martedì 15 gennaio 2008

Chi ha paura del separatismo?




Vincenza Perilli, Chi ha paura del separatismo?, in Il paese delle donne, dicembre 2007 *


Vorrei focalizzare l’attenzione sul dibattito, acceso e appassionato, che si è sviluppato – essenzialmente tra donne – nella fase preparatoria della giornata del 24 [1], discussione prevalentemente concentrata sulla scelta delle organizzatrici (e condivisa da molte delle donne presenti a Roma nelle due assemblee preparatorie nazionali e di molte che hanno partecipato alla discussione altrove) di caratterizzare l’iniziativa come una manifestazione di sole donne.
Ritengo che il confronto e le diversità siano elementi preziosi in ogni processo e progetto politico. Nondimeno vorrei rilevare come, a mio parere, questa discussione si sia svolta su delle false premesse che, se da una parte non sono state in grado di cogliere le reali motivazioni dell’opzione “separatista”, dall’altra hanno rivelato una non conoscenza delle molteplici e distinte espressioni storiche del separatismo, del dibattito che le ha accompagnate e delle inedite e “fluttuanti” configurazioni assunte da questa pratica politica nel contesto odierno, soprattutto in quelle che – con termine ambiguo, ma oramai corrente -, vengono definite “giovani generazioni” femministe.
Nonostante il singolare usato nel titolo che ho dato a questo mio intervento, sarebbe opportuno parlare di “separatismi, così come oramai si è da qualche anno consolidato l’uso di parlare di “femminismi”, non senza importanti conseguenze teoriche. Innumerevoli e diversificate sono le forme che la pratica separatista ha assunto nel corso della storia dei femminismi e soprattutto le riflessioni che ha generato.
Basti pensare al movimento suffragista che, pur essendo nella maggioranza “misto”, già percepiva distintamente il rischio costituito dalla presenza degli uomini, della loro tendenza (non “naturale”, ma che attiene a rapporti di potere asimmetrici) al leaderismo, l’attentato continuo all’autonomia delle donne, la maggiore difficoltà per queste ultime di prendere, in un ambito politico misto, parola e decisioni, di dimostrare (a se stesse e alle/agli altre/i) la propria capacità di assumersi – e di sapersi assumere – quelle responsabilità generalmente ritenute appannaggio esclusivo degli uomini. Da qui la necessità di ritagliarsi “spazi”, o anche soltanto “momenti”, tra “sole donne”.
Ciò nonostante, in un certo immaginario – soprattutto maschile, ma non solo – il separatismo è legato indissolubilmente al movimento femminista e lesbico degli anni 70, con l’immagine minacciosa di una guerra totale dei sessi, ciò che denota anche lo shock, non ancora superato, costituito dall’entrata in scena di un forte ed autonomo movimento delle donne.
Atto fondatore” del femminismo degli anni 70, come è stato definito da Françoise Picq nella sua bella ricostruzione delle vicende del movimento femminista francese degli anni 70 [2], il separatismo è, anche in quel periodo, lontano dall’essere una pratica totalmente condivisa e, soprattutto lontano dall’essere accettato “pacificamente” dagli uomini, anche da quelli che all’epoca, si chiamavano “compagni". In Italia, ad esempio, esistono in quegli anni, gruppi “misti” e che tali resteranno, donne che praticano la cosiddetta “doppia militanza”, cioè la contemporanea attività politica in gruppi della sinistra e dell’estrema sinistra e in gruppi di donne, gruppi che inizialmente sono aperti agli uomini (come ad esempio il Demau e Il cerchio spezzato) e che solo in seguito adotteranno la pratica separatista. Questa era, inizialmente, segno distintivo solo dei primissimi gruppi di autocoscienza (essenzialmente i gruppi di Rivolta Femminile) e del movimento lesbico, prima di diventare pratica condivisa dalla maggioranza del movimento delle donne.
Ma soprattutto il separatismo è una pratica multiforme: diverse erano le motivazioni e le modalità del “separarsi” che esistevano anche tra chi aveva fatto questa scelta, tra le militanti femministe e le militanti lesbiche. Delle differenze (importanti) sussistevano anche all’interno di queste due (principali) “configurazioni”, come ha mostrato, ad esempio, Nerina Milletti per il movimento lesbico, in un interessante saggio che ripercorre le due pratiche – per certi versi contraddittorie – del separatismo e della visibilità [3]. Il separatismo, quella necessità di “darsi la libertà di non essere referenziali al potere” (Daniela Pellegrini in una significativa intervista raccolta da Nicoletta Poidimani), pratica di “sottrazione”, piuttosto che di “esclusione” (ancora Milletti), poteva avere delle ragioni di ordine tattico o contingente, delle ragioni di tipo teorico o politico. Poteva andare da riunioni precluse agli uomini, senza che questo significasse una pratica separatista nella quotidianità, a forme di “nazionalismo” lesbico, contestate in un oramai celebre articolo di Ti-Grace Atkinson [4].
