domenica 25 marzo 2007

La pelle giusta

Vincenza Perilli, La pelle giusta, recensione all’omonimo libro di Paola Tabet, Torino, Einaudi, 1997, in Razzismo & Modernità, n. 1, 2001, pp. 167-169.

"Io non avrei paura se i miei genitori fossero neri. E' una razza come tutte le altre ... Io a loro vorrei molto bene come se fossero con la pelle giusta" (p. 155).

Nell'introduzione a Sexe, race e pratique du pouvoir Colette Guillaumin definisce il lavoro teorico di alcune studiose, tra le quali Paola Tabet, come "una formidabile rimessa in discussione delle 'evidenze', questa forma sacra dell'ideologia" (Sexe, race et pratique du pouvoir. L'idée de nature, Paris, Côté-Femmes Editions, 1992, p. 11). Già a partire dai primi anni Settanta la ricerca di Tabet - attualmente docente di antropologia presso l'Università della Calabria - si è orientata allo smantellamento di una delle più tenaci di queste evidenze, quella del sesso, in una prospettiva teorica radicale che verte non sulla "differenza sessuale" in quanto tale, ma sulla sua produzione, nel contesto di pratiche e relazioni sociali di discriminazione, devalorizzazione e dominazione (alcuni degli scritti più significativi di questo percorso sono pubblicati in La construction sociale de l'inégalité des sexes. Des outils et des corps, Paris, L'Harmattan, 1998). Con La pelle giusta l'asse della problematizzazione si sposta dal "sesso" alla "razza", prodotto di uno specifico sistema di differenziazione che, senza essere amalgamabile al primo, condivide con esso la naturalizzazione di rapporti socialmente costruiti. Questa problematica, sovente elusa, conosce rilevanti sviluppi, in particolare con le ricerche storiche e teoriche correlate alla rivista Sexe et race e al lavoro di Rita Thalmann e Liliale Kandel (alcune informazioni essenziali sono da me fornite in L’innocenza di Eva, Altreragioni, n. 8, 1999). Il volume nasce nell'ambito di un seminario di etnologia tenuto dall'autrice nell'anno accademico 1989-90 alla facoltà di Magistero dell'Università di Siena. Nel corso del seminario, che verte sulle definizioni di razza, etnia, indigeno, primitivo, emerge "la normalità e ovvietà dell'ideologia della razza tra gli studenti, l'immersione largamente consapevole in essa, a partire dalla loro percezione della 'razza' come entità naturale, dato di fatto scontato e come tale fuori discussione” (p. XIX). Partendo dal fatto che molti tra questi studenti sono insegnanti nelle scuole elementari, Tabet propone di svolgere un'indagine sulla presenza di schemi mentali propri dell'ideologia della razza nei bambini, attraverso una serie di temi, dapprima proposti dagli studenti del seminario alle classi in cui insegnano. La ricerca, che si potrae fino alla primavera del 1997, si estende coinvolgendo 424 classi di scuole elementari e medie, portando alla raccolta di oltre settemila temi, circa duecento dei quali sono proposti nel libro in forma integrale, suddivisi per sezioni. Il tema Se i mie genitori fossero neri assume una posizione centrale in quanto i "neri" si rivelano come gli "altri" per eccellenza. "Neri" sono spesso per i bambini, albanesi, tunisini, marocchini, zingari, jugoslavi e altri: "i negri non saprei come definirli, ma già a vederli sono poveri ... i negri nascono di tre razze di pelle nera, gialla e bianca" (p. 151). La relativa indipendenza dal colore della pelle in molte definizioni segnala che l'idea di "razza" preesiste alla percezione visiva. Frasi come quella citata non esprimono un'infantile confusione, ma sono coerenti con i criteri di definizione dei gruppi stigmatizzati nella storia del razzismo fino all'odierna categoria di "extracomunitari": "Le definizioni in termini di colore e di razza non fanno che camuffare e attribuire alla natura un rapporto politico. La 'pelle giusta', l'unica pelle giusta, è quella di chi in una misura o nell'altra detiene il potere, di chi può fissare le regole e le categorie di appartenenza, è la pelle del gruppo dominante"(p. 150). I sentimenti espressi dai bambini di fronte al tema proposto, le rappresentazioni degli altri così come le strategie escogitate rispetto ad una situazione vissuta dai più con enorme inquietudine, costituiscono il segnale, allarmante e sconvolgente, di come una serie di stereotipi e pregiudizi razzisti siano precocemente e saldamente interiorizzanti. Emergono con violenza sentimenti di paura, schifo, vergogna e rifiuto, sovente accompagnati ad un'immagine negativa dei neri (o "negri"). Le strategie vanno da varie forme di negazione ("non può essere vero", "è solo uno scherzo", "sono solo genitori adottivi") a soluzioni sempre più drastiche quali la fuga (e in alcuni casi il suicidio), la cacciata dei genitori neri "a calci nel culo " (p. 111), fino alla soppressione: simbolica (nascondendoli o imbiancandoli), o fisica (raramente tradotto in uccisione diretta, il desiderio di morte è realizzato dal provvidenziale intervento di una malattia o di un incidente). Che l'avversione manifestata dai bambini non sia dovuta all'ansia per la perdita dei genitori reali è dimostrato dalle reazioni a un tema di controllo: l'ipotesi di avere genitori americani suscita vivo entusiasmo, legato all'immagine del paese della ricchezza e del benessere. Agli antipodi, un altro tema di controllo mostra che l'immagine dell'Africa è marcata negativamente: estrema arretratezza, sporcizia, fame, malattie. L'analisi condotta da Tabet rivela la presenza negli elaborati di elementi che concorrono a mettere in discussione la resistente presupposizione del carattere "naturale" e/o "spontaneo" delle percezioni e dei pregiudizi razzisti. La paura dell'altro è indotta nei bambini da molteplici fattori: dai retaggi di certa educazione cattolica (il diavolo come nero, ad esempio), a immagini ricorrenti in molta letteratura per l'infanzia (quali "l'uomo nero"), fino ai peggiori stereotipi martellati dai media. Inoltre i bambini, particolarmente sensibili anche ai segnali non verbali, decodificano con precisione le reazioni di rifiuto, repulsione, diffidenza, disprezzo (nei casi migliori, compassione) manifestate quotidianamente dagli adulti. Le diverse forme di repulsione rintracciabili nei temi (schifo, paura del contatto, associazioni con sporcizia, cattivo odore ecc.) non sono innate, ma sono l'esito di una lunga e complessa storia di rapporti sociali caratterizzati da disuguaglianze di potere economico e politico, della definizione materiale e spesso legislativa di barriere tra noi (gli "umani"), e gli altri (i "non-umani"). Si tratta di storia anche italiana - antigiudaismo cattolico e antisemitismo, colonialismo e razzismo antimeridionale-, una storia denegata dal diffuso luogo comune secondo il quale "gli italiani non sono razzisti" che questo libro, con la crudezza di un linguaggio infantile lucidamente contestualizzato, contribuisce a scuotere. Il razzismo odierno non nasce dal nulla, come improvvisa reazione ai più recenti flussi migratori, ma è la riattivazione di un sistema a lungo sedimentato. In questo senso lo stesso sconcerto e lo sgomento di fronte alle frasi dei bambini possono essere letti come sintomo della difficoltà "di prendere atto e fare i conti con il peso di un sistema razzista, un pensiero della differenza che questi temi ci costringono violentemente a vedere" (p. 207). Al di là delle necessarie limitazioni dell'analisi, sottolineate dall'autrice (in particolare: valore non statistico dei rilievi; insufficienza di elementi atti a focalizzare l'incidenza di specifici fattori economici, politici e culturali; impossibilità di un controllo da parte del ricercatore su eventuali interventi da parte degli insegnanti), questa ricerca è di interesse strategico come esplorazione dei processi di trasmissione, apprendimento e riproduzione del razzismo, e della conseguente possibilità di disimpararlo (vedi Io non sono razzista ma ... Strumenti per disimparare il razzismo, a cura di Paola Tabet e Silvana Di Bella, Roma, Anicia, 1998). Notevole è, al riguardo, il distacco critico di Tabet dalle riduzioni del problema alla comunicazione-conoscenza tra culture che informano numerose esperienze di educazione interculturale nelle scuole. Oltre ai rischi impliciti all'assunzione della "differenza culturale" come un dato primo in epoca di neorazzismo, la mancanza di uno sguardo più ampio sulle dissimmetrie di potere economico e politico che caratterizzano l'insieme dei rapporti sociali, può contrbuire a "falsare" il problema, di fatto, riproducendolo.

