lunedì 19 novembre 2007

Moi, Pierre Rivière, ayant égorgé ma mère, ma sœur et mon frère ...


[Ultima parte. Prima parte qui]


Strategie di ripresa


Per il cinema di Allio, impegnato a dare voce alla gran massa degli sfruttati "sprofondata fino al collo nella melma del quotidiano", a coloro che sono senza storia perché "non hanno la parola"[18], l'incontro con la Memoria di Rivière era qualcosa di più di una semplice continuazione. Uno di questi ignoti si staccava dalla penombra della storia con un discorso che non si trattava più di decifrare negli interstizi dei discorsi dominanti: "Qui, non siamo noi a dover raccontare una storia: un contadinello ha preso la parola. Non soltanto esprimendo delle posizioni e dei punti di vista, ma scrivendo anche della condizione contadina ... e il tutto con uno straordinario talento di scrittore" [19].

Come il libro, il film si fa carico di restituire centralità alla Memoria e, insieme, di fare emergere gli scontri, le battaglie e le lotte di potere e sapere che investono tutti i personaggi del film: la lotta della madre contro il padre, la lotta di Rivière contro i suoi giudici, la lotta dei giudici contro i medici... e questo riattivando contemporaneamente il rovesciamento delle gerarchie dei discorsi operato dal libro. Ma come risolvere la"contraddizione difficilmente evitabile" costituita dall'"impresa di lasciar parlare Rivière e di metterlo in scena, con dietro la cinepresa", come rispettare la scelta di Foucault di non interpretare, quando fare un film è, di per se, "prendere posizione perché, rappresentando, si sceglie"? [20]. E, ancora, come operare il passaggio, la traduzione, dello scritto (i documenti, la Memoria, il libro) in immagini ?

Lo scritto rende conto di una parola ma è anche, allo stesso tempo, questo modo di renderne conto. Si tiene in due luoghi, insieme come scritto e come parola rappresentata, sulla pagina - come parola e come scritto promesso, nella bocca che lo proferisce. E né nell'uno né nell'altro, poiché la bocca è scomparsa, e la pagina non è una bocca, né lo scritto, e la parola c'è sempre. Ma quando si rappresentano dei fatti, dei gesti, delle persone? Torniamo al problema delle forme [21].

È questo l'interrogativo centrale: "Come tradurre in termini di forme ciò che funziona nel reale? Quali forme scegliere? Quali eliminare?"[22]. La ricerca di procedimenti di tipo formale estranei alle modalità proprie della finzione dominante era un problema già presente nella pratica cinematografica di Allio, che si dichiarava "molto scettico circa la politicità di un film quando la si introduce solo a livello di discorso, di dialogo"[23]. La "politica" non può essere introdotta come un supplemento, ma deve investire la struttura, il procedimento, la forma stessa dell'opera: "se la politica è inscritta da qualche parte nel film, è nel modo di farlo"[24]. A partire dalla scelta del soggetto - che è di per sé una prima presa di posizione - tutti gli elementi del film subiscono un trattamento consequenziale.

Rivière racconta nella Memoria di aver coltivato un mito di eroismo:

Mi figuravo Bonaparte nel 1815 ... Pensai che l'occasione era giunta di innalzarmi, che il mio nome avrebbe fatto scalpore nel mondo intero, che con la mia morte mi sarei coperto di gloria e che nei tempi a venire le mie idee sarebbero state adottate e si farebbe la mia apologia [25].

Il cinema di Allio cerca di "restituire a dei personaggi popolari un ruolo centrale ... il posto degli eroi: di farli passare dal posto secondario in cui sono relegati dal cinema o dai racconti dominanti o nei resoconti della storia, al posto primo ed essenziale"[26]. Rivière prenderà nel film questo posto, ma non nella forma che aveva immaginato: ha, dell'eroe, il ruolo centrale, ma non è oggetto di apologia, non suscita e non permette il processo consolatorio dell'identificazione. Siamo lontani dalle eroine assassine cantate da Breton e altri surrealisti: Violette Nozières che avvelena il padre stupratore, le sorelle Papin che massacrano i loro padroni, l'anarchica Germaine Berton che uccide a colpi di pistola un redattore del giornale fascista L'action française [27]. In particolare, il rilievo dato alla figura della madre, espone la tragicità del gesto di rivolta di Rivière, che non ha, come avrebbe voluto, colpito il tiranno, ma "sua sorella e sua madre, altre due ribelli, impegnate nella stessa confusa lotta di emancipazione, donne che minavano accanitamente da una parte (la loro) un ordine ingiusto che Pierre attaccava dall'altro"[28]. Da questo lato, il conflitto è una tremenda e accanita guerra tra poveri. Solo ai notabili il film conferisce il "lusso" di essere interpretati da attori professionisti, mentre i ruoli dei contadini sono recitati dagli abitanti del luogo, ben coscienti che "le storie di eredità, di dote, di beni, di contratti, non soltanto esistono ancora ai nostri giorni, ma sono, più o meno, portatrici della stessa violenza"[29].

A differenza degli attori essi "non dimenticano nulla, ne la macchina da presa, ne il testo, ne il fatto che stanno recitando ... le parole cadono dalla loro bocca da tutta la loro altezza". La recitazione dei contadini rompe il naturale, "l'evidenza sotto tutte le sue forme". Con la loro non-naturalezza, essi svelano "la non-evidenza delle parole, dei testi ... della recitazione che non è la parola, ma semmai una forma della scrittura ... il potere delle parole e la forza dello scritto"[30] rinviando continuamente alla presenza attiva di un dispositivo cinematografico, di un testo preesistente, di una presa di posizione.

La stessa "naturalità dello sguardo" viene sottoposta a critica attraverso l'uso di inquadrature fisse, ravvicinate, che mimano la prossimità "della conversazione ... della testimonianza, del rapporto umano, della piccola proprietà ... di rapporti sociali propri di un'epoca , di una classe, di un modo di vita, quindi di un modo di vedere". Sono banditi i piani generali, poiché "a quell'epoca questo sistema di visione era quello degli imperatori, dei re, dei generali"[31], mentre questa è la tragedia del popolo. Se la tragedia greca "racconta la nascita della legge e gli effetti mortali della legge sugli uomini", il caso Rivière - avvenuto solo una ventina di anni dopo la messa in applicazione del codice civile - è un "dramma del diritto, del codice, della legge, della terra, del matrimonio, dei beni..."[32] che racconta gli effetti di questa nuova legge sulla vita quotidiana della povera gente delle campagne, dei contrasti e delle "guerre" che ne conseguono: il film è ritmato da un movimento che non è quello della "convenzione scenica", ma che rinvia ed obbedisce "a un'altra categoria di movimenti, non meno codificati, quelli della guerra" [33].

Ma tutte queste scelte formali "sarebbero di scarsa importanza senza questo: instaurare nel film un transito ininterrotto tra la scrittura e la parola ... la conversione dello scritto ... in un detto"[34].

Attraverso un uso magistrale del sonoro - costituito interamente da stralci dei documenti che formano il dossier -, Allio perviene a restituire centralità alla parola di Rivière: è la sua voce fuori campo - la Memoria - che parla sugli avvenimenti, che domina le immagini "che avvolge tutto il resto ... tutto il film è dentro la voce di Rivière e Rivière non è soltanto presente nel film, ma lo avvolge come una specie di membrana, grava sui suoi confini esterni"[35]. A questa "parola sovversiva" Allio oppone, facendo intervenire voci documentarie di giornalisti, medici, giudici, la verità ufficiale, i discorsi tesi a intrappolarlo. Rompendo la cronologia dei fatti, dopo aver rotto, o almeno smontato, questa trappola, il film sposta la fuga di Rivière alla fine, dopo la sua morte. Forse in quel "dopo" in cui la Memoria sfuggita alla presa dei saperi che l'avevano circoscritta, è divenuta un'arma per combatterli.

