centrale nell’orizzonte di una crescente mobilità dentro e fuori i confini dell’Europa.

Liliana Ellena e Vincenza Perilli
Torino-Bologna, 21 febbraio 2008
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(Alcuni) articoli correlati in Marginalia:

Ragazze, ai tavoli!
Riflessioni dal margine su razzismo e sessismo
Sessismo e razzismo: informazione e deformazione
A cosa miriamo? Per uno spostamento delle lotte dei (nei) femminismi
Lontano/vicino: Combahee River Collective
La "femme" et le "petit nègre"
Scambi di sguardi. Dimensione transnazionale dei femminismi
La différence sexuelle et les autres
Donne di mondo
Per la libertà e i diritti delle/dei migranti
Basta aspettare!
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"Ora la parola ai migranti. Basta giocare con le nostre vite!"

Materiali correlati in
Flat:

"Io negra ti parlo, bianca" di Beulah Richardson
Una frase di Barbara Smith
Consigli per una femminista (lesbica) bianca italiana la prima volta che incontra una donna nera/ebrea/rifugiata/del terzo mondo
Da uno scritto di un'amica tunisina (anonima)




domenica 17 febbraio 2008

Riflessioni dal margine su razzismo e sessismo

Da: bell hooks, "Riflessioni su razza e sesso", in Id., Elogio del margine. Razza, sesso e mercato culturale, Milano, Feltrinelli 1998, pp. 62-73, traduzione e cura di Maria Nadotti.

[...] Il saggio di Robin Morgan, The Demon Lover: On the Sexuality of Terrorism, parte dallo stupro. L'autrice analizza il modo in cui gli uomini, al di là di classe, razza e nazionalità, sono uniti tra loro da un'idea condivisa di maschilità che fa della mascolinità un sinonimo della capacità di affermare il proprio 'potere-su' attraverso atti di violenza e terrorismo. Poiché gli atti di terrorismo vengono commessi per lo più da uomini, Morgan vede nel terrorista "l'incarnazione logica delle politiche patriarcali in un mondo tecnologico". Non le interessa invece il sovrapporsi del discorso di razza e sesso, l'interrelazione di razzismo e sessimo. Come molte femministe radicali, Morgan crede che l'impegno con cui gli uomini mantengono il patriarcato e il dominio mascile diminuisca o cancelli la differenza.
Gran parte del mio lavoro nell'ambito della teoria femminista ha messo in rilievo quanto sia importante capire la differenza, quanto siano rilevanti i modi in cui status razziale e di classe determinano sino a che punto si possono affermare il dominio e il privilegio maschili e, ancor di più, in che forma razzismo e sessismo sono sistemi interconessi di dominio che si rafforzano e si sostengono a vicenda. Molte femministe continuano a considerarle questioni del tutto distinte e a credere che il sessismo possa essere abolito anche se il razzismo rimane intatto o che le donne impegnate nella lotta contro il razzismo non stiano sostenendo il movimento femminista. Poiché la lotta di liberazione nera viene così spesso inquadrata in termini che confermano e sostengono il sessismo, non sorpende che le bianche si chiedano se la lotta per i diritti delle donne risulterebe sminuita qualora ci si concentrasse eccessivamente sulla lotta contro il razzismo, o che molte nere, schierandosi a fianco del movimento femminista, temano ancor oggi di commettere un atto di tradimento nei confronti dei loro uomini. Entrambe queste paure sono una risposta all'equazione liberazione nera/virilità [...] Dobbiamo respingere la sessualizzazione della liberazione nere in forme che sostengano e perpetuino sessismo, fallocentrismo e dominio maschile. Anche se in Black Macho and the Myth of the Superwoman Michele Wallace ha tentato di dimostrare quanto sia sbagliata l'identificazione tra liberazione nera e affermazione di una virilità oppressiva, i neri a cui il messaggio è arrivato sono molto pochi. Sviluppando tale critica in Ain't I A Woman? Black Woman and Feminism, ho scoperto che sempre più numerose sono le donne nere che vanno rifiutando questo paradigma. A non averlo ancora rifiutato sono invece la maggioranza dei maschi neri e in particolare i nostri leader politici. Finché i neri continuano a credere che il trauma della dominazione razzista coincide con la perdita della virilità nera, è per noi inevitabile investire nel copione razzista che perpetua l'idea che tutti i maschi neri sono degli stupratori, bramosi di usare il terrorismo sessuale per esprimere la loro rabbia contro la dominazione razziale.
Oggi si assiste a una riproposizione di tali narrative. Tornano alla superficie in un momento storico in cui i neri sono sottoposti ad attacchi razzisti sempre più aperti e vistosi [...]. I media commerciali fondati sulla supremazia dei bianchi fanno di tutto perché si creda che sulla sicurezza sociale nel suo insieme pesa la minaccia dei neri, che controllo, repressione e dominio violento sono i soli mezzi efficaci per affrontare la questione.
[...] Nella nostra cultura l'immagine del maschio nero stupratore, minaccia e pericolo per la società, ha da qualche tempo un corso spettacolare. La fissazione ossessiva dei media su tali rappresentazioni è politica. Il ruolo che essa gioca nel mantenere il dominio razzista è di convincere il pubblico che i maschi neri sono una grave minaccia, che va controllata con ogni mezzo necessario, inclusa l'eliminazione fisica. E' questo il retroterra culturale che ha plasmato la reazione dei media di fronte al caso di stupro in Central Park. E i media hanno avuto un ruolo di rilievo nel modellare la reazione del pubblico. Sono in molti a servirsi di questo caso per perpetuare stereotipi sessuali e razzismo. Ironicamente, gli stessi che dichiarano di essere traumatizzati dalla brutalità di questa vicenda non esitano ad affermare che i presunti colpevoli dovrebbero essere castrati o uccisi. Essi non vedono alcun legame tra il sostenere la violenza come strumento di controllo sociale e l'uso della violenza come esercizio di controllo da parte dei presunti colpevoli. La reazione pubblica a questo caso sottolinea la diffusa incapacità di comprendere il nesso razzismo/sessismo.
Molti neri, soprattutto molti maschi neri, servendosi del paradigma sessista secondo il quale lo stupro di una bianca da parte di un nero non è che una reazione al dominio razzista, considerano la vicenda di Central Park come una denuncia del sistema razzista.[...]. Molte bianche hanno reagito al caso concentrandosi esclusivamente sulla brutalità dell'aggressione e interpretandola come atto di dominio di genere, come espressione della violenza maschile contro le donne [...]. Le nere [...] si sono concentrate unanimamente sulla natura sessista del crimine, fornendo spesso esempi di sessismo maschile nero. Dato il lavoro svolto in ambito femminista dalle donne di colore per richiamare l'attenzione sule realtà del sessismo dei loro uomini, lavoro che generalmente suscita un interesse minimo o nullo oppure viene accusato di aggressività nei confronti dei maschi neri, è ironico che, per arrivare ad ammettere che nelle comunità nere il sessismo è un problema serio, si debba passare attraverso lo stupro brutale di una donna bianca da parte di un gruppo di ragazzi neri [...].
La reazione pubblica alla vicenda di Central Park rivela sino a che punto la cultura investe in quel genere di pensiero dualistico che aiuta a rinforzare e mantenere ogni forma di dominio. Perché dovremmo decidere se questo crimine è più sessista che razzista, come se si trattasse di forme di oppressione in concorrenza tra loro? Perché i bianchi, e in particolare le femministe bianche, si sentono meglio quando i neri e soprattutto le nere, per enfatizzare l'opposizione al sessismo maschile nero all'interno del patriarcato capitalistico fondato sulla supremazia bianca, prendono le distanze dalla condizione dei maschi neri? Le nere non possono continuare a preoccuparsi seriamente dell'effetto brutale del dominio razzista sui maschi neri e allo stesso tempo denunciare il sessismo dei loro uomini? E perché mai il sessismo dei maschi di colore viene evocato come se si trattasse di un disordine sociale di marca speciale, più pericoloso, più abominevole e minaccioso del sessismo che pervade la cultura nel suo insieme, o del sessismo che informa il dominio dei bianchi sulle donne? Queste domande riportano l'attenzione sulla logica e il modo di pensare binari, che sono il fondamento filosofico dei sistemi di dominio. Chi ha a cuore il nuovo deve dunque insistere [...] sulla complessità della nostra esperienza all'interno di una società razzista e sessista [...].


