Dopo 14 mesi, la vicenda processuale di quello che oramai è consegnato alle cronache come "lo stupro della Cirenaica", dal nome della zona di Bologna dove si è consumato lo stupro di una giovane donna da parte del suo ex-ragazzo e un amico, si è conclusa.
Tutti i capi d'accusa - dalle percosse, allo stupro di gruppo - sono stati riconosciuti e i due sono stati condannati a due anni e dieci mesi (che almeno uno dei due, incensurato, non sconterà). Ma quel che premeva alla donna che ha subito lo stupro e a chi si è mobilitato per sostenerla, era (ed è) che il "fatto" fosse riconosciuto in nome di un'esigenza di giustizia che non si misura con gli anni di "pena" ma con l'affermazione della verità. Questa donna è andata fino in fondo, nonostante la violenza supplementare della campagna denigratoria, sostenuta da amici ed amiche degli accusati, che cercava di dipingerla come una psicolabile che si era inventata tutto e dell'iter processuale che, nonostante sia cambiato dai tempi del famoso "Processo per stupro", permette ancora che la donna che ha denunciato la violenza sia sottoposta a domande - sollevate dai difensori degli imputati - sulle proprie abitudini (e persino fantasie) sessuali. Denunciare uno stupro non è mai facile, ancor più difficile è andare fino in fondo, e probabilmente è impossibile lasciarsi veramente alle spalle un'esperienza del genere. Ma questa vicenda, conclusasi a qualche giorno dalla grande manifestazione contro la violenza sulle donne, mostra che rompere il silenzio non è (mai) inutile.
Tutti i capi d'accusa - dalle percosse, allo stupro di gruppo - sono stati riconosciuti e i due sono stati condannati a due anni e dieci mesi (che almeno uno dei due, incensurato, non sconterà). Ma quel che premeva alla donna che ha subito lo stupro e a chi si è mobilitato per sostenerla, era (ed è) che il "fatto" fosse riconosciuto in nome di un'esigenza di giustizia che non si misura con gli anni di "pena" ma con l'affermazione della verità. Questa donna è andata fino in fondo, nonostante la violenza supplementare della campagna denigratoria, sostenuta da amici ed amiche degli accusati, che cercava di dipingerla come una psicolabile che si era inventata tutto e dell'iter processuale che, nonostante sia cambiato dai tempi del famoso "Processo per stupro", permette ancora che la donna che ha denunciato la violenza sia sottoposta a domande - sollevate dai difensori degli imputati - sulle proprie abitudini (e persino fantasie) sessuali. Denunciare uno stupro non è mai facile, ancor più difficile è andare fino in fondo, e probabilmente è impossibile lasciarsi veramente alle spalle un'esperienza del genere. Ma questa vicenda, conclusasi a qualche giorno dalla grande manifestazione contro la violenza sulle donne, mostra che rompere il silenzio non è (mai) inutile.
Alcuni articoli sulla vicenda (in ordine cronologico):
●Manifestazione contro raccolta fondi per spese legali di accusati per stupro, in Femminismo a Sud
●Lo stupratore non è un malato, è il figlio sano del patriarcato, in Marginalia
●Women Declare War on Rape, in Marginalia
●Autodifesa femminista ed altre alternative, in Marginalia
●Atti concreti contro la violenza sulle donne, in Controviolenzadonne.org
●2 7 novembre a Bologna: processo per stupro, in Critica della ragion naturale (non un omaggio a Kant, ma a Christine Delphy)
●Non una di più, in Femminismo a Sud
* L'immagine è "rubata" al bel sito di Bunnies On Strike.
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