A un redattore di La revue du cinéma che gli chiede se ha riconosciuto Pierre Rivière nel film, Foucault risponde lapidario: " non c'era bisogno di riconoscerlo. Egli è là, punto e basta..." [36].


Epilogo


Non è forse una semplice coincidenza il fatto che il film abbia in un certo senso riprodotto non soltanto la Memoria, ma la sua sorte: come questa era oggetto di analisi contrastanti - per gli uni prova della pazzia per altri della lucidità criminale dell'autore -, il film ha incontrato, o forse "provocato", una sorta di "replica" di questo conflitto di interpretazioni. La conversione dello scritto in detto mentre diviene per alcuni segno di un'eccessiva fedeltà del regista al libro, al dossier, alla Memoria, è per altri una riproduzione insufficiente, lacunosa, una semplificazione che rasenta il tradimento.

Un'ultima annotazione dai Carnets di Allio:

La follia ... Non è la follia che ho filmato in questo film. Non l'ho mai filmata, né ho tentato mai di farlo, se non quella follia del tutto ordinaria del quotidiano... il rapporto che ho intrattenuto con la follia sono i miei stessi film. Non è filmare la follia che bisogna considerare. La vera follia è fare dei film ... E' prendere la parola con ciò che è proibito e fare dei film per sé, nel cinema di oggi. E' fare come il folle in mezzo ai 'normali' [37].


NOTE:


[18] R. Allio, Carnets, cit., pp. 42-44.
[19] R. Allio, "Comment traduire en termes de formes ce qui fonctionne dans le réel?" intervista a cura di Mireille Amiel, in «Cinema 76», n. 215, nov. 1976, pp. 74-80, p. 75.
[20] G. Gauthier (a cura di), "Il ritorno di Pierre Rivière. Conversazione con René Allio", cit., p. 81.
[21]
R. Allio, Carnets, cit., p. 47.
[22] R. Allio, "Comment traduire en termes de formes ce qui fonctionne dans le réel?", cit., p.78.
[23]
Ivi., p. 80.
[24] Ivi.
[25] P. Rivière, "La Memoria", cit., p. 102.
[26] R. Allio: "... la parole populaire", intervista in «Jeune Cinéma», déc. 76 - jan. 77, pp.20-26, p. 20.
[27] Cfr. José Pierre, prefazione a
Violette Nozières, Paris, Éditions Terrain Vague, 1991.
[28] J.-P. Peter e J. Favret, "L'animale, il pazzo, il morto", cit., p. 214. Per la centralità assunta dal personaggio - secondo Foucault "assolutamente enigmatico"- di Victoire Brion nel film, si veda Michelle Perrot, "De Madame Jourdain à Herculine Barbin: Michel Foucault et l'histoire des femmes", in AaVv,
Au risque de Foucault, Paris, Éditions du Centre Pompidou, 1997, pp. 95-105.
[29] R. Allio, "Comment traduire en termes de formes ce qui fonctionne dans le réel?", cit., p. 76.
[30] Serge Le Péron, "L'écrit et la cru", in «Cahiers du Cinema», n.271, nov. 1976, pp. 56-57, p. 57.
[31]
Ibidem., p. 56. Non posso non ricordare che la fotografia di questo film è di Nurith Aviv [nella foto], la quale, il 26 marzo 2000, ha animato con altri lo stimolante incontro che ha accompagnato la proiezione di Moi, Pierre Rivière... alla XXII edizione del Festival International de Film de Femmes di Créteil.
[32] M. Foucault, intervista in «Cahiers du Cinema», n.271, nov. 1976, pp.52-53, p. 53.
[33] R. Allio, "Le théâtre des opérations", in «Cahiers du cinéma», n. 271, nov. 1976, p. 49.
[34] J.-P. Sarrazac, "L'écriture fautive" in «L'Avant-Scene», n. 183, marzo 1977, p. 5.
[35] G. Gautier (a cura di), « Il ritorno di Pierre Rivière. Conversazione con Michel Foucault », in G. Gori (a cura),
Passato ridotto, cit., p. 211.
[36]
Ibidem., p.209.
[37] R. Allio,
Carnets, cit., p. 243.

giovedì 15 novembre 2007

La battaglia della Bolognina sessantatre anni dopo


In Italia, la partecipazione delle donne alla Resistenza è stata per lungo tempo non riconosciuta o, nella migliore delle ipotesi, ridotta in termini di "aiuto" o di contributo marginale alla "vera" Resistenza condotta dagli uomini. Il titolo di un libro del 1976, La Resistenza taciuta [1], ben riassume questa situazione. A partire dagli anni 70 la ricerca femminista ha invece messo in luce l'importanza del ruolo delle donne nella lotta contro il nazi fascismo, cercando vie diverse dall'approccio agiografico (dominante dal dopoguerra fino agli anni 60), concentrato su poche figure esemplari e spesso in termini retorici. Da questi studi è emerso come la partecipazione delle donne alla Resistenza sia stata un fenomeno vasto, che non poteva essere compreso riferendosi soltanto ai dati numerici concernenti le donne impegnate in attività organizzate (quali ad esempio i gruppi combattenti o i Gruppi di difesa della donna) o delle donne perseguitate, imprigionate, torturate, uccise o deportate. Era necessario prendere in esame non soltanto queste donne (che, in maggior parte, non rispondevano ai criteri piuttosto stretti adottati alla Liberazione per il riconoscimento del titolo di "resistenti"), ma anche la grande massa anonima delle donne che avevano aiutato i partigiani, i disertori o gli ebrei. Del resto era palese che, senza questo largo circuito di sostegno, costituito principalmente da donne, la stessa lotta partigiana non sarebbe stata possibile. Sebbene gli ulteriori sviluppi di queste ricerche (che a partire dagli anni 90, si sono concentrate sulla categoria di "resistenza civile"), comportano rischi non trascurabili [2], è indubitabile che senza questi studi l'importanza della lotta di queste donne non sarebbe oggi riconosciuta in pieno. Lotta importante non solo per gli esiti stessi della battaglia al nazifascismo, ma anche per l'acquisizione di taluni diritti fondamentali per tutte le donne quali il diritto di voto. Ed è quest'ultimo aspetto che Rosanna Facchini ha sottolineato nel suo intervento - non retorico, ma toccante -, durante la commemorazione della battaglia della Bolognina che si è tenuta questa mattina a Bologna, in piazza dell'Unità, dove una lapide ricorda i cinque partigiani - e tra questi Amos Facchini di soli 17 anni - uccisi quel giorno da nazisti e brigate nere [3]. Nella foto, a partire da destra, la partigiana Gelsomina Bonora, nome di battaglia Gilera, di fianco a lei Rosanna Facchini e, seduta, la sorella di Amos Facchini.

NOTE:


[1] Anna Maria Bruzzone e Rachele Farina, La Resistenza taciuta, Milano, Mursia 1976.
[2] Per un approccio critico a queste tematiche rinvio al mio La "differerence sexuelle" et les autres, in Féminismes. Théories, mouvements, conflits, L'Homme et la Société, n. 158, 2005.
[3] Il 15 novembre del 1944, otto giorni dopo la battaglia di Porta Lame, circa 300 tedeschi con carri armati e supportati da oltre 600 uomini delle Brigate nere, dopo aver circondato il quartiere della Bolognina, cominciarono un sistematico rastrellamento. Al numero 5 di piazza dell'Unità, il comando partigiano aveva stabilito una base dove in quel momento si trovavano 15 partigiani dei Gap, la cui resisstenza alla tentata irruzione dei nazifascisti determinò quella che è ricordata come battaglia della Bolognina. Cinque partigiani morirono, altri 5 furono catturati, torturati e poi fucilati nei giorni seguenti, e 5 soltanto riuscirono a mettersi in salvo e tra questi Renato Romagnoli (nome di battaglia "Italiano"). Ed è stato proprio quest'ultimo, unico partigiano di quella giornata ancora vivente, ad aprire la commemorazione di questa mattina.

venerdì 9 novembre 2007

Moi, Pierre Rivière, ayant égorgé ma mère, ma sœur et mon frère ...