giovedì 8 marzo 2007

8 marzo: il mito delle origini



Liliane Kandel e Françoise Picq, Il mito delle origini. A proposito della giornata internazionale delle donne, in La revue d'en face, n°12, 1982, pp. 67-80*


Qual è l’origine della giornata internazionale delle donne? Cosa si commemora l’8 marzo di ogni anno?

Una risposta chiara e precisa si trova in tutta la stampa militante; quella de Pcf e della Cgt[1] (Antoinette, Heures Claires), così come quella dei gruppi di donne (Les Pétroleuses, Des Femmes en mouvement, Mignonnes allons voir sous la rose), e che la grande stampa riproduce (Le Matin, France-soir, Le Quotidien, gennaio 82).


8 marzo 1857?

“Sono le americane che hanno incominciato, si legge in Antoinette (n. 1, marzo 1964), era l’8 marzo 1857 … Per reclamare la giornata di 10 ore, hanno invaso le vie di New York”. E quali che siano le varianti dell’avvenimento descritto – sciopero delle cucitrici o manifestazione di strada -, quali che siano le rivendicazioni avanzate – giornata di 10 ore, a lavoro uguale salario uguale, asili o rispetto della loro dignità –, quali che siano i dettagli – giornata primaverile o processione nella nebbia – … tutti sono d’accordo, da Mignonnes allons voir sous la rose a Des femmes en mouvement hebdo tanto sulla data originaria che sulle linee principali della storia della giornata internazionale delle donne.

Qualche divergenza appare: “la polizia carica quel giorno un corteo vestito miserabilmente” (Antoinette, marzo 1968), per Les Pétroleuses (marzo 1975) questo primo sciopero di donne oppone 2le operaie tessili alla polizia di New York che carica, spara e uccide”. Altrove (o in altri momenti) non viene menzionata alcuna repressione, ma si parla del giuramento che quel giorno fecero le operaie “ di ritrovarsi ogni anno alla stessa data” (G. Suret-Canale, Antoinette, marzo 1973).

Ma questo non sembra attentare all’evidenza dell’avvenimento originario. Non più che la scelta fatta qui o là per questo o quel ricordo di 8 marzo memorabili: 8 marzo 1917 le donne di Pietrogrado scendono nelle strade ed è l’inizio della Rivoluzione russa (di febbraio, o la preparazione di quella d’Ottobre), 8 marzo 1945 a Ravensbruck…

Tuttavia, la data del 1857 non si trova nelle fonti americane dell’epoca. I giornali americani del marzo 1857 non menzionano alcuna manifestazione o sciopero di donne l’8 marzo, che del resto era una domenica. Nessun riferimento a questo avvenimento, del resto, nelle storie del movimento operaio negli Stati Uniti (che segnalano altri scioperi o manifestazioni di donne[2]), o nelle storie del femminismo. Ci chiediamo dove quelle che, mezzo secolo più tardi, hanno “adottato l’idea di onorare la memoria di queste coraggiose americane” (Heures Claires, marzo 1976, tra le altre), ne hanno trovato traccia.

A dire il vero, questa data del 1857 non è menzionata neppure dalle dirigenti del movimento femminile socialista internazionale che hanno preso l’iniziativa di questa celebrazione. Non la si vede comparire nella stampa comunista francese che negli anni Cinquanta.

Una sola cosa è sicura: è durante la seconda Conferenza internazionale delle donne socialiste, a Copenaghen, nell’agosto 1910, che fu presa, per iniziativa di Clara Zetkin, la decisione – avvallata dal successivo congresso dell’Internazionale – di celebrare ogni anno una giornata internazionale delle donne. Esse riprendevano l’iniziativa delle donne socialiste americane che avevano deciso, a partire dal 1909, di organizzare ogni anno, l’ultima domenica di febbraio, una giornata nazionale per l’uguaglianza dei diritti civili.

Le donne socialiste non avevano fissato il 1857 come avvenimento primitivo da commemorare, né tanto meno si erano pronunciate per la data dell’8 marzo, ma soltanto sul principio d’una celebrazione. Nella sua risoluzione di Copenaghen, Zetkin proponeva del resto di fissarla tutti gli anni, durante le feste del Maggio.

E’ la direzione del partito socialdemocratico tedesco che ha fissato il primo giorno delle donne il 19 marzo 1911, data non scelta per caso. Da tempo, la socialdemocrazia tedesca commemorava in questa data due avvenimenti: la rivoluzione tedesca del 1848 a Berlino e la Comune di Parigi – e tutti gli anni in marzo, molto prima del 1911, die Gleichheit[3] chiamava tutte le donne ad unirsi alle manifestazioni previste.

E’ dunque sotto il segno di due date importanti del movimento operaio internazionale che fu posta, sin dalla nascita, la giornata internazionale delle donne. Eccoci lontano da New York, dal 1857, dalle operaie tessili … Perché no, dopo tutto? Ma perché allora, non dirlo chiaramente? Perché, settant’anni più tardi, raccontarci che è una lotta di donne quella che commemoriamo, che è questa e non un’altra che avevano scelto Zetkin e le congressiste di Copenaghen?

La prima giornata internazionale delle donne festeggiata nel 1911 ottenne, segnatamente in

Germania e Austria, un successo immenso. Soltanto a Berlino, ebbero luogo simultaneamente quarantadue meeting, e più di 30.000 donne sfilarono nelle strade di Vienna, in Austria.

Al quel tempo non c’era in Francia un gruppo di donne socialiste capace di riprendere questa iniziativa, e non vi furono manifestazioni a Parigi prima del 1914[4].


La giornata internazionale delle donne nella tormenta

Instaurata nel 1910, la tradizione socialista della giornata internazionale delle donne ha subito i contraccolpi della guerra poi della scissione del movimento operaio.

