mercoledì 29 settembre 2010

sabato 25 settembre 2010

Per Faith, condannata a morte dallo stato italiano

Avevamo già parlato di Faith e del silenzio che gli organi di stampa nazionali hanno contribuito a far calare intorno al suo caso, probabilmente perché la vicenda è troppo imbarazzante per una nazione che si vuole "democratica" e garante dei "diritti delle donne". Più facile lanciare appelli per Sakineh e parlare della "barbarie" degli altri piuttosto che della nostra. Ora, un nuovo appello per Faith, che riceviamo da Amazora, ci offre l'occasione per parlarne ancora una volta e raccontare i "fatti" per quante/i li ignorano. Faith fugge dal suo paese, la Nigeria, nel 2007. Durante un tentativo di stupro da parte del suo datore di lavoro - appartenente a una delle più ricche e influenti famiglie dello stato -, Faith (che all'epoca non aveva ancora vent'anni), lo uccide. Quando, su cauzione, viene rilasciata dal carcere, decide di fuggire in Italia senza attendere il processo: l'ordinamento del suo paese non prevede l'attenuante della legittima difesa e rischia dunque (anche per le pressioni della famiglia del suo datore di lavoro/stupratore) di essere sicuramente condannata a morte. In Italia Faith spera di rifarsi una vita e invece, dopo tre anni, non riesce ad ottenere neanche il permesso di soggiorno. Così questa estate, quando le sue urla durante un nuovo tentativo di stupro fanno giungere una volante nella casa di Bologna dove abita, quello che attende Faith è dapprima il Cie di via Mattei e poi, il 20 luglio, nonostante la richiesta d'asilo presentata dal suo avvocato, il rimpatrio forzato in Nigeria dove attualmente è detenuta in attesa della condanna a morte per impiccagione. Solerti funzionari/burocrati fanno notare che il rimpatrio di Faith era inevitabile poiché su di lei gravavano già due decreti di espulsione. Ma il punto (sottolineato tra le/gli altre/i da Shukri Said, in uno dei primi appelli per Faith scritto qualche giorno dopo il suo rimpatrio), è che Faith non doveva/poteva essere espulsa. L'art. 19, comma 2°, della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea (proclamata a Nizza il 7 dicembre 2000) dice infatti: “Nessuno può essere allontanato, espulso o estradato verso uno Stato in cui esiste un rischio serio di essere sottoposto alla pena di morte, alla tortura o ad altre pene o trattamenti inumani o degradanti.”. La Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea vincola in maniera irrevocabile tutti gli stati della comunità al suo rispetto. Come se non bastasse, nel caso dell'Italia, questo vincolo è rafforzato dall'art. 2 della Costituzione, che impone la Repubblica all'osservanza dei diritti inviolabili dell'uomo e dall'art. 10 che impegna l'ordinamento a conformarsi alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute. Nel caso di Faith dunque, come scrive ancora Said, "L'Italia è riuscita a violare la sua Costituzione e una Carta europea". Inoltre, come veniva sottolineato in un altro appello, il provvedimento di espulsione che ha riportato in Nigeria Faith "equivale ad una sentenza esecutiva di messa a morte". O, per dirla in altri termini, dimostra ancora una volta che il pacchetto sicurezza uccide. Come se non bastasse la vicenda di Faith apre "un pericoloso precedente", potendo divenire un deterrente a ribellarsi a violenze subite per tutte quelle donne migranti in condizione di "clandestinità" . Non male per uno stato "democratico" e difensore dei "diritti delle donne"! E' fondamentale ora, tentare di rompere il silenzio dei media nazionali/mainstream (che finora - tranne rare eccezioni - hanno taciuto a differenza di organi di informazione di altri paesi come lo spagnolo El Paìs) e non allentare la pressione sulle autorità, affinché Faith possa rientrare in Italia e ottenere l'asilo che gli spetta o comunque tutta l'assistenza e la protezione di cui avrà bisogno, poiché dopo essere sfuggita alla pena capitale dovrà sfuggire anche a probabili forme di persecuzione .
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martedì 21 settembre 2010

Roghi dimenticati / Post scriptum a Roghi made in Usa

In Roghi made in Usa, accennavamo alla condanna della Cei dell'annunciato Burn of Koran Day da parte del reverendo Terry Jones: " Non dobbiamo dimenticare che la prima cosa che fecero i nazisti fu quella di bruciare i Talmud, i libri dell’ebraismo". Ma, come osserva Walter Peruzzi in Cattolicesimo reale (un sito che intendevamo segnalare già da tempo), la Cei , ancora una volta, ricorda i roghi degli altri ma non i propri. Tanto per dire: fu proprio papa Giovanni XXII a ordinare nel 1320 con la bollla Dudum Felicis "Riducete poi in cenere col fuoco il suddetto Talmud". E questo rogo non fu né il primo né l'ultimo. Per istruirsi sull'argomento rinvio all'articolo completo di Cattolicesimo reale, Roghi dimenticati.
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lunedì 20 settembre 2010