Vincenza Perilli, "Dopo Foucault, con altri mezzi. Moi, Pierre Rivière...: un film di René Allio", in Katia Bernuzzi ( a cura di), I linguaggi della follia, Collana Arcipelago, Fara Editore, Rimini 2001, pp. 81-87*.

Premessa

Il 12 febbraio 1974 René Allio annota in uno dei suoi quaderni: " E' di una storia di questo tipo, con questo tipo di violenza, che rinvia a quel che rinvia, che bisognerebbe parlare" [1]. La "storia" è quella pazientemente ricostruita durante un seminario sui rapporti tra psichiatria e giustizia penale al Collège de France, da poco pubblicata da Gallimard con il titolo di Moi, Pierre Rivière, ayant égorgé ma mère, ma sœur et mon frère... [2].
A pochi mesi dalla prima annotazione, l'ipotesi ha preso la forma di un imperativo: "bisogna che Pierre Rivière divenga il film-manifesto di un cinema che sceglie di parlare del popolo nella sua vera storia" [3].
Occorreranno più di due anni, in gran parte spesi nella difficile ricerca di qualcuno disposto a finanziare l'impresa, perché il film sia finito. Nel novembre '76 viene proiettato a Caen e, la sera successiva, a Flers: "la sala è affollata di un pubblico che non si vede mai al cinema. La gente della campagna. Uomini, donne sulla cinquantina, pieno di giovani, il miglior pubblico possibile per questo film. Il loro piacere grave di riconoscere qualche cosa di loro nel film fatto con loro e che viene da loro"[4]
. Sono i luoghi dove il film è stato girato e dove, più di centotrenta anni prima, un povero contadino di ventun'anni aveva provato sulla propria pelle che "per prendere la parola e perché la si ascolti, l'indigeno deve cominciare ad uccidere, e morire"[5].

Uccidere/scrivere: il crimine, la Memoria.


Il 3 giugno 1835, in un villaggio della campagna normanna, Pierre Rivière uccide a colpi di roncola la madre, la sorella e il fratello. Subito dopo si dà alla fuga vagando per i boschi e le cittadine del circondario fino ai primi di luglio, quando viene riconosciuto e arrestato. Processato, condannato a morte, in seguito graziato da Luigi Filippo, viene rinchiuso, per scontarvi l'ergastolo, nel carcere di Beaulieu. Lì, il 20 ottobre 1840, si toglie la vita, impiccandosi.

Non è la violenza, spesso tragicamente rivolta contro altri dominati o contro sé stessi, a costituire la singolarità di questo "caso". Un fatto crudele ma, all'epoca, non eccezionale: altri Rivière, oscuri personaggi senza nome né storia, abitano le cronache del tempo, come se "il linguaggio spaventoso del crimine"[6] costituisse la sola, estrema possibilità di sollevarsi, almeno per un istante, dalla - e contro la - propria condizione:

L'eco delle battaglie risponde dal lato opposto della legge alla fama vergognosa degli assassini ... dopo tutto le battaglie imprimono il marchio della storia su massacri senza nome; mentre il racconto crea frammenti di storia a partire da semplici scontri di strada. Dagli uni agli altri, il limite è oltrepassato senza posa ... per un avvenimento privilegiato: l'omicidio[7].

Decimati dalle malattie e dalla fame, ridotti a bestie, mandati a morire in guerre di cui spesso non capivano le ragioni e di cui non erano mai gli eroi, i ceti popolari delle campagne si avvedono ben presto che l'avvento della Rivoluzione non ha segnato per loro un radicale cambiamento. L'uguaglianza giuridica, il nuovo statuto di cittadini, la forma del contratto, sono un nuovo e più raffinato metodo per il loro assoggettamento: "L'ordine della nuova società liberale ha disposto le sue istanze di controllo proprio nel contratto, nel gusto della proprietà e nella spinta al lavoro che ne consegue, per tenervi in mano e perpetuarvi gerarchie e disuguaglianze"[8].

Ed è allora che "la campagna, universo silenzioso dell'infelicità, cessa di subire soltanto il suo stato, l'esteriorizza, e produce al di fuori, come altrettanti sintomi significanti, dei crimini spaventosi"[9]. Questi "atti sono discorsi", ma nessuno ha voglia di intenderli, anzi un complesso di poteri e saperi si mette subito in moto per ridurli. L'eccezionalità del caso Rivière risiede nel fatto che egli riesce a sottrarsi a questa riduzione. Al punto che, paradossalmente, è la stessa macchina che voleva "contenerlo" a rendere possibile, dopo più di un secolo, il suo (ri)emergere: il crimine di Rivière era stato assunto come posta in gioco nel conflitto tra il potere giudiziario e quello, nascente, della psichiatria, uno scontro che proprio in quegli anni conosceva il suo culmine. È proprio seguendo il solco di questo conflitto che il seminario di Foucault ha incontrato "l'omicida dagli occhi rossi"[10], attraverso il dossier pubblicato nel 1836 nelle "Annales d'hygiène publique et de médecine légale", da Esquirol e altri psichiatri parigini intervenuti, dopo la condanna a morte, a favore della domanda di grazia.

Le ricerche condotte dal seminario "riaprono" questo dossier, estendendo la massa dei documenti, riproponendoli nel libro in base alla cronologia dei fatti: processo verbale dei medici che constatano i decessi, mandato di cattura, verbali degli interrogatori dell'omicida e dei testimoni, consultazioni medico-legali, sentenza di condanna, grazia, scheda di immatricolazione e di "uscita" del carcere, resoconti della stampa e, infine, un "foglio volante".

L'insieme di questi documenti disegna "una lotta singolare, uno scontro, un rapporto di potere, una battaglia di discorsi e attraverso dei discorsi"[11], al cui centro si trova "quel documento straordinario: la memoria"[12], quaranta pagine di straordinaria bellezza [13], scritte in carcere nell'arco di undici giorni dallo stesso Rivière, "molto grossolanamente, poiché non so che leggere e scrivere; ma purché si intenda quel che voglio dire, è questo che chiedo". Questa Memoria si articola in due parti: un "Riassunto delle pene e delle afflizioni che mio padre ha sofferte da parte di mia madre dal 1813 fino al 1835" e un "compendio della mia vita personale e dei pensieri che mi hanno occupato sino ad oggi". Qui l'omicida offre "la spiegazione in dettaglio" del suo crimine e i motivi che ve lo hanno condotto, per esercitare la giustizia di Dio e sfidare le leggi umane "ignobili e mostruose"[14]:

Mi sembrò che sarebbe per me una gloria, che mi sarei immortalato morendo per mio padre, mi raffiguravo i guerrieri che morivano per la loro patria e per il loro re ... dicevo tra me: quelli là morivano per sostenere il partito di un uomo che non conoscevano e che neppure li conosceva, che non aveva mai pensato a loro; ed io morirò per liberare un uomo che mi ama e mi predilige ... Presi dunque questa orrenda risoluzione, mi determinai ad ucciderli tutti e tre; le prime due perché si accordavano tra loro per far soffrire mio padre, quanto al piccolo avevo due ragioni, l'una perché amava mia madre e mia sorella e l'altra perché ... mio padre ... amava questo bambino che aveva dell'intelligenza, pensai tra me: avrà un tale orrore di me che si rallegrerà della mia morte [15].