Poteva basarsi su un discorso di tipo “essenzialista”, o fatto proprio da gruppi decisamente anti-essenzialisti, si pensi soltanto ai gruppi separatisti che avevano come punto teorico di riferimento, l’analisi “materialista” sviluppata da Christine Delphy in L’ennemi principal, uno dei testi chiave di quegli anni. I gruppi potevano essere costituiti solo da donne (eterosessuali e lesbiche), o viceversa includere alcuni uomini (i gay). Potevano essere gruppi di sole lesbiche o, come ad esempio negli Usa, di sole donne nere (eterosessuali e lesbiche), o di sole lesbiche nere. C’è stata anche l’esperienza di chi, e penso al Combahee River Collective, – collettivo di donne e lesbiche nere, pioniere del Black Feminism – ha rifiutato, senza per questo desolidarizzarsi dal resto del movimento femminista, il separatismo, in nome della comune esperienza del razzismo con gli uomini neri.
In questo scenario piuttosto variegato, l’unico elemento che sembra realmente omogeneo è la reazione di rifiuto, anche violenta, che la pratica del separatismo ha suscitato negli uomini. Se la “secessione delle donne” – come ha sottolineato in un saggio sul “separatismo come metaforaLiliane Kandel [5]– , rianimava i fantasmi arcaici della guerra tra i sessi, il vero “scandalo” del separatismo risiedeva nel suo carattere metaforico o simbolico, nella sua capacità di veicolare – con immediatezza e “violenza”– un certo numero di messaggi. La scelta separatista denunciava il carattere “non misto” della nostra società (l’esclusione delle donne da luoghi, attività, istituzioni; esclusione che, quando non sancita dal diritto, lo era nei fatti), nominava l’esclusione e l’oppressione di tutte le donne in quanto gruppo e delle singole donne in quanto individuo, annunciava la presa di coscienza e la rivolta nascente, designava infine “l’identità dell’oppressore”, non più soltanto un “sistema” (capitalista o patriarcale), ma un gruppo sociale definito (e insisto sul gruppo sociale): quello degli uomini.
Sarebbe bastato, forse, gettare uno sguardo verso questo passato, verso questa storia così complessa e istruttiva, eppure inspiegabilmente dimenticata o mai appresa, per evitare alcune delle semplificazioni che hanno contraddistinto il dibattito sul separatismo (nella forma della rigida contrapposizione separatismo si/separatismo no) prima e durante la grande manifestazione del 24 a Roma “contro la violenza maschile sulle donne”.
Tornando brevemente sulla discussione pre-manifestazione
[6], la scelta di un corteo di sole donne - che tra l’altro ho condiviso -, viene contestata da alcune donne (e solo in seguito, e marginalmente, da uomini) in quanto giudicata “discriminatoria” soprattutto verso coloro che, pur se “biologicamente” di sesso maschile, subiscono e/o combattono la violenza in prima persona, come i gay, i trans FtM o gli uomini impegnati in una critica della “mascolinità”. Questa decisione viene inoltre percepita come un’imposizione dall’alto di una pratica non più condivisa e le donne che la sostengono vengono tacciate di “veterofemminismo” (creando, tra l’altro una fittizia contrapposizione tra "giovani" e "vecchie") e di farsi portatrici con questa scelta di un discorso di tipo identitario, essenzialista e finanche “razzista”. Visto come un pericoloso arretramento culturale che individua nell’appartenenza “biologica a un genere la legittimità di partecipazione e mobilitazione”, sordo adanni di contaminazioni queer e critica trans”, lo spettro del “separatismo” (parola invero mai nominata nel documento di convocazione della manifestazione), comincia ad aggirarsi nel dibattito.
Nei discorsi privati e pubblici, così come nelle mailing list, nei siti e nei blog di singole donne, gruppi e associazioni coinvolti nell’organizzazione, la discussione cresce in maniera esponenziale man mano che la data della manifestazione si avvicina. Il 18 novembre l’inserto domenicale di Liberazione, Queer, dedicato alla manifestazione del 24, pubblica due articoli che dovrebbero illustrare le due posizioni separatismo sì/separatismo no verso le quali si è rapidamente polarizzata – e, forse, cristallizzata – la discussione [7]. Se l’irrigidimento di questa contrapposizione ha rischiato di indurre, come è stato da più parti sottolineato, un rischioso allontanamento da quello che era l’obiettivo primario della manifestazione, esso ha anche prodotto una semplificazione drastica e riduttiva delle ragioni e dei problemi in campo.