Esercizi di revisionismo

In occasione dell'anniversario della cosiddetta Breccia di Porta Pia (in breve: il 20 settembre 1870, una breccia fu finalmente aperta dall'artiglieria dell'esercito italiano nelle mura di Roma, breccia che consentì di occupare la città, annetterla al Regno d'Italia e decretare la fine dello Stato Pontificio e del potere temporale dei Papi) e dei tentativi di Alemanno di giungere ad una commemorazione "condivisa" con la cosiddetta Santa Sede, rinvio al documento di Facciamo Breccia, Anniversario della Breccia di Porta Pia: esercizi di revisionismo
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domenica 19 settembre 2010

Khorakhané

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Khorakhané. A forza di essere vento di Fabrizio De André (via Gennaro Carotenuto).Una sorta di colonna sonora per il post che segue sulla recrudescenza dell' antiziganismo in Europa.
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Antiziganismo in Europa: una barbarie che avanza

Sulla "questione Rom" segnalo alcuni interventi, pubblicati su il manifesto rispettivamente ieri e oggi. Il primo, Rom, una questione comune, è la rielaborazione dell'introduzione di Etienne Balibar al volume Romani Politics in Contemporary Europe, una raccolta di saggi sulla questione dei rom e l'Europa a cura di Nando Sigona e Nidhi Trehan pubblicata nel 2009. L'altro è un articolo di Annamaria Rivera, Una barbarie che parla alla sinistra, articolo che, a partire dalle "scorrerie razziste" del presidente francese Sarkozy e dell'immobilismo complice di una buona parte della sinistra europea, individua come "condizione primaria per qualsiasi progetto di ricomposizione della sinistra, o solo di alleanza in difesa della democrazia ... l'impegno antirazzista e la difesa incondizionata dei diritti dei rom, dei migranti, dei profughi".

(Alcuni) articoli correlati in Marginalia:

Stranieri ovunque
Zingari d'Italia
La Banda della Uno bianca e l'assalto al campo nomadi
Economia politica dello stupro
L'estraneo tra noi

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venerdì 17 settembre 2010

"Clandestini": licenza d'uccidere

Sulla vicenda del peschereccio italiano mitragliato da una motovedetta con bandiera libica (ma, sembra, made in Italy e con militari nostrani a bordo), episodio liquidato dal nostro ministro dell'interno con la frase "immagino che abbiano scambiato il peschereccio per una nave con clandestini", ripubblico l'editoriale di Liberazione di qualche giorno fa, a firma Annamaria Rivera, Sbagliato bersaglio: non erano clandestini.

