venerdì 11 settembre 2009

Caster Semenya, ermafrodito o nuova Venere ottentotta?

Il "caso" Caster Semenya, la splendida atleta sudafricana vincitrice della medaglia d'oro ai mondiali di atletica di Berlino, continua ad infiammare, sulla stampa e nei bar, un dibattito palesemente sessista e razzista. E' di oggi la notizia che i risultati degli ultimi test non lasciano alcun dubbio: Caster Semenya è "tecnicamente un ermafrodito ... non non ha utero e ovaie, ma testicoli maschili interni ... un elemento che spiegherebbe i livelli di testosterone tre volte superiori a quelli normali per una donna" (i corsivi sono miei). Elisa Cusma , vera donna presumo, sarà contenta. La Federazione internazionale di atletica per intanto non si pronuncia, almeno fino a quando i risultati non saranno analizzati da una nuova equipe di "esperti". Non posso che chiedermi: ermafrodito o nuova Venere Ottentotta? Non mi resta che esprimere tutta la mia solidarietà a Caster Semenya (bellissima), lasciandovi alla lettura di un articolo scritto ai primi di settembre da Jamila Mascat, Speriamo che sia femmina:

Ad accoglierla a Pretoria c'era anche il presidente Zuma, indignato e ferito nell’orgoglio sportivo per lo scandalo che ha travolto l’atleta, come la maggior parte dei suoi connazionali sudafricani. “Non le toglieranno la medaglia. L’ha vinta”, ha dichiarato Zuma perentorio, “la domanda non si pone nemmeno”. Winnie Mandela si è schierata pubblicamente dalla parte di Caster. “Siamo fieri della nostra ragazza”, ha detto, e riferendosi ai vertici dell’Associazione internazionale di atletica leggera, ha aggiunto che “i loro insulti possono metterseli dove meglio credono”, (traducendo vivacemente). Il resto del mondo nel frattempo aspetta con curiosità perversa indiscrezioni sui risultati dei cosiddetti gender test cui è stata sottoposta la golden girl, come l’hanno ribattezzata i giornali sudafricani. Che, si mormora, avrebbe in corpo il triplo del testosterone di una donna normale (?). E poco importa che la nonna continui a giurare che sua nipote è una lei. Allo stato attuale l’argomentazione più convincente circa la sua identità sessuale è “Sembra un uomo. Parla come Barry White”. Che forse è un po’ poco per gridare all’impostura. Semenya non somiglia a Brigitte Bardot, d’accordo. E nemmeno a Mick Jagger. E nemmeno a 2pac. E nemmeno a Hu Jintao. Potrei continuare all’infinito, ma cercare di dimostrare che 'sembra' una donna e non 'sembra' un uomo (perché in realtà ci sono miliardi di uomini e donne tutti diversissimi tra loro ecc.) sarebbe altrettanto ridicolo. C'è poco da dimostrare. What makes a woman? E’ stato il tormentone dei commentatori sul caso Semenya. Mettiamola retoricamnte così: donne si sceglie di essere. Oppure magari si decide di non esserlo più. Donne si transita, si sperimenta, si cambia. Che gli altri vogliano o meno. L’IAAF però non ci sta e obietta: sospettiamo con fondamento che sia un uomo. Non sono solo illazioni. Procediamo scientificamente, facciamo un test. E così sia. Adesso che ha vinto la medaglia (800 m in 1 min 55 sec 46 ) bisogna scoprire assolutamente cos'ha in mezzo alle gambe. I test di laboratorio a cui è stata sottoposta Semenya sono esami ginecologici ed endocrinologici. Difficile credere che l'identità di una persona possa essere testata in questo modo. Quello che le misurazioni ormonali possono esaminare, è tutt’al più una 'composizione' biologica. E ancora. Anche se sembra tanto più sofisticato l'insieme di questi esami non è poi molto diverso da un’operazione piuttosto rudimentale: prendere le misure. Mario ce l’ha lungo 20 cm. Maria ha la terza di reggiseno; quindi Mario è un uomo e Maria una donna. Il mondo M/F è apparentemente semplice perché basta barrare la casella corrispondente. Ma questo aut-aut della casella per molte persone è fuori luogo. Come quando da piccolo ti chiedono a chi vuoi più bene a mamma o a papà. Bisogna scegliere per forza? E se proprio è necessario tornare al biologico e alle misure, allora torniamoci fino in fondo. C’è chi nasce con cromosomi XXY. Chi presenta caratteri sessuali primari e secondari non unilateralmente definibili come maschili o femminili. Gli intersex sono naturali al cento per cento come le colture biologiche in Toscana. Eppure per barrare la casella giusta devono essere forzati fin da piccoli in una direzione o in un’altra e medicalizzati. “Naturalmente” sono non classificabili in un sistema binario esclusivo. I test psicologici mi lasciano altrettanto perplessa. Riusciranno a scrutare i moti più profondi del suo animo e scoprire quanto davvero Semenya sia una donna? Le chiederanno su preferisce i calzettoni o il reggicalze. Freddy Mercury avrebbe optato per il secondo. Se invece le piacessero le donne sarebbe per caso un prova ulteriore del fatto che è un uomo? E se le piacessero donne e uomini? Non oso immaginare cosa accadrebbe se le piacessero, che so, le coccinelle. Magari ai prossimi mondiali la farebbero gareggiare a Paperopoli in una sezione speciale con Pippo, Pollon e il Grande Puffo. Qualunque cosa accada con questi test l’unico risultato certo e barbarico è, ancora una volta, quello di assistere all’ispezione zoologica del corpo di una donna nera, trattata come una scimmia con la medaglia, da parte di osservatori sessisti. E privi di fantasia.
Era già successo clamorosamente quasi duecento anni fa con l'esposizione pubblica del corpo della giovane schiava sudafricana Sara Baartman, come ricorda questo post. La Venere ottentotta, deportata a Londra nel 1810, esibita nuda in giro per l’Europa di fronte all’occhio curioso di famelici scienziati e infine sbarcata a Parigi e diventata oggetto di studio di medici francesi ansiosi di dimostrare per mezzo dei suoi attributi l’inferiorità fisico-sessuale delle donne africane.
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giovedì 10 settembre 2009