Mi sono chiesta – e mi chiedo – perché è intorno alla scelta di “un” corteo separato che si è acceso il dibattito, un dibattito che ha posto in maniera forte il problema dell’essenzialismo e/o del “razzismo”, veicolato dai nostri discorsi e dalle nostre pratiche. _ Mi sono chiesta perché, se altre questioni si possono – strategicamente – "mettere nel cassetto" come sottolineava Gaia Maqi Giuliani nel suo articolo in Liberazione, senza (quasi) suscitare discussioni, questo non è possibile con il separatismo, nonostante in molte ne abbiano spiegato la contingenza.
Mi è sembrato, del resto, troppo “facile” e mistificante mettere sul conto dell’opzione in favore di una manifestazione separata, in una certa circostanza, un certo giorno e su un certo tema, i guasti prodotti da un essenzialismo che, in Italia, ha nutrito una lunga egemonia del "pensiero della differenza sessuale" e che ancora pervade pratiche e discorsi di diversi femminismi, talvolta in maniera “inconsapevole”, come ha sottolineato Lidia Cirillo nel suo Meglio Orfane [8].
Troppo facile, e forse consolatorio, mettere sul conto del “separatismo” le difficoltà storiche proprie a molt* di interrogarsi sul nodo cruciale sessismo e razzismo, tema che ha assunto con troppo ritardo - e solo "grazie" alla campagna ignobile montata da politici e media dopo l’omicidio di Giovanna Reggiani - una posizione centrale nel dibattito pubblico, senza peraltro, e mi sembra sintomatico, suscitare una necessaria riflessione sul razzismo "interno" alle stesse teorie e pratiche femministe (e qui mi permetto di rinviare al mio contributo a Donne di Mondo, recente numero della rivista Zapruder sui femminismi transnazionali).
Mi sono chiesta ancora se le critiche mosse alla scelta separatista oltre a denotare una non conoscenza delle configurazioni assunte nel passato dal separatismo, manifestassero anche ignoranza di quelle attuali.
In una ricerca sulle giovani generazioni femministe in Francia, ad esempio, Liane Henneron [9], ha mostrato come – sullo sfondo del peculiare, e talvolta conflittuale, rapporto di rottura/continuità che lega le “giovani” militanti al femminismo degli anni 70 – , non esista una modalità univoca nelle forme adottate dalle militanti per relazionarsi con gli “altr*”. Se privilegiare situazioni “miste” sembra maggioritario (e talvolta con una volontà, non sempre esplicita, di “smarcarsi”, attraverso il rifiuto del separatismo, da una certa immagine del femminismo), non mancano situazioni in cui la strategia politica del separatismo è rivendicato e rimodulato in forme inedite. Basti pensare al gruppo parigino Les Furieuses Fallopes, che nel 2005 organizzarono una grande manifestazione separatista notturna contro la violenza sessista, manifestazione che suscitò, sia detto per inciso, una qualche ostilità da parte di alcune “vecchie” e l’entusiasmo contagioso delle più “giovani”.
La strategia politica separatista è reinventata a partire dalle “contaminazioni queer” e dall’opposizione a ogni tentazione naturalista: il separatismo delle Furieuses Fallopes è una militanza “tra donne”, ovvero tra tutte e tutti quelle/i che sono identificate/i, si sentono, si dichiarano, si “vivono” come donne. Del resto la maggioranza delle singole donne, dei gruppi, della associazioni che hanno condiviso la scelta separatista della manifestazione romana, praticano una felice e fruttuosa commistione tra momenti “separati” e “non separati”, militando magari in gruppi di sole donne ma partecipando attivamente ad altri progetti politici “misti” (lotte contro la deriva securitaria, il precariato, l’omofobia, la lesbofobia e la transfobia, contro il razzismo e per i diritti e la libertà dei/delle migranti).
Oltre a motivazioni tattiche o strategiche (l’evitare strumentalizzazioni da parte di forze politiche ed istituzionali, ad esempio), penso che quante hanno sostenuto la scelta di una manifestazione di sole donne, condividessero la necessità – in questa precisa congiuntura – che fossero i nostri “corpi” (dove “corpo” non è né genere, né “sesso”), a dire basta alla violenza e alla sua strumentalizzazione in chiave razzista e securitaria, a dire ancora una volta “non in nostro nome come scandiva lo slogan della rete femminista transnazionale Nextgenderation contro la guerra in Irak, ricordato nel suo intervento su queste pagine da Cristina Papa.
Il – sacrosanto – allontanamento delle “donne” ministre da parte delle manifestanti, oltre ad aver dimostrato (se ce ne fosse stato bisogno) quanto la scelta “separatista” fosse lontana da ogni nostalgia “biologica”, ha scatenato sulla stampa un nuovo attacco in nome della (presunta) violenza delle partecipanti al corteo, che si è in alcuni casi tradotta nell’equazione separatiste uguale violente.
Con questo intervento spero di aver contribuito, oltre a chiarire qualche equivoco di merito, a indicare di che cosa e di chi c’è (forse) da aver paura.