Questa Memoria che, perfino nella versione amputata della prima parte pubblicata dalle "Annales", sembra suscitare (o tradire) un sintomatico imbarazzo, mobiliterà un varietà di tattiche tese a ridurla, circoscrivendola in esami che ne faranno per alcuni il lucido progetto di un criminale, per altri il delirio di un pazzo. Il libro curato da Foucault tendeva proprio a "far emergere in qualche modo il piano di queste lotte diverse, restituire questi scontri e queste battaglie, ritrovare il gioco di questi discorsi, come armi, come strumenti di attacco e di difesa in rapporti di potere e di sapere"[16].

E qui si inseriva la più importante posta in gioco: rovesciare la gerarchia dei discorsi. Mettere lo scritto di Rivière al centro, non solo nella successione dei testi, ma nell'ordine del discorso: evitare di interpretarlo, di "riprenderlo in uno di quei discorsi (medici, giuridici, psicologici, criminologici) di cui volevamo parlare a partire da esso"[17].

____________________________________________


* Colette Guillaumin, nel suo "Follie et norme sociale. A propos de l'attentat du 6 décembre 1989" (in Sexe, race et pratique du pouvoir. L'idée de nature), scrive: "Un jeune paysan normand, Pierre Rivière, qui a fait rêver, de façon étrangement aveugle - et peut être complaisante -, bien des anthropologues et cinéastes, tuait, en 1835, sa mère, sa sœur de dix huit ans et un enfant de sept ans, son petit frère, dans une explosion de haine qui ne retient l'explication des analystes que par la "haine de la mère", laissant dans l'inconnu ou le non-dit la haine des femmes.


NOTE:


[1] René Allio, Carnets, a cura di Arlette Farge, Paris, Lieu Commun, 1991, p. 39.
[2]
Michel Foucault (a cura di),
Io, Pierre Rivière, avendo sgozzato mia madre, mia sorella e mio fratello...., Torino, Einaudi, 1976 (ed. or. 1973). Per osservazioni critiche relative alla recente riedizione Einaudi, introdotta dallo psichiatra Paolo Crepet, si vedano gli articoli pubblicati in «Alias»,, n. 24, 17 giugno 2000, pp. 22-23.
[3] R. Allio,
Carnets, cit., p. 42.
[4] Ivi, cit., p. 63. In Italia il film di Allio, che non raggiungerà mai la grande distribuzione, è presentato alla Decima Settimana Cinematografica Internazionale di Verona (16-22 giugno 1978):
Momenti del cinema francese contemporaneo (1976-1978). Due anni prima, alla Biennale di Venezia, era stato presentato un altro film sul tema: Je suis Pierre Rivière, opera d'esordio della regista Christine Lipinska.
[5] Jean-Pierre Peter e Jeanne Favret, "L'animale, il pazzo, il morto", in
Io, Pierre Rivière..., cit., pp. 199-221, p. 206.
[6] Ivi.
[7] M. Foucault, “I delitti che si raccontano”, in
Io, Pierre Rivière ..., cit., pp. 228-229.
[8] J.-P. Peter e J. Favret, "L'animale, il pazzo, il morto", cit., p. 204.
[9] Ivi, p. 205.
[10] Così nella scheda di immatricolazione del carcere di Beaulieu. Cfr.
Io, Pierre Rivière..., cit., p. 181.
[11] M. Foucault, "Presentazione", in
Io, Pierre Rivière..., cit., pp. X.
[12] Guy Gauthier (a cura di), "Il ritorno di Pierre Rivière. Conversazione con René Allio", in Gianfranco Gori (a cura di),
Passato ridotto. Gli anni del dibattito su cinema e storia, Firenze, La casa Usher, 1982, pp. 77-84, p. 79.
[13] Circa sessanta pagine nella versione Einaudi, quaranta nel manoscritto originale. Cfr. M. Foucault, "I delitti che si raccontano"
, cit.
[14] P. Rivière, "La Memoria", in
Io, Pierre Rivière ... , cit., pp. 53-114, p. 99.
[15]
Ivi., pp. 99-100.
[16] M. Foucault, "Presentazione", op. cit., p. XI.
[17] Ivi, p. XII.

[continua qui]

lunedì 29 ottobre 2007

Lontano/vicino: Combahee River Collective


Barbara Smith, Beverly Smith, e Demita Frazier del Combahee River Collective [1] partecipano alla manifestazione contro il silenzio e l'indifferenza di media e polizia di fronte allo stupro e all'omicidio di alcune donne nere nell'area di Boston nel 1979.
In soli quattro mesi, tra il 28 gennaio e il 30 maggio 1979, dodici donne nere sono uccise a Boston, per la maggior parte stuprate e poi strangolate. Il quasi silenzio della stampa locale, bianca e razzista, è rotto solo dal settimanale nero locale Bay State Banner. Il primo aprile circa 500 persone manifestano per le strade di Boston, ma gli interventi - quasi unicamente di uomini neri - si limitano a denunciare il carattere razzista degli omicidi, auspicando che le donne restino a casa sotto la protezione degli uomini [2].
Barbara Smith e Lorraine Bethel del Combahee River Collective, che partecipano alla manifestazione con altre componenti del gruppo e numerose femministe lesbiche nere, redigono un testo fortemente critico contro questa lettura riduttiva dei fatti, denunciando il carattere al tempo stesso razzista e sessista di questi omicidi e sottolineando l'urgenza di affrontare la questione della violenza anche all' interno della stessa comunità nera.
Il Combahee River Collective [3] era nato a Boston qualche anno prima (inizi 1974) su iniziativa di Barbara Smith che aveva partecipato al primo incontro della National Black Feminist Organisation a New York nel 1973 [4]. Nell'aprile del 1977 il gruppo scrive una sorta di manifesto programmatico [5], che ripercorre la genesi del Black Feminism, i problemi particolari ai quali sono confrontate le femministe nere, così come anche i loro temi e progetti privilegiati, e definisce la politica del gruppo come orientata alla lotta contro l'oppressione razzista, sessista, eterosessuale e di classe. Il Combahee River Collective indica quindi la necessità di un'analisi e una pratica basate sul fatto che i principali sistemi di oppressione sono articolati insieme e che come tali devono essere combattuti.
E in questo senso che (senza desolidarizzarsi da) le militanti del Combahee River Collective criticano la "sorellanza" naturalista-razzista di una (buona) parte del movimento femminista dell'epoca, così come la politica sessuale naturalista-nazionalista-patriarcale di una parte del movimento nero, ma anche l' omofobia/lesbofobia presente nei movimenti (da cui non erano esenti anche molte femministe nere), il rischio identitario, l'antisemitismo ...
Leggendo queste pagine non si può che restare meravigliat*, come ben scrive Jules Falquet [6], del coraggio, politico e personale, di queste militanti, che in un contesto storico particolarmente difficile, hanno saputo elaborare una politica propria, autonoma, lontana da ogni essenzialismo e proporre un progetto politico "che offre una sorta di sintesi che potremmo qualificare 'universalista' nel miglior senso del termine, poiché si tratta di rifiutarsi di sacrificare certe liberazioni ad altre" [7].
Guardando alla situazione attuale dove, a una recrudescenza senza precedenti del sessismo e del razzismo nelle loro diverse e molteplici forme, [8] risponde un attivismo vario ed etorogeneo e in molti casi coraggioso (lotte dei/delle migranti, mobilitazioni delle donne contro la violenza maschile, lotte contro la lesbo/omofobia, per l'autodeterminazione, contro l'arroganza clerico-fascista e uno Stato sempre più poliziesco) ma spesso ancora incapace di cogliere - fino in fondo - l'articolazione tra i diversi sistemi di oppressione, mi chiedo: le azioni e le analisi del Combahee River Collective sapranno davvero ispirarci [9]?