Essa fu, di primo acchito, per un piccolissimo numero di donne socialiste l’occasione per significare, nonostante la guerra, l’internazionalismo proletario. Non avendolo seguito nella sua azione anti-guerra il gruppo delle donne socialiste (creato nel 1913), Louise Saumonneau diffuse in Francia l”Appello” di Clara Zetkin e creò con due altre donne (bolsceviche) un Comitato d’azione femminili socialista per la pace contro lo sciovinismo di cui sarà rappresentante a Berna, nel marzo 1915, alla Conferenza internazionale delle donne socialiste, preludio alla Conferenza socialista internazionale di Zimmerwald (settembre 1915). Nel 1916 e 1917, il Comitato d’azione femminili socialista per la pace contro lo sciovinismo, celebrò la giornata internazionale delle donne con l’invio di lettere di solidarietà e la tenuta (difficile) di riunioni private, prima di dissolversi nell’autunno del 1917.

Le donne socialiste allora dovettero prendere partito, individualmente, nel grande scisma internazionale del movimento operaio. Louise Saumonneau, che aveva lottato per l‘internazionalismo rivoluzionario e l’adesione del Partito francese alla Terza Internazionale, indietreggiò di fronte alle “21 condizioni” di Lenin e prese “la ferma risoluzione di non aderire al partito della proscrizione e delle ‘epurazioni periodiche”[5]. Clara Zetkin, al contrario, aderirà alla Terza internazionale, ma era minoritaria nel partito socialdemocratico tedesco ed aveva già perso nel 1917 la direzione del giornale Die Geithheit che aveva creato e fatto vivere per 23 anni. Zetkin tentò nel 1919 di rilanciare l’idea di una conferenza internazionale delle donne socialiste, malgrado la “divisione nel campo socialista internazionale”[6].


L’alba della rivoluzione

Tuttavia la giornata internazionale delle donne trovò, a partire dalla Russia, un nuovo inizio. Le donne socialiste vi avevano nel 1913 e 1914 celebrato la giornata internazionale delle operaie. L’8 marzo 1917 (23 febbraio del calendario russo) ebbero luogo a Pietrogrado delle manifestazioni che i bolscevichi designano come il primo giorno della rivoluzione (di febbraio). “Senza tener conto delle nostre istruzioni, scrive Trockij (Storia della Rivoluzione russa), le operaie di molte tessiture si sono messe in sciopero e hanno inviato delle delegazioni ai metallurgici per chiederne il sostegno … Non è venuto in mente a un solo lavoratore che questo potesse essere il primo giorno della Rivoluzione”.

La storia bolscevica ufficiale non tarderà, del resto, ad attribuirsi la paternità di questa manifestazione.” Il 23 febbraio (8 marzo), all’appello del comitato bolscevico di Pietrogrado, le operaie scesero in strada per manifestare contro la fame, la guerra, lo zarismo. Questa manifestazione fu sostenuta dall’azione di sciopero degli operai di Pietrogrado” (Storia de Partito bolscevico, citato da V. Michaut, Cahiers du Communisme, 1950).

Spontanee o no, femminili o no, quel giorno ebbero luogo delle manifestazioni per la pace e contro la fame di cui l’Humanité del 11-3-17 rende conto a partire da un dispaccio del Times del 9 marzo. “Nel 1917, scrive Alessandra Kollontai[7], la giornata delle operaie è divenuta memorabile nella storia. Quel giorno, le donne russe hanno innalzato la fiaccola della Rivoluzione proletaria e messo a fuoco il mondo; la rivoluzione di febbraio ha fissato il suo inizio quel giorno”.

Si è dunque instaurata una nuova tradizione, sotto gli auspici del Partito bolscevico e della Terza internazionale; ogni anno, la Russia dei soviet festeggia degnamente le sue operaie mentre, negli altri paesi, le donne sono chiamate a commemorare “l’azione energica delle operaie di Pietrogrado”(L’Humanité, 6-3-22). “La giornata internazionale delle operaie, conclude Alessandra Kollontai, è diventata giornata internazionale di lotta per la liberazione completa e assoluta delle donne, che significa lotta per la vittoria dei soviet e del comunismo”.

L’8 marzo (o una data vicina) sarà oramai ‘occasione per i partiti comunisti di mobilitare le donne, di “richiamarle alla lotta sotto la bandiera comunista” (L’Ouvrière, 4-3-24), e, al tempo stesso, di sviluppare in direzione delle donne la propaganda del Partito o l’azione del Sindacato. E’ questa data che viene scelta per lanciare L’Ouvrière “organo di propaganda tra le donne” (n. 1, 11-3-22) secondo le direttive dell’Internazionale.

La giornata internazionale delle donne è diventata, tra le due guerre, l’oggetto d’aspre dispute tra la Seconda e la Terza Internazionale, in Francia tra il Pcf e la Sfio[8] che non la celebrano nella stessa data. Dalla fine della Seconda guerra, essa è ufficiamente celebrata in tutti i paesi socialisti; in Francia il Pcf (relayé dalla Cgt) non ha mai cessato di manifestare in questa occasione (talvolta l’unica) l’interesse che rivolge alle donne (Traduzione in corso di Vincenza Perilli, continua...).

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*Questo articolo, il cui titolo originale è “Le mythe des origines. À propos de la journée internazionale des femmes”, è rapportato fondamentalmente al contesto francese, notevolmente diverso da quello italiano. In Italia, infatti, il “mito” assume declinazioni specifiche. Se la tradizione socialista afferma che la scelta dell’8 di marzo fu fatta per richiamare il grande sciopero dell’8 marzo del 1848, più recentemente si è affermata in Italia la versione delle operaie bruciate nel rogo della loro fabbrica. Versione che sembra relativamente recente: il 7 marzo 1952 il settimanale bolognese La Lotta, scrive che la data della Giornata della Donna vuole ricordare l’incendio scoppiato in una fabbrica tessile di New York l’8 marzo del 1929, in cui sarebbero morte (rinchiuse all’interno dello stabilimento dal padrone perché minacciavano di scioperare) 129 giovani operaie in gran parte di origine italiana ed ebraica. In seguito, il tema dell’incendio e delle operaie arse vive nel rogo del loro posto di lavoro viene ripreso, ma con diverse varianti. Nel 1978, il Secolo XIX di Genova colloca l’episodio a Chicago, in una filanda. Nel 1980, La Repubblica parla di un incendio a Boston, datato 1898. Nel 1981, Stampa Sera situa l’incendio ai primi del ‘900, in un luogo imprecisato degli Stati Uniti, le operaie vittime sarebbero state 146. Lo stesso anno, L’Avvenire parla di 19 operaie morte. Nel 1982, Noi Donne, afferma che l’incendio sarebbe avvenuto a Boston nel 1908 e le operaie morte sarebbero state 19. Ma non risulta nessun incendio sia nel libro di Renée Còté, Verità storica della misteriosa origine dell’8 marzo, che in quello di Tilde Capomazza e Marisa Ombra, 8 marzo, storie, miti e riti della Giornata Internazionale della Donna (per queste informazioni vedi A-infos all’indirizzo http://www.ainfos.ca/04/mar/ainfos00509.html).
Ma nonostante queste ed altre informazioni siano da tempo note, la leggenda delle operaie morte ha rifatto capolino anche quest’anno alla vigilia dell’ 8 marzo. Tralasciando le varie occorrenze in diversi volantini e documenti (tra i quali innumerevoli siti e blog), veramente troppi per essere elencati, ricordo qui il quotidiano Liberazione che il 7 marzo 2007 ha pubblicato una lettera/appello di Elisabetta Piccolotti (portavoce nazionale Giovani Comunisti/e), indirizzata a Giorgia Meloni, vicepresidente della Camera, nonché presidente di Azione Giovani. Nella lettera (“sul volgare machismo” della sezione di Biella di Azione giovani), Piccoletti scrive: “L’8 marzo in tutto il mondo – come ogni anno dal 1908 quando 129 donne persero la vita durante un incendio in una industria tessile di New York – ricorre la festa delle donne”.



[1] Parti Comuniste Français e Confédération Générale du Travail, rispettivamente il Partito comunista francese e uno dei maggiori sindacati francesi (N. d. T.).

[2] In particolare: dicembre 1828 nelle filande a Cochen Mill, 1834 le cucitrici di New York, il 7 marzo 1860 manifestazione delle donne durante lo sciopero – misto – nell’industria calzaturiera a Lynn (Mass) (Ph. Foner, Women and the American Labor, N.W, 1979).

[3] L’uguaglianza, rivista fondata e lungamente diretta da Zetkin (N. d. T.).

[4] Checché ne dica Des femmes en mouvements hebdo (11.12.81), per il quale “Alessandra Kollontai organizza una manifestazione di donne a Parigi”. Sarebbe particolarmente lungo e fastidioso rilevare le falsificazioni storiche nello schema presentato, in questo numero, così come nei successivi.

[5] Citato da Charles Sowerwine, Les femmes et le socialisme, Presses de la Fondation Nationale des Sciences Politiques, Paris, 1978, p. 214.

[6] La Suffragiste, n. 47, settembre 1919, Clara Zetkin “Aux femmes socialises de tous les pays”.

[7] Alessandra Kollontai, Internatonal Women’s day, pamphlet Internationa Socialist.

[8] Parti socialiste, Section française de l’Internationale ouvrière detto Sfio, fondato nell’aprile del 1905 a Parigi (N. d. T).

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Viva l'8 marzo!, in Donne e rivoluzione



giovedì 1 marzo 2007

Christine Delphy, una scheda bio-bibliografica


Vincenza Perilli (a cura di), Christine Delphy, una scheda bio-bibliografica*


Christine Delphy, sociologa, ricercatrice al CNRS, co-direttrice della Fondation Copernic e tra le fondatrici della rivista Nouvelles questions féministes, è una delle esponenti più note del femminismo francese, ed in particolare della corrente detta materialista che si oppone decisamente al cosiddetto “femminismo della differenza” rappresentato in particolare, nel contesto francese, da Luce Irigaray e dal gruppo Psychanalyse et Politique[1].
Nel 1968 Delphy entra a far parte del FMA (Féminin, masculin, avenir) uno dei gruppi che daranno origine al nuovo movimento femminista francese negli anni 70. Il FMA, originariamente misto, era nato nel 1967-68 con lo scopo di rimettere in questione il matrimonio, la famiglia, le strutture autoritarie che si oppongono ad una reale emancipazione della donna. L’apporto di Christine Delphy al gruppo sarà decisivo anzitutto per quanto concerne la scelta del separatismo: le donne per analizzare la loro oppressione specifica e determinare i loro propri modi di lotta devono separarsi dai loro oppressori, gli uomini. Nel 1970, alcune donne e tra queste Monique Witting pubblicano un articolo "Pour un mouvement de libération des femmes". Dall'incontro tra questi due gruppi, con l'apporto di altre donne, ha origine il MLF, in cui le le tesi difese da Delphy sono largamente condivise, in primo luogo il fatto che le donne formano, indipendentemente dalle loro differenze di classe, uno specifico gruppo sociale. Questo si definisce non in base ad una presunta natura biologica delle donne ma per il comune stato d’oppressione e sfruttamento di queste ultime da parte degli uomini. Più in particolare il patriarcato – il nemico principale – è, nelle società contemporanee, un sistema di subordinazione delle donne agli uomini. Non riducibile al capitalismo, questo sistema ha una precisa base economica individuata da Delphy nel modo di produzione domestico.
Il nome di Christine Delphy è legato indissolubilmente ad alcune delle tappe decisive del femminismo francese degli ultimi trent’anni: dalla deposizione il 26 agosto del 1970 a Parigi, sotto il monumento al milite ignoto di una corona di fiori con la celeberrima scritta “Il y a plus inconnu ancore que le soldat: sa femme”, alla fondazione, insieme a Simone de Beauvoir, di Questions féministes [2]. Questa rivista - che si proponeva , tra l’altro, di dimostrare “il carattere storico, sociale e dunque arbitrario e reversibile, della gerarchia dei sessi” [3]-, può a giusto titolo essere considerata una delle più importanti e longeve riviste femministe francesi (e non solo).
La bibliografia che segue, pur nella sua incompletezza, intende offrire – oltre che un utile strumento per chi voglia approfondire alcune delle problematiche chiave del femminismo contemporaneo-, un panorama del complesso e molteplice percorso teorico-critico di Christine Delphy. Le sue tesi, pur se spesso criticate e al centro di accese polemiche, rappresentano in ogni caso un aspetto non trascurabile e importante del femminismo radicale degli ultimi decenni, inspiegabilmente ancora poco note e dibattute nel contesto italiano.



ARTICOLI E SAGGI[4]


1969

Le patrimonie ou la double circulation des biens dans l’espace économique et le temps social, in Revue française de sociologie, numero speciale, 1969.

1970

L’ennemi principal, in Partisans, numero speciale “Libération des femmes année 0”, luglio-ottobre 1970, n. 54-55, pp. 157-172, (ripubblicato in C. Delphy, L’ennemi principal. 1/Économie politique du patriarcat, Paris, Syllepse, 1998, pp. 31-56[5]).

1972

Il nemico numero uno, in Anabasi, Donne è bello, numero unico, febbraio 1972 (traduzione italiana de L’ennemi principal).

El enemigo principal, in La liberacion de la Mujer, Buenos Aires, Granica, 1972 (traduzione in spagnolo de L’ennemi principal)

1974

Mariage et divorce, l’impasse à double face, in Les Temps Modernes, maggio 1974, ripubblicato in Les femmes s’entêtent, Paris, Gallimard, 1975 e in seguito,con il titolo di Mariage et divorce, in C. Delphy, L’ennemi principal. 1/Économie politique du patriarcat, pp.133-149.