mercoledì 13 febbraio 2008

Cioccolata calda pro-life

Ho scattato questa foto (piuttosto brutta) durante il presidio che si è svolto davanti alla sede dell’Antoniano di Bologna domenica scorsa. Mentre all’interno si svolgeva un convegno del Movimento per la vita (con la partecipazione di vari gruppi pro-life operanti sul territorio) un gruppo di donne [1] ha rumorosamente ribadito la propria volontà di autodeterminazione e di libertà di scelta, contro l’invadenza delle gerarchie vaticane (e delle loro milizie) sui corpi e le scelte di vita delle donne, contro l'asservimento della politica istituzionale e dei media a questo clima oscurantista e da caccia alle streghe.
L’atmosfera è per certi aspetti surreale, ma non per questo meno inquietante. Le vetrine del teatro dell’Antoniano (che la domenica pomeriggio è uno dei pochi cinema in città a proiettare film per bambini/e) sono tappezzati di manifesti di varie organizzazioni pro-life come S.O.S Vita, ma da dietro fanno ancora capolino personaggi dei cartoni animati e dello Zecchino d’oro. Un manifesto invita a chiamare un numero verde gratuito che offre un « consiglio e un sostegno per la vita … ». A questo numero, 24 ore su 24, specialisti e volontari rispondono a quelle « migliaia di persone troppo sole di fronte a problemi troppo grandi … una gravidanza inattesa e difficile … un neonato che rifiutano o non possono accogliere e che rischia di essere gettato ». Qualche passante (o partecipante al convegno) ci urla « vergogna », alcune donne impellicciate per l’occasione ci danno dell’ « animale », ma lo stile è, in generale, piuttosto « sobrio ». Perlomeno niente manifesti con feti sanguinolenti di cinque mesi fatti passare per feti abortiti di qualche settimana, ai quali il movimento pro-life internazionale ci ha abituato negli ultimi trent’anni [2].
Un volontario dell’Antoniano viene addirittura ad offrire alle dimostranti un vassoio con bicchieri di cioccolata fumante. Lo spirito caritatevole dei cattolici non si smentisce mai e, del resto, sembra sia efficace. Qualcuna accetta la cioccolata, rendendo visibilmente contento il giovane miliziano cattolico che probabilmente pensa di aver compiuto un piccolo passo verso la redenzione delle povere pecorelle smarrite. Le più ovviamente rifiutano, io non vorrei vedermi spuntare l’aureola a causa di qualche strana polverina e poi, penso, è notorio che la cioccolata può aiutare a mandare giù di tutto … Quanta ne dobbiamo ingoiare ancora ?

Il giorno successivo, lunedì 11, in seguito ad una telefonata anonima (almeno così dicono), la polizia fa irruzione – senza mandato – nel Policlinico dell'Università Federico II di Napoli dicendo di aver avuto notizia di un 'feticidio'. In realtà si trattava di un regolare aborto terapeutico, motivato da una grave malattia congenita del feto, morto nel « ventre materno » già da due giorni. Il feto viene comunque sequestrato e la donna sottoposta ad un lungo interrogatorio, nonostante le sue condizioni fisiche e psicologiche (la gravidanza era stata una scelta desiderata e voluta).

