domenica 27 febbraio 2011

Primo marzo 2011: donne native e migranti contro il razzismo e il patriarcato

Come già lo scorso anno, anche questo primo marzo native/i e migranti saranno in piazza, in moltissime città italiane (nel sito Primo Marzo una rassegna in continuo aggiornamento dei diversi appuntamenti), per il Primo marzo 2011: Sciopero degli "stranieri", per dire no al razzismo, no alla legge Bossi-Fini, no ai Cie, no al pacchetto-sicurezza. Per chi ancora non lo avesse letto rinviamo all'appello nazionale per la giornata Insieme contro il razzismo, contro i ricatti, per i diritti di tutte e tutte, mentre qui di seguito vi proponiamo la lettura del documento Per l'accecante visibilità delle donne, con le donne migranti, frutto dell'incontro che si è tenuto il 20 febbraio scorso a Bologna. In quell'occasione diverse donne migranti e italiane si sono incontrate per ragionare insieme sul come conquistare una visibilità verso lo sciopero e le manifestazioni del prossimo primo marzo, ma non solo. Vi chiediamo di dare la dare la massima visibilità e diffusione a questo documento. Buona lettura! "Il 20 febbraio diverse donne migranti e italiane si sono incontrate a Bologna per ragionare insieme sul conquistare una visibilità verso lo sciopero e le manifestazioni del prossimo primo marzo, ma non solo.Già l’anno scorso molte donne hanno scioperato e sono scese in piazza, accettando la sfida di mostrare che cosa succede se i migranti e le migranti che vivono in Italia decidono di incrociare le braccia per un giorno, e con loro tutti gli italiani e le italiane stanchi di vedere attaccati il loro lavoro e i loro diritti, stanchi del razzismo istituzionale. Già l’anno scorso c’erano molte donne ma non quante avrebbero potuto, e soprattutto non quante avrebbero voluto esserci. Perché scioperare, determinare la propria presenza, far sentire la propria voce è per le donne, migranti e italiane, una doppia sfida. L’assenza delle donne è determinata dal doppio incarico al quale sono costrette: il lavoro di cura e domestico (pagato o non pagato) e lo sfruttamento nei posti di lavoro che colpisce soprattutto le donne migranti.
Questa situazione, determinata da un sistema patriarcale (che non ha né cultura né nazione, né religione, ma che è universale) passa attraverso l’attacco quotidiano alle operaie della casa, alle mogli, alle lavoratrici isolate, esi articola in svariate maniere. In Italia, la legge Bossi-Fini è lo strumento utilizzato per riaffermare, in forme sempre nuove e violente, il linguaggio del patriarcato. Una legge che colpisce due volte le donne migranti tramite il contratto di soggiorno per lavoro che le rende lavoratrici ricattabili (sia nelle fabbriche sia nelle case), sempre a rischio di diventare “clandestine”, di essere rinchiuse nei Centri di Identificazione ed Espulsione (CIE) ed espulse. E ancora: la legge Bossi Fini rafforza il patriarcato che è nelle case perché le donne migranti che sono in Italia per ricongiungimento famigliare dipendono dal permesso di soggiorno del marito e per loro è difficile o impossibile – anche in assenza di supporti concreti – liberarsi dalla subordinazione o dalla violenza domestica che, come capita anche a moltissime donne italiane, spesso esercitano i mariti. Inoltre la legge Bossi-Fini riproduce su scala transnazionale la divisione sessuale del lavoro riproduttivo. Il lavoro domestico e di cura è sempre destinato alle donne, migranti o italiane che siano, anche se una parte delle donne è riuscita a liberarsi almeno parzialmente da questo «destino domestico» pagando un’altra donna. Finché le donne migranti saranno riconosciute solo come «ruoli» (mogli, prostitute che possono riscattarsi solo come vittime, badanti e colf sulle quali si amministra il nuovo welfare privato, pagato dalle donne) la libertà di tutte le donne è sotto attacco. Per questo è necessario oggi conquistare la parola e la visibilità politica delle donne, soprattutto di quelle migranti. Perché le migrazioni delle donne mettono in discussione le strutture sociali e patriarcali sia nei paesi di partenza sia in quelli di arrivo. Da questa potenza, oltre le reali difficoltà, dobbiamo muovere insieme il passo verso una presenza politica. Una presenza che ci faccia prendere e riprendere la parola! A Bologna è stato chiaro che noi donne, migranti e italiane, non siamo più disposte ad accettare che il nostro sfruttamento e la nostra subordinazione siano giustificati da stati, culture, tradizioni o religioni. Non siamo più disposte ad accettare un antirazzismo neutro o il linguaggio politicamente corretto di un multiculturalismo che giustifica le aggressioni contro le donne che accadono all’interno delle comunità e delle famiglie. Criticare questa realtà non vuol dire fare una crociata razzista colpendo indiscriminatamente tutta le comunità migranti ma vuol dire criticare le pratiche patriarcali esercitate da uomini sia immigrati sia italiani. Vuol dire riaffermare una battaglia per la libertà delle donne, migranti e italiane. Per questo chiamiamo il nostro sfruttamento e la nostra subordinazione (quelli imposti dalla legge Bossi-Fini e quelli raccontati come “tradizione”) con il loro vero nome: patriarcato. Proponiamo alle donne, dentro e fuori il movimento dei migranti e antirazzista, a tutte coloro che stanno scendendo nelle piazze per affermare la propria libertà di donne contro un potere che si esercita prima di tutto sui loro corpi, di costruire una propria visibilità accanto alle donne migranti, prima di tutto nelle piazze del primo marzo. Ma proponiamo di avviare un percorso di assemblee, a livello locale e nazionale, per far valere anche oltre il primo marzo la voce e la presenza delle donne, con le donne migranti. Perché la loro assenza dalle piazze è un silenzio assordante. Perché la visibilità che le donne si riprendono sarà accecante".