1975

La fonction de consommation et la famille, in Cahiers Internationaux de sociologie, 1975, ripubblicato in C. Delphy, L’ennemi principal. 1/Économie politique du patriarcat,pp.75-98, con il titolo di Famille et consommation

Protoféminisme et antiféminisme, in Les Temps Modernes, maggio 1975, ripubblicato in C. Delphy, L’ennemi principal. 1/Économie politique du patriarcat, pp. 217-254[6]

Pour un féminisme matérialiste, in L’Arc, aprile 1975, , ripubblicato in C. Delphy, L’ennemi principal. 1/Économie politique du patriarcat, pp. 271-282.

1976

Capitalisme, patriarcat et lutte des femmes, in Premier Mai, n. 2, giugno 1976, ripubblicato in C. Delphy, L’ennemi principal. 1/Économie politique du patriarcat, pp. –255-269.

Continuities and Discontinuities in Marriage and Divorce, in Diana Leonard Barker and Sheila Allen (eds.), Sexual Division and Society, London, Tavistock, 1976 (traduzione inglese di Mariage et divorce, 1974)

1977

Nos amis et nous, des fondements réels de quelques discours pseudo-féministes, in Questions féministes, novembre 1977, ripubblicato in C. Delphy, L’ennemi principal. 1/Économie politique du patriarcat,pp. 167-215

Les femmes dans les études de stratification sociale, in Andrée Michel (coord.), Femmes, sexisme et sociétés, Paris, PUF, 1977, ripubblicato in C. Delphy, L’ennemi principal. 1/Économie politique du patriarcat, pp.151-166.

La transmission héréditaire, 1977, articolo inedito pubblicato in C. Delphy, L’ennemi principal. 1/Économie politique du patriarcat, pp. 99-132.

1978

Travail ménager ou travail domestique ?, in Andrée Michel (coord.), Les femmes dans la société marchande, Paris, PUF, 1978, ripubblicato in C. Delphy, L’ennemi principal. 1/Économie politique du patriarcat, pp. 57-73

1979

Sharing the same table : Consumption and the Family, in Chris Harris e al. (eds.), The Sociology of the Family, Keele, Sociological Rewiew Monographs, 1979 (traduzione inglese di La fonction de consommation et la famille).

1980

Libération des femmes an dix, in Questions féministes, n.7, 1980, pp. 3-13.

For a Materialism Feminism, in Feminist Issue, n. 2, 1980 (traduzione inglese di Pour un féminisme matérialiste, 1975)

1981

Le patriarcat, le féminisme et leurs intellectuelles, in Nouvelles Questions féministes, n. 2, 1981, ripubblicato in C. Delphy, L’ennemi principal, 2/Penser le genre, pp.223-241.

Women in stratification studies, in Helen Roberts (ed.), Doing Feminist Research, London, 1981, pp. 114-128 (traduzione inglese di Les femmes dans les études de stratification sociale)

1982

Un féminisme matérialiste est possible ?, in Nouvelles Questions féministes, n. 4, agosto 1982, ripubblicato in C. Delphy, L’ennemi principal, 2/Penser le genre, pp.121-164

1984

Les femmes et l’État, in Nouvelles Questions féministes, n.6-7, primavera 1984, ripubblicato in C. Delphy, L’ennemi principal, 2/Penser le genre, pp. 359-375.

Études et recherches féministes sur les femmes en sociologie (con Danièle Kergoat), in Femmes, féminismes et recherches, Toulouse, AFFER, 1984 (Atti del convegno nazionale di Tolosa, dicembre 1982)

1985

Agriculture et travail domestique : la réponse de la bergère à Engels, in Nouvelles Questions féministes, n. 5, primavera 1985, ripubblicato in C. Delphy, L’ennemi principal, 2/Penser le genre, pp. 165-182.

La passion selon Wittig, Nouvelles Questions féministes, n. 11-12, 1985, pp. 151-156.

1987

Proto-feminism and antifeminism, in Toril Moi (ed.), French Feminist Thought, London, Basil Blackwell (riedizione inglese di Protoféminisme et antiféminisme)

1988

Le patriarcat : une oppression spécifique, in Louis Astre (ed.), Le féminisme et ses enjeux, FEN, Edilig, 1988, ripubblicato in C. Delphy, L’ennemi principal, 2/Penser le genre, pp.55-90.

1990

La revendication maternelle, in Actes de la section d’études féministes de congrés de l’ACFAS 1989, Montréal, Université du Québec di Montréal, 1990, pp. 23-40.

Contribution au débat sur l’avortement, in Déviance et société, Vol. 14, n.4.

1991

Penser le genre : quels problèmes ?, in M.arie-Claude Hurtig e al. (eds.), Sexe et genre. De la hiérarchie des sexes, Paris, CNRS, 1991, ripubblicato con il titolo di « Penser le genre : problèmes et résistances, in C. Delphy, L’ennemi principal, 2/Penser le genre, pp. 243-260.

Les origines du Mouvement de libération des femmes en France, in Nouvelles Questions féministes, n.16-18, 1991.

Libération des femmes ou droits corporatistes des mères ?, in Nouvelles Questions féministes, n.16-18, 1991, ripubblicato in C. Delphy, L’ennemi principal, 2/Penser le genre, pp. 91-119.

Is there Marriage After Divorce ?, in Diana Leonard and Sheila Allen (eds), Sexual Divisions Revisited, London, McMillan, 1991 (riedizione della prima edizione inglese del 1976, di Mariage et divorce del 1974)

1992

Avertissement aux malfaisants, (editoriale), in Nouvelles Questions féministes, vol. 13, n. 4, 1992.

Féminisme et recomposition à gauche, in Politis, la revue, n. 1, inverno 1992.

1993

L’affaire Hill-Thomas et l’identité nationale française, in Nouvelles Questions féministes, vol. 14, n.4, pp. 3-13.

Rethinking Sex and Gender, in Women’s Studies International Forum, Vol. 16, n.1, 1993 (traduzione inglese di Penser le genre : quels problèmes ?)

1994

Changing Women in A Changing Europe: Is “Difference” the Future for Feminism?, in Women’s Studies International Forum, Vol. 17, n. 2/3, marzo-giugno 1994 (traduzione inglese di Libération des femmes ou droits corporatistes des mères ?).

Familiar exploitation: a new analysis of marriage in contemporary western societies, (con Diana Leonard e Denise Bielby), in American-journal-of-sociology, maggio1994 ; pp.1633-1635

1995

Égalité, equivalence et équité, la position de l’État français au regard du Droit international, in Nouvelles Questions féministes, vol. 16, n.1, febbraio 1995, ripubblicato in forma abbreviata in C. Delphy, L’ennemi principal, 2/Penser le genre, pp. 261-291.

L’état d’exception: la dérogation au droit commun comme fondement de la sphère privée, in Nouvelles Questions féministes, n. 4, 1995, ripubblicato in C. Delphy, L’ennemi principal, 2/Penser le genre, pp. 183-221.

The invention of French Feminism: an essential move, in Another Look, Another Woman: Retranslations of French Feminism, Yale French Studies, n. 87, pp. 190-196.

Sharing the same table : Consumption and the Family, in Stevi Jackson e Shaun Moores (eds.), The Politics of Domestic Consumption: Critical Readings, Pretice-Hall/Harvester Wheatsheaf, 1995 (riedizione inglese di La fonction de consommation et la famille).