E’ arduo stabilire se la stoltezza prevalga sulla crudeltà, l’incoscienza sul razzismo, l’insipienza politica su un deliberato disegno politico. Nel caso del ministro dell’interno verrebbe la tentazione di dire che si tratta di un mélange di tutte queste proprietà. La sua “giustificazione” del tentativo di abbordaggio e dell’assalto a colpi di mitraglia della motovedetta italo-libica contro marinai inermi –“Immagino che abbiano scambiato il peschereccio per una nave che trasportava clandestini”- ha una strana affinità con la banalità del male incarnata da certi burocrati nazisti, tanto mediocri quanto criminali. Quegli ometti per i quali gli intoppi e le inefficienze della macchina della deportazione e dello sterminio erano “problemi tecnici”, al massimo “deplorevoli inconvenienti”. Che le sue dichiarazioni ogni volta ci evochino, pur nelle ovvie differenze, quel passato sinistro non dipende dalla scarsa stima nei suoi confronti o da un eccesso di malevolenza. E’ che in comune con quella banalità del male il ministro ha un’attitudine primaria. Cioè la tendenza a considerare certe categorie di esseri umani –gli “zingari”, i profughi, i migranti- al pari di cose: bersagli mobili, merce avariata, zavorra da cui liberarsi con ogni mezzo. Né si discosta molto da quello stile –l’eufemismo cinico- il compassato ministro degli esteri che riduce il gravissimo atto di guerra contro un pacifico peschereccio italiano a una questione di “regole d’ingaggio”: “Quelle pattuglie devono lavorare esclusivamente in operazione anti-immigrazione, il che potrebbe essere utile”?, si chiede Frattini. Cioè: le ciurme libico-italiche devono mitragliare solo le imbarcazioni sospettate di trasportare “clandestini” o anche qualsiasi natante non riconoscibile? Ha ragione, invece, Maroni a ricordare che la motovedetta mitragliera è una delle sei consegnate alla Libia “sulla base di un accordo siglato nel 2007 dall'allora ministro Giuliano Amato”. Il che non riduce di un grammo il peso enorme della sua responsabilità né la colpa degli sciocchi esecutori libici e dei conniventi finanzieri italiani, ma fa risaltare tutta l’ipocrisia e l’ondivaga strumentalità dell’indignazione della cosiddetta opposizione. La quale, pur con qualche remora linguistica e di stile, è essa che ha inaugurato la corrispondenza d’amorosi sensi affaristico-militari con il dittatore libico. Come sempre accade, poi, nelle mani di artefici più grossolani e spregiudicati, i congegni centrosinistri diventano bombe micidiali. Così che, mentre le tende di poveri e reietti vengono distrutte ogni giorno, in Italia come in Francia, nei due Paesi al gentiluomo libico (come ha scritto Antonio Tabucchi in un ottimo articolo per Le Monde Magazine) è concesso di piantare le sue tende beduine, pacchiane come chi lo ospita, affinché gli accordi politico-militari-affaristici vadano a buon fine. Peccato che ci sia un piccolo dettaglio disturbante, almeno per chi continua a considerare umani gli umani (e degni di rispetto anche i non-umani): nel Mediterraneo, la caccia ai “clandestini” è diventata come la mattanza dei tonni. E’ significativo che chi comanda i pescatori di tonni sia detto Rais, anche in Italia. Ma dietro il Rais c’è sempre un padrone: è lui che decide la strategia generale, è a lui che vanno i profitti (Annamaria Rivera, Liberazione, 15 settembre 2010).
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mercoledì 15 settembre 2010

Gener-azioni contro il sessismo e il razzismo: time out!

Si chiudono dopodomani, 17 settembre, le iscrizioni al corso di formazione Gener-azioni contro il sessismo e il razzismo, organizzato a Prato dall'associazione di donne native e migranti Le Mafalde. Per info, iscrizioni e programma dettagliato rinviamo al sito de Le Mafalde.
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lunedì 13 settembre 2010

Sakineh o della guerra in nome delle donne


Affidiamo a quest'immagine (un'opera dell'artista iraniana Shirin Neshat, che avevamo già avuto occasione di usare qui in Marginalia e che preferiamo alla foto di Sakineh Mohammadi Ashtiani che gira massicciamente da mesi nei media) e al titolo - ovvero Sakineh o della guerra in nome delle donne - quanto pensiamo di questa vicenda. Con la nostra immutata e piena solidarietà a tutte (tutte) la vittime della pena di morte (per lapidazione o attraverso altre forme di supplizio quali l'iniezione letale in vigore nella maggioranza degli Usa - pratica che, sia detto per inciso, non riteniamo meno "barbara") e a tutte le vittime del sistema razzismo/sessismo e del suo uso strumentale della violenza (e dei diritti) delle donne: dalle tante vittime delle guerre "preventive" o "umanitarie" (come quella in Afghanistan fatta per "liberare le donne dal burqa") a quelle del cosiddetto pacchetto sicurezza e della fortezza europa. Rifiutiamo altre "guerre" (qui o altrove) in nostro nome, come rifiutiamo la logica del lavarsi la coscienza con una "firma per Sakineh", senza muovere un dito per le tante (e i tanti) "Sakineh" respinte/i in mare verso le prigioni libiche o rinchiuse/i in un Cie, in attesa di essere deportate/i e magari mandate/i a morire in un deserto. O impiccate, come Faith.
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venerdì 10 settembre 2010

Roghi made in Usa

Infine il pastore cristiano Terry Jones - che aveva annunciato un Burn a Koran Day per l'11 settembre e lanciato un ultimatum per lo spostamento della moschea lontano da Ground Zero - ha fatto marcia indietro. Sembra sia stato decisivo il discorso di Barack Obama in cui l'annunciato rogo del Corano è definito un "regalo per Al Qaida ... che metterebbe a repentaglio le truppe americane in Iraq e Afghanistan". Il reverendo deve essere stato colpito al cuore dalla retorica patriottica del presidente, indubbiamente più efficace della condanna della Cei (che ha fatto ricorso all'abusato paragone con il nazifascismo: "come i nazisti con il Talmud"). Intanto in Afghanistan si scopre che nelle truppe americane era attivo un kill team - capeggiato da un certo Calvin Gibbs che si vantava di averla fatta franca in Iraq dove aveva fatto qualcosa di simile-, gruppo che si dilettava ad uccidere civili a casaccio, per puro divertimento collezionando come trofei foto con i cadaveri e/o dita delle vittime ...