Contro il terrorismo dei paladini dell’embrione l’unica via è la nostra resistenza!

A Napoli domani (giovedì), alle 17, ci sarà un presidio in piazza Vanvitelli, manifestazioni si stanno organizzando in altre città. A Bologna l’appuntamento è per domani alle 17 davanti al reparto di ginecologia dell’ospedale Sant’Orsola. Val la pena di ricordare che, come emerge da un'inchiesta in corso sugli ospedali bolognesi, il reparto di ginecologia del Sant’Orsola è uno di quelli con il più alto numero di obiettori di coscienza ed è sempre lì che, da circa tre anni, un gruppo di cattolici integralisti pro-life – legati al Movimento per la vita e alla Comunità Papa Giovanni XXIII – armati dei soliti cartelli con immagini di feti insanguinati, organizza presidi nei giorni in cui si effettuano delle ivg [3].

Riappropriamoci dello spazio pubblico, così come abbiamo fatto a Roma con la manifestazione del 24 novembre, opponiamo resistenza per la libera scelta e l’autodeterminazione delle donne.

NOTE:

[1] Di vari gruppi e collettivi da Figlie femmine a Quelle che non ci stanno. Oltre ovviamente a « donne singole » (e a queste ultime dedicherò presto un post …).
[2] Rinvio al blog Paesanini land che, in un post, ha segnalato alcuni siti pro-life nei quali l’uso strumentale di queste foto è sistematico (ma non trovo più il post, help!) e in un altro post ha segnalato l'uso altrettanto disonesto di immagini di feti da parte del neonato partito de
Il trifoglio.
[3] Una bella ricerca sul movimento pro-life è stata condotta in Francia da Fiammetta Venner: L’opposition a l’avortement. Du lobby au commando, Paris, Berg International 1995. Il volume analizza l’emergenza di questi gruppi, i legami con il mondo politico (in particolare il Front National di Le Pen) e con quello economico, il ruolo attivo dei medici obiettori in queste organizzazioni, le modalità – anche violente –, con le quali questi gruppi esercitano pressioni sulle donne e sui centri che effettuano ivg. Un intero paragrafo è consacrato all’analisi dell’apparato discorsivo del movimento pro-life francese che – come il suo omologo statunitense – utilizza spesso metafore che rinviano al nazismo e allo sterminio degli ebrei : l’aborto é un « genocidio », la Ru 486 é il « moderno Zyklon B », i/le sostenitori/trici dell’aborto sono dei/delle « nazisti/e » o dei/delle « kapò ». Del resto anche in Italia queste metafore sono state usate frequentemente. In
L’innocenza di Eva ricordavo – tra le altre – l’affermazione di Antonio Guidi, all’epoca (1994) ministro della famiglia per il governo Berlusconi: “L'interruzione di gravidanza alla più piccola malformazione è l’anticamera della selezione nazista della razza. Utilissima (ed auspicabile) sarebbe una ricerca sistemantica sul Movimento per la vita (e suoi gruppi satellitari) qui in Italia.
[4] Dal Coordinamento donne per l’autodeterminazione alle attiviste di Facciamo Breccia che, tra l’altro, organizzarono nel 2005 davanti al Sant’Orsola, il presidio “ Togliamo don Benzi dal Marciapiede”.

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(ALCUNI) ARTICOLI CORRELATI:

A/Matrix, Uniamo l'utero al dilettevole
Femminismo a Sud
,
Con chi ha subito il bliz napoletano. Contro chi vuole ammanettare la libertà di scelta. Presidi in tutta Italia: reali e virtuali!
Le Ribellule,
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,
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giovedì 7 febbraio 2008

Ragazze, ai tavoli!


Tutte su FLAT per definire i tavoli di discussione per la due giorni di approfondimento e confronto del 23-24 febbraio a Roma!

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Chi ha paura del separatismo?
A che cosa miriamo? Per uno spostamento delle lotte dei/nei femminismi

domenica 3 febbraio 2008

Una biblioteca della memoria

Qualche giorno prima della Giornata della memoria qualcuno [1] nella rete ha chiesto ad altri/e bloggers di indicare un libro sulla Shoah. A loro volta coloro che sono stati/e interpellati/e hanno posto la medesima domanda ad altri/e bloggers, in una sorta di "catena della (o per) la memoria". Sono stata coinvolta anch'io da Falecius, ma mi sono presa il tempo di "pensarci", senza farmi mettere fretta dalla scadenza imminente. In un commento a caldo indicavo, anziché un libro, un film: è Shoah di Claude Lanzmann.

Finalmente stasera un po' di tempo per Marginalia. Con il post "già scritto nella testa", mi sono collegata per digitarlo e postarlo. Cercando un link ho cominciato a seguire a ritroso la "catena della memoria" : da un blog/sito all'altro, attraverso libri, immagini, nomi. Ho deciso, infine, di buttare via quello che avevo pensato di scrivere. Tento invece di compilare (aggregando insieme alcune delle risposte che altri/e hanno dato alla domanda iniziale, cose pubblicate in rete in occasione di questa ed altre Giornate della memoria e alcuni dei volumi che mi circondano mentre scrivo) una sorta di "biblioteca della memoria". Non è una "bibliografia", ma per ora solo un insieme disordinato di titoli e suggestioni (talora discordanti e/o non condivisibili), che potrà forse (da qui a un anno) essere ordinato, ampliato, discusso. Per intanto, anche se la mia ricerca in rete non è stata esaustiva (non ne ho proprio il tempo), mi è sembrato comunque interessante cominciare a vedere cosa (e come) si legge intorno alla "memoria, le riflessioni che questi testi suscitano, e quelle che (eventualmente) questo post susciterà.