* Ripubblico anche qui in Marginalia questo mio intervento con la sola aggiunta di qualche nota esplicativa e di tipo bibliografico assenti nella versione pubblicata da Il paese delle donne. Nella fotografia uno scorcio del Buon Pastore (Casa internazionale delle donne) di Roma, dove sabato scorso si è tenuta un'affollata e partecipata assemblea nazionale femminista , importante momento di riflessione e confronto dopo la manifestazione del 24 novembre contro la violenza maschile sulle donne. Sono stati proposti due nuovi appuntamenti: una due giorni nazionale con tavoli di approfondimento (il 23 e24 febbraio a Roma) e un otto marzo nelle singole città da costruire in continuità con quanto espresso dalla manifestazione del 24. Relazioni sull'assemblea nazionale possono essere lette qui.
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NOTE:


[1] Manifestazione nazionale contro la violenza maschile sulle donne, Roma, 24 novembre 2007.
[6] Per una trattazione più articolata di questo dibattito rinvio a A che cosa miriamo?.

13 commenti:

Alessandro P. ha detto...

Ciao. Grazie per avermi segnalato il post e complimenti per il tuo blog.
Ci sono molte questioni che sollevi, tutte molto interessanti.
Mi piacerebbe proporti uno scambio di link... che ne dici?

v. ha detto...