NOTE:

[1] La foto è nel sito FemmeNoir.
[2] Per questa ricostruzione e per i successivi cenni storici sul Combahee River Collective faccio riferimento al documentato e bell' articolo di Jules Falquet, "The Combahee River Collective, pionnier du féminisme noir. Contextualisation d'une pensée radicale", in Jules Falquet, Emmanuelle Lada e Aude Rabaud, (Ré) articulation des rapports sociaux de sexe, classe et 'race'. Repères historiques et contemporains , Cahiers du Cedref, 2006, pp. 69-104.
[3] Il nome fa riferimento ad un fatto storico ben preciso, ovvero la liberazione di oltre 750 schiav* nel 1863 grazie ad un'audace azione di guerriglia di Harriet Tubman, militante abolizionista nera. In questo modo le militanti del Combahee River Collective ricordavano le lotte delle donne nere negli Stati Uniti e ne rivendicavano l'eredità.
[4] La NBFO.
[5] Pubblicato per la prima volta nel 1979 in una raccolta a cura di Zillah Einsenstein (Capitalist Patriarchy and the Case for Socialist Feminism, Monthly Review Press), il manifesto è ripubblicato nella celeberrima raccolta curata da Gloria Anzaldua e Cherrie Moraga, This Brigde Called My Back. Tradotto in spagnolo nel 1988 e in francese nel 2006 da Jules Falquet ("Déclaration du Combahee River Collective", in J. Falquet, E. Lada e A. Rabaud, (Ré) articulation des rapports sociaux de sexe, classe et 'race'. Repères historiques et contemporains, cit., pp. 53-67), questo manifesto è stato tradotto in italiano nell'antologia Sistren, presentata nel luglio 2005 presso Luna e le Altre a Roma. Pubblicazione militante, la raccolta Sistren è in via di revisione e sarà pubblicata come autoproduzione all'inizio dell'estate 2008. Ringrazio Barbara e Veruska per quest'ultima, preziosa, segnalazione.
[6] J. Falquet, "The Combahee River Collective, pionnier du féminisme noir. Contextualisation d'une pensée radicale", cit.
[7] Ibidem.
[8] Recrudescenza che si nutre e alligna nell'ignoranza proposta da politici e media, nell'estrema precarietà di settori sempre più ampi della popolazione, in un'ingerenza pesante del Vaticano che sprofonda l'Italia sempre più lontano da una cultura laica rispettosa delle unicità e delle differenze ... eccetera, eccetera.
[9] J. Falquet, chiudeva il suo articolo, augurandoselo.

domenica 21 ottobre 2007

Violenza sulle donne e razzismo

Sono inorridita da come certa stampa (diciamo praticamente quasi tutta) tratta la questione della violenza sulle donne (e in primis lo stupro) esclusivamente per rinforzare una certa cultura sessista e razzista. Ne parlavo già ai tempi del barbaro omicidio di Hina Saleem, uno dei pochissimi omicidi in famiglia saltati all'onore delle cronache (mentre di tante donne uccise da mariti, fidanzati, ex e amanti a stento se ne parla in qualche striminzito trafiletto). Ma nel caso di Hina tutt* avevano il proprio "guadagno" (come avviene nel caso dello stupro se lo stupratore è un "immigrato" anziché un "bravo italiano", chissà se posso parlare di una sorta di economia politica della violenza contro le donne?): dai razzisti di destra ai rappresentanti di governo fino alle finte (o interessate) garanti dei diritti delle donne come Daniela Santanché ...
.

venerdì 19 ottobre 2007

Sessismo e razzismo: informazione e deformazione

Il sessismo e il razzismo - nelle loro diverse forme: razzismo anti-migranti, lesbofobia, omofobia, transfobia, antisemitismo, razzismo anti-rom, violenza sulle donne ... - sono tra le più spietate modalità di dominio all'opera nelle società contemporanee con conseguenze drammatiche e talvolta micidiali sulla vita delle persone che ne subiscono gli effetti.
Affrontare questi fenomeni in termini di "emergenza securitaria" - anziché esplorarne le cause reali che sono attinenti ad un rapporto di potere di tipo sociale, economico e politico, nonchè culturale - si rivela utile solo a chi questo potere lo detiene come hanno dimostrato, dolorosamente, recenti fatti dall'omicidio di una donna nell'aula di tribunale che doveva sancire il suo divorzio da un marito violento agli ultimi suicidi di migranti nei Centri di permanenza temporanea.
In questo contesto, un ruolo determinante è svolto dall'informazione che spesso - volutamente o "spontaneamente" - riproduce moduli e criteri che non intaccano ma anzi rafforzano questi rapporti. E' sullo sfondo di queste (ed altre ...) riflessioni che ieri, leggendo su un quotidiano bolognese un articolo nelle pagine di cronaca, ho deciso di scrivere una lettera che ho inviato, oltre che allo stesso quotidiano, ad altri organi di informazione, amiche ed amici impegnati nella lotta contro il sessismo e il razzismo, gruppi ed associazioni femministe ed anti-razziste, operatrici/tori della comunicazione, studiose e studiosi del razzismo e/o del sessismo.
Quella che segue è una sorta di "cronaca nella cronaca" che pubblico sperando di sollecitare ed estendere una riflessione e una maggiore attenzione critica ed autocritica.
Ringrazio quant* hanno risposto al mio mail - offrendo ulteriori spunti di riflessione che invito a riproporre anche qui - e in particolare a Cristina Papa de Il Paese delle Donne che ha ripreso la notizia. Infine un grazie anche alla redazione de Il Bologna che ha pubblicato oggi la mia lettera: spesso lettere di questo tipo, ad altri quotidiani, vengono cestinate.


Lettera via mail a Il Bologna 18 ottobre 2007

Leggo sul giornale (Il Bologna) dell'ennessimo stupro avvenuto ieri in città. Una giovane migrante è stata stuprata da tre uomini che si erano introdotti per rapina in una villa dove la donna lavorava (sembra non in regola) come "colf". Rileggo più volte l'articolo, non riesco quasi a crederci. Il titolo in prima pagina è "Assalto in villa con stupro, ritorna l'incubo dei banditi". A pagina 20 l'articolo con un occhiello: "Ritorna la paura. Dopo diversi mesi di calma apparente, l'episodio di ieri mattina ha destato preoccupazione nella comunità: riecco i banditi".
Quindi questo non è l'ennesimo stupro, è l'ennesima rapina. Nonostante (come si evince dall'articolo) i rapinatori "non hanno portato via nulla", sono rapinatori non stupratori.
Quello che preoccupa ed importa è il tentativo di rapina, l'attentato alla "proprietà" e alla "sicurezza" dei proprietari (meglio se "autoctoni"). Lo stupro in questo caso è "un incidente di percorso".
Dopo "diversi mesi di calma apparente?"
Sono anni che si parla di "emergenza stupro" , ma quando "tra le pareti domestiche" viene stuprata una colf migrante l'accento è posto sull'"emergenza rapine".
Vincenza Perilli


Lettera via mail di un redattore de Il Bologna

Il riferimento ai mesi di calma apparente era alle rapine in villa, considerato che le ultime risalgono all'anno scorso e non agli stupri, numerosi in questi ultimi mesi e anche da noi documentati. La pagina 21 ripercorre infatti tutti i precedenti per rapina in zona. Il fatto che lei insinui che per noi la violenza sessuale su una straniera sia di minor conto, non può far altro che dispiacerci e indignarci
Distinti saluti
xy