Il primo libro che voglio citare è Se questo è un uomo di Primo Levi. Sembrerà sicuramente "banale" come scelta. E' un libro, infatti, citatissimo e così noto che sembra quasi superfluo ricordarlo, eppure a volte ho il sospetto che sia citato senza essere neanche letto, almeno a leggerne certi usi [2]. E invece, è proprio partendo da una frase di Primo Levi: "E' successo, vuol dire che può succedere ancora", che chi mi ha passato il "testimone" ribadisce l'importanza di ricordare "l'orrore della Sho'ah", poiché "il Male Assoluto è sempre una possibilità dell'umano, e contro questo orrore occorre essere vigili"[3].


Ma il libro che propone infine Falecius è Il settimo milione di Tom Segev, giornalista e storico israeliano. Non un libro sul genocidio nazista ma un libro che "fa la storia della memoria della Sho'ah in Israele, e mostra come questa memoria abbia condizionato in maniera decisiva la storia d'Israele, e la percezione che gli israeliani hanno del proprio stato, ma in modi diversi e complessi, che forse non sospetteremmo".

In molti/e avvertono il pericolo che porre troppa "enfasi" "sulla memoria della Shoah [...] possa diventare un modo per renderla il più possibile inoffensiva", come scrive The Rat Race. Se non vogliamo "tradirla" questa memoria "deve restare *intollerabile*. Dev'essere qualcosa a cui si vorrebbe sfuggire — che si vorrebbe non aver presente — e che ci si costringe a tenere davanti agli occhi. Percio' niente letture confortanti, niente biblioteche virtuose, che ci facciano sentire meglio perche' assolviamo al compito nobile di non dimenticare. Eppure — abbiamo soltanto le parole — per non lasciare che la Shoah venga cancellata. E allora propongo gli autori forse piu' inconciliati con la realta' — quelli che meno di tutti hanno cercato di estrarre un qualche *senso* dalla Shoah". E sono due poeti,
Paul Celan e Dan Pagis.

Nel sito Ribat al mujahid, ritrovo ancora
Shoah di Lanzmann insieme a due libri, Israele e la Shoah di Idith Zertal e Uomini comuni di Christopher R. Browning, una trilogia che dovrebbe contribuire al difficile compito di "agire" la conservazione della memoria: "Il trauma della tragedia deve invocare un'autocritica incessante, essendo qualcosa che incessantemente ci riguarda. Il senso della memoria è la sua attualità, la responsabilità che quotidianamente ci delega, c'addossa, c'affida".


Anche Khadija, nel denunciare la "retorica della memoria" che ci vede tutti/e pronti a "piangere sul latte versato e a promettere 'mai più', ma assolutamente ciechi di fronte a quello che sta succedendo ancora, e ancora e ancora", ci riporta a questa responsabilità verso il presente. Il libro che propone è
Terrore e miseria del Terzo Reich di Bertolt Brecht, invitando insieme a firmare la petizione [4] per Abou Elkassim Britel :"Io preferisco denunciare quello che mi succede sotto il naso e non posso tollerare che ci si sgoli così tanto tutti insieme per 'ricordare', mentre di fronte agli orrori reali ci comportiamo esattamente come i personaggi di Brecht. Meno di mille adesioni per una campagna a sostegno dei diritti umani che ha fatto, ormai, il giro del web. E questo succede oggi e succede oggi perché oggi come allora la gente ha paura di mettersi dalla parte degli ebrei, degli zingari, degli omosessuali e degli oppositori politici del Terzo Reich".

Rosa
propone invece
Intellettuale ad Auschwitz di Jean Amery: "Hans Mayer, austriaco di padre ebreo e madre cristiana, nato e vissuto senza alcun rapporto con la sua origine ebraica, viene deportato ad Auschwitz e diventa ebreo suo malgrado. Un ebreo - come si definisce - senza Dio, senza storia, e senza speranza messianica nazionale. Tradito e abbandonato dalla cultura che lo ha nutrito e gli ha dato una identità, a guerra finita rinuncia al suo nome tedesco, diventa Jean Amery e descrive la sua esperienza di deprivazione identitaria in Intellettuale ad Auschwitz [...] Ma la perdita di se' non è recuperabile, e Jean Amery muore suicida. Scelgo questa esperienza estrema e disperata perché Amery è mio fratello, perchè io stessa mi sento ebrea per condizione più che per scelta e nel contempo, grazie anche a lui, sono persuasa che sia non solo possibile ma necessario coltivare una identità ebraica pur essendo lontani dalla religione e dalla tradizione. E scelgo Amery perchè mi pare spazzi via a suo modo qualsiasi tentativo di "normalizzare" il crimine ideologico nazista, qualsiasi tentativo di dare senso. Quel crimine - ne sono convinta - è peculiare, speciale e diverso dai molti crimini che hanno fatto la storia e continuano a plasmarla".


Per finire propongo qualche testo in ordine sparso:


Nessuno/a mi sembra abbia accennato alla questione del negazionismo/revisionismo. Lo faccio io con Nadine Fresco, Fabrication d'un antisémite, un libro sul padre fondatore del negazionismo, Paul Rassinier. Nessuna traduzione italiana, ma rinvio a questa recensione in Incidenze.


Ancora un film di Claude Lanzmann, Un vivant qui passe. Auschwitz 1943-Theresienstadt 1944. E' possibile leggerne il testo, in italiano, in un volumetto (con una postfazione di Federica Sossi) di Cronopio, 2003. Una riflessione sulla "cecità", sul "non vedere" (ieri, oggi).


Non poteva mancare un libro che affronti la questione in una prospettiva di "genere". Non è l'ennesimo volume su "le donne e l'olocausto", ma un testo che interroga criticamente le analisi femministe del nazismo: Liliane Kandel (a cura di), Féminismes et nazisme. Anche in questo caso nessuna traduzione italiana, ma rinvio alla mia recensione qui.