Ciao Alessandro, in effetti avevo letto a suo tempo il tuo post in occasione della manifestazione, quel "Separatismo ... ancora!!!" mi aveva incuriosito e ho pensato che avevi bisogno di qualche ragguaglio sulla questione :-)
Anche il tuo Paesanini Land è interessante, bello il tuo fare un po' di "memoria marxista" (mi riferisco al post su Rosa Luxemburg) e "prezioso" quel sito anti-abortista che segnali (mi sarà estremamente utile per un articoletto che sto tentando di scrivere, linkero' a te ovviamente).
E a proposito di link: lo "scambio" fine a se stesso non mi interessa, piuttosto tento di aprire "scambi" di idee e opinioni con altre/i, anche se - dopo un anno di Marginalia -, devo dire che la "comunicazione" qui nella blogsfera è piuttosto deludente ...
Generalmente quando uno scambio si instaura con altri blog/siti (che ad esempio linkano o ripubblicano articolo comparsi qui) questi finiscono nella rubrica Feedback (sulla destra) in attesa di trovare eventualmente una più consona collocazione ...
Insomma, voglio scambio intellettuale prima di tutto!
Cosa ne pensi?
v.

Rosetta ha detto...

Sono d'accordo assaje!
Rosetta

saidatun ha detto...

Grazie mille, ho scaricato il modulo.
Un saluto
Saidatun

falecius ha detto...

Ciao, ti ho linkata da me, grazie della visita.

v. ha detto...

Per Rosetta:
non avevo dubbi :-)
e un bacio

per Saidatun:
grazie a te!

per Falecius:
Ricambio ma spero che avremo tempo per andare oltre i "convenevoli" ...
Intanto: cosa significa 'Alimat?

falecius ha detto...

'Alimat significa "Sapienti", è il femminile di "'Ulama'".

Ieri stavo rileggendo questo post, che pone molte questioni interessanti. Vista l'ora tarda ho rinunciato a tentare di scrivere un commento ragionato, provo adesso.

Fine dei convenevoli, ed inizio della critica cattiva: :)

Intanto, a livello mediatico la scelta separatista mi è parsa un autogol, e penso che in molti casi non sia stata capita. E te lo dice uno che ha contribuito a diffondere l'appello e ne condivide la sostanza.
Nel senso che le ragioni che porti avanti, legittimamente, per la separazione "contingente", risultano auto-referenziali a chi, come me, per ragioni gener-azionali (in quanto maschio ed in quanto nato un po' dopo gli anni Settanta)
del pensiero, del dibattito e della storia femminista sa poco, e che considera manifestare contro la violenza sulle donne una cosa giusta e civile, punto.

Mi sarebbe piaciuto poterci essere a pieno titolo, ad una cosa come quella (non ero a Roma e non sarei comunque potuto andare, ma dico, in teoria).

Anche perché così, secondo me, si crea una categorizzazione (implicita già nell'espressione "violenza maschile" generalizzante come potrebbe esserlo "violenza islamica" per dire; se pensi che non sia così, ti pregherei di spiegarmi il perché - inoltre in questo modo si esclude la violenza delle donne su altre donne, che citavi giustamente in un altro articolo -) che è pericolosa, a prescindere dal fatto che abbia o no una base di determinismo biologico.

Altra cosa è la scelta separatista negli anni Settanta, in condizioni diverse dalle attuali.
Altra cosa è che delle donne richiedano ed organizzino degli spazi esclusivi per delle donne, ma a quel punto, un club per soli uomini non dovrebbe essere criticato.

E' probabile che il mio punto di vista sia generazionalmente marcato, nel senso che sono abbastanza giovane per considerare la parità tra uomo e donna una cosa in linea di principio scontata (in Occidente) e dicendo "in linea di principio" intendo dire che non è acquisita "nei fatti".
E comunque ho il sospetto che a questa "parità" ci sia ancora tutto un contenuto da dare.

falecius ha detto...

Mi scuso. Mi è tornato in mente che sei anche tu iscritta a "Socialismo e Socialdemocrazia" dove di queste cose si è discusso un bel po' (forse anche troppo, ad un certo momento non ne potevo più :) ) e quindi di molte delle cose che ho scritto sopra devi averne fin quassù.

v. ha detto...

