giovedì 31 maggio 2007

Disimparare il razzismo


Vincenza Perilli, Contro ogni razzismo, Portici, n. 1/2, aprile 2006, p. 26*


Il razzismo non è una tendenza naturale e spontanea, ma un complesso rapporto sociale articolato a una certa “cultura” trasmessa e appresa, appunto, come “naturale”. Per questo conoscerlo – capire come si forma, come agisce e come si trasmette – può essere un modo per combatterlo, criticarlo e disimpararlo.

Di qui l’importanza di attività come quella del Centro Furio Jesi una delle associazioni che operano presso la Scuola di pace di via Lombardia 36 a Bologna – al quale si deve la costituzione dell’omonimo Centro di documentazione che, nato nel 1989, raccoglie oggi circa diecimila volumi che offrono un vasto panorama documentario relativo al razzismo.

Ad un primo nucleo che, partendo dalle opere di Furio Jesi, si concentrava in particolare sul mito e le sue manipolazioni da parte di regimi totalitari quali il nazismo, si sono aggiunte, a partire dalla mostra La Menzogna della razza (1994), sezioni incentrate sul razzismo: dal colonialismo italiano al razzismo fascista, dall’eugenetica alla biopolitica, dallo schiavismo alle migrazioni contemporanee, dall’antisemitismo alla Shoah fino ai genocidi spesso dimenticati (zigano, armeno, ruandese), dai testi razzisti contemporanei alle pubblicazioni dei cattolici integralisti.

Tra i volumi spiccano vere e proprie rarità quali Il sangue cristiano nei riti ebraici della moderna sinagoga, testo apocrifo del 1883, o Italiani del Nord, italiani del sud di Alfredo Niceforo (1901), testo chiave nella genesi del pregiudizio antimeridionale. Notevole il fondo concernente i famigerati Protocolli dei Savi di Sion che comprende oltre ad una vasta letteratura critica tutte le edizioni italiane e molte di quelle straniere.

Il settore riviste, oltre a “classici” quali La difesa della razza o i primi numeri de La Civiltà Cattolica (di metà Ottocento), comprende Il Giornalissimo, rivista fortemente antisemita del 1938 di cui il Centro – unico in Italia – possiede l’annata completa.

Il catalogo dei volumi della biblioteca, non ancora incluso nell’Opac, è consultabile on-line nel sito della Scuola di pace: www.scuoladipace.org .

Aperto al pubblico per ricerca e consultazione dalle 15 alle 19 dal lunedì al venerdì, il Centro è anche un luogo di elaborazione e realizzazione di iniziative, tra le quali il corso per insegnati “Disimparare il razzismo” tenuto da Mauro Raspanti che, non a caso, riprende il titolo di un libro di Paola Tabet e Silvana Di Bella: Io non sono razzista ma… Strumenti per disimparare il razzismo (Anicia, 1999).


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* Questo testo è scaricabile in formato Pdf dall'archivio di Portici

giovedì 17 maggio 2007

Negazionismo virtuale

Rudy M. Leonelli, Luca Muscatello, Vincenza Perilli, Leonardo Tomasetta, Negazionismo virtuale: prove tecniche di trasmissione, Altreragioni, n. 7, 1998, pp. 175-181*




In un recente studio Alain Bihr indica tra le condizioni che, negli ultimi anni, hanno permesso al verbo e al credo revisionista di uscire dai circoli ristretti in cui era costretto, l'affermarsi di una sorta di relativismo generalizzato:

"tutti i punti di vista si equivalgono, non c'è più criterio che permetta di distinguere chiaramente il vero dal falso, il reale dall'illusorio, il bene dal male; a ciascuno forgiarsi la sua opinione, e d'altronde tutte le opinioni sono accettabili quando sono sincere. Questa assenza di criteri è del resto celebrata dall'ideologia postmodernista come una liberazione, come l'accesso a un mondo in cui l'individuo può moltiplicare i punti di vista, simultaneamente o successivamente: intrecciarli senza curarsi della loro coerenza, o praticare una sorta di nomadismo identitario, cambiando di 'visione del mondo' come di camicia"[1].

Le reti telematiche sono diventate uno dei luoghi privilegiati di riproduzione e sperimentazione di questo relativismo, popolarizzato da riviste come Wired: "All'improvviso, la tecnologia ci ha dato poteri che ci permettono di manipolare non solo la realtà esterna, il mondo che ci circonda, ma anche e soprattutto noi stessi. Potete diventare tutto quello che volete essere".[2]

Per questo sarebbe sbrigativo e troppo facile liquidare l'utilizzo delle reti da parte del revisionismo telepragmatico come un semplice epifenomeno. Non si tratta di un effetto collaterale, ma di una reale deriva del nomadismo identitario.

"L'ideologia contemporanea della comunicazione è caratterizzata dall'effimero, dalla dimenticanza della storia e del perché degli oggetti e del loro assemblaggio sociale".[3] Il revisionismo si articola facilmente, e in modo quasi "naturale", con questa ideologia.

Abbiamo per ora sollevato il problema. Qui, non affronteremo il fenomeno globale dei file e dei web revisionisti nel mondo,[4] ma ci limiteremo all'analisi di alcuni aspetti di un episodio specifico, che può essere letto come caso limite nel contesto del revisionismo virtuale.

Nell'ottobre del 1990 si diffonde in Italia, dopo una breve fase sperimentale la rete telematica antagonista European counter network (Ecn). Se inizialmente la rete era espressione diretta di una struttura già esistente - il Coordinamento nazionale antinucleare antimperialista - nella quale le realtà locali svolgevano funzione di verifica preliminare dei messaggi immessi,[5] in seguito si apre un dibattito che, nel confronto-scontro con altre esperienze, porterà Ecn a divenire rete "aperta" al contributo di singoli, senza nessuna restrizione e forma di controllo.

Questo processo è in un primo tempo animato dalla tensione verso un nuovo modello di relazioni politiche e comunicative: si cerca di chiudere, o superare, una impostazione in qualche modo "autocentrata" su alcuni nuclei militanti che hanno "resistito", nell'intento di innescare una dinamica espansiva, caratterizzata dall'apertura ad una pluralità di "soggetti" e situazioni.

Le possibilità offerte dalla telematica e dal suo uso alternativo e/o antagonista sembrano rilanciare a vent'anni di distanza e ad un nuovo e più alto livello le potenzialità aperte dalle radio libere. Il parallelo tra le due esperienze è ricorrente e in certo senso spontaneo. Ma il confronto con le radio degli anni Settanta che - dato il carattere quanto meno non generalizzabile di quell'esperienza - potrebbe suggerire una riflessione critica, è spesso sviluppato in termini autocelebrativi, che appiattiscono il dibattito sulle posizioni più viete.

Nella gestione quotidiana di questo passaggio prevale, a scapito delle sollecitazioni più problematiche, un senso comune di impronta dualistica che - in ossequio alla logica binaria - contrappone coppie terminologiche antagonistiche quali: chiuso/aperto, rigido/fluido, verticale/orizzontale, spesso riassunte nell'onnicomprensiva e futile dicotomia vecchio/nuovo, tatuata sulla pelle subculturale di una supposta comunicazione a/ideologica. Non sarà raro reperire in testi teorici e in messaggi ordinari le tracce di un impianto che taglia il mondo in due parole-chiave inconciliabili (o distingue due mondi storicamente sfalsati): lo "stalinismo" e la deregulation.

L'esperienza effettiva dell'uso della rete Ecn mostrerà presto nuovi limiti: al primitivo uso "militante" - spesso ridotto ad una sorta di utile, ma limitato "bollettino" - e alla diffusione di contributi teorici, italiani e non, si affianca un tipo di "comunicazione" atomistica, dove la pregiudiziale apertura espone al permanente rischio di ridondante dispersione, e (in particolare nel caso che esaminiamo) iniziano a comparire discussioni che degradano in scambi di invettive. Lontano dall'essere prerogativa esclusiva della rete Ecn, si tratta di un fenomeno normale nella "comunicazione" telematica, tanto che negli Usa è stato coniato il termine electronic harassment (in gergo flame): "a mano a mano che cresce il traffico in rete, aumentano messaggi osceni, insulti, minacce, una versione postmoderna delle vecchie lettere anonime".[6]

A dispetto delle visioni dei profeti dell'era digitale, si va configurando nel cyberspazio uno scenario implosivo. Ai limiti strutturali della comunicazione telematica - riduzione della funzione linguistica alla reazione stimolo-risposta, divieto di replica e di circolarità dello scambio comunicativo, sussunzione dei filtri e dei selettori alle finalità autoreplicative del sistema binario, ecc. - si aggiungono, con l'espandersi della rete, quegli effetti di "ridondanza" e di "rumore" (Luhmann) che, ove non si riesca a governare l'accresciuta complessità dell'informazione circolante, porterà ad una soluzione autistica della stessa comunicazione telematica.