Nell'imminenza di No Vat, mi sembra il caso di ricordare il ruolo del Vaticano nel genocidio nazista. Lo faccio con L'arcivescovo del genocidio di Marco Aurelio Rivelli. Questo libro ripercorre le vicende dello Stato indipendente di Croazia, voluto dai nazifascisti negli anni 1941-1945. Qui gli ustascia di Ante Pavelic, sostenuti da Hitler e da Mussolini, sterminarono centinaia di migliaia di serbo-ortodossi, ebrei e rom, in nome di una "soluzione finale" etnico-religiosa perseguita anche attraverso l'imposizione di "conversioni" di massa al cattolicesimo. In questo sterminio un ruolo decisivo lo ebbe l'arcivescovo di Zagabria, Alojzije Stepinac con l'avvallo decisivo del Vaticano. Nell'ottobre del 1998, Stepinac (definito dal dittatore Franjo Tudjman "martire del regime comunista) viene beatificato dal papa Giovanni Paolo II.


Sullo sterminio nazista di omosessuali e lesbiche rinvio al dossier pubblicato in Fuoricampo Lesbian Group.

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[1] Per mancanza di tempo non sono riuscita a risalire a chi ha dato via a questa "catena per (o della) memoria".
[2] Ad esempio ai tempi dello "scandalo" delle torture inflitte ai prigionieri di Abu Ghraib da parte (anche) di alcune soldatesse Usa, sono stati pubblicati ben due articoli intitolati "Se questa è una donna" che richiamavano il titolo del libro di Levi ma "rovesciandolo": non solo introducendo una connotazione di genere, ma ribaltando il soggetto, non più la vittima ma il carnefice. I due articoli possono essere letti nel dossier Dibattito sulle donne kapò (Qui dovrei aprire una lunga riflessione sull'uso di metafore che rinviano al nazismo, ma per intanto rinvio ai cenni alla questione nella mia recensione a Féminismes et nazisme ricordata in questo post).
[3] Sovente, nei brani che cito da altri blog/siti vengono usati (spesso indifferentemente) i termini "Olocausto" e "Shoah". In realtà non sono equivalenti o intercambiabili, mancando nel secondo termine il significato di punizione divina presente nel primo. Storicamente l'uso di Shoah ha preso forza a partire dal titolo del film di Lanzmann uscito nel 1985, che si proponeva esplicitamente di contestare il termine "olocausto" e la retorica che gli è associata. Personalmente, comunque, ricorro sovente al termine di genocidio o sterminio nazista ( di ebrei, "zingari" - rom e sinti -, omosessuali e lesbiche e altri esseri umani considerati "inferiori").
[4] Ho già da tempo firmato e segnalato nella rubrica Urgenze la raccolta firme per Kassim. In effetti, il numero relativamente basso delle firme, colpisce. E se provassimo a chiederci perché?


domenica 27 gennaio 2008

Donne di mondo. Percorsi transnazionali dei femminismi


Elda Guerra e Stefania Voli
dialogano con

Liliana Ellena (curatrice), Paola Guazzo e Vincenza Perilli (alcune delle autrici) del numero 13 di Zapruder

Donne di Mondo.
Percorsi transnazionali dei femminismi

Giovedi 31 gennaio 2008, ore 18
Aula Magna, Convento S. Cristina - v. del Piombo, 5 - Bologna






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Donne di mondo. Una presentazione
Scambi di sguardi. Dimensioni transnazionali dei femminismi
Donne di mondo

Per ulteriori informazioni su questa presentazione bolognese:

Server Donne, La Nuova Towanda, Articolo 21, Zic.it e il sito di Zapruder. Storie in movimento.

Per Donne di mondo rinvio alla recensione di Luisa Passerini:

Femminismo nel mondo? E' più vivo che mai, in Liberazione, 19 luglio 2007.

mercoledì 23 gennaio 2008

Scuole matrigne

Un'ordinanza del Comune di Milano impedisce ai genitori migranti senza permesso di soggiorno di iscrivere i/le loro bambini/e alle scuole materne.
Contro questo provvedimento, contro il razzismo e per i diritti dell'infanzia, sabato 26 gennaio varie associazioni e movimenti invitano ad un "girotondo impertinente" in piazza della Scala.
Non possiamo avere la certezza che questa ordinanza resti un fatto locale e forse andrebbero subito pensate forme di protesta e di dissenso come gli striscioni esposti sulle facciate di alcune scuole parigine in segno di solidarietà con le famiglie di sans-papiers.

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Le colpe dei padri ricadano sui figli, in Scuole senza permesso
Girotondo impertinente. Contro il razzismo e per i diritti dell'infanzia, in Retescuole
Girotondo impertinente, in Artisti immigrati
Girotondo impertinente, in Lavoro e Salute
Giornata mondiale di azione globale, in Critical Mass Milano

e in Marginalia:

Scuola e quartiere senza frontiere

sabato 19 gennaio 2008

Multiculturalismo culinario

Tratto da: Doré Ogrizek, Il mondo a tavola. Guida brillante della gastronomia internazionale, Editoriale Domus, Milano 1953 (ed. or. Le monde à table, Ed. Odé, Paris), pp. 354-355.