Teoria femminista e attivismo in una prospettiva globale. Un convegno internazionale promosso dalla Feminist Review


Decisamente più interessante della Conferenza Internazionale sulla violenza contro le donne promossa dal nostro ministero per le (im)pari opportunità ... Il programma del convegno, organizzato dalla Feminist Review per i suoi trent'anni, è ricchissimo, tantissimi gli interventi previsti (Amina Mama dell'African Gender Institute, Vesna Niolic-Ristanovic dell'Università di Belgrado, Nishi Mitra, del Centre for Women's Studies di Mumbai, Rema Hamami della palestinese Birzeit University e Lidia Curti dell'Istituto Universitario Orientale di Napoli e tante altre partecipanti) e le sezioni (sulla violenza contro le donne, su femminismo, colonialismo, nazionalismo, sulle Trans/National Intersections ...). Insomma per chi può (soldi, lavoro, tempo) vale proprio la pena cominciare ad organizzarsi per un viaggetto ... Per maggiori info rinvio QUI.
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mercoledì 9 settembre 2009

Pillole di saggezza della ministra Carfagna in tema di razzismo e violenza sulle donne

Leggo qui e là dichiarazioni della ministra Carfagna in tema di razzismo e violenza sulle donne alla vigilia e durante la Conferenza Internazionale sulla violenza contro le donne promossa dal ministero per le Pari opportunità e dal ministero degli Affari esteri, conferenza inaugurata ieri alla Farnesina. Che la Conferenza fosse collegata alla campagna Respect women respect the world, il cui manifesto mostra "una rosa bianca, simbolo del candore del mondo femminile, che diventa gradualmente nera, avvelenata da quel male oscuro che è la violenza contro le donne", mi aveva già fatto correre un brivido lungo la schiena. Ma le dichiarazioni della ministra superano ogni più nera aspettativa. A suo dire i recenti episodi di razzismo "non vanno sottovalutati", certo, ma bisogna ricordare che l'Italia "è un Paese dalla forte tradizione cattolica" e dunque "non vanno confusi gli atti isolati di pochi ignoranti con il sentimento della società italiana''. Per quanto riguarda la violenza contro le donne, certo "la cultura machista in Italia c'è e va combattuta", ma pare che soprattutto vadano contrastate "quelle culture straniere che violano i diritti delle donne" e che "rischiano di far tornare l'Italia indietro". Perchè se nel mondo sono più di 140 milioni le donne vittime di violenze di ogni tipo, il dato è "sempre in crescita in Europa a causa dell’immigrazione". E la ministra ha anche ricordato, a suo modo, Hina Saleem, "punta di un iceberg".
Povera Hina. E povere noi tutte.
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Ancora sul presunto silenzio delle donne e le politiche di disciplinamento

