domenica 1 novembre 2009

Per Hamida Ben Sadia, militante femminista e antirazzista

E' morta qualche giorno fa, divorata dal cancro, Hamida Ben Sadia, algerina-francese, scrittrice, femminista, lontana dalla tentazioni di un certo femminismo neocolonialista, ma altrettanto esplicita nella denuncia dei fondamentalismi. Aveva lottato contro la promulgazione nel 1984 del cosiddetto Code de la Famille algerino che rinviava le donne allo statuto di "minori a vita" in nome del rispetto dei "valori islamici", ma insieme si era opposta strenuamente anche contro la legge francese del 15 marzo 2004 contro i "segni religiosi" (nota come legge anti-foulard), rifiutandosi di essere trattata come una "beurette de service". Nel suo libro, Itinéraire d’une femme française, racconta la sua esperienza di matrimonio forzato e violenza coniugale in Algeria (il divorzio e la fuga in Francia, le costò l'abbandono in patria dei figli, che riuscì a riavere solo dopo 12 anni) ma denuncia con forza anche il razzismo che strumentalizza i vissuti delle donne "arabe" (o "musulmane") per fomentare scontro di civiltà e leggi anti-migranti. Nell'introduzione si chiede: "« Jusqu’où peut-on parler de la réalité de femmes de tradition musulmane sans ouvrir un boulevard aux propagandistes de la haine ? Comment concilier antiracisme et féminisme ? » (Fin dove possiamo parlare della realtà delle donne di tradizione musulmana senza spianare la strada ai propagandisti dell'odio? Come conciliare antirazzismo e femminismo?). Domanda che, da tanto tempo, è anche la mia. Ma credo che l'itinerario (personale e politico) di Hamida Ben Sadia sia già una risposta.
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Rinvio ad alcuni articoli/video su/con Hamida Ben Sadia, disgraziatamente tutti in francese (aggiornerò domani con eventuali materiali in italiano, vista l'ora e una certa tristezza non riesco a cercare adesso): l'intervista di OummaTv in occasione dell'uscita del suo libro, un omaggio del collettivo Lmsi che rinvia anche ad una recensione di Itinéraire d’une femme française pubblicata su Politis e quello di Algeria Watch.
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