Non ne ho abbastanza di discutere, semmai ne ho abbastanza del fatto che (non sempre, ma spesso) questo discutere ha dimostrato di essere incapace di andare oltre ed infine si è dimostrato assolutamente controproducente.
Per restare al milieu femminista, ad esempio, la questione "separatismo" ha rischiato di irrigidire delle posizioni e di portare ad una frattura, tant'è che su questa questione - come puoi leggere nelle relazioni dell'assemblea nazionale pubblicate nel sito di controviolenzadonne.org - si è deciso infine saggiamente di soprassedere. Non si è discusso di "separatismo", ma il bilancio di questa scelta è stato positivo.
Resta il fatto (ed è la cosa che più mi interessava, indipendentemente dalla mia posizione) che la discussione "separatismo sì /separatismo no" ha fatto emergere dei limiti teorici notevoli. Ed è su questi che invitavo a riflettere (e si riflette, per fortuna!).
Su un piano più "politico" inoltre ho dovuto anche fare i conti con la mia "indignazione" verso l'uso che in questo dibattito è stato fatto (da molte delle sostenitrici del "no separatismo")di altre soggettività politiche, come ad esempio i migranti (una manifestazione separatista avrebbe escluso i migranti). Il sabato successivo la manifestazione romana in diverse città si sono svolti presidi dei/delle migranti davanti alle Poste: io qui a Bologna non ho visto l'ombra di una di queste femministe che hanno tanto a cuore la sorte dei/delle migranti...
Indignazione anche a leggere banalità che attingono al più becero maschilismo di decenni fa (ma scritte oggi, da donne, femministe) del tipo che la scelta separatista denota "astio contro gli uomini" ... Insomma, credo che andassero svelate alcune delle "false premesse" sulle quali si è basata la discussione.
Venendo a quello che dici a proposito dell'autogol mediatico, da parte mia sono fermamente convinta che non si possa misurare la "validità" di un'iniziativa/scelta politica da quello che si legge sui giornali il giorno dopo. Sostengo le "ragioni del torto" (e me ne assumo la responsabilità), che tali appaiono a chi appunto si ferma alla storia "contingente" e non alla storia "lunga" delle cose. Vedremo. Mi sembra intanto che qualcosa stia nascendo ...
Del resto (come ricordo nell'articolo) anche negli anni 70 il separatismo era lontano dall'essere pratica condivisa, non suscitava e non cercava consenso e solo oggi (pur sottolineandone alcuni dei limiti, limiti anche gravi in alcune delle espressioni che assunse) possiamo misurarne in pieno la capacità di rottura e di stravolgimento necessari.
Vorrei poi capire perché pensi che il separatismo avesse un senso "giusto" negli anni 70 a differenza di oggi. Ti sembrano anni migliori? Negli anni 70 sono stati ottenuti una serie di "diritti" che noi delle "nuove" generazioni abbiamo imparato a dare per "scontati": oggi sono nuovamente a rischio, vedi per esempio la proposta di moratoria per l'aborto. Ed insieme c'è un arretramento culturale, politico, sociale pazzesco. Questo investe in particolare il gruppo sociale delle donne (anche altri soggetti, i migranti, ad esempio. Ma tra questi soggetti "le donne" sono quelle che "subiscono" maggiormente gli effetti di questo arretramento). Che ci piaccia o no ci sono ancora delle situazioni di "disuguaglianza" reale che vanno combattute, con ogni mezzo necessario (anche correndo qualche rischio. Rischi che ho ben presenti).
E, a volte, la rottura dell'unanimità è uno di questi mezzi.
O no?

falecius ha detto...