Gridare al "silenzio delle donne" (o delle "femministe") è una forma discorsiva già molte volte sperimentata per soffocare il dissenso, ignorare prese di posizione scomode o non allineate, ed emarginare le pratiche di resistenza che quotidianamente le donne mettono in atto nelle strade, nei luoghi di lavoro e di "non lavoro". Ne avevamo già parlato qui a proposito delle oscene strumentalizzazioni dell'omicidio di Hina Saleem (e tante altre). Più volte abbiamo affermato che altrove andava denunciato un colpevole silenzio, quel silenzio che nell'Italia del pacchetto sicurezza, dei respingimenti, delle morti in mare e nei Cie, della progressiva clandestinizzazione, precarizzazione e criminilizzazione di strati sempre più ampi della società, non può che essere complice.
Ma gridare al silenzio delle donne è una pratica efficace, alcune se ne rendono (per quel perverso meccanismo che talvolta unisce vittime e carnefici o forse per questioni molto più pragmatiche, chissà) inspiegabilmente complici, stabilendo che è il momento, da questo silenzio, di uscire. Chi in silenzio non è mai stata (e non siamo poche) avverte, comprensibilmente, un certo fastidio tutte le volte che una tale forma discorsiva viene messa in campo. Ultimamente la strategia del "presunto silenzio delle donne" , dopo le rivelazioni estive sulle imprese sessuali del premier Berlusconi, ha rifatto capolino nel dibattito, e in grande stile. Domenica 5 settembre il quotidiano L'Unità ha ospitato un ampio resoconto del forum Il silenzio delle donne (costituito da giornaliste de L'Unità, deputate e parlamentari del Pd, femministe storiche), tutte a ribadire che è necessario "uscire dal silenzio, farsi sentire. Adesso. Perché le cose stanno già accadendo: la mortificazione, ogni giorno, di troppe donne". Qualcuna si è chiesta sgomenta leggendo: e tutto quello che ho fatto/detto/scritto (a volte anche urlato) finora, che fine ha fatto? Molto giustamente, qualche tempo fa, Floriana Lipparini (in un articolo dal significativo titolo di Non stiamo in silenzio) invitava le donne che avevano aperto il dibattito sul presunto silenzio delle donne, a non confondere "il non esserci con il non comparire", denunciando i meccanismi di potere che portano molte a non conquistare le prime pagine dei grandi quotidiani, una poltrona nei salotti televisivi o cinque minuti di celebrità nelle news dei telegiornali. Lipparini invitava anche a fare "un giro in internet", nei siti e blog gestiti da donne, a leggere quanto scrivono, fanno, propongono. Non so se Nadia Urbinati o altre del forum sul (presunto) silenzio delle donne lo abbiamo fatto. Non so quindi se hanno letto (o leggeranno) l'articolo di Adelaide Coletti, Il presunto silenzio delle donne e le politiche di disciplinamento. Ed è un vero peccato, perché illumina sulle ragioni che hanno portato tante donne, me compresa, non soltanto a provare fastidio per l'ennesima ingiunzione ad uscire da un silenzio nel quale non ci siamo mai accomodate, ma anche verso i termini nei quali il dibattito è stato costretto e gli intenti che ha rivelato. Scrive Coletti: "L’intento sembra essere quello di promuovere un mobilitazione femminile in autunno e la motivazione di fondo di questa chiamata alla piazza è l’indignazione circa le abitudini sessuali di Berlusconi, la mercificazione del corpo delle donne perpetrata dai mass media e da una politica che si sostanzia nell’intreccio sesso - denaro - potere usato come un’ arma di fascinazione e ricatto che ogni donna prima o poi incontra nel percorso volto alla sua realizzazione, considerata esclusivamente nell’accezione liberale e dunque come possibilità opportunistica di vincere la competizione con gli uomini e affermarsi nell’arena professionale. Questi argomenti sono l’unico focus di un dibattito che ne omette la connessione con le reali condizioni di vita delle donne -native e migranti- nel nostro paese, determinate da interventi etici che riportano i corpi a contenitori biologici, dalla privatizzazione dei servizi, dal doppio carico dal lavoro produttivo e riproduttivo, dalle politiche xenofobe, nonché della complicità femminile con i meccanismi di cooptazione del potere. All’omissione di questioni politiche nodali si somma l’esclusione dei soggetti della trasformazione: barricate dietro il paravento del presunto silenzio delle donne, escludono tutto ciò che si muove nella società". Poichè non sono certa che l'articolo di Adelaide Coletti sarà pubblicato sulle pagine del L'Unità (anche se pubblicarlo potrebbe essere un primo passo per rompere quel silenzio che si denuncia), ri-pubblico anche qui, come già altrove, Sul presunto silenzio delle donne e le politiche di disciplinamento. Buona lettura e riflessioni.