Ma veniamo al negazionismo. Nel novembre 1992, certamente al di fuori di molte speranze puntate sul progetto Ecn, vengono immessi nella rete i primi messaggi revisionisti ad opera del collettivo "Transmaniacon" di Bologna.[7] Il file che inaugura questo esperimento, La provocazione revisionista, è la trascrizione di una intervento transmaniaco trasmesso della neonata Radio K Centrale (Rkc). Spicca, in questo testo, la lapidaria frase di Faurisson:

"Le pretese camere a gas hitleriane e il preteso genocidio degli ebrei formano una sola e medesima menzogna storica, che ha aperto la via ad una gigantesca truffa politico-finanziaria, i cui principali beneficiari sono lo stato d'Israele e il sionismo internazionale, e le cui principali vittime sono il popolo tedesco, ma non i suoi dirigenti, il popolo palestinese tutto intero e, infine, le giovani generazioni ebraiche che la religione dell'Olocausto chiude sempre di più in un ghetto psicologico e morale".

È con queste idee "nuove" che la periferia padana cerca di allungare il passo per raggiungere il "centro" dell'impero. Spingendo al parossismo la violazione dei "tabù"[8] si può forse saltare sul carro della costituenda nazione digitale: "Il mondo collegato è la più libera comunità d'America. I suoi membri possono fare cose inaccettabili altrove nella nostra cultura".[9]

Ha inizio un gioco che continuerà a lungo, con l'immissione di file firmati con soprannomi, acronimi e vari pseudonimi.[10] Rispetto all'uso storico di questo espediente in ambito revisionista,[11] la sperimentazione telematica del nomadismo identitario introduce nuove possibilità di gioco. Usando contemporaneamente diversi pseudonimi uno stesso soggetto può costruire in tempo reale un discorso su diversi livelli, inscenando un personaggio A che collabora all'introduzione del discorso revisionista, un personaggio B che, pur non condividendo a pieno tale discorso, lo ritiene un'utile sollecitazione, e un personaggio C che, mentre ostenta distacco per le dinamiche che ha contribuito a scatenare, solidarizza con A in nome della tolleranza e della libertà di espressione.[12] La presunta "dissoluzione del soggetto" nel cyberspazio si rovescia in un protagonismo indiscriminato, spinto fino al sintomatico genere della (auto)intervista; mentre la celebrata pluralità dei punti di vista diviene mera simulazione. Il carattere duttile e segmentario della comunicazione non manifesta una intrinseca potenza liberatoria: il concatenamento flessibile di una serie di segmenti rigidi può funzionare a cingolo di carrarmato.

Ma più importante della produzione propria, costituita da interventi di scarso rilievo, l'operazione del collettivo Transmaniacon consiste nell'immissione in rete di traduzioni di testi del negazionismo, interventi relativi allo stesso e informazioni su iniziative e progetti editoriali negazionisti.

La cifra ideologica dell'intera operazione è l'uso del materiale negazionista ai fini di uno smantellamento - da un punto di vista "rivoluzionario e di classe"- dell'antifascismo. Ma la critica dell'antifascismo consensuale e celebrativo sviluppata dai movimenti di estrema sinistra nel dopoguerra subisce una torsione verso un anti-antifascismo che ne altera violentemente la valenza, e la cui pretesa efficacia "sovversiva" diviene sempre più inverosimile a fronte delle trasformazioni postfasciste in atto nella cultura e nella costituzione italiana.[13]

Questo carattere improbabile è accentuato dal fatto che la sequenza dei messaggi disegna un'oscillazione tra il richiamo a matrici di ultrasinistra e una cultura del disincanto ("fine della Storia" e delle "ideologie", estraneità alla dicotomia destra/sinistra, etc.). Si potrebbe parlare, da questo punto di vista, di un revisionismo commutatore, o "di cerniera", che riversa relitti di ideologie rivoluzionarie e scampoli di fraseologia marxista sulle spiagge piatte del "dopo-storia".

Il tratto dominante è il recupero del negazionismo di Rassinier, Faurisson e Vieille Taupe di Pierre Guillaume[14] che, a differenza del revisionismo relativizzatore (riassunto nella figura emblematica di Nolte), dovrebbe prestarsi ad un uso rivoluzionario o "anticapitalista".[15] L'opposizione a Nolte, sancita nel febbraio del '92 proprio a Bologna dall'occupazione pacifica dell'aula in cui lo "storico" avrebbe dovuto tenere una conferenza organizzata dai Cattolici popolari, viene fatta valere come segno di appartenenza all'ambito in cui si intendono introdurre le tesi negazioniste. Si tratta, però, di un passaporto alterato, in quanto il blocco di Nolte è trasformato dalla retrospettiva versione "situazionautica" nella generica contestazione di "una star". Questa riduzione a critica dello "spettacolo" è introdotta per cancellare o diluire il segno forte di contestazione del revisionismo iscritto nell'assemblea che si era svolta nel corso dell'occupazione e nei volantini che l'avevano promossa.[16]

Il motivo antiaccademico ha un ruolo di primo piano: al revisionismo "ufficiale" di Nolte viene contrapposto il negazionismo, presentato coi crismi della persecuzione. Un filone che appare immediatamente "sovversivo" in quanto trasgressivo, irriverente e, soprattutto, marginalizzato e censurato. L'opposizione "ribellista" del negazionismo al revisionismo relativizzatore sarà inficiata nei fatti dalle posizioni assunte dallo stesso Nolte.[17] La vanificazione di questa pretesa inconciliabilità troverà definitiva sanzione con la pubblicazione, da parte dell'editrice che ha realizzato la nuova traduzione italiana de La menzogna di Ulisse, di Paul Rassinier[18] - preannunciata dai transmaniaci in Ecn - di un volume che comprende tra gli altri un intervento di Nolte che ribadisce la possibile integrazione del negazionismo.[19]

Sarebbe sterile seguire il magma dei file transmaniaci, mostrando le forzature e i travisamenti imposti ai testi, il penoso tentativo di mettere a servizio dell'operazione frasi strappate da Adorno, Brecht, o Fortini, dipanare il fitto groviglio di autocontraddizioni e mutamenti di registro. Interrogando, a distanza di tempo, il senso di quella impresa, si può scorgere in essa una valenza che travalica la pur emblematica dimostrazione del fatto che talvolta l'interattività immediata "perde il suo contenuto e si ritrova trasformata in un pericoloso moltiplicatore di idiozie".[20]

L'operazione revisionismo in rete ha svolto di fatto un ruolo "sperimentale", diverso da quello intenzionale o dichiarato: ha funzionato come una prova in vitro, un test del grado di tollerabilità dell'intollerabile raggiunto negli ambiti alternativi, o antagonisti, trovando, oltre ad alcune puntuali risposte[21], significative e preoccupanti sacche di giustificazione o indifferenza. Anche su questa nuova zona grigia, preventivamente esplorata nel cyberspazio, si fonderanno in parte le precarie fortune dell'editoria negazionista italiana.

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* Ripubblico, in contemporanea con Incidenze, quest'articolo collettivo, in sostegno all'appello contro la conferenza prevista per domani all'Università di Teramo. Oltre che nel sito di Storia della deportazione dell'università di Torino, l'appello e le adesioni già pervenute sono consultabili nel sito dell'Aned così come in altri siti, vedi qui




[1] Alain Bihr, "Du passé ne faisons pas table rase!", in A. Bihr e altri., Négationnises: les chiffonniers de l'histoire, Villeurbanne - Paris, Golias - Syllepse, 1997, p. 23.

[2] Wired, San Francisco, ottobre 1994, p. 107, citato in Herbert I. Schiller, "I profeti dell'era digitale", Le Monde diplomatique/ il manifesto, novembre 1996, p. 27.

[3] Armand Mattelart, "I nuovi scenari della comunicazione mondiale. Geopolitica e reti informatiche", Le Monde diplomatique/il manifesto, settembre 1995, p. 30.