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martedì 7 settembre 2010

Amarcord Marcella


Marcella Di Folco mi piace ricordarla così, con il messaggio di commiato che le ha dedicato il suo Mit e con questa foto trovata in una delle tante gallerie fotografiche che le sono state dedicate oggi, giorno della sua morte, in rete. La didascalia dice che fu scattata poco dopo il suo viaggio a Casablanca. Fu, credo, più o meno a quell'epoca che, come racconta lei stessa nella video intervista Felliniana, pose fine al lungo sodalizio con Federico Fellini, rifiutando di togliersi la parrucca per girare Ginger e Fred come lui le chiedeva.
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domenica 5 settembre 2010

Cartoline antirazziste

Riteniamo da tempo che l'antirazzismo (come l'antisessismo) si manifesta (o dovrebbe manifestarsi ) anche con "piccole" azioni quotidiane (collettive e/o individuali) di contrasto e denuncia. Seppure di impatto e risonanza minore rispetto a manifestazioni, cortei e presidi (e senza speranza alcuna di ricevere qualsivoglia eco nei media), atti come scrivere una lettera a un quotidiano per criticarne l'impianto sessista e razzista, affiggere un volantino sul luogo di lavoro o raccogliere firme da inviare alle ambasciate contro il cosiddetto rimpatrio forzato di donne e uomini migranti detenuti/e nei Cie, hanno - crediamo - non solo un senso, ma anche un peso e un effetto (anche se non sempre quantificabili), soprattutto se si moltiplicano e si propagano. Rilanciamo dunque l'iniziativa (segnalata da Enrica che ringraziamo) di alcune/i antirazziste/i che in seguito all'aggressione subita da un ragazzino italo-cubano da parte di un gruppo di coetanei al grido di "sporco negro" e liquidata dal sindaco come una "ragazzata", hanno deciso di inviare cartoline postali, fax e/o email al comune di Zelo Surrigone. Giusto per ribadire che sappiamo bene cosa significano (e a cosa portano) queste "ragazzate" in un paese dove a un feroce razzismo istituzionale si sommano (e si moltiplicano) pesanti episodi di razzismo diffuso (in Osservatorio sul razzismo in Italia una nutrita, e continuamente aggiornata, rassegna stampa). Questi gli indirizzi:

Comune di Zelo Surrigone
Piazza Roma, 1
20080 Zelo Surrigone (MI)
Tel. 02/9440324; Fax 02/9440329
email: http://www.comune.zelosurrigone.mi.it/index.php?option=com_contact&task=view&contact_id=1&Itemid=69

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mercoledì 1 settembre 2010

Gheddafi e il trionfo della società dello spettacolo in versione orientalista

Sull'ultima visita ufficiale in Italia del leader libico Muammar Gheddafi (e il suo contesto) segnaliamo, per chi non lo avesse ancora letto, il puntuale editoriale di Annamaria Rivera pubblicato sul numero odierno di Liberazione, dal titolo Un orrido impasto di affari, dominio maschile, schiavismo.

