mercoledì 27 novembre 2013

Violenza sessista: né rigurgito dell’arcaico, né anomalia della modernità

Un articolo di Annamaria Rivera appena pubblicato sul sito di MicroMega, Violenza sessista: né rigurgito dell’arcaico, né anomalia della modernità. Buona lettura e riflessioni // Ora che il femicidio e il femminicidio hanno guadagnato l’attenzione dei mediae delle istituzioni, il rischio è che, costituendo un tema in voga, la violenza di genere sia usata per vendere, fare notizia, sollecitare il voyeurismo del pubblico maschile. Un secondo rischio, già ben visibile, è che la denuncia e l’analisi siano assorbite, quindi depotenziate e banalizzate, da un discorso pubblico – mediatico, istituzionale, ma anche ad opera di “esperti/e” –, costellato di cliché, stereotipi, luoghi comuni, più o meno grossolani. Proviamo a smontarne alcuni, adesso che, spentisi i riflettori sulla Giornata internazionale contro la violenza di genere, anche la logorrea si è un po’ smorzata. Anzitutto: la violenza di genere non è un rigurgito dell’arcaico o un’anomalia della modernità. Sebbene erediti credenze, pregiudizi, strutture, mitologie proprie di sistemi patriarcali, è un fenomeno intrinseco al nostro tempo e al nostro ordine sociale ed economico. E comunque è del tutto trasversale, presente com’è in paesi detti avanzati e in altri detti arretrati, fra classi sociali le più disparate, in ambienti colti e incolti. Del tutto infondato è il dogma secondo il quale la modernità occidentale sarebbe caratterizzata da un progresso assoluto e indiscutibile nelle relazioni tra i generi, mentre a essere immersi/e nelle tenebre del patriarcato sarebbero gli altri/le altre. Per riferire dati ben noti, nell’ultimo rapporto (2013) sul Gender Gap del World Economic Forum, su 136 paesi di tutti i continenti, le Filippine figurano al 5° posto su scala mondiale per parità tra i generi (dopo Islanda, Finlandia, Norvegia e Svezia), mentre l’Italia è solo al 71°, dopo la Cina e la Romania e in controtendenza rispetto alla maggior parte dei paesi europei. Eppure non sempre c’è un rapporto inversamente proporzionale tra la conquista della parità di genere e la violenza sessista. Esemplare è il caso della Svezia (ma anche, in diversa misura, della Danimarca, Finlandia, Norvegia). Questo paese, da sempre in prima linea nel garantire la parità fra i generi, tanto da occupare, come si è detto, il 4° posto su 136 paesi, registra un numero crescente di stupri: negli ultimi vent’anni si sono quadruplicati, al punto da interessare una donna svedese su quattro. Ciò dipende non solo dal fatto che il numero di denunce sia aumentato rapidamente quale effetto di una crescente consapevolezza femminile, ma anche da un reale incremento dei casi. Ancora a proposito dell’Europa e volendo fare un riferimento ormai storico, si può ricordare che un paese come la Jugoslavia, il quale all’epoca si distingueva per un livello alto di emancipazione femminile, di sicuro più elevato che nell’Italia di allora, ha conosciuto nel corso della guerra civile l’orrore degli stupri etnici. Il pene usato come arma per colpire i nemici attraverso i corpi femminili mostra, fra l’altro, la continuità tra l’odio e la violenza “etnici” e la violazione delle donne, finalizzata al loro annientamento: lo stupro nasconde sempre un desiderio o una volontà di colpire l’identità e l’integrità della persona-donna. Ci sono ragioni varie e complesse che possono spiegare come mai in società “avanzate”, avanzi pure il numero di stupri e femicidi. Per citarne una: non tutti gli uomini sono in grado o disposti ad accettare i cambiamenti che investono i ruoli e la condizione femminile, che anzi spesso sono vissuti come minaccia alla propria virilità o al proprio “diritto” al possesso se non al dominio. La narrazione della virilità è divenuta oggi meno credibile che in passato. E molti uomini appaiono spaventati dalle rappresentazioni e dalle immagini dell’intraprendenza, anche sessuale, delle donne (più che dalla realtà di una loro autonomia effettiva, almeno in Italia, dove è alquanto debole). Questa inadeguatezza della società (maschile) si riflette anche nelle prassi delle istituzioni rispetto alla violenza di genere, spesso tardive e/o inadeguate. Per esempio, in molti casi che hanno come esito il femicidio, le vittime avevano denunciato più volte i loro persecutori. Tutto questo per dire che il sadismo, la volontà di reificare e/o annientare le donne e gli altri sono all’opera dentro le nostre