Le Donne del Coordinamento Migranti Bologna e Provincia
Associazione Todo Cambia, Milano
Associazione Trama di Terre, Imola
Rete Intrecci: Associazione Donne in Cammino per la Famiglia, Forlì-Cesena; Associazione Il Ventaglio, Bologna; Associazione ANNASSIM, Bologna; Associazione Che la Festa continui, Casalecchio (Bo); Associazione Donne del Mondo, Forlì-Cesena; Associazione UDI, Modena; Ass. Differenza Maternità, Modena, Ass. Donne in nero; Ass Vagabonde, Parma.

Per adesioni/contatti: migranda2011@gmail.com
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venerdì 25 febbraio 2011

Lo stronzio del terzo millennio

CasaPound annuncia un convegno sul ritorno all'atomo e il nucleare italiano. Rifiutiamo l'ennesimo ritorno dello stronzio!

Questo post è frutto di una profonda meditazione di Incidenze e Marginalia
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mercoledì 23 febbraio 2011

Orgoglio e pregiudizio

Vi avevamo già anticipato l'uscita di Orgoglio e pregiudizio, il terzo numero della nuova collana dei Quaderni Viola. Il nuovo quaderno tra presentazioni e trasmissioni radiofoniche. è già noto alle più, comunque vi segnaliamo la prossima presentazione a cura delle Fuoricampo alle quali rinviamo per i dettagli della serata ;-)
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La squadra di calcio libica sponsorizzata da Eni

Ci chiedono di fare una precisazione a proposito del post precedente: sembra che la giacca con logo Eni indossata da un mercenario immortalato in un video mentre spara sulla folla a Bengasi sia in realtà la maglia di una squadra di calcio, il Tripoli (sponsorizzata da Eni). Eseguiamo, anche se non ci sembra che questo elemento cambi la sostanza del discorso. E il pugno allo stomaco rimane.
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E' l'Italia mercenaria che spara sulla folla in Libia