1996

L’invention du « French Feminism » :une dèmarche essentielle, in Nouvelles Questions féministes, n. 1, 1996 (traduzione francese di The invention of French Feminism: an essential move), ripubblicato in C. Delphy, L’ennemi principal, 2/Penser le genre, pp. 319-358.

Marxisme, féminisme et enjeux actuels des luttes en France, in Jacques Bidet et Jacques Texier (Eds.), Colloque Marx International, Paris, PUF, 1996,(ripubblicato in forma abbreviata e con il titolo di « Genre et classe en Europe » in C. Delphy, L’ennemi principal, 2/Penser le genre, pp. 293-317)

Avortement, emploi, autonomie des femmes, in Politique La revue, 1996.

1997

Le bastilles toujours dréssees de l’inégalité, in Le Monde Diplomatique, marzo 1997, pp.6-7.

L’universalisme républicain contre les mouvements homo, in Politique la revue, n.5, luglio-agosto-settembre 1997, pp. 19-22

For a Materialism Feminism, in Rosemary Hennessy and Chrys Ingraham (eds.), Materialism Feminism, New York and London, Routlege, 1997 (riedizione inglese de Pour un féminisme matérialiste).

1998

De l’exploitation familière au concept de genre, Montréal, Università del Québec a Montréal, 1998.

1999

Comment en finir avec l’exclusion des femmes, in Manières de voir/Le Monde diplomatique, n. 44, marzo-aprile 1999, pp. 82-84.

2000

Comment nous en venons à avorter (nos vies sexuelles), in Le Monde, 22 ottobre 2000.

2002

Garde parentale, prostitution, in Nouvelles Questions féministes, Vol. 21, n. 2, 2002.

Une guerre pour les femmes afghanes ?, in Nouvelles Question féministes, Vol. 21, n.1, 2002, pp. 98-109, articolo disponibile in italiano all’indirizzo http://www.ilmanifesto.it/MondeDiplo/LeMonde-archivio/Marzo-2002/0203lm02.01.html

Economic violence and male violence, in Nouvelles Question féministes, 2002; 21 (2) : 4-

2003

Par où attaquer le « partage inègal » du « Travail ménager ? », in Nouvelles Question féministes, Vol. 22, n. 3, 2003, pp. 47-71

Pour une théorie générale de l’exploitation. En finir avec la théorie de la plus-value, in Revue Mouvement, Classe-exploitation : totem ou tabou ?, n. 26, 2003, pp. 69-78.

Généalogie de ‘unilatéralisme, con Catherine Lévy e Nils Andersson, in L’Humanité, 14 aprile 2003, http://www.humanite.presse.fr/journal/2003-04-14/2003-04-14-370313

2004

Pour une théorie générale de l’exploitation.Deuxième partie. Repartir du bon pied, in Revue Mouvement, Les hommes en crise. Le masculin en question, n. 31, gennaio 2004.

Un diritto al posto di un altro? Il dibattito sul velo in Francia, in Solidarietà, Anno 5, n° 4, 19 febbraio 2004, articolo consultabile all’indirizzo http://www.solidarieta.ch/portale/modules/news/article.php?storyid=115

Retrouver l’élan du féminisme, Le Monde Diplomatique, maggio 2004, pp. 24-25, articolo disponibile all’indirizzo http://www.monde-diplomatique.fr/2004/DELPHY/11173

Ritrovare lo slancio del femminismo, in Le Monde Diplomatique/Il Manifesto, maggio 2004

Fonder en théorie qu’il n’y pas de hiérarchie des dominations et des luttes, in Revue Mouvements, n. 35, settembre 2004.

La Manipulation du genre par le racisme anti-maghrébin, in Cahiers Marxistes, n°229, nov-dic 2004

2005

In memoriam. Andrea Dworkin, in Nouvelles Question féministes . 2005; 24 (2),: 14-15

Ritrovare lo slancio del femminismo, in Solidarietà, Anno 6, n° 1, 13 gennaio 2005, articolo consultabile qui http://www.solidarieta.ch/portale/modules/news/article.php?storyid=523

Le prisme principal, in Travail, genre et sociétés, n. 13, aprile 2005, pp. 161-164.

2006

De l’affaire du voile à l’imbrication du sexisme et du racisme, con Natalie Benelli, Ellen Hertz, Christelle Hamel, Patricia Roux, Jules Falquet, in Nouvelles Questions Féministes, vo. 25, n°1, febbraio 2006.

Antisexisme et antiracisme ? Un faux dilemme, in Nouvelles Questions Féministes, vo. 25, n°1, febbraio 2006.



LIBRI


1970

Les faits économique en question, (con Jean Cuisenier), Paris, Ed. du CNRS, 1970.

1977

The Main Enemy: a Materialist Analysis of Women’s Oppression, London, Women’s Research and Resources Centre, 1977 (raccolta di vari saggi già pubblicati in francese tra i quali L’ennemi principal e Capitalisme, patriarcat et lutte des femmes)

1982

El enemigo principal, Barcellona, La Sal, 1982 (raccolta di vari saggi già pubblicati in francese tra i quali L’ennemi principal).

1984

Close to Home : A Materialist Analysis of Women’s Oppression, London, Hutchinson, 1984 (raccolta di vari saggi già pubblicati in francese tra i quali Travail ménager ou travail domestique)[7]

1985

Por un femminismo materialista: el enemigo principal y otros textos, Barcellona, La Sal, 1985.

1992

Familiar exploitation: a New Analysis of Marriage in Contemporary Western Societies (con Diana Leonard), Cambridge, Polity Press, 1992.

1998

L’ennemi principal. 1/Économie politique du patriarcat, Paris, Syllepse, 1998

2001

L’ennemi principal, 2/Penser le genre, Paris, Syllepse, 2001.

2002

Cinquantenaire du deuxième sexe, (con Sylvie Chaperon), Colloque international Simone de Beauvoir, Paris, Syllepse, 2002.

Pour sortir du libéralisme, (con Yves Salesse), Paris, Syllepse, 2002.




INTERVISTE, INTERVENTI IN CONVEGNI, ARTICOLI DISPONIBILI ESCLUSIVAMENTE IN RETE


Intervista di Catherine Rodgers, in C. Rodgers, Le deuxième sexe de Simone de Beauvoir, un heritage admire et contesté, Paris, L’Harmattan, 1998.


