giovedì 15 novembre 2007

La battaglia della Bolognina sessantatre anni dopo


In Italia, la partecipazione delle donne alla Resistenza è stata per lungo tempo non riconosciuta o, nella migliore delle ipotesi, ridotta in termini di "aiuto" o di contributo marginale alla "vera" Resistenza condotta dagli uomini. Il titolo di un libro del 1976, La Resistenza taciuta [1], ben riassume questa situazione. A partire dagli anni 70 la ricerca femminista ha invece messo in luce l'importanza del ruolo delle donne nella lotta contro il nazi fascismo, cercando vie diverse dall'approccio agiografico (dominante dal dopoguerra fino agli anni 60), concentrato su poche figure esemplari e spesso in termini retorici. Da questi studi è emerso come la partecipazione delle donne alla Resistenza sia stata un fenomeno vasto, che non poteva essere compreso riferendosi soltanto ai dati numerici concernenti le donne impegnate in attività organizzate (quali ad esempio i gruppi combattenti o i Gruppi di difesa della donna) o delle donne perseguitate, imprigionate, torturate, uccise o deportate. Era necessario prendere in esame non soltanto queste donne (che, in maggior parte, non rispondevano ai criteri piuttosto stretti adottati alla Liberazione per il riconoscimento del titolo di "resistenti"), ma anche la grande massa anonima delle donne che avevano aiutato i partigiani, i disertori o gli ebrei. Del resto era palese che, senza questo largo circuito di sostegno, costituito principalmente da donne, la stessa lotta partigiana non sarebbe stata possibile. Sebbene gli ulteriori sviluppi di queste ricerche (che a partire dagli anni 90, si sono concentrate sulla categoria di "resistenza civile"), comportano rischi non trascurabili [2], è indubitabile che senza questi studi l'importanza della lotta di queste donne non sarebbe oggi riconosciuta in pieno. Lotta importante non solo per gli esiti stessi della battaglia al nazifascismo, ma anche per l'acquisizione di taluni diritti fondamentali per tutte le donne quali il diritto di voto. Ed è quest'ultimo aspetto che Rosanna Facchini ha sottolineato nel suo intervento - non retorico, ma toccante -, durante la commemorazione della battaglia della Bolognina che si è tenuta questa mattina a Bologna, in piazza dell'Unità, dove una lapide ricorda i cinque partigiani - e tra questi Amos Facchini di soli 17 anni - uccisi quel giorno da nazisti e brigate nere [3]. Nella foto, a partire da destra, la partigiana Gelsomina Bonora, nome di battaglia Gilera, di fianco a lei Rosanna Facchini e, seduta, la sorella di Amos Facchini.

NOTE:


[1] Anna Maria Bruzzone e Rachele Farina, La Resistenza taciuta, Milano, Mursia 1976.
[2] Per un approccio critico a queste tematiche rinvio al mio La "differerence sexuelle" et les autres, in Féminismes. Théories, mouvements, conflits, L'Homme et la Société, n. 158, 2005.
[3] Il 15 novembre del 1944, otto giorni dopo la battaglia di Porta Lame, circa 300 tedeschi con carri armati e supportati da oltre 600 uomini delle Brigate nere, dopo aver circondato il quartiere della Bolognina, cominciarono un sistematico rastrellamento. Al numero 5 di piazza dell'Unità, il comando partigiano aveva stabilito una base dove in quel momento si trovavano 15 partigiani dei Gap, la cui resisstenza alla tentata irruzione dei nazifascisti determinò quella che è ricordata come battaglia della Bolognina. Cinque partigiani morirono, altri 5 furono catturati, torturati e poi fucilati nei giorni seguenti, e 5 soltanto riuscirono a mettersi in salvo e tra questi Renato Romagnoli (nome di battaglia "Italiano"). Ed è stato proprio quest'ultimo, unico partigiano di quella giornata ancora vivente, ad aprire la commemorazione di questa mattina.

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