Mentre sono circa un migliaio i manifestanti uccisi in Libia, la notizia - rilanciata anche dall'emittente araba Al Jazeera - di mercenari italiani che sparano sulla folla in rivolta, sta rimbalzando nella rete da un sito all'altro, sostenuta dalle testimonianze di alcuni manifestanti (come quello intervistato nel video trasmesso da France 24). Difficile in queste ore caotiche, nelle quali le comunicazioni con l'altra sponda del mediterraneo si fanno sempre più complicate, verificarne l'autenticità. Forse anche questa - come la notizia che vorrebbe mercenari italiani impegnati a bombardare la folla con caccia militari F16 -, è una "bufala" spiegabile con la teoria dei rumours (che, effettivamente, troverebbe terreno più che fertile negli storici rapporti Italia-Libia). In ogni caso, poiché il nostro paese è il maggiore esportatore europeo di armi in Libia (con Finmeccanica ed altre società del gruppo), è anche l'Italia insieme alle milizie di Gheddafi che sta sparando da giorni - seppur indirettamente - sui manifestanti libici. Da qui, forse, il pugno allo stomaco provocato da un video nel quale si vede il logo dell'italianissima Eni sulla giacca di un mercenario che spara sulla folla a Bengasi.
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lunedì 21 febbraio 2011

Christine Delphy : Un Universalisme si particulier

Questa che vedete è la copertina dell'ultimo libro di Christine Delphy, pubblicato all'inizio del 2010 dalla casa editrice Syllepse ma che noi abbiamo finito di leggere solo in questi giorni. Ci manca purtroppo il tempo per una recensione, ma per intanto volevamo segnalarvelo. Del resto, abbiate fiducia e pazienza ... sul fronte "Christine Delphy in Italia" grandi sorprese ci/vi attendono ;-)

(Alcuni) articoli correlati in Marginalia:

Christine Delphy in rete
Classer, dominer. Qui sont les "autres"?
Christine Delphy: Race, caste et genre
Sessismo e razzismo. Un convegno di NQF
Christine Delphy: una scheda bio-bibliografica
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domenica 20 febbraio 2011

Muammar Gheddafi, Silvio Berlusconi e l'italietta postcoloniale

Dall'Algeria alla Tunisia, dall'Egitto allo Yemen le rivolte sull'altra sponda del mediterraneo (scusateci la definizione a questo punto forse impropria), sembrano inarrestabili. Ma la repressione è feroce. In Libia Muammar Gheddafi ha ordinato di sparare sulla folla dei manifestanti e nonostante le notizie incerte e le difficoltà di collegamento (banditi i/le giornalisti/e, problemi con linee telefoniche e internet), sembra che oramai i morti siano oltre un centinaio. Berlusconi ha dichiarato di non aver ancora telefonato a Gheddafi perché "la situazione è in evoluzione" e non vuole "disturbarlo". Per il resto ancora nessuna dichiarazione e presa di distanza ufficiale da questa carneficina da parte del nostro governo. E come potrebbe essere altrimenti? Gli interessi in ballo sono enormi, chiari a chi ha seguito la vicenda del cosiddetto "trattato di amicizia" Italia/Libia (firmato nell'agosto del 2008 da Berlusconi e Gheddafi e ratificato un anno fa) e il consolidarsi dei rapporti e investimenti economici reciproci tra i due paesi. Solo recentemente (mentre sulla stampa imperversava il "caso Ruby") Gheddafi ha acquistato tra le altre cose il 2,01% di Finmeccanica, una quota dell'Eni, altre della Unicredit (diventandone con il 7% il primo azionista) e varie compartecipazioni (Lia, Ansaldo Sts, Agusta Westland, Banca di Roma e Juventus.) D'altro canto Berlusconi (e altre grosse aziende italiane) sono in trattativa per investimenti nei settori delle telecomunicazioni, del gas e del petrolio. Ma oltre il business c'è anche altro: dietro il "trattato d'amicizia", le scuse e il risarcimento per l'occupazione coloniale italiana della Libia c'è, come sappiamo, il patto sciagurato per il "contenimento dell'immigrazione clandestina" verso le nostre coste. Tra respingimenti, torture e stupri nelle carceri libiche non sappiamo quantificare quanto è costata a donne e uomini migranti l'amicizia tra i due leader, amicizia che la stampa mainstream ha sempre tentato di ridurre agli aspetti meramente "folkloristici" (cammelli, tende, donne e bunga-bunga). Difficilmente l'Italia rinuncerà all'"aiuto" del Colonnello (che, crediamo anche per questo, reggerà), aiuto necessario per "controllare" le frontiere esterne (per quelle interne basta il "pacchetto sicurezza" e i Centri di identificazione ed espulsione). Quindi non ci aspettiamo di certo un risolutivo intervento diplomatico del nostro governo (se non qualche frase di circostanza) a condanna dei morti disseminati per le strade di Bengasi, Derna e Shahat (un tempo Cirene), nomi che - per chi non ignora le tragiche vicende del colonialismo italiano in Libia - evocano altre morti, altre stragi. Anche per questo sarebbe auspicabile che al silenzio interessato del governo si contrapponesse qualche forma di sostegno forte e solidarietà concreta da parte delle piazze italiane alla rivolta, pur anomala, in Libia. Ma anche su questo versante ci sembra che a quest'Italia - capace di mobilitazioni oceaniche in nome della dignità offesa , della patria e della famiglia -, poco importi delle sorti di uomini e donne massacrate/i per le strade della Cirenaica. Del resto non ci si indigna neanche per cose che accadono molto più vicino (si dice: "in casa nostra"), come un uomo che si da fuoco per protesta o una donna che subisce un tentativo di stupro in un Cie. Soprattutto se lui si chiama Noureddine Adnane e lei è nigeriana.
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sabato 19 febbraio 2011