[4] Da parte di gruppi di estrema destra, l'uso delle reti non è limitato a varie forme di propaganda e coordinamento logistico (promozione di manifestazioni, azioni, etc.), ma si estende alla diffusione di materiale revisionista. Queste attività hanno raggiunto forme particolarmente sofisticate: "il nocciolo duro dell'eversione telematica è collocato ai livelli segreti di Internet, quelli che restano inaccessibili a ogni forma di ricerca. Nella maggioranza si tratta di gruppi di discussione volatili (indirizzi telematici che funzionano come una gigantesca buca delle lettere a cui ognuno può spedire messaggi sul tema in discussione), segnalati ai partecipanti sotto forma di 'mailing list' (lista degli indirizzi). Si accede alla lista solo su invito diretto, e i requisiti di reclutamento sono rigorosissimi. Ma Internet non è una zona sicura (nemmeno per le aree invisibili), così le comunicazioni più sensibili sono segretate con un programma di criptaggio che nessuno al mondo è in grado di decodificare senza possederne la chiave" [Franco Fracassi, Il Quarto Reich. Organizzazioni, uomini e programmi dell'internazionale nazista, Roma, 1996, Editori Riuniti, pp. 71-72]. Un gruppo di hacker ha scoperto l'esistenza di una rete clandestina che interconnette le frange più estremiste di gruppi neonazisti del mondo, The Thule Network, rete europea il cui maggior link d'oltreoceano era gestito da Gary Rex Lauck, uno dei fondatori della Nsdap-ao (Nationalsozialistische Deutsche Arbeiterpartei - Auslands und Aufbauorganisation, Partito nazionalsocialista dei lavoratori - organizzazione per l'estero e la costruzione). Fin dagli anni Settanta, Lauck ha svolto un ruolo di primo piano, creando contatti tra le varie organizzazioni neonaziste, fornendo materiale propagandistico e finanziamenti ai "camerati" europei e in particolare tedeschi. Michael Schmidt sostiene che "l'organizzazione dei nazisti per eccellenza è e rimane la Nsdap", articolata con diverse organizzazioni di copertura (o "parallele"), che "esistono solo perché la Nsdap è illegale ma può così continuare a operare 'legalmente'. Ecco perché il semplice divieto di questi movimenti non serve a nulla: anche se intralcia un po' le 'operazioni', non incide affatto sulle strutture" [Neonazisti, Milano, Rizzoli, 1993, p. 52]. Lauck è stato arrestato in Danimarca nel maggio 1995 e poi estradato in Germania, in occasione di un viaggio europeo finalizzato alla partecipazione a un congresso internazionale revisionista. Schmidt documenta i rapporti di Lauck con negazionisti quali l'ex ufficiale delle SS Thiers Christophersen, autore di Die Auscwitz Lüge (La menzogna di Auschwitz), 1973. Sul ruolo del revisionismo in una iniziazione al neonazismo negli Usa, vedi Joel Gilbert, "Chi ha perso un americano?", Altreragioni, n. 6, 1996, pp. 119-129.

[5] Cfr. International Meeting. Atti del convegno internazionale di Venezia 7-8-9 Giugno 1991, Padova, Calusca Edizioni, 1991. In particolare i materiali della Commissione comunicazione, pp. 77-118.

[6] "E in rete navigano insulti e minacce", Il Corriere della Sera, 22.7.1997.

[7] Una rassegna critica di questi file è fornita da Guido Caldiron, "Liaisons romaines", in A. Bihr e altri, Négationnistes..., op. cit., pp. 179-192. Caldiron cita da La provocAzione revisionista, a cura di Ecn Milano, febbraio 1994. Nel presente lavoro abbiamo fatto direttamente ricorso ai file originali circolati in Ecn.

[8] Nel quadro della "violazione dei tabù" il Collettivo "Transmaniacon" ha inoltre agitato il tema della pedofilia. Una simmetrica rottura dell'interdetto era emersa, già dieci anni prima, ai bordi del negazionismo francese (Cfr. Didier Daeninckx, "Le jeune poulpe et la vieille taupe: chronologie d'un combat des profondeurs", in A. Bihr e altri, Négationnistes..., op. cit., pp. 172-173).

[9] Jon Katz, "Birth of a Digital Nation", Wired, april 1997,.p. 186.

[10] Due pseudonimi usati nei file revisionisti (Mastro Ciliegia e Fabrizio Belletati) riaffiorano abbinati a un nome anagrafico nel volumetto curato da di Gilberto Centi , Luther Blissett, Bologna, Synergon, 1995, p. 57. Incensando la "mitologia dell'improbabile e dell'ubiquo" e la creazione di "situazioni al cui interno non esista responsabilità individuale" (p. 61), il testo fornisce un resoconto significativamente incompleto delle imprese del collettivo Transmaniacon in Ecn e Rkc: è dimenticata la provocazione revisionista (pp. 52-54). Mentre omette questa operazione, il racconto ne predispone una giustificazione pragmatica, "rivelando" la decisione di Transmaniacon di forzare i media "nella maniera più radicale possibile" (p. 50). Per questi improbabili "postpolitici", dunque, il fine giustifica i mezzi. Ma la riduzione del negazionismo a questa (retrospettiva) intenzione strumentale non fuoriesce dal circuito revisionista, in quanto presuppone la banalizzazione del genocidio.

[11] Sull'uso degli pseudonimi nel contesto della scrittura negazionista, si veda Emmanuel Chavaneau, "L'illusion d'une vie sans histoire", in A. Bihr e altri, Négationnistes..., op. cit., p.200.

[12] Il genere dell'autoelogio e della solidarietà con se stesso camuffato con pseudonimi risale, in ambito revisionista, al capostipite Paul Rassinier: costui, per mezzo di articoli a firma Jean-Pierre Bermont, rivolgeva dal giornale fascista Rivarol, ricambiati complimenti all'imparzialità e al talento di... Rassinier; che fu platealmente smascherato in un processo dell'ottobre 1964 (vedi Florent Brayard, Comment l'idée vint à M. Rassinier, Paris, Fayard, 1996, pp. 379-380).

[13] Come osserva Lutz Klinkhammer "in Italia negli ultimi anni è stata fortemente auspicata una 'conciliazione nazionale', considerata un elemento fondamentale per una società 'postfascista'. Il 'superamento' del passato fascista da parte di una presunta società post-fascista presuppone però l'offuscamento dei lati negativi di questo passato [..]. Gli storici dovrebbero opporsi con il loro potenziale critico a ogni tipo di abbellimento della realtà". [Stragi naziste in Italia. La guerra contro i civili (1943-44), Roma, Donzelli, 1997, pp. VII-VIII]. Un incisivo quadro del nuovo corso revisionistico che vuole "l'unità della patria" e la "riconciliazione generale" è tracciato nel paragrafo "Un revisionismo storico al galoppo" di Cesare Bermani, Il nemico interno. Guerra civile e lotte di classe in Italia, Roma, Odradek, 1997, pp. 74-80.

[14] I reiterati richiami dei transmaniaci all'attività dei "compagni rivoluzionari della Vieille Taupe" evitano di fornire informazioni sull'esistenza, in tempi distinti, di due diverse realtà contrassegnate dallo stesso nome: dagli anni Sessanta fino alla chiusura nel 1973, la Vieille Taupe è stata una libreria che pubblicava soprattutto testi della sinistra rivoluzionaria. Alle soglie degli anni Ottanta, Pierre Guillaume - un ex esponente della prima Vieille Taupe - valendosi del diritto di proprietà del marchio, ha resuscitato l'etichetta a servizio di una nuova impresa votata alla pubblicazione di testi negazionisti. Il rapporto tra la prima e la seconda Vieille Taupe è controverso. La "nuova" Vieille Taupe è stata presente alle feste del Front national, e i suoi testi sono diffusi in Francia dal circuito della ex libreria neonazista parigina Ogmios.

[15] Relativamente a Nolte, vedi M. Tomba e V. Zanin, "Fare storia per scagionare il presente", Altreragioni, n. 6, 1997. Sul negazionismo vedi i lavori di R. Leonelli, M. Tomba e V. Zanin in questo numero di Altreragioni.

[16] Cfr. "Ernst Nolte? Nein danke", Quaderno di Ecn, Bologna, maggio 1992.

[17] Sul conferimento, da parte di Nolte, di una patente di scientificità alle tesi dei negatori della realtà storica del genocidio perpetrato dai nazionalsociatisti per mezzo delle camere a gas, vedi Luigi Cajani, "L'Occidente dopo la vittoria nella guerra civile", Nuvole, n. 2, a. IV, 1994, pp. 35-37.

[18] La prima traduzione de La menzogna di Ulisse, a cura del "centro studi e documentazione Giovanni Preziosi", comparsa per l'editrice Le Rune [Milano, 1966] era dedicata "a Giovanni Preziosi eroe e martire della verità". La fascetta di sovracoperta recitava: "Lo scrittore socialista Paul Rassinier ex deportato di Buchenwald distrugge la leggenda dei 6.000.000 di morti e dei cosiddetti 'crimini nazisti' e svela le responsabilità dei deportati" [cfr. Alfonso M. di Nola, L'antisemitismo in Italia, Firenze, Vallecchi, 1973, pp. 115-116]. Sull'attività e il ruolo di Preziosi (direttore de La Vita Italiana, curatore nel 1921 della prima edizione italiana del celebre falso antisemita I Protocolli dei Savi Anziani di Sion e di numerose riedizioni, dal 1944 direttore dell'"Ispettorato generale per la razza" della Repubblica Sociale Italiana) nel contesto del complesso reticolo dei razzismi del fascismo, rinviamo all'accurato catalogo della mostra curata del Centro Furio Jesi, La menzogna della razza. Documenti e immagini del razzismo e dell'antisemitismo fascista, Bologna, Grafis, 1994.