Forse mi sono espresso male: non volevo dire: "negli anni settanta il separatismo era giusto, ora è sbagliato". Ho detto che la situazione è diversa e che IO trovo più comprensibile la scelta separatista degli anni Settanta, nel momento di rivendicazione di certi diritti (nel caso dell'aborto, come sai, le nostre posizioni sono lontane, ma questo non c'entra) piuttosto che oggi, nel momento in cui sono sotto attacco dei diritti acquisiti ed inseriti nella società(almeno sulla carta), e quindi il coinvolgimento di altre soggettività mi sembra strategicamente e tatticamente vincente.
Detto questo, se affermi che invece in quella manifestazione fosse strategicamente migliore la scelta separatista, sicuramente hai meglio di me gli strumenti per giudicare, e la tua posizione è legittima, ma io resto perplesso: qual'era lo scopo di questa manifestazione? io ci vedevo un tentativo di chiamare le forse sociali all'azione riguardo un problema gravissimo, e quindi trovo la separazione perdente proprio in relazione allo scopo. Però parlo da esterno.

Mi sembra che sia il caso di parlare molto semplicemente di "obiettivi" (teorici e pratici) e di come la separazione possa o no aiutare a conseguirli, o il separatismo è anche un fine in sé?
E' chiaro che in certi casi la rottura dell'unanimità sia necessaria, e credo che lo fosse appunto negli anni '70 (con tutte le sfumature che noti) e che possa esserlo anche adesso. E' chiaro anche che la validità di un'iniziativa si misura sul lungo periodo, e che l'eco mediatica immediata non è tutto; anche qui però, ho la sensazione (magari mi sbaglio, per carità)che nella società il messaggio non sia passato.
Se si fa un discorso separato e con contenuti leggibili (come sono stati letti) in chiave di "astio contro uomini", non si corre il rischio di escludere chi invece potrebbe essere un alleato, di diventare autoreferenziali? Nel senso che la contingenza dell'eventuale scelta separatista, a quel che ho percepito, è stata chiara solo a "voi" e non a che quel pubblico a cui la manifestazione credo fosse rivolta.

Sull'arretramento dei diritti, sono, come credo tu sappia, completamente d'accordo con te.

v. ha detto...

Caro falecius,
è chiaro che il separatismo (per me e in questa specifica circostanza) non è un fine in sé. Era importante in quella circostanza dare un segnale preciso, che partisse dal gruppo sociale che subisce questa specifica violenza.
Come ho già avuto modo di dire altre volte (e quindi capisco certe tue perplessità e mi fa piacere se ne discutiamo), le questioni sono molto più complesse ma una manifestazione, una parola d'ordine, è inevitabilmente una semplificazione. Una semplificazione che serve a porre un problema.
Il problema è stato posto (e secondo me nella maniera più "forte" possibile), sta ora a "noi" (tutt*) contribuire a svilupparlo, trasformarlo, affrontarlo.

Alessandro P. ha detto...

Ciao Vincenza. Grazie per la risposta tempestiva. Purtroppo non ho pensato proprio cercare una risposta qui (dove era più logico che la cercasi) ma aspettavo ancora una risposta sul mio blog (solo perché così era capitato per l'altro paio di volte in cui avevo chiesto scambio di link.
Se non mi avessi scritto tu chissà quando mi sarei accorto che già mi avevi risposto...

Mi ha fatto piacere la segnalazione al tuo post del quale mi hanno interessato molto, anche per futuri scambi di idee, alcuni riferimenti al transgenderismo.

Solo oggi ho letto la tua risposta e, come vedrai, ho postato il tuo secondo commento, dove, bonariamente, mi bacchetti per aver omesso la fonte tramite la quale ho scoperto il sito francese, sul mio blog.
Lì oltre a chiederti scusa, ti spiego il motivo per cui ho omesso di citare Marginalia.
Qui voglio solo rinnovarti le mie scuse e augurarmi che tu mi conceda la buona fede che mi ha fatto agire, mio malgrado, scorrettamente.
Nulla di intenzionale (e poi, che senso avrebbe?). Spero possiamo ritenere "l'incidente" superato
e proseguire nel nostro incontro confronto.

A presto,
Alessandro

v. ha detto...

Puoi contarci Alessandro.
Ti ho appena lasciato un messaggio più dettagliato in Paesanini land
v.