Antonio Gramsci al festival di Sanremo

Ieri avevamo notato un'impennata veramente considerevole delle "visite" a Marginalia e non riuscivamo a spiegarcene il motivo (non siamo decisamente un blog da grandi numeri). Spinte da malsana curiosità abbiamo controllato le chiavi di ricerca adoperate nei motori da chi ci aveva onorato di contante visite e abbiamo trovato tag del tipo: "il peso della storia", "Gramsci odia gli indifferenti", "il peso morto di Gramsci" ... Ci abbiamo messo poco a capire: una massa di utenti mai vista da queste parti era giunta a noi cercando una lettera di Gramsci del 1917, Indifferenti, lettera che avevamo pubblicato qualche tempo fa con il titolo di L'indifferenza è il peso morto della storia. A questo punto la nostra confusione è stata totale: donde viene, ci chiedevamo, tutto questo improvviso interesse per Antonio Gramsci, intellettuale lasciato marcire in carcere dal fascismo e invero poco amato anche dopo da questa nostra triste, ignorante e indifferente italietta? Saremmo restate a lungo a lambiccarci il cervello se non fosse giunta un'amica amante del trash (e di Gramsci) a svelare l'arcano: il brano in questione è stato letto in diretta al festival di Sanremo da due comici con gigantografia di Antonio Gramsci alle spalle. Non riusciamo a fare nessun commento che sia sensato: dovremmo forse rassegnarci a dire che rispetto al revisionismo incoronato l'anno scorso sul palco dell'Ariston, questo è un bel passo avanti? O forse potremmo commentare acide che meglio sarebbe stato farlo leggere alle due vallette scosciate? Oppure che ... ci asteniamo. Il video è terrificante, comunque se volete potete vederlo su Youtube.
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domenica 13 febbraio 2011

Femministe e rivolte in piazza (Tahrir)