Lettera via mail a xy, redattore de Il Bologna

Gentile xy,
io non "insinuo", mi limito a constatare che, in questo caso, l'episodio viene inserito nella serie "rapine" da cui l'accenno alla "calma apparente" che quest'atto avrebbe interrotto, e non nella serie "stupri".
L'occhiello al quale mi riferivo ( "Ritorna la paura") è a pagina 20, quella in cui, sotto il titolo di "Stuprata da banda di rapinatori colf sotto shock lancia l'allarme" vi è l'articolo annunciato in prima pagina con il titolo "Assalto in villa con stupro, ritorna l'incubo dei banditi".
Il fatto che nella pagina seguente all'articolo, vi sia un'altro articolo che ripercorre le precedenti rapine messe a segno in Emilia negli ultimi sette anni non fa che confermare la mia impressione.
Perché questa violenza diventa un capitolo della storia delle rapine e non della storia degli stupri?
Perché non cogliere l'occasione per un approfondimento sulla questione stupro? O lo stupro passa naturalmente in secondo piano rispetto ad altre "emergenze"?
Più precisamente: visto che spesso lo stupro viene mediatizzato e usato in chiave "anti-immigrati" perché non cogliere l'occasione per sottolineare che le donne migranti - non meno e forse più di altre - sono vittime di violenza, per strada, nelle proprie case ma anche sui luoghi di lavoro che molto spesso (come nel caso delle cosiddette "colf" e "badanti") sono le case di altri?
Più che il suo dispiacere e la sua indignazione io volevo provocare una riflessione (e tra l'altro avevo inviato questa lettera alla rubrica lettere sperando in una pubblicazione per sollecitare una discussione pubblica, non certo per ricevere una risposta in forma privata).
Ci tengo a sottolineare inoltre che il problema che pongo, non è specifico del vostro giornale (stamattina ho letto il vostro), ma riguarda in generale i criteri con i quali si fa informazione.
Auspicherei tra l'altro una maggiore riflessione sul linguaggio (termini quali ad esempio "banda di slavi" autori delle rapine nell'articolo a pagina 21) e sulle forme di stigmatizzazione etnica o razziale che rischia di riprodurre.
Distinti saluti
Vincenza Perilli


Lettera via mail di xy, redattore de Il Bologna

Non voglio innescare un botta e risposta infinito, ma:
1) la notizia di ieri era che tre persone, non certo per una visita di cortesia, si introducono in una casa e violentano una ragazza. Se poi non hanno trovato nulla da portar via, sempre un tentato furto o rapina rimane. Ergo: rapinatori e stupratori.
2) Se i rapinatori che hanno agito nel 2005, e arrestati poi dalle forze dell'ordine, sono di origine slava, come li dobbiamo chiamare?
Io come lei auspico che si inneschi un dibattito sulla sicurezza in generale in città, che si faccia luce sui casi di violenza domestica, violenza in strada e violenza al patrimonio


Lettera via mail a xy, redattore de Il Bologna

Neanch'io voglio innescare un botta e risposta.
Le scrivo solo per dirle che mi accorgo ora che ho inviato la lettera all'indirizzo della redazione (bologna@ilbologna.com e non a quello della rubrica Lettere ovvero lettori@ilbologna.com, provvederò subito), da qui forse le sue risposte private.
Comunque visto che lei mi chiede "come li dobbiamo chiamare" a proposito della "banda di slavi", le rispondo che potreste semplicemente chiamarli "banda di rapinatori".
Ancora distinti saluti
Vincenza Perilli


Lettera via mail, pubblicata oggi, alla rubrica Lettere de Il Bologna

Leggo sul giornale (Il Bologna) dell'ennessimo stupro avvenuto ieri in città. Una giovane migrante è stata stuprata da tre uomini che si erano introdotti per rapina in una villa dove la donna lavorava (sembra non in regola) come "colf". Rileggo più volte l'articolo, non riesco quasi a crederci. Il titolo in prima pagina è "Assalto in villa con stupro, ritorna l'incubo dei banditi". A pagina 20 l'articolo con un occhiello: "Ritorna la paura. Dopo diversi mesi di calma apparente, l'episodio di ieri mattina ha destato preoccupazione nella comunità: riecco i banditi".
Quindi questo non è l'ennesimo stupro, è l'ennesima rapina. Nonostante (come si evince dall'articolo) i rapinatori "non hanno portato via nulla", sono rapinatori non stupratori.
Quello che preoccupa ed importa è il tentativo di rapina, l'attentato alla "proprietà" e alla "sicurezza" dei proprietari (meglio se "autoctoni"). Lo stupro in questo caso è "un incidente di percorso".
Dopo "diversi mesi di calma apparente?"
Sono anni che si parla di "emergenza stupro" , ma quando "tra le pareti domestiche" viene stuprata una colf migrante l'accento è posto sull'"emergenza rapine".
Vincenza Perilli

[La "cronaca della cronaca" continua nei commenti ... ]

*Solo ora, alle 23.37 e a post pubblicato scopro che la mia lettera è stata ripresa nel suo sito anche da Franco Cilenti, giornalista pubblicista, che ringrazio.
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* Stamani, 20 ottobre, ho appreso dai quotidiani che la giovane donna - di fronte agli accertamenti degli inquirenti -, ha ammesso di essersi inventata tutto. Sembra che (come riporta Il Resto del Carlino) lo abbia fatto per giustificare una gravidanza che la famiglia "musulmana come lei" (stralcio ancora da Il Resto del Carlino) non avrebbe accettato e tollerato perché fuori dal matrimonio. Il ritardo nella denuncia non sarebbe stato dunque motivato solo dalla paura della ragazza - non in regola con il permesso di soggiorno - ma dal timore che le indagini potessero portare a galla la verità.
Queste ed altri elementi emersoi dalla cronaca di oggi meriterebbero delle riflessioni ulteriori, ma mi limito semplicemente a sottolineare che la smentita del fatto non toglie nulla al senso e alla necessità delle mie critiche.
Nell'edizione odierna de Il Bologna sono state pubblicate due lettere che si riferivano alla mia di ieri. Francesca (che ringrazio e che ringrazierò a nome di tutt* inviando mail alla rubrica lettere del giornale) scrive:

Ale ieri chiedevi dove sono le femministe? La lettera di oggi sullo stupro di una giovane straniera mi sembra che risponda alla tua domanda. Piuttosto tu dov'eri quando le femministe si mobilitavano in città? Lo stupro non è colpa delle femministe!

Nell'altra lettera un certo ( o una certa) Via Lame scrive:

Cara Vincenza Perilli, ti ricordo che il 90% degli stupri è compiuto da extracomunitari su donne italiane. Ma per te è più importante il "politically correct" che il terrore e il degrado che hanno portato questi gentili "ospiti".

Non credo che Via Lame frequenti questo blog, quindi scriverò anche a lui/lei. Se qualcun* vuole farlo l'indirizzo è lettori@ilbologna.com

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Sessismo e razzismo: informazione e deformazione è anche in Kilombo, Indymedia, Reset, Fainformazione e diversi aggregatori di notizie quali Wikio. Grazie anche a Hamilton's Blog.