"Le tradizioni si perdono. L'antropofagia sta per scomparire e oggi ha solo pochi adepti in qualche tribù del centro dell'Africa e dell'Oceania.
Secondo l'opinione di molte personalità scientifiche, la carne umana sarebbe quella che meglio coverebbe alla nutrizione della creatura umana, quella più facilmente e proficuamente assimilabile dall'organismo. Crediamo sulla loro parola.
Verso il 1890 il Padre Allaire, missionario dello Spirito Santo, fu accolto da queste parole urbanissime quando si presentò dinanzi al capo negro della tribù dei Bondjos: " La carne di un bianco, e soprattutto di un capo bianco, è eccellente con le banane; non ha pelle; vedo solo del grasso".
Alcuni anni prima si vendeva ancora carne umana sul mercato di Brazzaville, come da noi la carne di bue o di montone.
Fra le tribù cannibali del Congo, i Batetelas mangiano i loro genitori al primo segno di decrepitezza e son convinti di render loro un servizio cosi facendo. I Fans fanno a meno dei funerali e li sostituiscono con un banchetto. I Bondjios ingrassano degli schiavi per metterli in pentola. I Pahuin mangiano il nemico ucciso in guerra per assimilarne le virtù.
Le opinioni sono diverse sul sapore di questo alimento. Secondo i Canachi ha il gusto della banana; gli abitanti delle isole Figi assicurano che ha un gusto di nocciola; un gusto di vitello un pò scipito, o di maiale, precisano alcuni buongustai senza pregiudizi... Noi lasceremo il problema aperto.
Ma, secondo l'esploratore Roger Chauvelot, "la carne più apprezzata è quella dell'Australiano, perché quella dell'Europeo ha un gusto sgradevole (è questa, indubbiamente, la causa dello scarso successo avuto dal cannibalismo nei nostri paesi ...).
Noi ci accontenteremo di citare, senza garanzia, le parti scelte. Secondo gli intenditori sono il palmo della mano, le coste, il posteriore, le cosce. Ma vi faremo grazia della ricetta dell"arrosto di uomo allo spiedo" data da William Seabrook nel suo libro sull'Africa, pieno di coscienziose precisazioni tecniche, perchè probabilmente questi particolari toglierebbero l'appetito ai nostri lettori, e questo non è certo lo scopo che si prefigge questo libro di gastronomia".

martedì 15 gennaio 2008

Chi ha paura del separatismo?




Vincenza Perilli, Chi ha paura del separatismo?, in Il paese delle donne, dicembre 2007 *