Un mese fa, dopo giorni (e notti) di rivolta in tutto il Maghreb, il dittatore tunisino Ben Ali (che - ricordiamolo - aveva conquistato il potere con un golpe 23 anni fa grazie anche al sostegno decisivo del governo italiano) fuggiva da Tunisi. E stanotte, in Egitto, donne, uomini e bambini/e hanno continuato a ballare nella capitale, in piazza Tahrir, sotto i fuochi di artificio, per festeggiare l'abbandono del potere (dopo quasi trent'anni) di un altro dittatore, Hosni Mubarak, il "moderno faraone" con il trono "appiccicoso del sangue del popolo" come scrive Nawal El Saadawi, femminista egiziana, in una sua cronaca dal cuore della rivolta. Ed è questa cronaca che vi invitiamo a leggere (per intanto nella traduzione in inglese di Robin Morgan per il Women's Media Center, nei prossimi giorni speriamo anche nella nostra traduzione in italiano), una cronaca scritta una domenica dei primi di febbraio dalla quasi ottantenne Nawal El Saadawi ( di cui forse alcune/i di voi hanno letto Woman and Islam), che da piazza Tahrir (che in arabo significa liberazione), testimonia e partecipa della/alla rivoluzione egiziana, una rivoluzione che divampa "per le strade di tutte le province, di tutti i villaggi e di tutte le città, da Assuan ad Alessandria, da Suez a Port Said". Descrive donne, uomini, bambini/e, cristiani copti e mulsumani che resistono insieme alla barbarie, ai militari, ai cavalli, ai cammelli, alle molotov, al fuoco e alla morte. Descrive i canti ("molti guidati da donne, con gli uomini che seguono") che rivendicano "libertà, dignità, giustizia" e la fine della tirannide. E noi? Quando saremo capaci di prendere tra le mani la nostra rabbia e cacciare i nostri tiranni? Oggi siamo restate qui a leggere, scrivere, tradurre, con il cuore a piazza Tahrir e lontano dalle piazze italiane: non abbiamo potuto aderire né partecipare - seppur con contenuti "critici" - ad una manifestazione nata da un appello alle "donne italiane", in nome della loro "dignità", della "decenza", della "religione" e della "nazione". Nawal El Saadawi termina la sua cronaca scrivendo: "questo è come un sogno". Qual è il nostro?

(Alcuni) articoli correlati in Marginalia e altrove:

Senza stupore: eccezione e norma ai tempi di Arcore
Non è una questione di donne
Le contraddizioni e il no alla crociata
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mercoledì 9 febbraio 2011

lunedì 7 febbraio 2011

La produzione del genere

La produzione del genere. Ricerche etnografiche sul femminile e sul maschile, è un volume da poco pubblicato da Ombrecorte a cura di Valeria Ribeiro Corossacz e Alessandra Gribaldo. Il libro - che nasce dal convegno Sul campo del genere. Contributi etnografici e temi di ricerca che avevamo già avuto occasione di segnalare qui in Marginalia tempo fa -, muove, come si legge nella quarta di copertina, da una domanda cruciale: "Cos'è il genere? Un dato scontato e naturale, un apparato riproduttivo, un destino inevitabile, un pilastro fondamentale della famiglia e della società, un'invariante del pensiero, una gabbia, un'invenzione, un vestito che si può indossare e togliere a piacimento?". La produzione del genere attraverso i contributi di Chiara Pilotto, Helen Ibry, Alessandra Gribaldo, Selenia Marbello, Valeria Ribeiro Corossacz e Barbara Pinelli, , cerca di rispondere a questa domanda "stigmatizzando la vulgata corrente ed esplorando al complessità e la polivalenza della nozione di genere attraverso l'approccio antropologico e il metodo etnografico, da cui emerge come essa sia un costrutto sociale e simbolico, una produzione culturale, un significante malleabile e un dispositivo di rapporti sociali di potere".
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sabato 5 febbraio 2011

Senza stupore: eccezione e norma ai tempi di Arcore

Invece dal Laboratorio Sguardi Sui Generis riceviamo una riflessione ricca di spunti interessanti sul cosiddetto sexygate berlusconiano, che porta in esergo una frase di Walter Benjamin: "Lo stupore perché le cose che noi viviamo sono 'ancora' possibili nel ventesimo secolo non è filosofico. Non sta all'inizio di alcuna conoscenza, se non di questa: che l'idea di storia da cui deriva non è sostenibile". Rinviamo al sito del Laboratorio per la lettura del testo Senza stupore: eccezione e norma ai tempi di Arcore.