[19] Ernst Nolte, "La versione storico-genetica della teoria del totalitarismo: scandalo o perspicacia?", in Ferdinando Abbà e altri, Revisionismo e revisionismi, Genova, Graphos, 1996, pp. 23-38.

[20] Riccardo Stigliano, "Che cos'è una democrazia elettronica?", Le Monde diplomatique/il manifesto, maggio 1996, p. 11.

[21] Ricordiamo tra gli altri: il file Ultima.txt, firmato "alcuni compagni del Piemonte"; il netto rifiuto del "dialogo" da parte del Collettivo acéphale (file siglati AAA - Agenzia autonoma acéphale, Bologna); il documento prodotto dal Centro di comunicazione autonomo di Bologna, "Contro il revisionismo storico 'di sinistra'", La coMune - Progetto memoria, n. 15, 1994, pp. 20-33. Ma i situazionauti hanno trovato anche apologeti: in una lettera a Marxismo oggi, un revisionista cita tra gli altri, a testimonianza dell'esistenza di un negazionismo di sinistra: Transmaniacon, La Provocazione Revisionista, Bologna 1994 [Carlo Mattogno, "Il revisionismo in Italia", Marxismo oggi, n. 3, 1996, pp. 168-169].

venerdì 30 marzo 2007

Sexe et Race: discours et formes nouvelles d’exclusion du XIXe au XXe siècle

Vincenza Perilli (a cura di), Dossier "Sexe et race", Razzismo & Modernità, n. 2, 2002, pp. 108-123.


Vincenza Perilli, La vita di una rivista unica, p. 109.

La rivista Sexe et Race: discours et formes nouvelles d’exclusion du XIXe au XXe siècle che, lungo i due ultimi decenni, ha riprodotto il lavoro svolto nel seminario che le dà nome, tenuto all’università di Paris 7–Denis Diderot, ha cessato le sue pubblicazioni nel 1999. Sexe et Race, come emerge dagli indici che qui pubblichiamo in appendice, si è orientata fin dall’inizio verso quattro grandi assi: biopolitica ed eugenetica; nazionalismi e fascismi; razzismo e antisemitismo; donne, femminismi e antifemminismo. La rivista ha analizzato i discorsi e le forme di esclusione ed emarginazione che si sono sviluppate negli ultimi due secoli nelle società europee, soprattutto rispetto alle donne e alle minoranze etniche, per “esplorare ed esplicitare i rapporti, complessi e mobili, tra le rappresentazioni della differenza dei sessi e quelle delle differenze o gerarchie etniche (di ‘razza’), così come la loro funzione nella costruzione dei discorsi e delle modalità nuove (o classiche) di dominazione ed esclusione”, evitando “le impasse dell’amalgama, della confusione, o della semplice giustapposizione”[1]. Il merito principale di Sexe et Race “è precisamente quello di aver saputo porre e di continuare a porre queste questioni, talvolta così scomode per la storia delle nostre società, ma così fondamentali per cercare di comprenderne il funzionamento passato e presente”[2]. Il seminario e la rivista non sarebbero stati possibili, né probabilmente pensabili, senza l’attività e l’impegno di Rita Thalmann, germanista e storica, che li ha diretti e animati, facendone il luogo di elaborazione teorica delle grandi cause per cui si è battuta, dentro e fuori dall’università, da una vita[3]. In questo saggio per Razzismo & Modernità, Thalmann ricostruisce il contesto che ha permesso, ma anche reso necessaria, l’esistenza di Sexe et Race, un’esperienza che ha inaugurato e promosso linee di ricerca tuttora attive e per nulla esaurite.


[1] “Pour Rita Thalmann”, introduzione a Liliane Kandel (a cura di), Féminismes et nazisme, en hommage à Rita Thalmann, Publications de l’Université Paris VII-Denis Diderot, Paris, 1997, p. 7.

[2] Marie-Claire Hoock- Demarle, “Avant-propos”, in Sexe et Race: discours et formes nouvelles d’exclusion du XIXe au XXe siècle, n. 11, 1999, p. 5.

[3] Si veda l’introduzione a Liliane Crips, Michel Cullin, Nicole Gabriel, Fritz Tauber (a cura di), Nationalismes, fèminismes, exclusions. Mèlanges en honneur de Rita Thalmann, Frankfurt/Main, Peter Lang, 1994, pp. 9-16. Il volume presenta in appendice una bibliografia – per quanto incompleta e ovviamente oramai datata -, delle principali opere di Rita Thalmann.



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Rita Thalmann, “Sexe et Race: discours et formes nouvelles d’exclusion du XIXe au XXe siècle”, pp. 110-117

Non si deve al caso se il nostro seminario Sexe et Race: discours et formes nouvelles d’exclusion du XIXe au XXe siècle, associato dal 1984 fino alla sua chiusura nel 1998 al laboratorio “Societés Occidentales” dell’università di Paris VII – Denis Diderot, è nato dalla constatazione di una insufficiente presa di coscienza tra gli universitari francesi dell’emergenza delle correnti negazioniste e relativiste. Risultava in effetti evidente che l’azione, essenzialmente giudiziaria, delle associazioni di deportati antirazzisti – in origine, le sole a combattere queste correnti ‑, non poteva sostituirsi all’azione preventiva fondata sulla conoscenza delle origini del razzismo e dell’antisemitismo sfociati nella biopolitica del Terzo Reich e nel genocidio nazista degli ebrei, impropriamente chiamato “Olocausto”, problematica centrale delle tesi negazioniste e relativiste.

Beneficiando di un’ampia cooperazione pluridisciplinare estesa ad altre istituzioni scientifiche (Cnrs, Inserm, Ehess, Iep, Bdic, Cdjc[1]), l’Università di Paris 7 offriva da questo punto di vista un quadro particolarmente appropriato. Come testimoniano gli undici volumi pubblicati, il seminario si è dapprima rivolto allo studio comparato dell’evoluzione delle tesi razziali nelle società occidentali e della loro applicazione alla gerarchizzazione dei gruppi umani in continuità col lavoro di Léon Poliakov, aggiungendovi tuttavia quello dell’esclusione socioculturale delle donne, a proposito del quale la nostra università ha giocato, segnatamente grazie a Michelle Perrot e al Cedref (Centre d’enseignement, de recherche et de documentation pour les études féministes) un ruolo precursore.

Questo significa che il tema Sexe et Race: discours et formes nouvelles d’exclusion du XIXe au XXe siècle non deve nulla alla moda relativamente recente del “dovere di memoria”, poiché s’inscrive in un lavoro di ricerca e di trasmissione dei saperi sulla problematica delle continuità e discontinuità di una crisi identitaria sopravvenuta nel corso del XIX secolo, nel contesto della crisi della modernità che conduce all’ascesa dei fascismi fino al parossismo del nazismo, per risorgere in un mondo in cui la perdita di riferimenti favorisce nuovamente lo sviluppo dei nazionalismi e, conseguentemente, la riscrittura di una storia asservita a fini ideologico-politici. Questioni troppo a lungo ignorate dai politici, quando costituiscono uno dei fondamenti dell’avvenire della pace e della democrazia in un’Europa in corso di unificazione e, oltre, della sicurezza mondiale.

Sebbene esistano differenze non trascurabili tra la relativizzazione e il negazionismo – che, malgrado la sua pretesa di incarnare una “storia revisionista” come parte integrante della ricerca scientifica e dell’insegnamento a tutti i livelli, resta l’emanazione di una minoranza eterogenea che mira a negare l’esistenza del genocidio nazista degli ebrei, della quale Valérie Igounet[2] ha descritto la traiettoria e le poste in gioco –, queste due correnti rivelano almeno due aspetti comuni: da una parte la volontà di sgravare la memoria collettiva dal fardello del nazismo in generale e dello sterminio degli ebrei d’Europa in particolare e, dall’altra, l’estensione geografica. In particolare nei paesi dell’Europa dell’Est dopo la caduta del Muro e il crollo della dominazione comunista, così come, più recentemente, nei paesi arabi che cercano di delegittimare l’esistenza dello Stato d’Israele.

Il negazionismo – amalgama grossolano di stereotipi e miti giudeofobi che vanno dall’antigiudaismo cristiano all’antisemitismo riattivato dal conflitto in Medio Oriente, passando per l’estrema destra razzista e antisemita –, benché nato in Francia, non trovandovi udienza, cerca dapprima l’appoggio degli àmbiti neonazisti della Rft e dell’Austria.