stesse società, in forme più o meno latenti, finché certe condizioni non ne rendono possibili le manifestazioni palesi. Il sistema di dominazione e appropriazione delle donne (per usare il concetto-chiave della sociologa femminista Colette Guillaumin) tende a colpire – con lo stupro o il femicidio – non solo le estranee o quelle che, come in Jugoslavia, sono state alterizzate e nemicizzate, ma anche le donne con le quali s’intrattengono relazioni d’intimità o prossimità. Basta dire che, su scala globale, il 40% delle donne uccise lo sono state da un uomo a loro vicino. E, per riferirci ancora all’Europa, secondo le Nazioni Unite la metà delle donne assassinate tra il 2008 e il 2010 lo sono state da persone cui erano legate da qualche relazione stretta (per gli uomini lo stesso dato scende al 15%). Per tutto ciò che abbiamo detto finora, conviene diffidare degli schemi evoluzionisti e dei facili ottimismi progressisti: il pregiudizio, la dominazione e/o la discriminazione in base al genere – come quelli in base alla “razza”, alla classe, all’orientamento sessuale – non sono necessariamente residuo arcaico del passato, segno di arretratezza o di modernità incompiuta, destinato a dissolversi presto. Sono piuttosto tratti che appartengono intrinsecamente e strutturalmente anche alla tarda modernità; o forse dovremmo precisare alla modernità decadente. Per dirla nei termini delle curatrici de “Il lato oscuro degli uomini”, un libro prezioso, appena pubblicato nella collana “sessismoerazzismo” dell’Ediesse, la violenza maschile contro le donne è sia “prodotto dell’ordine patriarcale”, sia “frutto delle moderne trasformazioni delle relazioni fra donne e uomini” (p. 33). Secondo un altro luogo comune corrente, per contrastare e superare la violenza di genere sarebbe sufficiente un cambiamento culturale, tale da archiviare finalmente i residui della cultura patriarcale e di tradizioni retrive. Una pia illusione: la Svezia può dirsi forse un paese dominato da cultura patriarcale? Insomma, se è vero che la violenza di genere è un fenomeno strutturale, come si ammette, essa è incardinata in dimensioni molteplici. Per dirla in modo succinto, il dominio maschile ha una matrice culturale e simbolica, certamente, ma anche assai materiale. Se ci limitiamo al caso italiano, il neoliberismo, la crisi del Welfare State, l’esaltazione del modello del libero mercato, le privatizzazioni, poi la crisi economica e le politiche di austerità hanno significato per le donne arretramento in molti campi. E arretramento significa perdita di autonomia, dunque incertezza di sé, maggiore subalternità e vulnerabilità. Certo, in Italia, un contributo rilevante alla reificazione-mercificazione dei corpi femminili lo ha dato la televisione, in particolare quella berlusconiana. Per lo più volgare, sessista, razzista, è stata ed è elemento cruciale dell’offensiva contro le donne e le loro pretese di uguaglianza, autonomia, liberazione. Essa ha finito per condizionare non solo il linguaggio dei politici, sempre più apertamente sessista, ma la stessa struttura del potere politico e delle istituzioni. Per non dire dell’uso dei corpi femminili come tangenti: merci di scambio di un sistema di corruzione ampio e profondo a tal punto da essere divenuto sistema di governo. Ed è innegabile che oggi in Italia vi sia una notevole complicità della società, delle istituzioni, dell’opinione pubblica, perfino di una parte della popolazione femminile rispetto a un tale immaginario e a un simile utilizzo dei corpi femminili. E allora non c’è niente da fare? Tutt’altro. Ma la questione va declinata anzitutto in termini politici. A salvarci non sarà il recente provvedimento – tipica misura da larghe intese – che affronta il tema della violenza maschile in termini tutti emergenziali (e accanto a misure repressive contro il “terrorismo” dei NoTav, i furti di rame e cose simili). E neppure possiamo illuderci che l’attenzione riservata a questo tema dalle istituzioni e dai media mainstream rappresenti un avanzamento certo e irreversibile. Né compete principalmente alle donne la cura (ancora una volta!) del “lato oscuro degli uomini”. A noi tutte spetta, invece, contribuire a ricostruire una soggettività collettiva libera, combattiva, consapevole della propria autonomia e determinazione. E tale da sabotare l’esercizio del dominio maschile, su qualunque scala e in qualunque ambito si manifesti
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lunedì 25 novembre 2013