(Alcuni) articoli correlati in Marginalia e altrove:

Prostitute, amanti, protette
Considerazioni sul Rubygate
Barbie e libertà
Comunicato stampa del Comitato per i diritti civili delle prostitute
Bunga bunga, gru, arresti ed espulsioni
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Sister Outsider. La solidarietà è un'arma: dalle lotte di liberazione afroamericane alle lotte contro i Cie

Riceviamo da Amazora segnalazione dell'iniziativa Sister Outsider. La solidarietà è un'arma: dalle lotte di liberazione afro-americane alle lotte contro i Cie. L'iniziativa - con proiezione del film di Sonia DeVries Out: The Making of a Revolutionary , buffet benefit e incontro/discussione con Silvia Baraldini -, si sdoppierà, con lo stesso programma, in due date e luoghi distinti: presso il circolo Iqbal Masih(via della Barca 24/3 - Bologna) giovedì 10 febbraio alle 19.30 (serata solo per donne) e il giorno successivo al Circolo Pavese (via del Pratello, 53) alle 19 per tutti e tutte.
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Museo di arte delle donne / L'ironia contro gli stereotipi di genere


Un report della tre giorni del Mad a Villa5 dal blog di Minerva Jones (grazie), L'ironia contro gli stereotipi di genere. L'accenno ai fondi irrisori che hanno reso irrealizzabile una struttura permanente mi fa pensare a tutta una serie di riflessioni sviluppate all'interno della pratica/teoria artistica femminista sulla marginalità dell'arte delle donne. Per queste ultime, nei musei come altrove (ogni riferimento alla cosiddetta attualità è intenzionale), l'unico spazio concesso sembra essere quello individuato dalle Guerrilla Girls nella metà degli anni Ottanta. Buona lettura e (amare) riflessioni.
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giovedì 3 febbraio 2011

L'insurrezione mediterranea, gli equilibri postcoloniali spezzati e noi

L'insurrezione mediterranea e noi, è un articolo di qualche giorno fa (ma qui facciamo della necessità virtù, abbiamo sempre detto che non ci interessa, volendo usare il gergo giornalistico, "stare sulla notizia"), ma ve lo proponiamo oggi in lettura perché ha il pregio - oltre a quello di essere ancora di attualità, mettendo in luce la sfida che ci viene lanciata dalla rivolta che divampa sull'altra sponda del mediterraneo - anche di "rispondere" a un commento, lasciato da un anonimo (o anonima) alla nostra segnalazione dell'uscita del volume Schengenland. Immigrazione: politiche e culture in Europa. Da tempo oramai abbiamo attivato (et pour cause!) l'opzione "moderazione" e giornalmente sono decine i commenti (violentemente razzisti, sessisti, omofobi e spesso traboccanti di odio e minacce) che buttiamo abbastanza allegramente nel cestino prima che siano visibili. Ma con questo, che già nel linguaggio tradisce una certa matrice (gli Urali, i figli, la discendenza ...), abbiamo voluto fare eccezione, per memoria. Per memoria del lato più oscuro, ignorante e sguaiato del razzismo e sessismo che ammorbano questa sponda del mediterraneo. Al commento anonimo hanno già risposto altri/e - che ringraziamo per l'intelligenza, l'ironia e anche la tristezza -, e dunque qui semplicemente invitiamo il nostro anonimo a leggere L'insurrezione mediterranea e noi di Annamaria Rivera e rassegnarsi: " Qualunque ne sia l’esito, gli equilibri postcoloniali sono stati spezzati, quindi niente sarà più come prima, neanche per il Paese marginale che è diventata l’Italia" .

Alcuni articoli correlati in Marginalia:

Il diritto alla rivolta (in Maghreb e altrove)
Solidarietà con la riva sud del Mediterraneo
Sulla'autonomia del femminismo arabo
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