Vorrei focalizzare l’attenzione sul dibattito, acceso e appassionato, che si è sviluppato – essenzialmente tra donne – nella fase preparatoria della giornata del 24 [1], discussione prevalentemente concentrata sulla scelta delle organizzatrici (e condivisa da molte delle donne presenti a Roma nelle due assemblee preparatorie nazionali e di molte che hanno partecipato alla discussione altrove) di caratterizzare l’iniziativa come una manifestazione di sole donne.
Ritengo che il confronto e le diversità siano elementi preziosi in ogni processo e progetto politico. Nondimeno vorrei rilevare come, a mio parere, questa discussione si sia svolta su delle false premesse che, se da una parte non sono state in grado di cogliere le reali motivazioni dell’opzione “separatista”, dall’altra hanno rivelato una non conoscenza delle molteplici e distinte espressioni storiche del separatismo, del dibattito che le ha accompagnate e delle inedite e “fluttuanti” configurazioni assunte da questa pratica politica nel contesto odierno, soprattutto in quelle che – con termine ambiguo, ma oramai corrente -, vengono definite “giovani generazioni” femministe.
Nonostante il singolare usato nel titolo che ho dato a questo mio intervento, sarebbe opportuno parlare di “separatismi, così come oramai si è da qualche anno consolidato l’uso di parlare di “femminismi”, non senza importanti conseguenze teoriche. Innumerevoli e diversificate sono le forme che la pratica separatista ha assunto nel corso della storia dei femminismi e soprattutto le riflessioni che ha generato.
Basti pensare al movimento suffragista che, pur essendo nella maggioranza “misto”, già percepiva distintamente il rischio costituito dalla presenza degli uomini, della loro tendenza (non “naturale”, ma che attiene a rapporti di potere asimmetrici) al leaderismo, l’attentato continuo all’autonomia delle donne, la maggiore difficoltà per queste ultime di prendere, in un ambito politico misto, parola e decisioni, di dimostrare (a se stesse e alle/agli altre/i) la propria capacità di assumersi – e di sapersi assumere – quelle responsabilità generalmente ritenute appannaggio esclusivo degli uomini. Da qui la necessità di ritagliarsi “spazi”, o anche soltanto “momenti”, tra “sole donne”.
Ciò nonostante, in un certo immaginario – soprattutto maschile, ma non solo – il separatismo è legato indissolubilmente al movimento femminista e lesbico degli anni 70, con l’immagine minacciosa di una guerra totale dei sessi, ciò che denota anche lo shock, non ancora superato, costituito dall’entrata in scena di un forte ed autonomo movimento delle donne.
Atto fondatore” del femminismo degli anni 70, come è stato definito da Françoise Picq nella sua bella ricostruzione delle vicende del movimento femminista francese degli anni 70 [2], il separatismo è, anche in quel periodo, lontano dall’essere una pratica totalmente condivisa e, soprattutto lontano dall’essere accettato “pacificamente” dagli uomini, anche da quelli che all’epoca, si chiamavano “compagni". In Italia, ad esempio, esistono in quegli anni, gruppi “misti” e che tali resteranno, donne che praticano la cosiddetta “doppia militanza”, cioè la contemporanea attività politica in gruppi della sinistra e dell’estrema sinistra e in gruppi di donne, gruppi che inizialmente sono aperti agli uomini (come ad esempio il Demau e Il cerchio spezzato) e che solo in seguito adotteranno la pratica separatista. Questa era, inizialmente, segno distintivo solo dei primissimi gruppi di autocoscienza (essenzialmente i gruppi di Rivolta Femminile) e del movimento lesbico, prima di diventare pratica condivisa dalla maggioranza del movimento delle donne.
Ma soprattutto il separatismo è una pratica multiforme: diverse erano le motivazioni e le modalità del “separarsi” che esistevano anche tra chi aveva fatto questa scelta, tra le militanti femministe e le militanti lesbiche. Delle differenze (importanti) sussistevano anche all’interno di queste due (principali) “configurazioni”, come ha mostrato, ad esempio, Nerina Milletti per il movimento lesbico, in un interessante saggio che ripercorre le due pratiche – per certi versi contraddittorie – del separatismo e della visibilità [3]. Il separatismo, quella necessità di “darsi la libertà di non essere referenziali al potere” (Daniela Pellegrini in una significativa intervista raccolta da Nicoletta Poidimani), pratica di “sottrazione”, piuttosto che di “esclusione” (ancora Milletti), poteva avere delle ragioni di ordine tattico o contingente, delle ragioni di tipo teorico o politico. Poteva andare da riunioni precluse agli uomini, senza che questo significasse una pratica separatista nella quotidianità, a forme di “nazionalismo” lesbico, contestate in un oramai celebre articolo di Ti-Grace Atkinson [4].
Poteva basarsi su un discorso di tipo “essenzialista”, o fatto proprio da gruppi decisamente anti-essenzialisti, si pensi soltanto ai gruppi separatisti che avevano come punto teorico di riferimento, l’analisi “materialista” sviluppata da Christine Delphy in L’ennemi principal, uno dei testi chiave di quegli anni. I gruppi potevano essere costituiti solo da donne (eterosessuali e lesbiche), o viceversa includere alcuni uomini (i gay). Potevano essere gruppi di sole lesbiche o, come ad esempio negli Usa, di sole donne nere (eterosessuali e lesbiche), o di sole lesbiche nere. C’è stata anche l’esperienza di chi, e penso al Combahee River Collective, – collettivo di donne e lesbiche nere, pioniere del Black Feminism – ha rifiutato, senza per questo desolidarizzarsi dal resto del movimento femminista, il separatismo, in nome della comune esperienza del razzismo con gli uomini neri.
In questo scenario piuttosto variegato, l’unico elemento che sembra realmente omogeneo è la reazione di rifiuto, anche violenta, che la pratica del separatismo ha suscitato negli uomini. Se la “secessione delle donne” – come ha sottolineato in un saggio sul “separatismo come metaforaLiliane Kandel [5]– , rianimava i fantasmi arcaici della guerra tra i sessi, il vero “scandalo” del separatismo risiedeva nel suo carattere metaforico o simbolico, nella sua capacità di veicolare – con immediatezza e “violenza”– un certo numero di messaggi. La scelta separatista denunciava il carattere “non misto” della nostra società (l’esclusione delle donne da luoghi, attività, istituzioni; esclusione che, quando non sancita dal diritto, lo era nei fatti), nominava l’esclusione e l’oppressione di tutte le donne in quanto gruppo e delle singole donne in quanto individuo, annunciava la presa di coscienza e la rivolta nascente, designava infine “l’identità dell’oppressore”, non più soltanto un “sistema” (capitalista o patriarcale), ma un gruppo sociale definito (e insisto sul gruppo sociale): quello degli uomini.
Sarebbe bastato, forse, gettare uno sguardo verso questo passato, verso questa storia così complessa e istruttiva, eppure inspiegabilmente dimenticata o mai appresa, per evitare alcune delle semplificazioni che hanno contraddistinto il dibattito sul separatismo (nella forma della rigida contrapposizione separatismo si/separatismo no) prima e durante la grande manifestazione del 24 a Roma “contro la violenza maschile sulle donne”.
Tornando brevemente sulla discussione pre-manifestazione
