venerdì 23 aprile 2010

La subalterna può parlare?

A proposito di Can the Subaltern Speak? - uno dei saggi più famosi di Gayatri Chakravorty Spivak, scritto nel 1985 - in un articolo di qualche anno fa (Con l'occhio del ventriloquo, pubblicato su Il Manifesto), Ambra Pirri scriveva che qui Spivak "mostra come l'interessamento degli intellettuali occidentali nei confronti del soggetto coloniale finisca sempre per essere «benevolente»; il loro atteggiamento mentale e il loro punto di vista, alla fine, coincide con la narrazione imperialista perché quel che promette al nativo è la «redenzione» [...] Spivak si domanda se la donna subalterna può parlare ed essere ascoltata o se c'è sempre qualcuno che lo fa al suo posto e che la rappresenta in modo distorto: gli inglesi, nell'abolire la pratica indù del sati (1827), si assunsero il compito di parlare per la donna nativa oppressa dal patriarcato locale. In questo modo autolegittimarono se stessi come liberatori e l'imperialismo come missione civilizzatrice.". Gli inglesi attribuirono alla donna subalterna una voce libera e tale da richiedere la propria liberazione all'uomo bianco, all'imperialismo inglese. Dall'altra parte, e contro la rappresentazione britannica, c'era il patriarcato locale, il maschio nativo, che sosteneva che la vedova era ben felice di salire sul rogo col marito cadavere. Per Spivak né l'una né l'altra versione rappresenta la «vera» voce della donna subalterna; in ambedue i discorsi la sua voce è «ventriloquizzata» e lei scompare dentro questo violento fare avanti e indietro tra tradizione e modernizzazione, tra patriarcato e imperialismo. Ecco che la posizione di soggetto della donna nativa viene costruita dall'Occidente e serve solo a rinforzare il prestigio dell'intellettuale-interprete-benevolente della funzione subalterna. Oppure serve a rinforzare i valori laici e nazionalisti della nazione; è quel che è successo in Francia con il velo. All'improvviso la patria, così affine al patriarcato con i suoi valori militaristi e sessisti, diventa femminista e usa il femminismo contro le altre culture; abbiamo avuto due anni fa il paradosso dell'anti-abortista Bush che andava a bombardare l'Afghanistan per liberare le donne dal burqa, e oggi abbiamo quello della Francia che libera le musulmane dal velo [...] Ma Spivak critica anche il femminismo internazionale, che continua a mettere al centro l'Occidente - o un personaggio occidentale, in questo caso la femminista - che si autocostituisce come soggetto di conoscenza, salvezza, aiuto, proprio perché ha costruito l'Altra come oggetto della sua illuminata compassione. Rappresentare l'Altra, dall'altra parte del mondo, come una sorella svantaggiata serve a farci sentire soggetti liberati, a rimandarci un'immagine di noi stesse ingrandita. E' così che si diventa soggetti, in senso maschile, costruendosi un oggetto, un Altro inferiore. Il femminismo occidentale ha criticato il soggetto sovrano maschile ma poi rischia di fare, con le donne del cosiddetto terzo mondo, esattamente la stessa cosa che hanno fatto gli uomini per 2.500 anni. E continua a porsi domande ossessivamente autocentrate, tipo «cosa posso fare io per loro?»". Di questo saggio di Spivak, che pone ancora, a distanza di quasi vent'anni, questioni cruciali, si discuterà oggi pomeriggio a Roma, nel corso di un incontro organizzato da Sguardi sulle differenze e Laboratorio di studi femministi Annarita Simeone: La subalterna può parlare? con Caterina Romeo, Barbara De Vivo e Angela D'Ottavio

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