mercoledì 31 luglio 2013

Femminismo senza frontiere di Chandra Talpade Mohanty / Una recensione

Proprio nel luglio scorso avevo segnalato qui in Marginalia l'uscita del volume di Chandra Talpade Mohanty, Femminismo senza frontiere. Teoria, differenze, conflitti (ombre corte, 2012). Non so nel frattempo quante/i di voi l'abbiano poi letto, comunque sull'ultimo numero di Zapruder (dal titolo Pellicole di storia, qui l'indice) è ora stata pubblicata la mia  breve recensione al libro, che vi copio-incollo qui. Buona lettura! // A cura di Raffaella Baritono è ora accessibile al pubblico non anglofono, nell'accurata traduzione di Gaia Giuliani, una raccolta dei più importanti scritti dell'attivista e teorica Chandra Talpade Mohanty, «femminista del Terzo Mondo formatasi negli Stati Uniti, interessata alle questioni della cultura, della produzione di sapere, e dell'attivismo in un contesto internazionale» come lei stessa si definisce in uno dei saggi (Cartografie della lotta, pp. 63-114, p. 65). Tratti tutti – tranne l'ultimo – da Feminism without Borders: Decolonizing Theory, Practicing Solidarity (Duke University Press, 2003) e scritti in un arco temporale che va dal 1986 al 2003, i saggi presentati restituiscono alcuni dei nodi centrali della complessa riflessione di Mohanty «la necessità di rendere, esplicito, sulla scia dell'insegnamento di Audre Lorde (1984), il posizionamento come scelta teorica e politica del femminismo contemporaneo che non nega, ma allo stesso tempo non ipostatizza le differenze [...]; l'attraversamento dei confini intesi come linee mobili dello spazio geografico e politico; lo spostamento dei punti di vista e l'analisi critica del modo in cui sono state costruite categorie come quelle di Occidente e Terzo Mondo; la messa a fuoco del nesso differenze/agency al cuore della riflessione del femminismo postcoloniale» (Baritono, Introduzione, pp. 7-23, p. 7). Al tempo stesso, offrono preziose indicazioni metodologiche per un femminismo «senza frontiere», grazie anche all'insistenza sulla necessità di storicizzare e ri-pensare obiettivi e categorie d'analisi, nonché un linguaggio ancor oggi «impreciso ed inadeguato» e che dovrebbe «essere aperto al perfezionamento e all'indagine – ma non all'istituzionalizzazione» (pp. 184-185). Emblematico il saggio “Sotto gli occhi dell'Occidente” rivisto: solidarietà femminista e lotte anticapitaliste (pp. 176-215), in cui Mohanty riprende il suo celebre Under Western Eyes: Feminist Scholarship and Colonial Discourses (1986). Se all'epoca il perno era la denuncia «degli studi del “femminismo occidentale” che si occupano delle donne del Terzo Mondo colonizzandone discorsivamente le vite e le lotte» (p. 178), ora, a diciassette anni di distanza, Mohanty attua una sorta di autopsia analitica del testo, a partire da alcuni fraintendimenti che ne hanno accompagnato la diffusione e dal proprio mutato posizionamento – «Quando lo scrissi non avevo ancora finito i miei studi di dottorato, ed ora sono una professoressa in Women's Studies. “Sotto” ora è molto più “dentro”...» (p. 176) – e dal diverso contesto storico-politico, in cui cruciale risulta lo scarto tra Mondo dell'Un-Terzo e Mondo dei Due-Terzi, «tra “coloro che hanno” e “coloro che non hanno”» (p. 183). Emerge la necessità di immaginare, alla luce dei nuovi «processi di inclusione/esclusione posti in essere dal dominio capitalista, razzista, eterosessista e nazionalista» (p. 185), nuove forme di lotta e solidarietà transnazionali femministe, partendo dal presupposto che «forse, non si tratta più semplicemente della questione dello sguardo dell'Occidente, ma piuttosto di come l'Occidente sia interno e si riconfiguri continuamente a livello globale, razziale e in termini di genere. Senza riconoscere questo aspetto, il nesso necessario tra sapere femminista/cornici analitiche, da un lato, e organizzazione/attivismo, dall'altro, è impossibile» (p. 195). (Vincenza Perilli, in Zapruder, n. 31, 2013)

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