Zapruder / Pellicole di storia

Venerdì 29 novembre Storie in movimento organizza a Roma un dibattito (con proiezioni) sul rapporto fra cinema e storia a partire dall'ultimo numero di Zapruder, Pellicole di storia. L'età moderna al cinema. Il programma dettagliato della serata sul sito di Sim. Ricordo che l'iniziativa di venerdì sera anticiperà l'assemblea generale di Sim che, come vi avevo già annunciato, si terrà sabato 30 novembre e domenica 1 dicembre presso le Officine resistenti. Vi aspetto/ aspettiamo come sempre numerose/i!
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sabato 23 novembre 2013

Africa da vip

Negli ultimi mesi quasi centomila persone hanno firmato la petizione contro Mission, un reality-show prodotto dalla Rai con la stupefacente collaborazione di organizzazioni quali Unhcr e Intersos . Il format, ambientato nei campi profughi congolesi (e altri nei territori confinanti) e con la partecipazione di vip di seconda mano (Emanuele Filiberto, Al Bano, Paola Barale ed altri/e) si preannuncia infatti come un'indegna spettacolarizzazione della sofferenza umana dei/delle rifugiati/e. Ma nonostante tutte queste firme, depositate qualche giorno fa alla Commissione di Vigilanza Rai, dal 26 novembre al 2 dicembre dovrebbero essere registrate, negli studi Rai di via Verdi a Torino, le due puntate di Mission che andranno poi in onda su Rai 1 nelle serate del 27 novembre e del 4 dicembre. Ricevo da Liliana Ellena, che ringrazio, segnalazione che oggi, per iniziativa del Centro Frantz Fanon, diverse realtà cittadine torinesi si sono incontrate per discutere ed elaborare insieme efficaci modalità di protesta da mettere in campo per fermare la registrazione delle puntate di questo reality-show. Qui il documento elaborato dalla varie realtà presenti a questo primo incontro, che si ritroveranno martedì prossimo sotto la sede Rai di via Verdi per dire no all'ennesima pornografia della sofferenza. Pubblico sperando in un effetto moltiplicatore anche altrove
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Lorna Simpson

Da una mostra di Lorna Simpson di qualche anno fa al Brooklyn Museum (che non ho visto)
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giovedì 21 novembre 2013

La Libia e i «costruttori di pace»

Riprendo da Il Manifesto del 19 novembre un articolo di Manlio Dinucci, Al via la nuova missione in Libia . Buona lettura // Dopo aver demolito lo stato libico con 10mila attacchi aerei e forze speciali infiltrate, Stati uniti, Italia, Francia e Gran Bretagna dichiarano la propria «preoccupazione per l’instabilità in Libia». La Farnesina informa che a Tripoli sono in corso violenti scontri tra milizie anche con armi pesanti e che sono stati danneggiati numerosi edifici, per cui la sicurezza non è garantita nemmeno nei grandi hotel della capitale. Non solo per gli stranieri, ma anche per i membri del governo: dopo il rapimento un mese fa del primo ministro Ali Zeidan dalla sua residenza in un hotel di lusso, domenica è stato rapito all’aeroporto il vicecapo dei servizi segreti Mustafa Noah. E mentre nella capitale miliziani di Misurata sparano su cittadini disarmati esasperati dalle violenze, a Bengasi prosegue senza soluzione di continuità la serie di omicidi di matrice politica. Che fare? Il presidente Obama ha chiesto al premier Letta di «dare una mano in Libia» e questi ha subito accettato. La sua affidabilità è fuori discussione: nel 2011 Enrico Letta, allora vicesegretario del Pd, è stato uno dei più accesi sostenitori della guerra Usa/Nato contro la Libia. Sarà ricordata sui libri di storia la sua celebre frase: «Guerrafondaio è chi è contro l'intervento internazionale in Libia e non certo noi che siamo costruttori di pace». Ora, mentre la Libia sprofonda nel caos provocato dai «costruttori di pace», è arrivato il momento di agire. L’ammiraglio William H. McRaven, capo del Comando Usa per le operazioni speciali, ha appena annunciato che sta per essere varata una nuova missione: addestrare e armare una forza libica di 5-7mila soldati e «una unità più piccola, separata, per missioni specializzate di controterrorismo». Specialisti del Pentagono e della Nato sono già in Libia per scegliere gli uomini. Ma, data la situazione interna, questi verranno addestrati fuori dal paese, quasi certamente in Italia (in particolare in Sicilia e Sardegna) e forse anche in Bulgaria, secondo un programma agli ordini del Comando Africa del Pentagono. L’ammiraglio McRaven non nasconde che «vi sono dei rischi: una parte dei partecipanti all’addestramento può non avere la fedina pulita». È molto probabile quindi che tra di loro vi siano criminali comuni o miliziani che hanno torturato e massacrato (elementi che, una volta in Italia, potranno circolare liberamente). E tra quelli addestrati in Italia vi saranno anche i guardiani dei lager libici in cui vengono rinchiusi i migranti. Per il loro addestramento e mantenimento non basteranno i fondi già stanziati per la Libia nel decreto missioni all’esame del parlamento: ne occorreranno altri molto più consistenti, sempre attinti dalle casse pubbliche. L’Italia contribuirà in tal modo alla formazione di truppe che, essendo di fatto agli ordini dei comandi Usa/Nato, saranno solo nominalmente libiche: in realtà avranno il ruolo che avevano un tempo le truppe indigene coloniali. Scopo della missione non è quello di stabilizzare la Libia perché torni ad essere una nazione indipendente, ma quello di controllare la Libia, di fatto già balcanizzata, le sue preziose risorse energetiche, il suo territorio strategicamente importante. Ci permettiamo di dare un consiglio al governo Letta: l’Expo galleggiante della Cavour, rientrando nel Mediterraneo ad aprile dopo il periplo dell’Africa, potrebbe fare tappa anche in Libia per pubblicizzare i prodotti del Made in Italy. Come il cannone a fuoco rapido Vulcano della Oto Melara che, in mano ai libici che oggi mitragliano i barconi dei migranti, potrebbe risolvere il problema dell’emigrazione clandestina // Qualche articolo correlato in Marginalia: Tripoli bel suol d'amore. La guerra in Libia e il centenario dell'invasione italiana, Muammar Gheddafi, Silvio Berlusconi e l'italietta postcoloniale, Colonialismo italiano in Libia: dal "leone del deserto" al "colonnello".
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mercoledì 20 novembre 2013