[6], la scelta di un corteo di sole donne - che tra l’altro ho condiviso -, viene contestata da alcune donne (e solo in seguito, e marginalmente, da uomini) in quanto giudicata “discriminatoria” soprattutto verso coloro che, pur se “biologicamente” di sesso maschile, subiscono e/o combattono la violenza in prima persona, come i gay, i trans FtM o gli uomini impegnati in una critica della “mascolinità”. Questa decisione viene inoltre percepita come un’imposizione dall’alto di una pratica non più condivisa e le donne che la sostengono vengono tacciate di “veterofemminismo” (creando, tra l’altro una fittizia contrapposizione tra "giovani" e "vecchie") e di farsi portatrici con questa scelta di un discorso di tipo identitario, essenzialista e finanche “razzista”. Visto come un pericoloso arretramento culturale che individua nell’appartenenza “biologica a un genere la legittimità di partecipazione e mobilitazione”, sordo adanni di contaminazioni queer e critica trans”, lo spettro del “separatismo” (parola invero mai nominata nel documento di convocazione della manifestazione), comincia ad aggirarsi nel dibattito.
Nei discorsi privati e pubblici, così come nelle mailing list, nei siti e nei blog di singole donne, gruppi e associazioni coinvolti nell’organizzazione, la discussione cresce in maniera esponenziale man mano che la data della manifestazione si avvicina. Il 18 novembre l’inserto domenicale di Liberazione, Queer, dedicato alla manifestazione del 24, pubblica due articoli che dovrebbero illustrare le due posizioni separatismo sì/separatismo no verso le quali si è rapidamente polarizzata – e, forse, cristallizzata – la discussione [7]. Se l’irrigidimento di questa contrapposizione ha rischiato di indurre, come è stato da più parti sottolineato, un rischioso allontanamento da quello che era l’obiettivo primario della manifestazione, esso ha anche prodotto una semplificazione drastica e riduttiva delle ragioni e dei problemi in campo.
Mi sono chiesta – e mi chiedo – perché è intorno alla scelta di “un” corteo separato che si è acceso il dibattito, un dibattito che ha posto in maniera forte il problema dell’essenzialismo e/o del “razzismo”, veicolato dai nostri discorsi e dalle nostre pratiche. _ Mi sono chiesta perché, se altre questioni si possono – strategicamente – "mettere nel cassetto" come sottolineava Gaia Maqi Giuliani nel suo articolo in Liberazione, senza (quasi) suscitare discussioni, questo non è possibile con il separatismo, nonostante in molte ne abbiano spiegato la contingenza.
Mi è sembrato, del resto, troppo “facile” e mistificante mettere sul conto dell’opzione in favore di una manifestazione separata, in una certa circostanza, un certo giorno e su un certo tema, i guasti prodotti da un essenzialismo che, in Italia, ha nutrito una lunga egemonia del "pensiero della differenza sessuale" e che ancora pervade pratiche e discorsi di diversi femminismi, talvolta in maniera “inconsapevole”, come ha sottolineato Lidia Cirillo nel suo Meglio Orfane [8].
Troppo facile, e forse consolatorio, mettere sul conto del “separatismo” le difficoltà storiche proprie a molt* di interrogarsi sul nodo cruciale sessismo e razzismo, tema che ha assunto con troppo ritardo - e solo "grazie" alla campagna ignobile montata da politici e media dopo l’omicidio di Giovanna Reggiani - una posizione centrale nel dibattito pubblico, senza peraltro, e mi sembra sintomatico, suscitare una necessaria riflessione sul razzismo "interno" alle stesse teorie e pratiche femministe (e qui mi permetto di rinviare al mio contributo a Donne di Mondo, recente numero della rivista Zapruder sui femminismi transnazionali).
Mi sono chiesta ancora se le critiche mosse alla scelta separatista oltre a denotare una non conoscenza delle configurazioni assunte nel passato dal separatismo, manifestassero anche ignoranza di quelle attuali.
In una ricerca sulle giovani generazioni femministe in Francia, ad esempio, Liane Henneron [9], ha mostrato come – sullo sfondo del peculiare, e talvolta conflittuale, rapporto di rottura/continuità che lega le “giovani” militanti al femminismo degli anni 70 – , non esista una modalità univoca nelle forme adottate dalle militanti per relazionarsi con gli “altr*”. Se privilegiare situazioni “miste” sembra maggioritario (e talvolta con una volontà, non sempre esplicita, di “smarcarsi”, attraverso il rifiuto del separatismo, da una certa immagine del femminismo), non mancano situazioni in cui la strategia politica del separatismo è rivendicato e rimodulato in forme inedite. Basti pensare al gruppo parigino Les Furieuses Fallopes, che nel 2005 organizzarono una grande manifestazione separatista notturna contro la violenza sessista, manifestazione che suscitò, sia detto per inciso, una qualche ostilità da parte di alcune “vecchie” e l’entusiasmo contagioso delle più “giovani”.
La strategia politica separatista è reinventata a partire dalle “contaminazioni queer” e dall’opposizione a ogni tentazione naturalista: il separatismo delle Furieuses Fallopes è una militanza “tra donne”, ovvero tra tutte e tutti quelle/i che sono identificate/i, si sentono, si dichiarano, si “vivono” come donne. Del resto la maggioranza delle singole donne, dei gruppi, della associazioni che hanno condiviso la scelta separatista della manifestazione romana, praticano una felice e fruttuosa commistione tra momenti “separati” e “non separati”, militando magari in gruppi di sole donne ma partecipando attivamente ad altri progetti politici “misti” (lotte contro la deriva securitaria, il precariato, l’omofobia, la lesbofobia e la transfobia, contro il razzismo e per i diritti e la libertà dei/delle migranti).
Oltre a motivazioni tattiche o strategiche (l’evitare strumentalizzazioni da parte di forze politiche ed istituzionali, ad esempio), penso che quante hanno sostenuto la scelta di una manifestazione di sole donne, condividessero la necessità – in questa precisa congiuntura – che fossero i nostri “corpi” (dove “corpo” non è né genere, né “sesso”), a dire basta alla violenza e alla sua strumentalizzazione in chiave razzista e securitaria, a dire ancora una volta “non in nostro nome come scandiva lo slogan della rete femminista transnazionale Nextgenderation contro la guerra in Irak, ricordato nel suo intervento su queste pagine da Cristina Papa.
Il – sacrosanto – allontanamento delle “donne” ministre da parte delle manifestanti, oltre ad aver dimostrato (se ce ne fosse stato bisogno) quanto la scelta “separatista” fosse lontana da ogni nostalgia “biologica”, ha scatenato sulla stampa un nuovo attacco in nome della (presunta) violenza delle partecipanti al corteo, che si è in alcuni casi tradotta nell’equazione separatiste uguale violente.
Con questo intervento spero di aver contribuito, oltre a chiarire qualche equivoco di merito, a indicare di che cosa e di chi c’è (forse) da aver paura.

* Ripubblico anche qui in Marginalia questo mio intervento con la sola aggiunta di qualche nota esplicativa e di tipo bibliografico assenti nella versione pubblicata da Il paese delle donne. Nella fotografia uno scorcio del Buon Pastore (Casa internazionale delle donne) di Roma, dove sabato scorso si è tenuta un'affollata e partecipata assemblea nazionale femminista , importante momento di riflessione e confronto dopo la manifestazione del 24 novembre contro la violenza maschile sulle donne. Sono stati proposti due nuovi appuntamenti: una due giorni nazionale con tavoli di approfondimento (il 23 e24 febbraio a Roma) e un otto marzo nelle singole città da costruire in continuità con quanto espresso dalla manifestazione del 24. Relazioni sull'assemblea nazionale possono essere lette qui.
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NOTE:


[1] Manifestazione nazionale contro la violenza maschile sulle donne, Roma, 24 novembre 2007.
[6] Per una trattazione più articolata di questo dibattito rinvio a A che cosa miriamo?.

mercoledì 9 gennaio 2008