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Adelaide Coletti, Sul presunto silenzio delle donne e le politiche di disciplinamento


Sono numerosi i campi privilegiati d’osservazione della capacità dello Stato e delle sue istituzioni di esercitare attraverso le politiche di parità un’azione disciplinante in materia di relazione tra i generi. Si può ad esempio far riferimento alla gestione pubblica della violenza maschile sulle donne che si consolida assieme ai dispostivi sullo straniero, la marginalità, la psicopatologia, in una specie di esternalizzazione del problema. Si focalizza l’attenzione sulla donna che da soggetto di autodeterminazione diventa oggetto di normazione di uno Stato padre-padrone che si arroga il diritto di proteggerla con soluzioni legislative di stampo repressivo, e così procedendo recepisce e allo stesso tempo rafforza il pesante retaggio patriarcale della nostra società, salvo poi – per dirla con le parole dell’appello “maschilismo di stato, morte della democrazia”- ricoprire il ruolo di utilizzatore finale di prestazioni femminili per i propri svaghi, giocati in luoghi destinati a fini pubblici. Legittimare lo Stato nel ruolo di protettore significa dipendere dalle sue regole, le quali operano una costante divisione dei “bisognosi”. Così le donne che si comportano “ per bene” sono degne di protezione, alle altre che generalmente non sono italiane, ne bianche sono riservati i pacchetti sicurezza, la legge Carfagna, i centri di detenzione.


[continua QUI]

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lunedì 7 settembre 2009

Omofobia non è un concetto neutro

In questi tempi di inutili (se non dannosi) chiacchiericci volentieri pubblico questa importante riflessione/contributo di Azione Gay e Lesbica di Firenze, che parteciperà dopodomani, mercoledì 9 settembre, al presidio contro l’omofobia, la lesbofobia e la transfobia sui ponti di Firenze, assieme al Comitato Gay e Lesbiche Prato e ad altre associazioni glbt del territorio (appuntamento mercoledì alle 18 e 30 presso la sede di Azione Gay e Lesbica in Via Pisana 32r, Firenze e dalle 19 su Ponte Vecchio).

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Lesbiche, gay e trans osservano il mondo da una prospettiva obliqua, e in questo modo aggiungono al mondo stesso un punto di vista altro.
Siamo imprevisti/e/* come chi arriva da lontano, come chi arriva dalla povertà. Qualcuno/a odia noi perché in noi si rispecchia e cerca di distruggere con noi il suo desiderio che ha sempre represso, negato, nascosto, magari celandosi dietro uniformi, abiti talari o monacali, maschere neonaziste. Qualcuno/a freddamente ci nega, ci cancella dalla scena pubblica, perché vuole ri/costruire una società patriarcale e familista i cui pesi ricadano sulle donne prigioniere dei ruoli della tradizione; questo/a qualcuno/a vede nei gay, nelle lesbiche e nelle persone trans ostacoli al suo progetto reazionario. Qualcuno/a ci usa come capro espiatorio, come facile bersaglio perché una società impoverita, priva di diritti, ridotta a plebe cieca, possa sfogare la propria rabbia e le proprie frustrazioni. E’ già successo, settanta anni fa, e il gioco si sta ripetendo; di nuovo ci troviamo in compagnia di minoranze, immigrate/i, diverse/i a vario titolo. Qualcuno/a finge di prevederci, ma pretende che assomigliamo alla sua idea di noi e ci chiede di rinnegare dei pezzi di noi, in nome del quieto vivere e del decoro.
Qualcuno/a/* di noi finge di non essere imprevisto/a/*, cerca di passare inosservato/a/o, di scivolare con eleganza sulla scena senza turbare, senza spostare la polvere.
Qualcuno/a/* di noi cerca di vincere la paura mettendosi dalla parte degli aggressori, stabilendo gerarchie interne fra chi è più rispettabile e chi lo è meno, cercando attivamente di smarcarsi da altre vittime dell’odio. Qualcuno/a/* di noi non si meraviglia della violenza omofobica, ha fatto della paura un’abitudine. Qualcuno/a/* di noi si meraviglia della violenza omofobica, la vede come un prodigio cattivo senza cause riconoscibili, non legge la connessione fra le Svastichelle e la banalizzazione del neofascismo, fra l’estrema destra italiana e le croci celtiche nascoste dietro la rispettabilità delle cravatte. Qualcuno/a/* per darsi un ruolo fa spettacolo, fa la pagliaccia di lusso, il clown di regime, la trasgressione da fine settimana e rinnega la sua favolosità per un biglietto di seconda classe sul Titanic. Siamo tutte/i/* sul Titanic, la nostra società è il Titanic e la nostra società è anche l’iceberg contro cui il Titanic si schianterà. Lesbiche, gay e trans dall’Europa, dalle liberate città del possibile osservando un’Italia senza orgoglio civile, senza solidarietà sociale, senza difesa della laicità, senza memoria della sua storia resistente capiscono che in questo paese sfibrato lesbiche, gay e trans nel migliore dei casi saranno imprevisti/e/* e ignorati/e/*, nel peggiore aggrediti/e/* e cancellati/e/*. Lesbiche, gay e trans dall’Italia osservano i gommoni dell’immigrazione, sanno in cuor loro che chi odia quegli uomini e quelle donne imprevisti/e prima o poi se la prenderà con gli imprevisti/e della sua “etnia”. È già successo: i triangoli rosa di Auschwitz accanto alle stelle gialle ebraiche, ai triangoli neri asociali, ai triangoli scuri zingari. C’è chi lo rimuove, fra noi, c’è chi fa finta di niente, ma in cuor nostro tutti e tutte lo sappiamo.
Qua o ci salviamo tutti/e/* o non si salva nessuno-nessuna-nessun* Noi lesbiche, gay e trans sappiamo anche che i fondamentalismi e i clericalismi sono distruttivi: cambiano i nomi degli dèi, cambiano i paramenti dei sacerdoti, ma resta costante l’odio per chi è imprevisto/a/*. Contro lesbiche, gay e trans si cimentano improbabili alleanze, fra cattolicesimo e islamismo, fra stalinismo e ortodossia, fra neonazismo e pseudo psicanalisi. L’alleanza però che ci ferisce di più è quella fra la paura lgbt e l’opportunismo del potere.
Eppure noi ci siamo, continuiamo a vivere e a cercare la felicità, come tutti/e/*, come chi scappa e come chi arriva.

