martedì 1 settembre 2009

Storia culturale e soggettività: percorsi di genere

Di seguito Storia culturale e soggettività: percorsi di genere, un saggio di Simona Troilo (del Dipartimento di Storia dell'Università di Padova e del Centro Interuniversitario di Storia culturale), saggio pubblicato già da un po' ma che leggo solo ora grazie alla segnalazione di un'amica. Buona lettura

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Nel 1994, in Becoming a woman Sally Alexander scrive: “La storia femminista cerca di identificare le interruzioni e i silenzi nella storia – non solo nella speranza di restituire un passato più pieno ma di scrivere una storia che cominci da un altro luogo. La soggettività potrebbe essere questo “altro luogo” non tanto e non solo nel senso che la soggettività è la sede della differenziazione sessuale, ma anche e soprattutto nel senso che essa collega il passato col futuro grazie alla memoria e all’immaginazione, e stabilisce un ponte tra realtà e fantasia, e che infine ha sempre una dimensione inconscia”. In questa breve citazione sono richiamati alcuni dei concetti più significativi della riflessione storica e storiografica sulla soggettività. Una riflessione che, a partire dagli anni ’70, attraversò ambiti diversi e diversificati, snodandosi a livello politico, teorico e specificamente disciplinare e immettendo nelle scienze sociali una spinta innovatrice di grande rilevanza. Differenza, memoria, oblio, immaginazione, inconscio divennero infatti, da allora, nodi della critica al sapere tradizionale discusso, decostruito, problematizzato da soggetti diversi e diversamente situati. Alcuni di questi nodi saranno oggetto della mia relazione che ripercorrerà, soltanto a grandi linee, temi e fasi del dibattito sulla soggettività così come andò riflettendosi ed evolvendosi in Italia, dove si sviluppò per alcuni versi in maniera del tutto originale. A questo breve schizzo seguirà l’indicazione di alcuni percorsi di ricerca attuali su un tema –quello appunto della soggettività- di estrema rilevanza nell’ambito della storia culturale, all’interno della quale i “percorsi di genere” assumono oggi una specificità da contestualizzare e analizzare. Ripercorrere, seppur schematicamente, alcuni aspetti della riflessione sulla soggettività in Italia negli ultimi decenni significa fare i conti con molte questioni, prima tra tutte quella relativa alla trasformazione dell’epistemologia della storia sollecitata parecchio tempo prima dell’incontro della soggettività con la storia delle donne, avvenuto negli anni Ottanta. È noto infatti come a partire dal decennio precedente molti interrogativi avevano attraversato il dibattito sulla pratica della storia, dibattito sviluppato sia sul versante dei “soggetti della scena storica” sia su quello delle modalità da impiegare nella loro analisi. È in questo decennio ‘60/’70 che viene a delinearsi la necessità di dare parola a soggetti, appunto, tradizionalmente privi di cittadinanza storiografica, marginalizzati in quanto “altri” rispetto ad un soggetto universale, maschio, eterosessuale, occidentale, bianco, di classe medio-alta. Lavoratori, neri, donne emergono allora dall’oscurità in cui erano stati confinati, rivelando una propria agency e contestando il carattere di alterità assegnato loro nei processi della storia e della sua indagine. Questa comparsa sulla scena produce il riconoscimento del valore della differenza, nei termini della pluralità di memorie, di storie e di culture da analizzare attraverso una pratica storiografica in grado di mettere in discussione anche le rilevanze e le gerarchie conoscitive accademiche. Lo studio di “nuovi” soggetti favoriva infatti l’affinamento degli strumenti della ricerca, l’arricchimento delle prospettive d’indagine, l’immissione di nuove angolature nella lettura e nell’interpretazione di processi antichi, recuperati ora nella loro complessità.

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