lunedì 15 ottobre 2007

Autodifesa femminista ed altre alternative

Solutions: Female Rage and Other Alternatives è l'ultimo capitolo di un libro dei primi anni 70, The Politics of Rape [1], parzialmente tradotto e poi pubblicato dal collettivo femminista romano Limenetimena [2]. In questo capitolo - titolo in italiano: Una soluzione: violenza femminista ed altre alternative [3], è sottolineata l'importanza della resistenza e dell'uso di tecniche di autodifesa da parte delle donne per opporsi alla violenza esercitata dagli uomini [4].
Vengono elencate una serie di
tecniche di resistenza, dall'urlo all'uso di "armi improprie" [5], molte delle quali saranno riprese in libri, opuscoli e vari altri documenti prodotti e fatti circolare in quegli anni [6]. E' indubbio infatti che, sebbene alcune tecniche di autodifesa fossero già state sperimentate dalle suffraggiste inglesi (che le usavano per contrastare la violenza della polizia durante le manifestazioni) e dalle operaie tedesche (che, negli anni 30, dovevano difendersi dagli attacchi fascisti), solo con il movimento femminista degli anni 60-70 vengono messi a punto dei veri e propri manuali e corsi di autodifesa.
Attingendo a svariate tecniche (dalle arti marziali quali il Jiu Jitsu al Wendo) questi divengono (insieme ai centri anti stupro
[7], ai Rape Speak-out [8] e ai gruppi di azione anti stupro[9]), dei formidabili strumenti per denunciare la violenza e opporvi resistenza. Lungi dall'essere solo un elenco di mosse e tecniche di combattimento, questi manuali e corsi erano parte integrante di un più complessivo percorso di lotta che partiva dalla lucida e spietata analisi femminista della violenza di genere come ancorata (e nello stesso tempo generata) da uno specifico rapporto di potere: quello che intercorre cioè tra chi questo potere lo detiene (gli "uomini") e chi lo subisce (le "donne") [10].
Questo enorme patrimonio storico e politico (rivisto criticamente, adattato e ridiscusso) è alla base di molte esperienze attuali, dai manuali di autodifesa in circolazione ancora oggi
[11] alle tecniche usate nei corsi organizzati da e per donne, lesbiche e trans [12].
Nello stesso tempo, però, assistiamo al proliferare in quest'ultimo periodo di corsi di
autodifesa femminili organizzati da palestre, comuni, associazioni, circoli anziani e ricreativi, poliziotti in pensione, ex-bodyguard e palestrati precari nonchè da qualche immancabile wonderwoman (le super donne pronte ad aiutare le "sorelle" più deboli e sprovvedute non mancano mai ....).
Questi corsi sono, in alcuni casi, rivolti esplicitamente alla "sensibilizzazione sul problema delle aggressioni in genere e stupro, rapina, violenza domestica in particolare"). Insieme, negli scaffali delle librerie si accumula un numero sempre maggiore di pubblicazioni, alcune delle quali pubblicizzate con un eloquente "Gli impegni quotidiani di una donna la portano sempre più spesso a essere da sola in situazioni di potenziale pericolo"
[13].
Tutto questo mi allarma ed irrita.
Per cominciare siamo ridotte nuovamente a vittime. In secondo luogo il complesso rapporto di potere che è alla base delle violenza esercitata dal gruppo dominante sui soggetti "dominati" viene ridotta ad una questione di "incapacità" fisica e/o psicologica. Siamo "noi" (donne, lesbiche, trans ...) in quanto potenziali
vittime a doverci sensibilizzare al problema: lo stupro è un problema delle "donne", anzi esiste un "problema donne" tout court (così come c'è stato un "problema nero" che non è mai diventato un "problema bianco" nonostante Malcom X ...) [14].
Del resto se fossimo state sufficientemente
sensibilizzate non ci saremmo messe ad andare in giro da sole e a rivendicare autonomia dentro e fuori casa (cosa che rende notoriamente gli uomini piuttosto nervosi, ricordo la donna uccisa dal marito perchè si rifiutava di cucinare...).
Per lo meno avremmo dovuto porci il problema di
saperci difendere ...
Ma niente paura care signore! ... sono in arrivo torme di prodi cavalieri senza macchia pronti ad insegnarcelo, a istruirci, a sensibilizzarci ... (e
voilà, in un attimo tutto il sapere che abbiamo accumulato anche su questa questione viene cancellato con un bel colpo di spugna ...)
Del resto difendersi non è una cosa
troppo difficile (nel senso che possiamo impararlo anche noi ...): come ebbe a dire non molto tempo fa un avvocato a difesa del suo cliente, per evitare uno stupro basta un morso (un "morsetto" per l'esattezza). E' sempre la solita storia: se una donna subisce uno stupro è perché, in un modo o nell'altro "l'ha voluto" o " se l'è cercato". Se poi lo denuncia è una menzogna (era consenziente e poi per qualche strano motivo ha cambiato idea, insomma la volubilità delle donne di goldoniana memoria ...), perchè in fondo sarebbe bastato - se solo lo avesse voluto - "un morsetto" per evitarlo.
Si evita generalmente di ricordare che anche gli uomini spesso soccombono quando sono aggrediti
di sopresa o da persone di cui si fidavano o dalle quali non se l'aspettavano (basta leggere la cronaca) e sono precisamente queste le condizioni in cui si verificano più frequentemente aggresioni di tipo sessuale (in ambienti che percepiamo non pericolosi, come l'interno della nostra casa o la casa altrui, e da parte di persone che conosciamo bene e che in alcuni casi amiamo ...). Queste condizioni non possono essere paragonate ad altre situazioni (guerra, guerriglia urbana, zuffe al bar o simili) dove comunque si è in uno stato (anche psicologico) diverso, dove è chiaro chi è il nemico dal quale dobbiamo difenderci (che sono poi le situazioni dove gli uomini sono più frequentemente confrontati alla violenza ).
Non voglio con questo sottovalutare l'importanza per i soggetti "inferiorizzati" e "dominati" di corsi di autodifesa, ma sottolineare che hanno efficacia solo e quando vengono fatti in uno specifico contesto e percorso (che è quello femminista). Contesto e percorso che si è enormemente modificato dagli anni 70, così come siamo cambiate (anche) noi. Insieme mi sembra importante denunciare questo tentativo più o meno subdolo di "sfruttare" la violenza sulle donne, non solo ai fini del
business ma anche per veicolare messaggi di tipo sessista e anche razzista [15].
Abbiamo dimostrato di saperci difendere (all'occorrenza)
con ogni mezzo necessario compresi morsi e "armi improprie" , come unghie e in alcuni casi forbici [16]. Siamo state capaci di autorganizzarci. Ci siamo date forza e sostegno reciproco. Ci resta molto ancora da fare ovviamente, tanto per cominciare tentare di non farci trasformare in Wonder Woman.
Se i dinosauri sono destinati all'estinzione così come (spero) tutti i superman e le wonderwoman del mondo intero, i messaggi sessisti e razzisti che veicolano rischiano di sedimentarsi e divenire operativi
[17].

NOTE:

[1] Diana E.H Russel, The Politics of Rape, New York, Stein & Day 1975.
[2] Limenetimena, La politica dello stupro, stampato in proprio, Roma 1976.
[3] Tradurre è un lavoro difficile, mal pagato e sottovalutato (come so bene per esperienza) ed è, per questi motivi, sempre meritorio, soprattutto quando, come nel caso citato, è fatto in un'ottica "militante". Cio' detto resta per me abbastanza incomprensibile la scelta di tradurre la parola "rage" con "violenza", invece che con collera, termine che avrei sicuramente preferito, anche pensando a Colette Guillaumin e alla sua "collera delle oppresse". Mi riferisco a C. Guillaumin, "Femmes et Théories de la société: remarques sur les effets théoriques de la colère des opprimées", in Ead. Sexe, race et pratique du pouvoir. L'idée de nature, coté-femmes, Paris 1992, pp. 219-239.
[4] Questa parte è preceduta dalla trascrizione di una interessantissima intervista ad una donna che aveva affrontato fisicamente un uomo che si vantava di aver commesso uno stupro.
[5] Ad esempio: sigarette accese da spegnere negli occhi, o vicino ...; penne o matite da usare come pugnali in faccia, occhi, collo...; spray, di qualunque tipo, meglio quelli sui quali c'è scritto di non spruzzare negli occhi ...; chiavi tenute insieme da un'anello, nella quale si infila la mano chiudendo il pugno e lasciando le chiavi all'esterno per colpire facendo molto male ...; ombrelli, ma è inutile darli in testa di piatto, meglio usarli di punta mirando a faccia, pancia ...; cavatappi, raro averne uno a portata di mano, peccato perchè è un'ottima arma usata contro faccia, collo e addome soprattutto se dopo il colpo si gira ...
[6] Tra i tanti Le violentate di Maria Adele Teodori (SugarCo, Milano 1977), testo interessante anche perché a quanto mi risulta è uno dei primi testi italiani in cui si parla di femminicidio.
[7] Gli attuali centri antiviolenza. Diffusosi inizialmente negli Stati uniti (il primo nasce nel 72), i Rape Center Crisis, offrivano sostegno morale e fisico alle donne vittime di stupro, accompagnandole all'ospedale e/o dalla polizia per la denuncia, fornendo informazioni mediche e legali. Ed anche un letto a quelle donne che non vogliono (o non possono) tornare a casa.
[8] Raduno di donne che pubblicamente raccontano le loro drammatiche esperienze di stupro. Memorabile quello organizzato da un gruppo di Radical Feminist nel 71 a New York.
[9] I Gruppi di azione anti stupro, nati inizialmente negli Stati Uniti, avevano messo a punto una serie di tecniche che potremmo definire di agitazione politica che avevano lo scopo prioritario di denunciare pubblicamente gli stupri e gli stupratori (ad esempio con picchetti e volantinaggi davanti alla casa o al luogo di lavoro di stupratori) e fornire una solidarietà visibile e tangibile alle vittime (o potenziali vittime) di stupro (ad esempio presenziando ai processi). Anche questo patrimonio storico non è andato del tutto perso, come hanno dimostrato recenti mobilitazioni.
[10] "Uomini" e "donne" sono intese qui non come categorie "naturali" ma come categorie sociali. La discriminante "sesso" contribuisce a costituire queste categorie così come alte variabili, quali la "razza", la classe, l'età, l'orientamento o la scelta o l' identità sessuale. Sono vittime della violenza di genere non solo le donne, ma tutt* coloro che vengono "inferiorizzati" (o "femminilizzati") e quindi lesbiche, sexworkers, transessuali di ambo i "sessi", migranti, bambine e bambini.
[11] Per esempio i manuali di autodifesa messi a punto rispettivamente dal Gruppo Autodifesa Filo-mena e dalle Maistat@zitt@, manuali che potete scaricare qui.
[12] A Roma le già citate Filo-mena si allenano al Laurentino Okkupato. Sempre a Roma i gruppi Wendo-Roma organizzano corsi di wendo solo per donne e lesbiche da circa dieci anni (e attualmente i corsi sono accessibili anche a donne sorde con traduzione in L.I.S. Potete contattarle qui wendo.roma@libero.it , e ... grazie per le info fanciulle!!!). A Bologna sono le Amazora che organizzano da diversi anni corsi di wendo per donne e lesbiche (per info sui corsi amazora06@yahoo.it). A Milano questa settimana partirà il corso (rivolto anche alle trans) delle Maistat@zitt@.
[13]
"Sola" in questo caso significa senza la presenza rassicurante e protettiva di un uomo ...
[14] Ed oggi un problema "immigrati"...
[15] Il discorso sul razzismo in relazione a discorsi e pratiche concernenti la violenza sulle donne è lungo, complesso e in parte ancora tutto da costruire. Mi limiterò ad osservare che già Angela Davis nel suo Sex, Race and Class (1982, tradotto in italiano come Bianche e nere) denunciava alla fine degli anni 70 il mito dello “stupratore nero”, che nell’America razzista era funzionale a giustificare e fomentare l’aggressione razzista verso la comunità nera. Davis mostra anche come le donne “bianche”, e più precisamente le femministe, siano state complici di questo sistema non riuscendo ad articolare insieme la loro lotta contro il sessismo a quella contro il razzismo verso i “neri”, uomini e donne. E' significativo che ancora il 25 novembre scorso, in occasione della grande manifestazione per la Giornata mondiale contro la violenza sulle donne a Bologna, l'unico documento/volantino che denunciasse "l'equazione sciagurata: violentatore=immigrato" fosse quello del Coordinamento migranti. In quest'ultimo anno molti sono stati gli implulsi per un nuovo ripensamento di queste questioni, ma nella stragrande maggiornaza dei casi tutto si è "risolto" con l'aggiunta in volantini e documenti di una frasetta rituale che recita più o meno così : "Denunciamo l'uso strumentale in chiave-anti-immigrato dello stupro. La maggioranza degli stupri avviene in casa ad opera di padri, mariti, amanti, fratelli ...". Chi parla? E a chi parla? Rinvio a bell hocks, Ain't a woman, ovviamente.
[16] Nonostante sia stata fatta passare per pazza (45 giorni di clinica psichiatrica, l'assoluzione piena per il marito violento e torturatore) e ridicolizzata in barzellette sessiste, mi assumo il rischio di riferirmi esplicitamente a Lorena Bobbit e alle sue epigone.
[17] E, del resto, sono questi i messaggi veicolati dal fumetto Wonder Woman e da altri simili. Ho usato quest'immagine essendone perfettamente consapevole, ma più che la woman in questa copertina mi interessava il dinosauro. E l'altra donna che dal margine giunge di corsa, in soccorso.

mercoledì 10 ottobre 2007

Sessismo e razzismo. Un convegno

Programma del convegno organizzato da Nouvelles Questions féministes e dall'Università di Columbia a Parigi (10 novembre 2007, Reid Hall, 4 rue de Chevreuse, 75006 Paris)

L'imbrication du sexisme e du racisme en France et aux Usa aujourd'hui
9.15 Ouverture par Danielle Haase-Dubosc. Nouvelles Questions féministes et Reid Hall, une longue histoire qui ne nous rajeunit pas.
9.30 L'imbrication du sexisme et du racisme dans l'histoire de la revue Nouvelles Questions féministes par Christine Delphy et Patricia Roux.
10.00 Danielle Haase-Dubosc. Féminismes, postcolonialisme et transnationalismes.
10.30 Patricia Roux. L'instrumentalisation du genre: une nouvelle forme de sexisme et de racisme.
11.00 Christelle Hamel. La sexualité entre racisme et sexisme.
11.30 Pause café
11.45 Discussion
12.45 Déjeuner

14.00 Café à Reid Hall
14.15 Leti Volpp. Quand on rend la culture responsable de la mauvaise conduite.
15.15 Houria Bouteldja et Saida Rahal Sidhoum. Qu'est-ce qu'un féminisme « indigène » aujourd'h ui en France?
15.45 Christine Delphy . Peut-on lutter efficacement contre le patriarcat sans prendre en compte l e racisme?
16.15 Pause café
16.30 Discussion
17.30 Clôture.

Entrée libre dans la limite des places disponibles.
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* Una piccola precisazione per quanti/e negli ultimi mesi mi hanno inviato delle mail per "sgridarmi" (ma non solo! grazie e scusate se rispondo "collettivamente") : i post di questo blog non sono frequenti, è vero (ma non è per pigrizia, piuttosto per estrema precarietà e assoluto nomadismo). Nonostante tutto cerco di aggiornare quasi quotidianamente le rubriche nella colonna di destra. Quindi se non trovate un nuovo post, date un'occhiata nella Bacheca per appuntamenti da non mancare (avevo già indicato giorni or sono questo convegno, ieri l'appello per la prossima manifestazione per la libertà e i diritti dei/delle migranti ..., oggi la presentazione di Mamadou va a morire), o in Urgenze per appelli, campagne e iniziative da sostenere. Anche le altre rubriche meritano una visita dalle Letture di Marginalia a Eppur si muove (l'ultima new entry è il sito di maistat@zitt@, attualmente sottosopra ma tornano presto...), dalla Segnaletica a Bambine&Bambini ...
Infine: un po' perché mi facilitate le cose un po' perché se ho aperto un blog è per "socializzare" pratiche e saperi, piuttosto che una mail inviate un commento :-)