Impresa proseguita, dopo Maurice Bardèche e Paul Rassinier, da Robert Faurisson che tenta vanamente di ottenere, nel 1974, la cauzione scientifica di Martin Broszat, esperto riconosciuto della storia del nazional-socialismo, direttore all’epoca dell’Institut für Zeitgeschichte di Monaco. Non è che cinque anni più tardi che l’offensiva negazionista, estesa nel frattempo ai paesi anglosassoni e scandinavi, attira l’attenzione degli ambienti universitari francesi che, salvo rare eccezioni, non erano affatto preoccupati del fenomeno e dei singolari seminari di “critica letteraria” di Robert Faurisson all’Università di Lyon II. In effetti è solo dopo i primi interventi pubblici di quest’ultimo che un certo numero di storici denunciano quest’impresa di falsificazione[3]. Anche se, eccetto David Irving, il negazionismo non ha trovato dei relè tra gli storici, i suoi tentativi di infiltrazione negli ambiti universitari – come rileva Alain Devaquet, ministro dell’educazione, in occasione di una tavola rotonda al Centre Rachi a Parigi[4], a proposito del dossier dell’ affaire Roques[5] –, incontrano connivenze che oltrepassano le università di Lyon II, Lyon III e Nantes. Nell’affaire Roques, così come nei successivi – ancora recentemente nell’affaire Plantin[6] –, possiamo constatare una mancanza di vigilanza e silenzi che spiegano le reazioni spesso tardive, o addirittura inesistenti, delle istanze scientifiche. Attitudine preoccupante, nella misura in cui questa corrente cerca di far presa su giovani menti vulnerabili, anche attraverso lo sviluppo delle sue pubblicazioni e di 4300 siti razzisti e antisemiti accessibili oggi in Francia.

All’inverso del negazionismo, la corrente relativista, nata nella seconda metà degli anni Settanta da una presa di posizione del professor Broszat in favore di una storicizzazione del periodo del Terzo Reich, è stata strumentalizzata dieci anni più tardi nella Rft, a partire da un articolo del filosofo-storico Ernst Nolte che, già in precedenza, passava per l’enfant terribile della corporazione. Conviene precisare che la sua argomentazione mirante a relativizzare il nazismo in generale e il genocidio nazista degli ebrei come una reazione difensiva al pericolo del “giudeo-bolscevismo” era già stata pubblicata nel 1985 in un’opera collettiva inglese[7]. Il suo lancio, pubblicato nel giugno 1986 dalla Frankfurter Allgemeine Zeitung[8], uno dei principali organi degli ambienti economici neoconservatori, si iscriveva nella scia di un movimento di “normalizzazione”, di “riga definitivamente tirata sul passato”, illustrato segnatamente dal difficile dibattito parlamentare sulla imprescrittibilità dei crimini nazisti contro l’umanità, dalla legalizzazione della Comunità di mutuo soccorso degli ex combattenti delle SS (Hiag)[9], e dalla cerimonia di riconciliazione tedesco-americana al cimitero militare di Bitburg. Senza dimenticare le dichiarazioni pubbliche di certi eletti cristiano democratici, precedute, nell’autunno 1984, da quelle del cancelliere Kohl sulla “grazia di una nascita tardiva”in occasione della sua visita in Israele. In questo contesto il modo di procedere di Nolte, seguito da qualche storico neoconservatore tra cui, in particolare, Michael Sturmer, all’epoca consigliere storico del cancelliere Kohl, corrispondeva a uno scivolamento di senso dalla storicizzazione allo storicismo mirante a costruire o ricostruire la memoria tedesca come creatrice di un’identità nazionale sgravata dal peso “di un passato che non vuole passare”.

Apparentemente acquietato dopo le vive reazioni, per interposti media, di sociologi poi di rinomati storici tedeschi legati alla democrazia costituzionale, che rifiutano questa appropriazione ideologico-politica della storia – rifiuto sostenuto fuori dalla Rft da specialisti della storia del nazismo[10] – il dibattito riprende forza,dopo la caduta del Muro, in Europa centrale e orientale. Fondandosi sulle tesi di Nolte, la storiografia relativista-revisionista di questi paesi tendeva a minimizzare la collaborazione con il Terzo Reich e a riabilitare nello stesso tempo le élite nazionali. Questa corrente troverà un insperato sostegno nella nozione di “olocausto rosso”e nell’arringa per una “Norimberga del comunismo” esposta da Stéphane Courtois nel capitolo introduttivo al Livre noir du communisme[11]. Quest’opera collettiva – la cui introduzione è tuttavia ricusata da alcuni degli autori –, pubblicata in Francia nel 1997, conosce una grande diffusione e risonanza nelle società ossessionate dalla riconquista di una fierezza nazionale macchiata dalla compromissione con il nazismo e dai successivi decenni di dittatura comunista[12].

Ad eccezione della Repubblica ceca, dove Vaclav Havel fu il primo, dal 1990, a mettere in guardia i suoi concittadini contro le tentazioni vittimistiche e l’esteriorizzazione sistematica della causa del male, e della Polonia, in cui la ri-nazionalizzazione della storia-memoria, non esente dall’antigiudaismo, equivale a constatare che né il nazismo né il comunismo sono problemi polacchi e che non ci sono, conseguentemente, conti da rendere da questo punto di vista, che i colpevoli sono altrove, o che solo il destino è responsabile delle sciagure della nazione, gli altri paesi dell’Est – in particolare l’Ungheria, ma soprattutto la Romania – integrano la nozione di “olocausto rosso” oramai passata nel lessico corrente.

In questo caso, come in quelli, fino ad oggi meno esplorati, dei paesi baltici o della storiografia della Germania dell’Est dopo la “svolta”, il problema della storicizzazione è legato al trattamento degli archivi. Trattamento variabile in funzione della ricostruzione identitaria. Allorché in Romania un buon numero di storici, appellandosi agli svariati ostacoli all’accesso agli archivi dei periodi relativi, procedono a una riscrittura che esonera questo paese da ogni responsabilità nella persecuzione e nello sterminio di circa 200.000 ebrei rumeni durante l’alleanza con il Terzo Reich, il periodo comunista è presentato di volta in volta come un martirio collettivo del popolo rumeno e l’espressione di una minoranza d’origine etnicamente “straniera” (ebrei, zingari, ungheresi). Le vittime diventano i complici. I complici, le vittime.

Nella Germania dell’Est, al contrario, la massa degli archivi dell’ex Rdt, aperti dopo la caduta del regime, testimonia una volontà di rottura e di stigmatizzazione senza ledere la storiografia della vecchia Rft. Come se, per il solo fatto di questa stigmatizzazione, fosse provata la superiorità del modello democratico liberale della Germania dell’Ovest. Tanto più che gli storici più influenti, tra i quali quelli che dirigono gli istituti specializzati, sono tutti della Germania occidentale. Nondimeno, gli archivi del periodo nazista conservati nella Rdt e nell’Europa dell’Est hanno permesso di precisarne la specificità, svilita dai relativisti, in rapporto alla “seconda dittatura” dell’ex Rdt, ridotta ad una “dittatura senza popolo”, al contrario del nazismo, “dittatura con il popolo”. Tuttavia – e su questo punto lo storico francese Etienne François concorda con il suo collega tedesco Christian Maier – si deve constatare il contrasto flagrante tra il modo in cui la società e gli storici della Germania occidentale hanno reagito agli sconvolgimenti del 1989-90, la vivacità delle messe in causa, la precocità di una storicizzazione della Rdt e la lentezza del dibattito di fondo sul nazismo e il passato tedesco dopo il 1945.

Questa lentezza e queste reticenze sono state oggetto del vivo dibattito seguito alle comunicazioni – a un colloquio dell’ottobre 2000 all’università di Paris VII – di Odile Krakovitch e Caroline Piketty sulla “liberalizzazione” degli archivi francesi. Battaglia che una minoranza di noi porta avanti da anni[13] che ha certo portato ad una pratica meno restrittiva delle deroghe, senza sfociare tuttavia nella legge promessa dal primo Ministro. Legge che doveva ispirarsi al rapporto Braibant[14] del 1996, che preconizzava tra l’altro la riduzione del lasso di tempo interposto tra la data di un documento e la sua accessibilità – nettamente più lungo che in altre democrazie –, e l’istituzione di una reale trasparenza, ciò che avrebbe il vantaggio di porre fine alla pratica del segreto e della ritenzione, che prevale da secoli in Francia. Si favorirebbe così la ricerca storica, permettendo di chiarire più facilmente le zone d’ombra e di decostruire i miti che contribuiscono alla perturbazione della memoria collettiva.