Il ramadan di Daniela Santanchè

Nuova puntata per La vendetta del burqa, la saga all'insegna dell'islamofobia che vede come protagonista Daniela Santanchè, ex Alleanza Nazionale, poi candidata fallita per La Destra - Fiamma Tricolore e ora fedelissima di Berlusconi nell'agonizzante Popolo della Libertà. Già rinviata a giudizio per diffamazione lo scorso anno dal gup di Milano per aver offeso "la reputazione e l'onore" (così nel decreto che ne disponeva il giudizio) di una donna italiana convertita all'Islam nel corso della trasmissione televisiva Iceberg, il 21 settembre del 2009, adesso Santanchè è a processo per un'altra vicenda che l'ha vista in primissima fila sempre nel settembre 2009.  L'episodio è la cosiddetta  "protesta anti-burqa" organizzata a Milano dall'allora leader del Movimento per l'Italia (da lei fondato un anno prima) durante la quale la parlamentare  aveva tentato di strappare il velo ad alcune donne musulmane che si recavano ad una festa per i festeggiamenti di fine Ramadan. In seguito aveva dichiarato di essere stata vittima di un'aggressione da parte dei "fondamentalisti islamici", notizia che aveva generato titoli memorabili su molti quotidiani, come l'indimenticabile Per festeggiare il Ramadan picchiano la Santanchè (Il Giornale). Ora arriva il processo e la richiesta da parte del pm di un mese di arresto e cento euro di multa per Santanché e 2000 euro di multa per Ahmed El Badry, accusato di lesioni per aver assestato un pugno nello sterno alla parlamentare del Pdl. Per il vice procuratore onorario, a differenza di Santanché, El Badry non merita le attenuanti generiche e nemmeno quelle "della provocazione, in quanto ha colpito una persona, oltre tutto di sesso femminile, che esprimeva opinioni e non c'era motivo di colpirla". L'appuntamento (e terza puntata della saga) è ora per il 1 di dicembre, giorno in cui parleranno le difese e il giudice si dovrebbe ritirare in camera di consiglio per la sentenza.
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domenica 17 novembre 2013

Femministe a parole / Una recensione di Ottavia Nicolini

Sull'ultimo numero di DWF, Gli spazi dell'agire politico. Tra radicalità, esperienza e conflitto (2013, n. 1, vol. 97), anche una recensione di Ottavia Nicolini al "nostro" Femministe a parole. Grovigli da districare, pubblicato nellacollana «sessismoerazzismo» di Ediesse. Trovate la recensione, insieme a tutta la rassegna stampa del volume, nel sito dell' editore, buona lettura!
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lunedì 11 novembre 2013

Non si nasce donna al Mfla

Nello spazio approfondimenti della trasmissione radiofonica del martedì di Mfla, presentazione dell'ultimo dei Quaderni Viola, Non si nasce donna. Percorsi, testi e contesti del femminismo materialista in Francia(Alegre, 2013), al quale il Mfla aveva già dedicato uno spazio a maggio nella rubrica Fatti e misfatti. Palinsesto dettagliato di questa nuova puntata qui. Buon ascolto a tutte/i! // (Alcuni) articoli correlati in Marginalia: Audre Lorde e Adrienne Rich su Mfla, Non si nasce donna / Una recensione di Paola Guazzo, Le potenzialità e l'abuso di un passepartout nato per scardinare le discipline del sapere, Non si nasce donna / Una recensione su Iaph Italia, Femministe di tutto il mondo unitevi (ai microfoni del Mfla).
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Berlusconi e le famiglie ebree

Da Incidenze l'ultimo capitolo della campagna revisionista di Silvio Berlusconi: «I miei figli dicono di sentirsi come dovevano sentirsi le famiglie ebree in Germania durante il regime di Hitler . Abbiamo davvero tutti addosso»
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domenica 10 novembre 2013

Storie in movimento / Assemblea generale a Roma

Anche quest’anno ci diamo appuntamento per l’assemblea generale di Sim, sabato 30 novembre e domenica 1 dicembre 2013 a Roma presso Officine Resistenti L81 (via Calpurnio Fiamma, 81 - zona Don Bosco - fermata metro A Lucio Sestio). Verranno messi a tema il funzionamento dell’associazione, l’andamento della rivista, gli appuntamenti abituali, come il Simposio, e i nuovi progetti, come «Zapruder World», la rivista digitale in inglese di prossima uscita. Quest’anno però desideriamo che lo spazio per le discussioni sia più ampio e accorceremo le relazioni introduttive per lasciare più tempo al dibattito, alle proposte di numeri di «Zapruder» e «Zapruder World» e alle candidature per la/le redazione/i e il Comitato di coordinamento dell’associazione. Vi aspettiamo numeros*! Ulteriori info e programma dettagliato sul sito di Sim.
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giovedì 7 novembre 2013

Approcci transdisciplinari sul genere e l'intersezionalità

Approches transdisciplinaires sur le genre et l’intersectionnalité è il bel seminario proposto per questo anno accademico dal Cedref, a cura di Azadeh Kian, Dominique Fougeyrollas e Jules Falquet. Inaugurato da Azadeh Kian e Patrick Farges con una lezione su L’intersectionnalité : Réception-récupération-détournement et renouveau, il seminario che si concluderà in maggio ospiterà tra gli altri Valeria Ribeiro Corrossacz, Fatima Ait Ben Lmadani, Nasima Moujoud, Danièle Kergoat e Sirma Bilge. Chi è a Parigi ne approfitti. Programma dettagliato qui // (Alcuni) articoli correlati in Marginalia: Pinar Selek. Devenir un homme en rampant, Femmes, genre et mobilisations collectives en Afrique, Approches post-colonialeset décoloniales en études genre et féministes e «Sexe» et «race» dans les féminismes italiens. Jalons d’une généalogie
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martedì 5 novembre 2013

Paulette Nardal e la «Revue du Monde Noir»

Indice del primo numero della Revue du Monde Noir fondata nei primi anni Trenta da Paulette Nardal, sua sorella Andrée e Leo Sajous Continua...

domenica 3 novembre 2013

Barbara Sòrgoni al Centro Frantz Fanon

Grazie a Vanessa Maher per avermi segnalato l'interessante iniziativa che si terrà mercoledì prossimo al Centro Franz Fanon, organizzata dal Gruppo di studio sulla memoria e il presente delle relazioni tra l'Italia e i Paesi del Corno d'Africa Isku Xir in collaborazione con l'Associazione Fanon e il Laboratorio Crossing Borders dell'Università di Torino. Vanessa Maher e Roberto Beneduce discuteranno con Barbara Sòrgoni (autrice, tra l'altro di Parole e corpi . Antropologia, discorso giuridico e politiche sessuali interrazziali nella colonia Eritrea)  sulle  procedure sul riconoscimento dei richiedenti asilo in Italia, Sul sito del Centro Frantz Fanon il programma dettagliato .
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