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Vedi anche Queer* against racism
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Il solito messaggio ...

E' il solito messaggio, scusate la monotonia, ma sembra proprio che tra ieri e oggi tutti i/le razzisti/e, sessisti/e, fascisti/e e via discorrendo (oltre qualche provocatore/trice apparentemente sinistrorso/a che fa da sponda da altri lidi) siano definitivamente tornati dalle vacanze e si siano dati appuntamento nel mio blog ... Che noia
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Partito democratico in burkini

Avevo già commentato l'episodio della donna di religione musulmana cacciata da una piscina veronese perché in burkini. In questi mesi di caldo torrido, gossip su Berlusconi&Co, allarme influenza suina e divieti vari (insomma si è parlato tanto di tutto tranne che dell'essenziale) quanto avvenuto nella Verona del leghista Tosi non è stato un caso isolato. Il sindaco di Varallo Sesia, Gianluca Buonanno, parlamentare della Lega Nord, non è stato da meno, varando un'ordinanza che vieta l'uso del burkini (anzi "burquini" probabilmente per sottolineare l'assonanza del costume più con il burqa che con il bikini), con sanzione di 500 euro. La dichiarazione di Buonanno segue il solito schema e stile leghista: "Non ci inchiniamo rispettosi verso usanze e atteggiamenti che non sono proprie della nostra civiltà, non dobbiamo per forza essere sempre tolleranti! Proviamo ad immaginare il bagno di una donna occidentale in bikini in un paese musulmano: la conseguenza potrebbe essere la decapitazione, il carcere, l'espulsione. Noi ci limitiamo a vietarne l'uso e se questa decisione creerà qualche malumore, potranno scegliere di immergersi con il burkini nella loro vasca da bagno". Non starò a polemizzare con Buonanno, non mi chiederò retoricamente perché il metro per giudicare scelte che riteniamo compatibili con il nostro assetto "democratico" e rispettoso dei diritti delle donne debba essere quello di società che giudichiamo "non democratiche" e non rispettose dei diritti delle donne, nè tanto meno mi soffermerò a sottolineare che purtroppo, in alcuni paese musulmani, non sono solo le "donne occidentali" a correre gravi rischi nell'esercizio della propria libertà (come del resto, seppure in maniere diverse, qui in "occidente"), ma donne, gay, lesbiche, trans "non occidentali". Non starò a polemizzare perché una risposta pubblica a Buonanno l'hanno già data alcune esponenti del Pd, che insieme a compagni di partito, hanno fatto il bagno in un torrente di Varallo indossando il burkini (le donne in burkini, i maschi in mutande). Premesso che ognuno/a è libero di scegliere le maniere più opportune per manifestare il proprio dissenso, e che in altre occasioni e contesti non avevo trovato inutile la protesta con veli e kefiah come atto di solidarietà verso una donna di origine marocchina vittima di razzismo sul luogo di lavoro, direi che da un partito detto democratico e variamente coinvolto nell'attuale clima di intolleranza verso donne e uomini migranti ci si potrebbe aspettare qualcosina di più. Perlomeno rispondere a colei che firmandosi "un'elettrice" interviene nel blog del circolo Pd Barack Obama, illuminando con il suo commento il volto oscuro e confuso del popolo del partito democratico italiano. Scrive: "Premetto che mi occupo di pari opportunità – argomenti di questo genere mi stanno perciò molto a cuore. Addentrarsi qui in tematiche simili comporterebbe molti più caratteri di quelli che ho a disposizione – semplificherò. Il Burquini è un indumento che come donna non si può condividere: 1) è un’imposizione della cultura maschile tradizionalista 2) fare il bagno con una veste del genere è pericoloso. Ricordo che non molti anni fa alcune ragazzine in Turchia sono morte affogate perché ostacolate nei movimenti da indumenti ingombranti (non soccorse dai bagnanti ma lasciate letteralmente morire perché toccare una donna in quella situazione sarebbe stato peccato); ricordo anche che in Francia è stata accolta la pur contestata legge sull’identificabilità dei volti, ovvero niente velo coprente nei luoghi pubblici. Ci sono dunque varie questioni legate all’abbigliamento tradizionale su cui riflettere, e varie soluzioni, più o meno estreme e/o condivisibili, al problema della convivenza di varie culture. Non credo che indossare il burquini sia la risposta giusta per le donne cui è imposto. Forse una forza democratica renderebbe loro un miglior servizio con altri interventi che dimostrazioni strumentali in risposta all’ottusità dell’ennesimo Kapò leghista. Un’elettrice".
La gestione politica di questa performance in burkini la lascio alle/ai protagonisti, da parte mia, da modesta non-elettrice del Pd, mi limito a dare qualche risposta all'elettrice. La tesi secondo la quale indossare il burkini è una scelta che come donna non si può condividere, è insostenibile, a meno di presupporre che quelle che lo indossano non sono donne o siano una sottospece di donne. Il riferimento alle ragazzine affogate in Turchia (ma ci sono stati anche altri casi, che ora nella fretta non riesco a documentare) è terroristico (nel senso letterale: atto a incutere paura, terrore) oltre che falso. Quelle donne sono morte non perché indossavano il burkini, ma perché facevano il bagno completamente vestite dalla testa ai piedi, con abiti di tessuti che bagnati pesano come piombo. Il burkini (inventato da una donna, la stilista libanese Aheda Zanetti), è fatto invece (come i costumi recentemente indossati dalla campionessa di nuoto Federica Pellegrini) di uno speciale materiale che non si incolla alla pelle, non si inzuppa come i tessuti tradizionali e lascia una completa libertà di movimento. Anche il riferimento alla legge francese sulla "riconoscibilità del volto" è terroristica e fuorviante perché il burkini non ha nulla a che fare con il burqa, visto che lascia il volto scoperto.
Il burkini, oltre che un'abile operazione commerciale (come il pacchetto Vacanze&Ramadan proposto da un imprenditore italiano di Rimini o i cosmetici halal che alimentano un business di oltre mezzo miliardo di dollari all'anno, ma in questi casi nessuna/o grida allo scandalo), è in un certo senso una forma di secolarizzazione delle tradizioni (e tra queste della tradizione islamica) e credo che andrebbe interpretato nella sua ambivalenza: da una parte mantiene un legame con le tradizioni ma dall'altro è anche sintomo di un processo in corso che non può essere schiacciato sulla rigida osservazione dell'ortodossia. Per lo meno non da chi ha (o dovrebbe avere) a cuore la lotta ad ogni forma di integralismo.
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sabato 5 settembre 2009

Ma (donne), madri, assassine ...


L'opera che riporto qui sopra si intitola Ferror, una delle sette Madonne riviste dalle artiste Lilia Chak e Galina Bleikn per la mostra Lady, Mother, Bloody Murder…, un progetto artistico sul "terrorismo al femminile". Se in questa tela (una rivisitazione della Madonna con bambino detta anche Madonna di Alzano di Giovanni Bellini), la Madonna ha il volto coperto da un velo nero, nelle altre (di Botticelli, Raffaello, Leonardo ...) le Madonne hanno il volto di altrettante donne terroriste palestinesi, autrici di alcuni attentati degli ultimi anni in Israele. La mostra, inaugurata il 3 settembre a Tel Aviv, è stata però già bloccata, dopo veementi proteste, poiché giudicata offensiva della sensibilità dei parenti delle vittime e del Cristianesimo. Ne parlano un articolo di oggi su L'Unità e Doriana Goracci nel suo Mattine e notti da Madonne, che riportano le scarne notizie diffuse da un comunicato dell'Ansa e tra queste una dichiarazione delle artiste che respingono ogni volontà di idealizzare la figura delle terroriste palestinesi, affermando "che al contrario intendevano mettere in guardia dalla terribile metamorfosi di coloro che, come donne dovrebbero essere figure materne, in terribili macchine di morte". Sarebbe forse bastato dare un'occhiata al video Ferror di Lilia Chak (costituito da sette frammenti, immagini dei luoghi dove ci sono stati i sette attentati fatti dalle terroriste rappresentate nei quadri, luoghi in cui l'artista ha raccolto zolle di terra poi poste ai piedi delle tele durante la mostra), per aprire su questo lavoro (non facile e sicuramente problematico) un dibattito certo difficile, ma forse illuminante, sulle ragioni e i costi di un conflitto. Conflitto nel quale (ma poteva essere diversamente?) sono coinvolte anche le donne, in maniere diverse, non sempre condivisibili nè rassicuranti.
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Migranti e politica dei respingimenti su Rai 3