Questo fenomeno fu ugualmente a lungo percepibile nella storia delle donne che non si sviluppa in Francia che all’inizio degli anni Ottanta. Fino a questa data non si contano che da uno a 370 nomi di donne negli indici delle persone citate nelle opere storiche. Non è che a partire dal colloquio Femmes. Féminisme. Recherche – organizzato nel 1983 all’università di Toulouse-Le Mirail con il sostegno del ministero francese della ricerca e di 800 ricercatrici femministe –, che la storia delle donne riceve progressivamente uno statuto universitario. Se bisogna attendere gli anni Novanta per la pubblicazione di una Histoire des femmes en Occident e di una Histoire politique des femmes[15] , in un primo tempo la maggioranza delle ricerche storiche si concentrano sulla Francia. In questo senso il Cedref dell’università di Paris 7 e la nostra équipe Sexe et Race: discours et formes nouvelles d’exclusion du XIXe au XXe siècle – nata nel 1980 all’Università di Tours e trasferita nel 1984 all’università Paris 7 – costituisce fin dall’inizio un’eccezione. Eccezione nel suo interessarsi alla storia comparata delle donne di altri paesi nel caso del Cedref. Eccezione per la nostra équipe nell’introdurre le tematiche dei fascismi e dei razzismi in collaborazione con la Fondazione scientifica internazionale delle donne (Wif)[16] creata nel 1983 per nostra iniziativa in Austria con il sostegno del cancelliere Kreisky, della ministra austriaca della ricerca Herta Firnberg e della ministra della questione femminile Johanna Dohnal. È grazie a questa cooperazione tra la nostra équipe e le reti europee – ai quali si aggiunge un’équipe di storiche americane specialiste delle donne sotto il nazismo –, che furono realizzate e pubblicate tre opere sui rapporti donne e fascismi[17] ai quali si aggiungeranno in seguito il volume Féminismes et Nazisme diretto da Liliane Kandel e Femme. Nation. Europe diretto da Marie-Claire Hoock-Demarle[18].

Queste opere mostrano la diversità delle reazioni delle donne confrontate all’ascesa dei fascismi e del razzismo nel mondo occidentale. Diversità ugualmente messa in luce nel nostro seminario Sexe et Race. Discours et formes nouvelles d’exclusion du XIXe au XXe siècle e negli articoli pubblicati negli 11 volumi della rivista omonima dall’università di Paris 7 - Denis Diderot, università in cui si sono formate delle dottorande ormai al lavoro in diverse università francesi. Françoise Thébaud ad Avignone, ha organizzato con Jolande Cohen (storica all’università di Québec-Montreal) un colloquio su Féminismes et identités nationales (Propane Rhône-Alpes de recherche en Sciences humaines, maggio 1998). Sabine Zeitour, autrice di una tesi sull’Œuvre de Secours aux enfants (OSE) durante l’Occupazione, ha pubblicato due opere su questo soggetto[19], per poi dirigere il Centre d’Histoire de la Resistance et de la Deportation di Lione. Christine Bard, autrice di una tesi sulla storia dei femminismi in Francia, ha pubblicato due libri[20] il secondo dei quali è il prodotto di un colloquio sull’antifemminismo francese nel XX secolo, tenuto all’università d’Angers, in cui Bard – che oramai vi insegna –, ha creato un centro d’archivi storici sulle donne. Fiammetta Venner, che ha sostenuto una tesi in Scienze Politiche, ha fondato con Caroline Fourest l’associazione e la rivista ProChoix e ha inoltre messo in luce in un libro[21] i fondamenti reazionari e razzisti dei movimenti ostili ai diritti delle donne.

Questo genere di studi si è sviluppato durante gli ultimi anni. Ma, nonostante alcuni contributi sulla storia delle donne nella Francia degli anni 1940-45, manca ancora una storia globale delle donne durante Vichy e il nostro seminario Sexe et Race. Discours et formes nouvelles d’exclusion du XIXe au XXe siècle interrotto dopo il mio pensionamento, non è stato ripreso da nessuna università francese (Traduzione e cura di Vincenza Perilli).



[1] Centre national de la recherche scientifique, Institut national de la santé et de la recherche médicale, École des Hautes Études en Sciences Sociales, Institut d’études politiques, Bibliothèque de documentation internationale contemporaine, Centre de documentation juive contemporaine.

[2] Valérie Igounet, Histoire du négationnisme en France, Paris, Le Seuil, 2000; si veda inoltre Pierre Vidal-Naquet, Les assassins de la mémoire, Paris, La Découverte, 1987, trad. it. Gli assassini della memoria, Roma, Editori Riuniti, 1993; Nadine Fresco, Fabrication d’un antisémite, Paris, Le Seuil, 1999; Liliane Kandel (a cura di), Féminismes et Nazisme, Publication de l’Université Paris 7 – Denis Diderot, 1997. [Sugli ultimi due testi si vedano, in lingua italiana, le rispettive recensioni di Rudy M. Leonelli, in Razzismo & Modernità, n. 1, gennaio giugno 2001, pp. 164-167 e Vincenza Perilli in Altreragioni, n: 8, 1999, pp. 151-160 (NdT)].

[3] Segnatamente: “La politique hitlérienne d’extermination. Une déclaration d’historiens”, in Le Monde, 21 febbraio 1979; Nadine Fresco, “Les redresseurs de morts. Chambres à gaz. La bonne nouvelle. Comment on révise l’histoire”, in Les Temps modernes, n. 407, giugno 1980, pp. 2150-2211; le pubblicazioni degli anni Ottanta di Pierre Vidal-Naquet raccolte in Les assassins de la mémoire, cit. e la messa a punto di François Bédarida, Le nazisme et le génocide. Histoire et enjeux, Paris, Nathan, 1989.

[4] Il Centre Rachi-Cuej, Centre universitaire d’études juives, fondato nel 1973 (NdT).

[5] Il 15 giugno 1985, Henri Roques sostiene una tesi di dottorato all’università di Nantes, in una sala affollata da circa quaranta persone, tra le quali Robert Faurisson e Pierre Guillaume. La tesi, un esercizio di critica negazionista sulle diverse versioni del noto “rapporto Gerstein”, ottiene un “très bien” da una commissione composta, tra l’altro, da due esponenti della Nouvelle droite: Jean-Claude Rivière (uno dei fondatori del Grece e membro del comitato di redazione di Nouvelle École) e Jean-Paul Allard (collaboratore di Études et Recherches, rivista teorica del Grece e vicepresidente, nel 1977, del circolo Galilée del Grece a Lione, dove animava colloqui con Alain de Benoist). Innescato dalla propaganda del giornale di estrema destra Rivarol e degli ambienti della Vieille Taupe, l’affaire Roques, da una parte ha offerto un’ennesima occasione di visibilità mediatica al negazionismo e, dall’altra, ha sollevato il rilevante problema delle connivenze accademiche, non esaurito dall’annullamento della tesi per “irregolarità amministrative”. Per una dettagliata ricostruzione, si veda Valérie Igounet, Histoire du négationnisme en France, cit., in particolare pp. 408-421 (NdT).

[6] Nel 1990, Jean Plantin si laurea con un “très bien” in Storia all’università di Lyon III, con una tesi consacrata a “Paul Rassinier, socialista, pacifista, revisionista”. L’anno successivo, consegue un Dea (Diplôme d’études approfondis) all’università di Lyon II, con un mémoire su “Le epidemie di tifo nei campi di concentramento nazisti”. Questi riconoscimenti accademici non pongono problema se non nel 1999, quando Plantin, in qualità di direttore della rivista negazionista Akribeia, viene processato e condannato per “contestazione di crimini contro l’umanità”. Il caso, anche grazie alla forte mobilitazione di movimenti e associazioni di lotta contro il razzismo, l’antisemitismo e l’estrema destra, ha rilanciato con forza la questione della responsabilità delle istituzioni universitarie (NdT).

[7] Ernst Nolte, “Between myth and revisionism? The Third Reich in the perspective of 1980s”, in H. W. Koch (a cura di), Aspects of the Third Reich, London, McMillan, 1985, pp. 17-38.

[8] L’articolo di Nolte, “Vergangenheit die nicht vergehen will”, è pubblicato in traduzione italiana in G. E. Rusconi (a cura di), Germania un passato che non passa. I crimini nazisti e l’identità tedesca, Einaudi, Torino, 1987, pp. 3-10.

[9] Hilfsgemeinschaft auf Gegenseitigkeit der ehemaligen Angehörigen der Waffen-SS, fondata all’inizio degli anni Cinquanta (NdT).