Les héritages De Beauvoir, marzo 2001, articolo disponibile al’indirizzo http://www.autourdebeauvoir.net/beauvoir/articles/heritagebvr.html


Le genre, sexe social, in La gauche, 2 giugno 2002, intervista disponibile all’indirizzo http :www.lagauche.com/lagauche/article.php3 ?id_artiche=2


Le féminisme doit être mondial
, intervista disponibile all’indirizzo http://mapages.noos.fr/revuesociaalsme/s11delphy.html

L’affaire du foulard : non à l’exclusion
, in Sisyphe, 1 novembre 2003, articolo disponibile all’indirizzo http://sisyphe.org/article.php3?id_article=728

Une école pour tous et toutes
, intervento al meeting « Une école pour toutes et pour tous », Le Trianon, Paris, febbraio 2004, articolo disponibile all’indirizzo http://1libertaire.free.fr/Delphy16.html

Un point de vue féministe contre l’exclusion des élèves voilées
, versione definitiva, rivista per l’autrice, di un testo inviato al Collectif Droits des femmes, testo già circolato in Internet in diverse versioni. Disponibile all’indirizzo http://www.islamlaicité.org/article113.html


_______________________

* Una prima versione di questa mia scheda bio-bibliografica è stata diffusa in occasione della partecipazione di Christine Delphy alla presentazione del volume di Patrizia Romito, Un silenzio assordante, il 26 novembre 2005 a Bologna (ed è ancora disponibile nel Server donne). La serata era stata organizzata, nell'ambito delle iniziative per la Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne, dalla Casa delle Donne per non subire violenza e dal Centro documentazione delle donne di Bologna, con la collaborazione, tra le altre, di Jacqueline Julien, traduttrice del volume di Romito in Francia. La presente versione ha subito degli ovvi aggiornamenti bibliografici, anche se è ancora lontana dall'essere completa.


[1] Per una particolareggiata ricostruzione delle vicende del femminismo francese degli anni 70 si veda Françoise Picq, Les années-Mouvement, Parigi, Seuil, 1993.

[2] Questions féministes nasce nell’autunno del 1977 e continua tuttora le sue pubblicazioni con il nome di Nouvelles questions féministes. L’originario collettivo di redazione era formato, oltre che da Christine Delphy , da Claude Hennequin, Emmanuelle De Lesseps, Nicole-Claude Matthieu, Monique Plaza, Monique Wittig. Co-fondatrice e direttrice di pubblicazione Simone De Beauvoir.

[3] « Variations sur des thèmes communs », in Questions féministes, n. 1, autunno 1977.

[4] Abbiamo ritenuto utile indicare anche –dove possibile-, le varie riedizioni e traduzioni, soprattutto in quei casi dove il titolo o il contenuto del saggio differiva dall’originale.

[5] La data di pubblicazione del saggio (firmato in Partisans con il nome di Christine Dupont) indicata nella riedizione contenuta in L’ennemi principal. 1/Économie politique du patriarcat (novembre 1970) è erronea.

[6] In L’ennemi principal. 1/Économie politique du patriarcat, la data di pubblicazione indicata ( mai 1976) è erronea

[7] Il volume è stato tradotto anche in giapponese (1996) e in turco (1999).

mercoledì 7 febbraio 2007

Marginalia

Marginalia prende questo nome all’inizio di gennaio 2007 e viene “inaugurata” il 27 dello stesso mese, nella Giornata della Memoria, ponendosi come una sorta di “allegato” al mio preesistente blog (Critica della ragion naturale, titolo che ho trasferito su di un'altra piattaforma, ma che non so se riuscirò a seguire ). In un tempo tutt’altro che “pacificato”, quel blog si è trovato via via coinvolto nelle diverse “emergenze”: le provocazioni razziste, sessiste, omo e lesbo – fobiche[1], il rifiuto dei fondamentalismi di matrice religiosa[2], la necessità di combattere i luoghi comuni razzisti e sessisti veicolati dai media e, purtroppo, a volte riprodotti acriticamente nei discorsi che si vorrebbero “altri”, la critica dei revisionismi e del negazionismo[3], la segnalazione e l’appoggio alle lotte contro la violenza sulle donne[4] e alle nuove manifestazioni “di massa” contro razzismo, fascismo, sessismo, omo- e lesbo- fobia, e contro l’ingerenza vaticana nella vita politica e sociale italiana[5], il rilancio di appelli e campagne italiani e internazionali su “casi” specifici legati ai temi trattati, la segnalazione di pubblicazioni, eventi,memorie[6], momenti di discussione pubblica.
Questo registro per così dire di “cronaca” ha coesisitito con un'altra dimensione, strettamente collegata, ma che procede con un ritmo e un respiro diversi: la pubblicazione di saggi, articoli, recensioni dedicati alla riflessione critica, all’approfondimento della dimensione teoria e/o storica degli stessi temi[7].
Con l’accumularsi dei materiali pubblicati, questi due registri sono diventati difficilmente distinguibili, e il blog vincenza perilli ha preso la forma di un sorta di deposito o di bacheca in cui si accatastavano un po’ alla rinfusa annunci o pezzi di “cronaca” e testi più “corposi”.
Una sorta di solaio, di bancarella informale, in cui rovistare alla ricerca di qualcosa che può interessare o incuriosire, nel piacevole disordine in cui spesso scopriamo qualcosa che ci cattura, ci colpisce o, più semplicemente, ci incuriosisce o “ci dice qualcosa”.
Ma questo felice stato originario di disordine fecondo, spesso non permette a chi legge, di identificare in modo chiaro ed efficace dove può trovare cosa.
Di qui la decisione di costruire una dimensione separata: una regione vicina e comunicante, dedicata ai saggi e alle recensioni, che stia a vincenza perilli un po’ come una rivista sta a un quotidiano. Il mio 2vecchio" blog funzionerà come una specie di bacheca, una rubrica di annunci e comunicazioni veloci, affiancato da una regione di riflessione a cui cercherò di dare forma:
è nata Marginalia.


[1] Tra gli altri: Meglio Vladimir che Mussolini, Quote di fascismo rosa, Per finirla con Fini …
[4] Oltre alla segnalazione di molteplici iniziative promosse dai centri antiviolenza (ad esempio i post in occasione della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne), ricordo l’appello di Usciamodal silenzio, Donne native e migranti prendono la parola e la proposta del termine “femminicidio” di Gd per indicare le diverse forme di violenza che subiscono le donne
[5] In particolare le manifestazioni proposte da Facciamobreccia, da Orgoglioso antifascismo alla manifestazione No Vat
[6] Ad un anno dalla morte di Riccardo Bonavita, ricordarlo attraverso una bibliografia
[7] Dalla recensione di La pelle giusta di Paola Tabet (già pubblicata nel n.1 di Razzismo&Modernità), alla presentazione del n. 25/2006 di NQF su sessismo e razzismo , alla recensione di Guerra e resistenza, alla segnalazione di uscite di testi quali Il femminismo degli anni 70 o Razzismo, meticciato, democrazia razziale
, alla riflessione critica su fatti di “cronaca” quali Provenzano: l’autunno del patriarca, ovvero dai benefici ai costi del lavoro di cura, Orgoglioso antifascismo , Il “qui ed ora” del patriarcato, L’altro nome della violenza sulle donne

sabato 27 gennaio 2007

Confortanti silenzi

Toshi Kayano e Vincenza Perilli, Confortanti silenzi, in Altreragioni, n. 10, 2000, pp. 125-127.