Domani sera su Rai 3, alle ore 21, torna il programma di Riccardo Iacona Presadiretta. Questa prima puntata sarà focalizzata su migranti e politica italiana dei respingimenti, con tra l'altro, immagini esclusive dei primi respingimenti avvenuti il 6 e 7 maggio scorso ed i conseguenti trattamenti della polizia libica ai primi uomini e donne migranti respinti.
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giovedì 3 settembre 2009

In ricordo di Egidio Monferdin

"Il primo settembre Egidio Monferdin ci ha lasciati. È morto a Bologna, circondato dall’amore di Monica e dall’affetto di molte compagne e di molti compagni. Era nato in Istria nel 1946. Poco dopo la sua nascita, la sua famiglia si ritrovò esule in campo profughi nei pressi di Cremona. E a Cremona frequentò l’alta e informale scuola politica di Danilo Montaldi, dal cui metodo di lavoro imparò la straordinaria arte di ascoltare quelle che allora si chiamavano le classi subalterne. Iscritto alla facoltà di medicina a Padova, si mise in contatto con Potere operaio, di cui divenne militante. Dopo la crisi di Potere operaio, verso la metà degli anni ’70 fu attivo nell’Assemblea autonoma di Porto Marghera e nel giornale operaio «Lavoro Zero». Intanto, a Mestre, dedicava molto del suo tempo al centro di sostegno per adolescenti mentalmente disturbati, nonostante il magro salario. Erano gli anni in cui più si concedeva un po’ di tempo per le immersioni in apnea, sovente spinte al limite della temerarietà, nel suo mare Adriatico.

Arrestato il 21 dicembre 1979 nell’ambito dell’inchiesta 7 aprile, ha trascorso più di 7 anni in varie carceri della Penisola, pagando di persona la rivolta politica di una generazione e di una classe: in prigione però economizza l’investimento nella propria difesa legale per cercare di aiutare i comuni nella loro pratiche legali e nel loro desiderio di leggere e di apprendere.

Stabilitosi a Bologna verso la metà degli anni ’90, Egidio vive la nuova e ricca stagione che inizia con la campagna No-Ocse e la «Libera Università Contropiani». Attraversa per intero il momento tumultuoso che si inaugura a Genova nel 2001 impegnandosi nel Bologna Social Forum e nello spazio pubblico di XM24 e, fino a oggi, nella militanza nel Coordinamento Migranti Bologna. Lavora però anche allo sviluppo della tipografia interna al carcere della Dozza: un progetto che parla di libertà e si chiama «Il profumo delle parole». In questo decennio Egidio mostra, ancora una volta, una chiara intelligenza dei cambiamenti e delle occasioni che il movimento offre, ma anche una notevole tensione critica verso i limiti che maturano. È stato fino in fondo convinto della novità politica rappresentata dai migranti in Italia e in Europa. Centinaia di migranti l’hanno conosciuto nelle assemblee e nelle riunioni, l’hanno ascoltato, hanno discusso con lui, hanno condiviso con lui il lavoro di organizzazione di un movimento autonomo dei migranti. Riservato e composto, Egidio Monferdin possedeva una calma suprema nelle situazioni difficili. Forse era questa la dote che molti gli invidiavano e che gli ha permesso di affrontare, sullo sfondo di un sorriso, brevi attimi fulminanti e lunghe riunioni complicate. Questo oggi ci resta di Egidio. Questo già ci manca di lui: la capacità di esserci sempre e al presente, senza nostalgie e senza retorica.

L’appuntamento per dare l’ultimo saluto a Egidio è oggi alle 12,30 alla camera mortuaria dell’ospedale Malpighi (via Pizzardi 1) e alle 14,45 davanti all’entrata principale del Cimitero della Certosa di Bologna". (Egidio Monferdin, il sorriso tenace della rivolta di classe, di Ferruccio Gambino e Maurizio Bergamaschi, Il Manifesto, 3 settembre 2009)

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E Gianni Alemanno, il sindaco con la celtica al collo, va in pellegrinaggio a Lourdes