[10] Philippe Burrin, Saül Friedländer, Rita Thalmann, “L’Allemagne, le Nazisme et les Juifs”, in Vingtième siècle, ottobre-dicembre 1987, pp. 31-65; Ian Kershaw, The Nazi Dictatorship. Problems and Perspectives of interpretation, London, Arnold, 1985.

[11] Stéphane Courtois (et al.), Livre noir du communisme, Paris, Robert Laffont, 1997; tr. it. Il libro nero del comunismo. Crimini, terrore, repressione, Milano, Mondadori, 1998.

[12] Henry Rousso (a cura di), Stalinisme et Nazisme. Histoire et mémoire comparées, Bruxelles-Paris, Complexe, 1999.

[13] Sonia Combe, Archives interdites. Les peurs françaises face à l’histoire contemporaine, Paris, Albin Michel, 1994.

[14] Nel marzo 1995, il Primo Ministro francese Edouard Balladour domanda a Guy Braibant, presidente alla sezione onoraria del consiglio di Stato, di redigere un bilancio della legge n. 79-18 del 3 gennaio 1979 sugli archivi. Il 28 maggio 1996, Braibant rimette il suo rapporto in cui pone l’accento sulle eccessive restrizioni alla consultazione degli archivi in Francia rispetto ad altri paesi. Basti qui ricordare che la vecchia legge prevedeva un lasso di 30 anni per gli archivi pubblici, anni che diventavano 60 per i documenti concernenti segreti di Stato, della Difesa o dell’ordine pubblico, fino a 120 anni per i dossier personali e medici (NdT).

[15] Georges Duby e Michelle Perrot (a cura di), Storia delle donne in Occidente. Dall’Antichità ai nostri giorni, 5 voll., Roma-Bari, Laterza, 1991; Christine Fauré (a cura di) Encyclopédie politique et historique des femmes. Europe et Amérique du Nord, Paris, P.U.F, 1997.

[16] Internationale wissenschaftliche Frauenforschung.

[17] Rita Thalmann (a cura di) Femmes et fascismes, Paris, éd. Tierce, 1986; Rita Thalmann (a cura di) La tentation nazionaliste 1914-1945, Paris, éd. Deux temps-Tierce, 1990; Leonore Siegele-Wenschkewitz e Gerda Stuchlik, Frauen und Faschismus in Europa, Pfaffenweiler, Centaurus, 1990.

[18] Liliane Kandel (a cura di), Féminisme et nazisme, cit. ; Marie-Claire Hoock-Demarle (a cura di), Femmes. Nation. Europe, Publications Université Paris 7 – Denis Diderot, 1995.

[19] Sabine Zeitourn, Ces enfants qu’il fallait sauver, Paris, Albin Michel, 1999 e, della stessa autrice, L’œuvre de secours aux enfants sous l’occupation en France, Paris, L’Harmattan, 1999, entrambi con prefazione di Serge Klarsfeld.

[20] Christine Bard, Les filles de Marianne. Histoire des féminismes en France 1914-1940, Paris, Fayard, 1995 e, a cura della stessa autrice, Un siècle d’antiféminisme en France, Paris, Fayard, 1999, prefazione di Michelle Perrot.

[21] Claudie Lesselier e Fiammetta Venner (a cura di), L’extrême droite et les femmes, Paris, Golias, 1997.


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Indici di Sexe et race (1986-1999), pp. 118-123


N° 1, 1986

Pierre Thuiller, “Darwinisme et discours raciste”, pp. 1-13.

Colette Guillaumin, “Identité discursive entre toutes les formes de naturalisme et biologisme”, pp. 14-23.

Jean- Pierre Hammer, “Les fondements du XIXe siècle de Houston Steward Chamberlain”, pp. 24-48.

Nicole Gabriel-Amatulli, “Nature et rôle des femmes dans la social-démocratie allemande”, pp. 49-70.

Liliane Crips, “Entre maternité et modernité : la femme au temps des années folles en Allemagne”, pp. 71-82.

Marianne Walle, “Darwinisme social et discours de femmes sur la ‘vocation naturelle’ dans le cadre du Bund Deutscher Frauenvereine (B.D.F)”, pp. 83-99.

Rita Thalmann, “Alfred Rosenberg: ‘le mythe du XXe siècle’”, pp. 100-113.

Barbara Vormeier, “Le discours juridique dans la pratique de l’exclusion nazie en 1933”, pp. 114-132.


N° 2, 1987

André Bejin, “Le darwinisme social de Francis Galton, Karl Pearson et Georges Vacher de Lapouge”, pp. 3-24

Otmar Kòeinebrel, “Alexander Tille: le service du peuple d’un aristocrate social”, pp. 25-35.

Jacques Le Rider, “Le cas Otto Weininger”, pp. 37-65.

Rita Thalmann, “Le protestantisme synchrétique sous le IIIe Reich”, pp. 67-87.

Nicole Gabriel, “Démographie et antimilitarisme à l’époque du Kaiser”, pp. 89-114.

Liliane Crips,“Magnus Hirschfeld (1868-1935), un eugéniste social-démocrate”, pp. 115-134.

Christina Ottomeyer-Hervieu, “Les préliminaires de l’eugénisme (1870-1929) et le mouvement international d’eugénique”, pp. 99-116.


N° 3, 1988

Pierre Thuiller, “A propos de quelques travaux récents sur le darwinisme social”, pp. 3-11.

Pierre-André Taguieff, “Théorie des races et biopolitique sélectionniste en France. Aspects de l’œuvre de Vacher de Lapougue (1854-1936). (I)”, pp. 12-60.

Till Meyer, “La ‘Philosophie biologique’ de Ernst Haeckel”, pp. 62-78.

Marianne Walle, “Le National-Féminisme en Allemagne pendant la Première Guerre mondiale”, pp. 79-98.

Liliane Crips, “Essai d’analyse institutionnelle du racisme biologique: le cas de la ‘société allemande d’hygiène raciale’, de sa fondation, en 1905, aux débuts du Troisième Reich”, pp. 117-130.

Nicole Gabriel, “Matriarcat et utopie: Otto Gross, psychanalyste (1877-1920)”, pp. 131-155.

Noëlle Bisseret-Moreau, “Alexis Carrel et la ‘Fondation Française pour l’étude des problèmes humains’ (1941-1945)”, pp.156-174.

Rita Thalmann, “Des deutsche Christen à la foi allemande: la révolution ‘chrétienne’ (1919-1933)”, pp. 175-188.

Jean- Pierre Hammer, “Le paragraphe 175 ou l’homosexualité en Allemagne de 1869 à 1986”, pp. 189-207.


N° 4, 1989

Pierre-André Taguieff, “Théorie des races et biopolitique sélectionniste en France. Aspects de l’œuvre de Vacher de Lapougue (1854-1936). (II)”, pp. 3-33.

Liliane Crips, “Eugen Fischer : L’anthropologie inégalitaire”, pp. 35-63

Noëlle Bisseret-Moreau, “La baisse de la natalité dans les pays occidentaux : un objet pseudo-scientifique”, pp. 65-103.

Pia Le Moal, “Les médecins et l’eugénisme sous le IIIe Reich”, pp. 105-119.

Rita Thalmann, “Hiérarchisation et traitement des femmes selon les critères nationaux-socialistes de la pureté raciale”, pp. 121-143.

Michel Veuille, “La sociobiologie, déterminisme biologique contemporain”, pp. 145-162.

Annick Lantenois, “Expression picturale du racisme national-socialiste”, pp. 163-181.

Gaëtane Mogica, “Aspects juridiques de la discrimination des femmes et des enfants en RFA”, pp. 183-201.

Liliane Kandel, “Quelques paradoxes de la réflexion féministe concernant le Troisième Reich”, pp.203-228.


N° 5, 1990

Etienne Balibar, “Racisme et sexisme”, pp. 3-8.

Yves Aouate, “Édouard Drumont revisité : aspects évolutifs et méconnus de son œuvre”, pp. 9-30.

Marc Knobel, “De l’étude des noms et des Juifs à l’école d’anthropologie et chez Georges Montandon”, pp. 31-67.

Claire Auzias, “National-sozialismus versus révolution française”, pp. 67-72.

Nicole Gabriel, “Alfred Rosenberg: pour en finir avec le mythe du XIXe siècle. 1789 revu et corrigé par l’idéologie national-socialiste”, pp. 73-98.

Jean Christophe Concavela, “L’évolution de la théorie psychiatrique en Allemagne 1870-1933”, pp. 99-118.

Rita Thalmann, “Guida Diehl et le mouvement de la régénérescence allemande”, pp. 119-141.

Christine Bard, “L’avocate Yvonne Netter : itinéraire d’une avocate féministe et sioniste dans la première moitié du siècle en France”, pp. 142-171.

Maria Pia Di Bella, “Les conceptions racistes dans l’ethnologie italienne: 1876-1942”, pp. 173-193.