L’ultima visita ufficiale in Italia del colonnello Gheddafi è stata, ancora una volta, il trionfo della società dello spettacolo in versione orientalista: le amazzoni, i cavalli berberi, le tende beduine, l’harem mercenario, il Corano offerto come cadeau in luogo delle farfalline d’argento (o d’oro, non sappiamo) che il Cavaliere è solito donare alle ospiti di Villa Certosa. A ben guardare, è il medesimo spettacolo kitsch che sovente ci viene offerto dall’ex venditore di spazzole (elettriche) che ha fatto fortuna, ma, appunto, decorato con un po’ di paccottiglia orientaleggiante. Il Colonnello conosce bene i suoi polli, sa bene che nel regno di Papi può permettersi di gigioneggiare e provocare. Di sicuro intuisce che nel basso impero che lo ha accolto trionfalmente per la quarta volta è ben radicata, e considerata con indulgenza da buona parte dell’opinione pubblica, la protervia maschilista: la stessa che lo ha spinto ad assoldare come comparse del suo show donne che il sistema politico-mediatico berlusconiano ha assuefatto al mercimonio di sé. Sa bene, Gheddafi, che le espressioni d’indignazione o addirittura di disprezzo neocoloniale (il “Rais”, il “Satrapo”, lo hanno definito) che egli suscita nell’establishment politico - variamente motivate, quasi tutte incoerenti e ipocrite - sono il piccolo prezzo da pagare al riconoscimento politico, ad affari lucrosi, all’indennizzo cospicuo per «le sofferenze arrecate al popolo libico a seguito della colonizzazione italiana»: così recita il Trattato di amicizia, cooperazione e partenariato, che ha concluso il percorso iniziato dai protocolli sottoscritti a Tripoli nel 2007 dal ministro Amato col sostegno politico di D’Alema, allora ministro degli esteri.Il corollario di tanta fervida amicizia – perfino servile, così da indurre il Cavaliere a baciare la mano del Colonnello come fosse il Papa - sono, come è noto, i pattugliamenti congiunti delle coste, i sistemi di controllo delle frontiere terrestri libiche (affidati a imprese italiane), i respingimenti collettivi di migranti e profughi, i cadaveri abbandonati nel deserto, le violenze e le torture inflitte ai migranti rinchiusi nelle prigioni e nei centri di detenzione. E qui il cerchio si chiude. Infatti, a pensarci bene, non è così paradossale quel che sembra tale. Lo scenario orientalista ostentato in un paese afflitto da islamofobia e arabofobia è una stranezza solo apparente. Nel paese in cui si assaltano moschee, si aggrediscono donne velate e si insulta l’Islam (Santanché, sottosegretario), si propone il Maiale Day in spregio ai musulmani (Calderoli, ministro), si auspica una nuova Lepanto contro gli infedeli (La Padania), in un tale paese ci possono stare pure quattro inviti ufficiali al rappresentante della Repubblica Araba di Libia il quale regala il Corano a fanciulle prezzolate e le invita alla conversione. Purché la sostanza sia salva: il business, il profitto, il dominio maschile, l’acquisto della forza-lavoro al prezzo più basso, ergo la selezione dei migranti e la loro de-umanizzazione, nonché l’uso propagandistico del tema immigrazione. Intatta resta anche la sostanza neocoloniale dell’operazione. Il Trattato di amicizia e i quattro ricevimenti solenni di colui cui si è attribuito il ruolo di cane da guardia delle sacre frontiere marittime italiane non scalfiscono lo spirito di una società, quella italiana, che mai ha fatto i conti collettivamente col proprio passato coloniale, mai ne ha riconosciuto e rinnegato gli orrori; una società che oggi continua a nascondere la polvere della xenofobia e del razzismo quotidiani sotto il tappeto del mito degli italiani, brava gente. Chi oggi bacia la mano a Gheddafi è lo stesso che nel 2004 presiedeva il governo che patrocinò un’indecente mostra fotografica sull’Epopea degli Ascari Eritrei: ospitata nel Vittoriano, la mostra celebrava il contributo delle truppe “indigene” collaborazioniste alla conquista coloniale del Corno d’Africa. Per dirne un’altra, il film Il leone del deserto, sulla resistenza contro il colonialismo italiano in Libia, mai fino a oggi è entrato nel circuito ufficiale delle sale cinematografiche italiane: messo al bando nel 1982 -secondo Andreotti, allora capo del governo, infangava l’onore dell’esercito-, perseguito per vilipendio delle forze armate, solo dopo la visita italiana di Gheddafi nel 2009 fu proposto per la prima volta da una rete televisiva. Quanto al Leone del deserto, Omar al-Mukhtar, martire della resistenza anticoloniale ed eroe nazionale, temiamo si stia rivoltando nella tomba: in fondo, quelli che ora omaggiano il Colonnello sono, per lo meno sul piano culturale, i degni eredi di coloro che misero a morte al-Mukhtar dopo un processo sommario. E comunque al Leone del deserto non sarebbe piaciuto, immaginiamo, che il riconoscimento della dignità del suo paese costasse la scia di cadaveri che si allunga dal deserto libico fino alle porte della Metropoli (A. Rivera, Liberazione, 1 settembre 2010).

(Alcuni) articoli correlati in Marginalia:

Eritrea: Voices of Torture
Colonialismo italiano in Libia: dal "leone del deserto" al "colonnello"
L'Italia finanzia le violenze contro le donne migranti
Daniela Santanché e le nuove "cerimonie di svelamento"
Il ramadan di Berlusconi
Noi non saremo tra le 700 donne che incontreranno Muammar Gheddafi
Miti e smemoratezze del passato coloniale italiano
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