Dopo l'annunciato pellegrinaggio da Padre Pio di Berlusconi (che ha poi optato per un ben più vantaggioso, in termini di respingimenti e petrolio, Ramadan a Tripoli), il sindaco di Roma (mentre in tutta la penisola è un crescendo di violenza contro migranti, donne, gay, lesbiche e trans) va a Lourdes con la Diocesi romana e accompagnato, ovviamente, dalla moglie Isabella Rauti. Ed anche questo pellegrinaggio ha i suoi "vantaggi". E' la realpolitik, bellezza ...
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martedì 1 settembre 2009

La grande migrazione (in Intercity Notte, da Sud verso Nord)


Senza aria condizionata, con sporco ovunque soprattutto nei bagni in condizioni indescrivibili già alla partenza, bagagli e persone anche nei corridoi, quasi impossibile muoversi, in realtà difficile anche solo respirare. La metafora dello scompartimento ferroviario di cui parla Hans Magnus Enzensbeger (La grande migrazione, un piccolo libro del 1992, tradotto l'anno dopo da Einaudi, libro che offre ancora qualche spunto interessante), qui non funziona nello spazio (semplicemente non c'è spazio), ma si manifesta nei discorsi.

continua ...

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La fotografia (immigrati/e meridionali in partenza), è degli anni 50
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Storia culturale e soggettività: percorsi di genere

Di seguito Storia culturale e soggettività: percorsi di genere, un saggio di Simona Troilo (del Dipartimento di Storia dell'Università di Padova e del Centro Interuniversitario di Storia culturale), saggio pubblicato già da un po' ma che leggo solo ora grazie alla segnalazione di un'amica. Buona lettura

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Nel 1994, in Becoming a woman Sally Alexander scrive: “La storia femminista cerca di identificare le interruzioni e i silenzi nella storia – non solo nella speranza di restituire un passato più pieno ma di scrivere una storia che cominci da un altro luogo. La soggettività potrebbe essere questo “altro luogo” non tanto e non solo nel senso che la soggettività è la sede della differenziazione sessuale, ma anche e soprattutto nel senso che essa collega il passato col futuro grazie alla memoria e all’immaginazione, e stabilisce un ponte tra realtà e fantasia, e che infine ha sempre una dimensione inconscia”. In questa breve citazione sono richiamati alcuni dei concetti più significativi della riflessione storica e storiografica sulla soggettività. Una riflessione che, a partire dagli anni ’70, attraversò ambiti diversi e diversificati, snodandosi a livello politico, teorico e specificamente disciplinare e immettendo nelle scienze sociali una spinta innovatrice di grande rilevanza. Differenza, memoria, oblio, immaginazione, inconscio divennero infatti, da allora, nodi della critica al sapere tradizionale discusso, decostruito, problematizzato da soggetti diversi e diversamente situati. Alcuni di questi nodi saranno oggetto della mia relazione che ripercorrerà, soltanto a grandi linee, temi e fasi del dibattito sulla soggettività così come andò riflettendosi ed evolvendosi in Italia, dove si sviluppò per alcuni versi in maniera del tutto originale. A questo breve schizzo seguirà l’indicazione di alcuni percorsi di ricerca attuali su un tema –quello appunto della soggettività- di estrema rilevanza nell’ambito della storia culturale, all’interno della quale i “percorsi di genere” assumono oggi una specificità da contestualizzare e analizzare. Ripercorrere, seppur schematicamente, alcuni aspetti della riflessione sulla soggettività in Italia negli ultimi decenni significa fare i conti con molte questioni, prima tra tutte quella relativa alla trasformazione dell’epistemologia della storia sollecitata parecchio tempo prima dell’incontro della soggettività con la storia delle donne, avvenuto negli anni Ottanta. È noto infatti come a partire dal decennio precedente molti interrogativi avevano attraversato il dibattito sulla pratica della storia, dibattito sviluppato sia sul versante dei “soggetti della scena storica” sia su quello delle modalità da impiegare nella loro analisi. È in questo decennio ‘60/’70 che viene a delinearsi la necessità di dare parola a soggetti, appunto, tradizionalmente privi di cittadinanza storiografica, marginalizzati in quanto “altri” rispetto ad un soggetto universale, maschio, eterosessuale, occidentale, bianco, di classe medio-alta. Lavoratori, neri, donne emergono allora dall’oscurità in cui erano stati confinati, rivelando una propria agency e contestando il carattere di alterità assegnato loro nei processi della storia e della sua indagine. Questa comparsa sulla scena produce il riconoscimento del valore della differenza, nei termini della pluralità di memorie, di storie e di culture da analizzare attraverso una pratica storiografica in grado di mettere in discussione anche le rilevanze e le gerarchie conoscitive accademiche. Lo studio di “nuovi” soggetti favoriva infatti l’affinamento degli strumenti della ricerca, l’arricchimento delle prospettive d’indagine, l’immissione di nuove angolature nella lettura e nell’interpretazione di processi antichi, recuperati ora nella loro complessità.

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