Liliane Crips,“Du féminisme comme décadence : le discours sur les femmes des droites conservatrices et révolutionnaires sous la République de Weimar et le IIIe Reich”, pp. 195-211.

F. Taubert, “Stéréotypes sur l’Allemagne dans la presse de la gauche française des années 30”, pp. 213-225.

Ruth Wodak, “Le discours antijuif dans l’Autriche actuelle”, pp. 227-253.


N° 6, 1991

Pierre-André Taguieff, “Réaction identitaire et communauté imaginée : Sur la production contemporaine du nationalisme”, pp. 3-38.

Jean Christophe Coffin, “ La théorie des dégénérescences et sa réception (1857-1968) ”, pp. 39-58.

Béatrice Philippe, “Le mariage exogamique vu par les auteurs français au XIXe siècle”, pp. 59-77.

Liliane Crips,“Hans F. K. Günther (1891-1968), un idéologue du nordisme”, pp. 79-100.

F. Taubert, “Frank Wedekind: Hidalla oder Sein und Haben (Karl Hetmann, der Zwergriese), une satire du racisme et du nordisme”, pp. 101-121.

Marianne Walle, “Eve nouvelle ou ange du foyer ? Les héroïnes de la littérature féminine dans les années 20”, pp. 123-140.

Rita Thalmann, “L’évolution de l’émigration du IIIe Reich de 1933 à 1941”, pp. 141-157.

Anne Grynberg, “L’internement des Juifs étrangers, un remède à la décadence française”, pp. 159-173.

Nicole Gabriel, “Actualité de l’austro-marxisme: Otto Bauer et la question des nationalités”, pp. 175-189.

Claudie Lesselier, “Traditionalisme et engagement: les femmes à l’extrême droite”, pp. 191-207.

Regina Benjowski, “La position des femmes dans le contexte de l’unification allemande”, pp. 209-217.


N° 7, 1992

Colette Guillaumin, “‘Clôture culturelle’ et inassimilation dans la France contemporaine”, pp. 3-10.

Michel Fagard, “La question juive en Autriche-Hongrie : discours et pratique d’exclusion”, pp. 11-20.

Martine Francheo, “Les débats juridiques en Allemagne durant la première moitié du XIXe siècle et leurs effets sur le statut des femmes”, pp. 21-50.

Nicole Gabriel, “La culture contre le nationalisme. Rudolf Rocker: Nationalisme and Culture (1937)”, pp. 51-72.

Michel Cullin, “L’antijudaïsme des catholiques autrichiens au XXe siècle”, pp. 73-79.

Liliane Crips, “Otmar von Vershuer (1896-1969) et les fonctions socio-politiques de l’hygiène raciale”, pp.87-98.

Rita Thalmann,“Aspects de l’épuration culturelle en France sous l’occupation et le régime de Vichy”, pp. 99-114.

Dominique Rossignol, “La répression de la franc-maçonnerie en France”, pp. 115-142.

Corine Bouillot, “Du mouvement des femmes à la tutelle idéologique en Allemagne de l’Est. (EBZ/DDR) 1945-1953”, pp. 143-155.

Liliane Kandel, “Nature, histoire et politique dans le discours des Verts: l’affaire Brière”, pp. 157-186.


N° 8, 1993

Colette Guillaumin, “Race. Question de terminologie”, pp. 5-16.

Jacqueline Costa-Lascoux, “La loi contre le racisme son symbole, ses limites”, pp. 17-26.

Françoise Basch, “Ernestine Louise Potovsky Rose (1810-1892) juive, femme des Lumières, féministe : universalité ou marginalité ? ”, pp. 27-38.

Sylvie Fayet- Scribe, “ Paris : 1900. La naissance aventureuse des centres sociaux en France par deux pionnières du social : Mercédès Le Fer de la Motte et Marie-Jeanne Bassot”, pp. 39-52.

Liliane Crips, “Sélection ‘raciale’ – sélection sociale. L’itinéraire du raciologue Fritz Lenz (1887-1976) , pp. 53-76.

Pierre-André Taguieff, “Mixophobie et xénophobie. Théorie des races, eugénisme et nationalisme xénophobe: croisements d’argumentations”, pp. 77-132.

Leonore Siegele-Wenschkewitz, “Tendances de la théologie féministe au sein des églises protestantes d’Allemagne”, pp. 133-147.

Rita Thalmann “La double mémoire du passé dans l’Allemagne après l’unification”, pp. 149-162.

Annette Wievioeka, “Mémoriaux”, pp. 163-173.

Fiammetta Venner, “Extrême-gauche, extrêmes- droites: interférences paradoxales”, pp. 175-185.


N° 9, 1994

Colette Capitan, “La conception révolutionnaire des classes de sexe (1789-1793)”, pp. 5-14.

Fiammetta Venner, “Les socialistes et la question juive:notes sur l’antisémitisme de gauche (1845-1890)”, pp. 15-26.

Françoise Basch, “Victor Basch : chef des dreyfusards de Rennes”, pp. 27-50

Rita Thalmann “Hellmut von Gerlach: l’itinéraire singulier d’un hobereau prussien du nationalisme antisémite au pacifisme de gauche”, pp. 51-64.

Klaus-Peter Sick, “Du briandisme à la collaboration. La genèse, les persistances et les discontinuité d’une politique étrangère”, pp. 65-86.

Nicole-Claude Mathieu, “Relativisme culturel, excision et violences contre les femmes”, pp. 93-102.

Sonia Combe, “Mémoire grise des femmes à l’Est. Avoir vingt ans sous la terreur”, pp. 103-112.

Dominique Schnapper, “Inclusion et exclusion. Les politiques d’intégration en France et en Allemagne”, pp. 113-123.

Claire Ambroselli, “La ‘purification ethnique’ : crimes de guerre ou crimes contre l’humanité ? Questions à travailler”, pp. 123-148.


N° 10, 1997

Pierre André Taguieff, “Retour sur les ‘Protocoles des Sages de Sion’. Origines et fonctions du ‘complot juif mondial’, mythe politique moderne”, pp. 5-21.

Marco Schütz, “Ludwig Woltmann”, pp. 23-52.

Françoise Basch, “L’intime brisure: Victor Basch et l’Allemagne”, pp. 55-81.

Nicole Gabriel, “Victor Basch et l’Allemagne: un germaniste intempestif”, pp. 83- 95.

Yves Ternon, “Spécificité du génocide au XXe siècle”, pp. 97-110.

Rita Thalmann, “La dernière phase du judaïsme allemand (1938-1945)”, pp. 111-126.

Mechtild Gilzmer, “Camps d’internement de femmes en france: Rieucros et Brens (1939-1944)”, pp. 127-147.

Corinne Bouillot, “La redéfinition de la question de l’avortement en zone d’occupation soviétique et en RDA. La femme et son corps au service du socialisme”, pp. 149-162.

Bruno Groppo, “L’Italie et son passé. Antifascisme, Résistance, identité nationale dans le dèbat historiographique et politique italien d’aujourd’hui”, pp. 163-181.

Jean-Charles Szurek, “Mémoire polonaise et passé juif”, pp. 183-192.

Marie-Claire Hoock- Demarle, “Le double discours de l’exclusion des femmes: formes, pratiques et perversions”, pp. 193-206.

Selma Leydersdorf, “L’intégration sociale des Juifs aux Pays-Bas”, pp. 207-213.


N° 11, 1999

Marie-Claire Hoock- Demarle, Avant-propos, p. 3.

Régine Dhoquois, “L’Universalité du droit dans des sociétés inégalitaires: une difficile transmission”, pp. 7-23.

André Lasserre, “La Suisse de 1933 à 1945, une terre de refuge ou de refus?”, pp. 25-41.

Jochen Hoock, “L’accoutumance à l’exclusion: le cas Victor Klemperer”, pp. 43-56.

Jacques Grandjonc, “Une famille de réfugiés allemands dans le Midi de 1939 à 1943 entre émigration et déportation”, pp. 57-72.

Yves C. Aouate, “Entre solidarité communautaire et confort intellectuel, le judaïsme français et la guerre d’Algérie – notes et observations”, pp. 73- 93.

Annie Lacroix-Riz, “Les industriels français et le IIIe Reich”, pp. 95-122.

Claude Singer, “L’Université libérée, l’Université épurée (1943-1947)”, pp. 123-134.

Francine Muel-Dreyfus, “Sexe, classe, race: la construction de la féminité sous Vichy”, pp. 135-145.

Sylvie Chaperon, “Le mouvement des femmes à la Libération (1944-1946)”, pp. 147-174.

Françoise Basch, “Sojourmer Truth (1797-1883), femmes noires et féminisme”, pp. 175-191.