Nell'agosto 1991 a Seul, Kim Hak Sung, ex "donna di conforto"(1) rompe pubblicamente un silenzio durato quasi mezzo secolo, denunciando il diretto coinvolgimento del governo giapponese nell'istituzione di bordelli militari a servizio dell'esercito durante la seconda guerra mondiale.
Le prime "case di conforto" vengono create in Cina all'inizio degli anni Trenta e la pratica si estende, a partire dal 1941, con la Guerra del Pacifico, in tutti i territori conquistati dall'esercito imperiale. La loro sistematica installazione subisce un notevole incremento dopo il massacro di Nanchino perpetrato dall'esercito giapponese nel novembre 1937 quando, nell'ambito dell'uccisione di centinaia di migliaia di civili, un numero incalcolabile di donne viene violentato. Preoccupate dall'indignazione dell'opinione pubblica internazionale e dal timore che simili fatti potessero inasprire la resistenza delle popolazioni delle zone occupate, le autorità nipponiche vedono l'istituzione massiva dei bordelli militari come un argine agli stupri incontrollati, e come mezzo di prevenzione al propagarsi di malattie veneree tra le truppe.
In realtà le "case di conforto" non hanno costituito un'alternativa, ma un supplemento istituzionalizzato delle diffuse pratiche di stupro (2), orientato selettivamente su determinate categorie di donne: prelevate, spesso con la forza, dalle popolazioni "inferiori" delle colonie e dei territori occupati, ma anche - in diversi casi - reclutate con imprecisate e illusorie offerte di lavoro tra gli strati più poveri. Deportate talvolta a migliaia di chilometri dal paese d'origine, sottoposte a una stretta sorveglianza che non lasciava alcuna via di fuga - tranne i (frequenti) suicidi -, queste donne erano ignare della loro sorte fino al momento della loro "messa al lavoro". La giornata era scandita gerarchicamente: i soldati durante il giorno, i sottufficiali la sera, gli ufficiali la notte. Sottoposte dai medici militari a rigidi controlli e a interventi chirurgici tesi a "migliorarne" l'uso sessuale, venivano spesso uccise in caso di infezioni o malattie veneree. A fine guerra, molte sopravvissute al "lavoro" sono state eliminate dalle truppe giapponesi in ritirata, che davano così il via alla distruzione delle prove. A tutt'oggi il numero delle vittime resta imprecisato.
Nel dopoguerra diversi fattori hanno contribuito all'occultamento di questi crimini. Nei paesi ex-colonizzati, al mutismo, legato a un sentimento di vergogna (spesso imposta) delle vittime, si è sovrapposto l'interesse dei governi a non ostacolare le relazioni politico-economiche col Giappone. D'altro canto l'opinione pubblica giapponese non ignorava l'esistenza di case chiuse (frequentemente evocata nella letteratura e nel cinema del dopoguerra), ma tendeva ad ammetterla come un "naturale" ed ineluttabile contorno della guerra.
Le militanti del movimento femminista sud coreano hanno contribuito in maniera determinante all'emergere del problema. Impegnate da anni nella denuncia del turismo sessuale delle kisaeng (le cosiddette geishe coreane) - appoggiato dal governo come uno dei principali canali di importazione di valuta straniera -, sono esse a raccogliere le prime voci sull'esistenza delle cosiddette "case di conforto" e a mettersi alla ricerca delle vittime in tutti i territori dominati dal Giappone durante la seconda guerra mondiale. La testimonianza di Kim Hak Sung, trasmessa in televisione, alza il velo sulla concreta sofferenza delle vittime innescando un vasto movimento d’opinione. La protesta si estende dalla Corea a tutto il sudest asiatico acquistando una dimensione mondiale a partire dal 1993, quando, alla Conferenza internazionale di Vienna, alcune ex "donne di conforto" coreane testimoniano insieme con le vittime degli stupri sistematici avvenuti nella ex-Jugoslavia (3).
Nello stesso Giappone le dichiarazioni delle vittime e le mobilitazioni di intellettuali (storici, giuristi, sociologi) hanno contribuito alla ricostruzione dei fatti e a una prima presa di coscienza del loro carattere di "crimini di guerra", che però non si è finora tradotta in un esplicito riconoscimento giuridico delle responsabilità statali. Il governo nipponico ha inizialmente reagito negando l'implicazione dell'esercito, scaricando la responsabilità su "fornitori privati" che avrebbero gestito, da soli, "l'affare". Il moltiplicarsi delle testimonianze, delle denunce, delle prove ha reso inevitabile un cambiamento di atteggiamento: lo Stato ha cominciato ad ammettere qualche responsabilità - in particolare, dal 1997, menzionando la questione nei manuali scolastici -, ma rifiuta di riconoscere ogni responsabilità giuridica con il pretesto che il trattato stipulato nel 1965 con il dittatore del governo militare della Corea del Sud, Park Chung-Hee, ha chiuso ogni contenzioso relativo ai tempi della seconda guerra mondiale, e ad analoghi trattati con altri paesi vicini.
La situazione si è notevolmente aggravata negli ultimi anni con la nascita di un movimento ultranazionalista che alimenta ed estremizza le argomentazioni governative. La questione viene ridotta a un "complotto internazionale anti-giapponese" e - adattando un collaudato copione negazionista - le vittime sono iscritte nella categoria dei "falsificatori": le pretese "schiave sessuali" dell'esercito imperiale non sarebbero altro che prostitute "volontarie" e il Giappone si sarebbe comportato né più né meno come un qualsiasi altro paese in guerra.
Se il retroterra culturale di questo tipo di discorso non è un fenomeno nuovo in Giappone, inedita è l'ampiezza e il sostegno che riceve attualmente dalla società. Il revisionismo della destra nazionalista, sostenuto dai maggiori organi di stampa e da esponenti del potere politico, finanziato da eminenti uomini d'affari e appoggiato dalle più importanti case editrici del paese, genera una forte inquietudine, non solo nelle minoranze etniche che vivono nell'arcipelago, ma anche in quanti vedono un reale pericolo nel ritorno di forme di etnocentrismo populista in Giappone come altrove.
Per contrastare questa situazione e l'inattività delle istanze giuridiche ufficiali (4), un tribunale internazionale sulla questione delle "donne di conforto", promosso dal Vaww-Network (Violence against women in war), è previsto per il dicembre 2000 a Tokyo.
Sono nati numerosi comitati di sostegno: sono disponibili diversi documenti (tra cui il film: documentario Murmures, della regista sud coreana Byun Young-Jo) e, in vista della scadenza di dicembre, si intensificano le iniziative pubbliche ed è in corso una raccolta di firme.

NOTE:



(1) Traduciamo con "donna di conforto" l'eufemistica espressione giapponese "ianfu".
(2) La reale funzione di esperienze storiche come questa è naturalmente assente nelle sollecitazioni al ripristino delle idilliache "case chiuse", avanzate negli ultimi anni in Italia da qualche nostalgico delle imprese d'Africa e da diversi esponenti della destra.
(3) Dalla dichiarazione adottata da questa conferenza è nata la "Dichiarazione per la soppressione della violenza contro le donne" dell'Assemblea generale dell'Onu dello stesso anno.
(4) Lo stesso progetto di una Corte penale internazionale permanente, con il compito, tra l'altro, di giudicare gli atti di violenza sessuale compiuti nell'ambito di conflitti interetnici e internazionali, avrà un mandato limitato ai crimini perpetrati dopo l'entrata in vigore del suo regolamento, approvato col trattato di Roma del luglio 1998. Ciò significa che i crimini risalenti al passato non potranno essere presi in considerazione.