giovedì 20 settembre 2012

Alla prova di globalizzazione, guerre, razzismo dilagante

Dal sito dell'incontro nazionale femminista Primum vivere che, come vi avevamo anticipato, si terrà dal 5 al 7 ottobre a Paestum, ri-proponiamo alla discussione un articolo di Isabella Peretti, Alla prova di globalizzazione, guerre, razzismo dilagante. Buona lettura e riflessioni: "Perché una differenza – quella tra donne e uomini – è più differente delle altre differenze (di provenienza geografica e sociale, di religione, di colore della pelle, di scelta sessuale,ecc.)? Quante volte ci siamo sentite fare questa domanda, fin dagli anni 70! E si ripropone tanto più oggi, nel tempo della globalizzazione. E potrà riproporsi a Paestum. Quindi credo sia giusto e fruttuoso affrontarla. Eccovi il mio contributo. Il femminismo della differenza, che va sempre ridefinito, si mette oggi alla prova di fronte alle questioni poste dalla cosiddetta intersezionalità (cfr. voce “Intersezionalità” di Vincenza Perilli e Liliana Ellena, in Femministe a parole. Grovigli da districare a cura di Sabrina Marchetti, Jamila Mascat,Vincenza Perilli), che a mio avviso, non andrebbe intesa come intersezione di oppressioni multiple o simultaneità dei sistemi di dominio, ma come tipica e costitutiva “dei processi di soggettivazione nelle società contemporanee” . Si tratta di analisi, teorizzazioni e posizioni politiche, ma anche di vissuti personali – pensiamo alle nuove generazioni di migranti, a come riflettono sulle proprie soggettività meticce – , di esperienze di movimenti ( dai primi movimenti del cd. Black Feminism alla partecipazione attuale delle donne alle lotte postcoloniali del Nord Africa) che colgono e manifestano tutta la pregnanza degli intrecci delle differenze, che nella globalizzazione si moltiplicano e si complicano. Intrecci che noi stesse, come curatrici della collana sessismoerazzismo (Ediesse) – Lea Melandri, Ambra Pirri, Stefania Vulterini ed io – abbiamo condiviso con le autrici, sia dei libri di racconti (“Voci di donne migranti” e “Incontrarsi”) sia della saggistica (da “Schengenland” alle “Cinque giornate lesbiche”, a “Libeccio d’Oltremare”, alle “Ragazze di Asmara” a Femministe a parole). Per quanto mi riguarda la condivisione delle esperienze delle donne migranti, le loro vite e la loro transnazionalità, l’incontro e il confronto con loro – che si sono tradotte nella pubblicazione di libri e nella partecipazione a varie iniziative politiche e culturali – mi appassionano umanamente e politicamente molto più di altre. Riprendendo il ragionamento, secondo uno dei testi fondamentali del femminismo della differenza – “La differenza politica”, di Maria Luisa Boccia (2002) – la pratica dell’autocoscienza e del partire da sé inducono la crisi del Soggetto unitario, di una storia unitaria della coscienza (p.76), alla quale le donne non sono state estranee, ma che hanno subito come colonizzazione. Molte donne hanno sentito il bisogno di tornare al proprio essere (sessuato), dal momento che la rappresentazione fornitane dalla cultura occidentale risultava non corrispondente (p.80); ma questi percorsi non approdano a una valorizzazione dell’identità femminile, dei caratteri specifici essenzialistici del sesso, bensì a quell’ “autenticità che altro non è che il vuoto scaturito dalla rinuncia attiva all’identità suggellata e modellata della Femminilità”. Questo vuoto “ è appena sopportabile, è il rischio di perdere la ragione”; “tale rischio” afferma Carla Lonzi, ampiamente citata da Maria Luisa,“ è il mio senso della femminilità” ed è questa l’unica autenticità, la sola libertà da ricercare (p.66). E’ questo un percorso fondamentale, che compiono anche quelle singolarità e quelle soggettività che riflettono non solo sul proprio essere sessuato, ma anche sulla propria storia e provenienza, senza identificarsi (Amartya Sen, “Identità e violenza”, 2006) ma senza prescinderne, traendone spunti e motivazioni per pratiche di vita, di pensiero e di impegno politico differenti (cfr. tra i tanti esempi possibili, le Nere e i Neri di Francia,voce “Noir. La pelle che conta”, di Stefania Vulterini in “Femministe a parole”). Ma il rivolgersi al proprio essere sessuato oltre ad essere una condizione di libertà – l’appartenenza di sesso non più come un destino o una naturalità ma come condizione di possibilità (Boccia, p.102) – è anche una possibilità di produrre trascendenza, “ ponendo la differenza tra i sessi come costitutiva del rapporto tra l’io e il mondo, tra singolarità e pluralità, sia per le donne che per gli uomini”. E’ questa possibilità di trascendenza che rende la differenza tra donne e uomini prioritaria rispetto a quei percorsi che riflettono sull’intersezionalità e che si pongono su altri piani – storici, antropologici, politici? Sta qui la risposta alla domanda iniziale? Si aprono in tal modo contrapposizioni, o non piuttosto nuovi interrogativi, confronti e contaminazioni proficue? Secondo me, si possono individuare molti motivi di condivisione tra elaborazioni diverse – quelle per esempio di Maria Luisa Boccia e Manuela Fraire, o il “chi” di Adriana Cavarero (“Tu che mi guardi, tu che mi racconti”, 1997) o ancora il soggetto nomade di Rosi Braidotti – , ma convergenti rispetto all’unicità incarnata, alla singolarità, che rappresenta un punto di partenza e un punto di arrivo, da cui ne deriva necessariamente il rifiuto di quell’universalismo al femminile, che in realtà è stato quello delle donne bianche, eterosessuali e della classe media; comune è la centralità del corpo ; comune la dialettica tra autenticità, libertà e determinazioni esterne – quelle norme linguistiche e sociali del potere che Butler riprende da Foucault (cfr. Olivia Guaraldo, “Figure in relazione”, in “Differenza e relazione. L’ontologia dell’umano nel pensiero di Judith Butler e di Adriana Cavarero”, 2009). Sostiene la lettera di convocazione dell’incontro di Paestum: “Il femminismo che conosciamo ha sempre lavorato perché ciascuna, nello scambio con le altre, si potesse fare un’idea di sé: una autorappresentazione che è la condizione minima per la libertà. Invece la democrazia corrente ha finora sovrapposto la rappresentanza a gruppi sociali visti come un tutto omogeneo. La strada che abbiamo aperta nella ricerca di libertà femminile, con le sue pratiche, può diventare generale: nelle scuole, nelle periferie, nel lavoro, nei luoghi dove si decide, ecc. Che la gente si ritrovi e parli di sé nello scambio con altre/i fino a trovare la propria singolarità, è la condizione necessaria per ripensare oggi la democrazia”. Sono affermazioni condivisibili, anche se i percorsi teorici e politici possono essere diversi; come ha evidenziato Olivia Guaraldo (cit.) diversi sono gli approcci rispetto alla dimensione collettiva di Butler (il noi dell’azione politica)e di Cavarero (la relazione duale io/tu), anche se convergono sull’esposizione alla vulnerabilità propria e dell’altra/o.La lettera per Paestum richiama quelle dimensioni del mondo comune e della pluralità, create dalle relazioni tra donne, che, come sostiene Maria Luisa Boccia (cit., p.103) sono coordinate imprescindibili per l’agire libero della singola. Converge su questa problematica anche chi si interroga sul nesso sessismo-razzismo, come cerchiamo di fare nella nostra collana: “L’attribuzione di identità stereotipate ha imprigionato donne e “culture altre” nel ruolo loro assegnato, a baluardo delle identità nazionali e al centro dello scontro tra Occidente e Oriente, escludendo soggettività individuali, relazioni, conflitti, mutamenti. Ma queste soggettività sono vive, si esprimono intorno a noi e lontano da noi; con loro faremo questa collana” (Dalla presentazione della collana). Il documento di Paestum così conclude: “Soprattutto le relazioni tra donne e uomini sono cambiate. Ma non abbastanza. Sulla scena pubblica questo cambiamento non appare perché il rapporto uomo-donna non viene assunto come questione politica di primo piano. Eppure, solo in questo modo, possono sorgere pratiche politiche radicalmente diverse, produzioni simboliche e proposte per una nuova organizzazione del vivere”. Su quest’ultimo punto ci sarà molto da discutere: che possa essere la chiave del cambiamento per individuare insieme tutte le azioni necessarie di fronte alla globalizzazione, alle guerre e al razzismo dilagante, alle contraddizioni postcoloniali, ecc .è un passaggio della lettera che a Paestum sarà, secondo me, tutto da verificare".

0 commenti: