domenica 29 marzo 2009

Non dimenticare Gaza. Anche per Khadija Shawani e le altre

Domani in Palestina si festeggia la cosiddetta Festa della terra, in ricordo della prima grande manifestazione di resistenza collettiva che ebbe luogo per l'appunto il 30 marzo 1976, quando migliaia di palestinesi scesero in piazza (in Israele, in Cisgiordania e a Gaza) per difendere il diritto alla terra. Ci furono violenti scontri con la polizia israeliana, tre attivisti palestinesi furono uccisi e tra questi una donna, Khadija Shawani.
Sono trascorsi alcuni mesi dalla fine dell'operazione Piombo fuso, ma la situazione a Gaza e nel resto dei territori occupati resta drammatica, seppure non più illuminata dai riflettori della stampa a larga tiratura e diffusione. A maggior ragione dunque è quanto mai necessario mantenere viva l'attenzione dando forza (per quel che possiamo) ad iniziative come Talk Force for Palestina e continuando a far circolare notizie e riflessioni. L'anniversario della Festa della Terra, mi sembra una data simbolicamente forte per non lasciar cadere nell'oblio quello che continua ad accadere in Palestina e contemporaneamente ricordare quant* hanno lottato (e oggi continuano a lottare) contro la colonizzazione israeliana e per la pacifica risoluzione del conflitto arabo-israeliano.
Tra i tanti materiali e notizie che potrei ricprendere dal web, la mia attenzione si è soffermata su un documento già piuttosto vecchio, un articolo di Tzafi Saar, pubblicato sul quotidiano Ha'aretz nel maggio scorso. Le questioni che solleva, a partire dalla difficile esperienza di pacifiste israeliane spesso apostrofate dagl* israeliani pro-occupazione con significativi "Peccato che Hitler non abbia finito il lavoro" o "Tua madre era una Kapò", mi sembrano non solo importanti, ma ancora non sufficientemente meditate e condivise. E gettano a mio giudizio nuova luce su molte delle impasse che rilevavo in Gaza. Dei vivi che passano. Rinvio dunque a Unwilling to stand idly by, nella traduzione di Patricia Tough ripresa dal sito Ribat al Mujâhid.

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Articoli correlati in Marginalia:

Tecniche di bondage per resistere
Tra assordanti bla bla bla bla bla bla bla, pensando alle donne di Gaza ...
Over my dead body
Gaza. Dei vivi che passano
Lontano da Gaza, tra Gomorra e CasaPound
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venerdì 27 marzo 2009

Razza, privilegio e identità


A Bristol, il 24 e 26 aprile prossimi, si terrà un incontro, Race, Privilege & Identity, che mi sembra veramente interessante per le riflessioni che propone intorno a nodi ancora molto poco meditati (se non proprio ignorati) all'interno della teoria/pratica femminista e queer (soprattutto qui in Italia dove spesso emerge nei discorsi anche di "movimento" un incosapevole razzismo. Spiace dirlo). Riflettere intorno al concetto di "privilegio", su razzismo/femminismo, sulla necessità di una lotta (reale) che sia antisessista e antirazzista, mi sembra dunque esercizio utile e soprattutto necessario. Di questo incontro mi piace molto anche il manifesto: l'immagine che fa da sfondo è una foto di Olive Morris, militante femminista e squatter negli anni 70 in Inghilterra, attivista del Black Panther e del Black Power Movement inglese, tra le fondatrici del Brixton Black Women’s Group e dell' Owaad (The Organisation of Women of African and Asian Descent), morta tragicamente giovanissima, a soli 27 anni.
Credo che conoscere la storia di questa ed altre militanti, possa offrire validi spunti a quante sono ancora indecise su da che parte stare ... Da parte mia so già da che parte stare, perchè "La crisi colpisce duro, la crisi colpisce tutti: donne e uomini, italiani e migranti. Eppure, per rispondere alla crisi, il governo produce e sancisce differenze. È razzismo istituzionale: la legge Bossi-Fini e il "pacchetto sicurezza" inseguono il sogno di una forza lavoro usa e getta, vogliono ridurre i migranti e le migranti alla perenne espellibilità. Tutti i lavoratori e le lavoratrici in cassa integrazione, sospesi dal lavoro e licenziati vedono ogni progetto di vita frantumarsi di fronte ai loro occhi. Tra i lavoratori, i precari con contratti a termine e senza garanzie sono messi alla porta per primi. Tra i lavoratori, i migranti vivono una doppia precarietà, sanno che il permesso di soggiorno non sarà rinnovato, la clandestinità è una minaccia più vicina, l'espulsione una possibilità sempre presente. Per questo è ora di scegliere DA CHE PARTE STARE" (dall'appello Da che parte stare uscito dall'assemblea del 7 marzo scorso). Se ne parlerà, tra l'altro, questa sera a Bologna, nel corso di un incontro al quale mi dispiace molto non poter partecipare essendo altrove, Change Utopia! The migrant and/as the other. Migrazione, cittadinanza, esclusione.

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(Alcuni) articoli correlati in Marginalia:

La matrice della razza
Aspettando Sistren
Contro la violenza sessista e razzista
Sommovimento antirazzista e antisessista
"Sexe" et "race" dans les féminismes italiens. Jalons d’une généalogie
Una frase di Barbara Smith
Razzismo: un nodo da districare
A cosa miriamo? Per uno spostamento delle lotte dei (nei) femminismi
Lontano/vicino: Combahee River Collective
Scambi di sguardi. Dimensione transnazionale dei femminismi
La différence sexuelle et les autres
Donne di mondo
Per la libertà e i diritti delle/dei migranti
Basta aspettare!
Scuole matrigne
"Ora la parola ai migranti. Basta giocare con le nostre vite!"
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mercoledì 25 marzo 2009

Fuori della norma

Qui di seguito la mia recensione a Nerina Milletti e Luisa Passerini (a cura di), Fuori della norma. Storie lesbiche nell'Italia della prima metà del Novecento (Rosenberg&Sellier, Torino 2007), publicata nell'ultimo numero di Zapruder. Storie in movimento (Riflessi incrociati. L'Occidente visto dagli altri, gennaio-aprile 2009).


In un articolo pubblicato qualche anno fa in questa rivista (Nerina Milletti, “La storia lesbica. Una storia oscena”, n. 9, 2006), veniva sottolineata la disattenzione della storiografia italiana (accademica ma anche femminista) alla storia del lesbismo: solo quattro i libri pubblicati sull'argomento negli ultimi vent'anni, : L'amante celeste di Rosanna Fiocchetto (1987), Ladies' Almanack di Giovanna Olivieri (1992), Amiche, compagne, amanti di Daniela Danna (1994) e Lo specchio incrinato di Paola Lupo (1998), ai quali possiamo oggi aggiungere il recente volume curato da Monia Dragone, Cristina Gramolini, Paola Guazzo, Helen Ibry, Eva Manini e Ostilia Mulas, Il movimento delle lesbiche in Italia.

In questo contesto Fuori della norma (libro “ben fatto, forte e coraggioso”, per riprendere le parole di Liana Borghi su Liberazione), viene a colmare un vuoto, essendo il primo libro – come sottolinea Milletti nel saggio introduttivo – sulla storia lesbica italiana del Novecento.

Il volume è una sfida alla repressione e negazione del lesbismo esercitata anche “attraverso il controllo della produzione e della conoscenza storica” (N. Milletti, Donne “fuori della norma”, p. 23), e la dimostrazione di come la riflessione su una categoria “specifica” possa divenire un utile strumento per indagare altri assi di differenziazione come il genere, la “razza”, la classe e la sessualità.

Attraverso i sei saggi che lo costituiscono, Fuori della norma offre un vasto e variegato spaccato del lesbismo nella prima metà del secolo scorso e delle problematiche ad esso connesse, poiché questo, in quanto “sovradeterminato da diversi ordini di discorso (religioso, giuridico, letterario, medico, psicanalitico), serve [...] egregiamente ad analizzare le tecnologie di controllo e le loro incoerenze, i meccanismi di resistenza e i diversi assi di potere che concorrono a costituire il genere” (Milletti, ibidem).

Un viaggio nel “corpo lesbico” cronologico, teorico e politico: dalle vicende “amorose” della poetessa Cordula (Lina) Poletti (1885-1971), amante dapprima di Sibilla Aleramo poi di Eleonora Duse, (Cenni), alle vite di quattro lesbiche alla ricerca di identità negli anni dell'avvento del fascismo fino al dopoguerra e oltre (Romano), dalle strategie di resistenza e sopravvivenza di sette donne, “giovani lesbiche nell'Italia di Mussolini” (Biagini), ai casi di condanna al confino durante il regime marcati dalle diverse collocazioni di classe (Milletti), alle notizie sensazionali e fantastiche di “matrimoni travestiti” su alcuni quotidiani tra il 1900 e il 1950 (Schettini), alla “disciplina della sessualità femminile nell’impero fascista”, attraverso La difesa della razza (1938-1943) e altre pubblicazioni del periodo (Poidimani).

Non resta che augurarsi un proseguo delle ricerche che getti luce su quelle zone d'ombra rappresentate dalle forme di partecipazione o consenso al regime, che del resto sono state, per lungo tempo, le “grandi assenti” anche nella ricerca e riflessione storica femminista.

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lunedì 23 marzo 2009

Dagli appunti online di una femminista: come (non) fare le pulizie di primavera ...



Sarà questo primo sole di primavera, sarà che prima o poi (e corri di qua, e corri di là, fai questo, fai quello e poi quest'altro ancora ...) le energie vengono un po' meno, sarà che tira un'aria poco incoraggiante, ma sono un po' di giorni che non ho proprio voglia di fare nulla (vedi foto ... carina eh?), soprattutto qui nel blog.
E non è che non saprei che scrivere, anzi. Di cose ce ne sono da dire, fin troppe. Potrei continuare, ad esempio la telenovela su CasaPound (dai discorsi pro-mamme rigorosamente made in Italy, ai taxi rosa poco rosa che sembra siano pubblicizzati con foglietti anonimi per arrivare alla corsa elettorale in cerca di poltrona in quel di Bologna con candidati quanto meno impresentabili, quanto quello di Forza Nuova, tal don Giulio Tam ) ... Oppure potrei dedicarmi alle precisazioni e agli errata corrige (vedi per esempio i commenti al mio Economia politica dello stupro), o concludere discorsi lasciati un po' a metà come il precedente post sulle onorate famiglie (ma in questo caso hanno contribuito ad impigrirmi, i granchi che ha preso l'autore di Bande nere, che sembra proprio che siano più di uno ...). O ancora potrei (andando sul cosiddetto "personale") raccontarvi (questa è veramente una chicca) di una mail che mi è stata inviata tempo fa in una lista di discussione, con un oggetto veramente intrigante Sbirr* dell'antifascismo (la sbirr* sarei io ... ).
Insomma, ne avrei da scrivere, ma proprio oggi non (mi) va. Potrei dedicarmi alle pulizie (di primavera), ma ne ho voglia ancora meno (per non parlare poi delle pulizie securitarie, ma questo è un altro discorso ancora ...). E poi converrete con me che talvolta c'è una certa poesia nelle pile di piatti con i resti incrostati della cena della sera prima (per non parlare della scrivania con tre dita di polvere su scartoffie varie ...). Eppure, poiché dicono che il lavoro nobilita l'uomo (la donna ancora non si sa) e il previsto trasloco di Marginalia sembra che slitti ancora un po', tanto per far qualcosa potrei dedicarmi a mettere un po' in ordine questo blog.
Ad esempio poiché la lista dei Feedback, ovvero di quant* nei propri siti/blog hanno citato Marginalia (o ne hanno ripreso o ospitato dei post), è diventata un po' troppo lunga e obsoleta poichè alcuni link non sono più funzionanti dato che alcuni blog sono stati rimossi (come ad esempio Voglia di sinistra e Quel che si dice all'Osteria del Porto) oppure i blog ci sono ancora ma sono stati rimossi i link a Marginalia (eh! ... questa è un'altra chicca!). Dunque credo che un po' d'ordine non faccia male, e potrei cominciare a "sfoltire" un po' la lista. L'idea mi sembra carina, o no? E magari la faccio diventare un'abitudine, da fare di tanto in tanto. E allora qui di seguito ecco i feedback dalla nascita di questo blog al 17 marzo di quest'anno (vi assicuro che la data è scelta assolutamente a caso). Quindi, in ordine rigorosamente inversamente alfabetico, (e scusandomi se dimentico qualcun*, ma non sempre vengo a conoscenza di chi linka cosa) un grande graaaaazieee a:

* Zic.it per aver rispreso il post San Valentino a Casapound, dove il nero si tinge di rosa ...
*Wikipedia che ha linkato la mia bio-bibliografia di Christine Delphy e Wikio che continua a riprendere i miei post, anche quando non sono poi un granché ...
*Wapedia che, nella voce Sessismo, rinvia ad alcuni miei lavori su sessismo e razzismo, anche se francamente, questa voce andrebbe riscritta dall'inizio alla fine ...
*Vedove Nere per il link ...
*Tavolo 4 che ha ripreso il post San Valentino a Casapound ...
*Storie Malate, per aver pubblicato Gabriella Degli Esposti, partigiana
*Sergio Bontempelli che oltre ad avermi inserito nel suo blogroll, ha linkato il mio Obama: dal Black Power alla White House
*Schegge e riflessi per avermi inserito nelle sue Schegge di Blogsfera
*Porno che ha linkato il post su Mambro, Imma Battaglia and CO
*Paesanini Land che ha segnalato spesso Marginalia e ha ripreso anche il contestato post su Italo
*Sanguesiciliano per aver segnalato un mio post su Donne di mondo in OkNo
*Notizie minime della nonviolenza in cammino che ha segnalato Chi ha paura del separatismo?
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Nonsoloreggae anche se non c'è il link
*No(b)logo che da spazio spesso ai miei post, da Miti e smemoratezze del passato coloniale italiano a Economia politica dello stupro
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Orsa. Attitudine antifascista per aver linkato a innumerevoli post su neofascismo e dintorni
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Netencyclo che rinvia alla mia bio-bibliografia di Christine Delphy
*Luki Massa che ha ripreso il mio post sul "mito" dell'otto marzo
*Lefteca che ha linkato il post Almirante esempio da seguire
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La Nuova Towanda che cita Marginalia spesso tanto da farsi perdonare di avermi definita Salvatrice delle Patria ;-)
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LavoroeSalute che ha ripreso Quando ad essere stuprata è una colf migrante
*La vita come viene che ha rinviato alla mia ricerca sul mito dell'8 marzo
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L'ombra della libertà. Il retrobottega clandestino dell'Osteria del Porto, che cita spesso Marginalia anche se spessissimo non siamo d'accordo ;-)
*Il blog di Kelebek per aver ripreso un mio post in ricordo di Riccardo Bonavita, anche se non condivido affatto le opinioni del signor Miguel Martinez soprattutto in materia di revisionismi
*Incidenze che mi ha inserito nella sua Una finestra oltre il cortile e che ha linkato e ripreso parecchi miei post e tra questi CasaPound Superstar
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Hidden Side che spesso rinvia a Marginalia
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Grillo sparlante che ha ripreso il discorso sul razzismo/sessismo dei media
*Agnese per aver rinviato alla mia bio-bibliografia di Christine Delphy in una discussione sul lavoro delle donne in Forum etici
*Giornalismo partecipativo che continua ad ospitare i miei articoli
*Conflict per aver segnalato uno dei miei post su CasaPound e le sue sinergie con Azione Giovani in una discussione su Fascismo oggi in un forum della Fgci
*Essere donne in Italia che ha pubblicato la mia foto Italian Graffiti in Scritte vergognose sui muri
*Doriana Goracci e Reset
Donne e rivoluzione che rinviano al mio post sul "mito" dell'otto marzo (insieme alla bio-bibliografia di Christine Delphy uno dei più "gettonati")
*Coordinamento nazionale per la Jugoslavia che a segnalato uno dei miei post a proposito del razzismo contro rom e Sinti
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Assemblea Antifascista permanente per aver segnalato molti dei miei post su neofascismo, antifascismo/antisessismo, dall'Italo da rottamare (provocazione artistica?) alle campagne populiste di CasaPound come Tempo di essere madri
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Appunti online di Izio per L'estraneo tra noi
*Anpi Salerno che ha ripreso il mio Miti e smemoratezze del passato coloniale italiano
*Chi ha segnalato Marginalia in una bella discussione sulla letteratura femminista in aNobii
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Alba Montori per avermi inserita tra i suoi Amiciblogger
*Afroitaliani/e che ha ripreso da Marginalia la bella frase di Barbara Smith
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Un/una Antifà che ha postato in Indymedia Abruzzo il post San Valentino a CasaPound
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giovedì 19 marzo 2009

Onorate famiglie a destra

Vabbé, scrivere che un legame quantomeno "ideale" tra certa destra e gli ambienti delle cosiddette "onorate famiglie" (come ho fatto girando per una Napoli tappezzata di manifesti di CasaPound pensando al boss Giuseppe Misso, noto per essere da sempre vicino ai Nar, tra gli indagati per le stragi dell’Italicus e della stazione di Bologna, appassionato di Julius Evola ed Ezra Pound) poteva sembrare poco più che una boutade. E in un certo senso lo era, anche se sembra che legami tra neofascisti e mafiosi (legami più concreti che ideali) ci siano eccome ... In realtà sospettavamo da tempo non confessati rapporti tra onorate famiglie e politici di palazzo (Andreotti e Berlusconi docet), ora sembra che anche le cosidette "teste rasate" non siano da meno.
Se, identificando erroneamento in Ciccio Crisafulli (erede del boss mafioso Biagio "Dentino" Crisafulli, in carcere per traffico internazionale di droga) la persona ritratta in una foto in compagnia di Ignazio La Russa, il giornalista Paolo Berizzi, autore del libro Bande Nere, ha preso un granchio, resta il fatto che ha pescato una quantità di cose indubbiamente interessanti, come la frequentazione del rampollo Crisafulli, camerata dichiarato, del circolo nazifascista Cuore nero (ricordate il brindisi all'Olocausto?). Tra i fondatori di Cuore Nero, gemellato con CasaPound, spicca Roberto Jonghi Lavarini che presiede il comitato Destra per Milano (confluito nel Partito della libertà). Se Jonghi Lavarini, è un sostenitore delle “destre germaniche” (il partito boero sudafricano pro-apartheid) e rivendica con orgoglio l’appartenenza alla fondazione Augusto Pinochet, non è da meno il sindaco leghista di Verona, Flavio Tosi, i cui rapporti con l’ultra-destra violenta e xenofoba del Veneto Fronte Skinhead, sono noti da tempo. Un po' meno i ruoli istituzionali, gli incarichi e le poltrone distribuiti ai leader delle teste rasate venete, già arrestati per aggressioni e istigazione all’odio razziale. Vedi per esempio Andrea Miglioranzi, della giunta Tosi ed ex appartenente dei Gesta Bellica (ricordate i testi contro ebrei, immigrati, "negri" e compagni "rossi"?) ...

Finisco quando ho tempo, ho da fare on the road ...

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Articoli correlati in Marginalia e in siti/blog limitrofi (oltre quelli citati nel post). Cliccate e diffondete:

Taxi rosa neofascisti? No, grazie! Noi staffette postmoderne giriamo in Vulva Taxi ...
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martedì 17 marzo 2009

L'occidente visto dagli altri


E' in libreria il nuovo numero di Zapruder, Riflessi incrociati. L'occidente visto dagli altri, gennaio-aprile 2009. Di seguito l'indice, che potete consultare (insieme ad altri interessanti materiali e al calendario delle iniziative) sul sito di Storie in movimento.

Editoriale

Cristina Mattiello e Andrea Tappi, Lo sguardo dell'Altro


Riflessi incrociati. L'Occidente visto dagli altri.

Simone Bordini, Oltre l’occidente. L’Islam guarda l’Europa medievale
Chiara Peri, Il mare del dragone. Il viaggio verso Roma di un monaco mongolo (XIII secolo)
Giorgio Mariani, Il buco nella coperta. Nativi americani e bianchi tra storia e immaginario
Francesca Di Pasquale, Libici per la patria Italia. Esperienze di lavoro e di vita nelle lettere degli operai coloniali durante la prima guerra mondiale


Le immagini

Cristiana Pipitone, La guerra di Luciano. Scene dal conflitto italo-etiopico


Schegge

Daniele Comberiati, Voci e sogni da Mogadiscio. La percezione dell’Italia nell’opera di tre scrittrici

Sara Muraro, Bushrangers nel deserto. Caratteri del banditismo sociale australiano

Angelo Vecchi, Dentro il tunnel. I costi umani del Sempione


Luoghi

Enrico Grammaroli, Audiostorie. L’Archivio sonoro Franco Coggiola del Circolo Gianni Bosio di Roma

Roberto Bianchi, Lezioni di frontiera. El Paso e Ciudad Juárez tra Otto e Novecento nella ricostruzione di David Romo


Voci

Alessandro Portelli, Across the line. Neri e bianchi nella storia orale (a cura di Cristina Mattiello)


Storia al lavoro

Claudio Tosatto, Il leone in gabbia. Storia e vicissitudini del film The Lion of the Desert


Storie di classe

Dino Renato Nardelli, Fare come se... Il laboratorio di storia nella scuola del ministro Gelmini


Interventi

Luciano Ardesi, La Dichiarazione dell’Onu sui diritti dei popoli indigeni


Recensioni

Tatiana Bertolini (Ilan Pappe, La pulizia etnica della Palestina); Andrea Brazzoduro (John Chalcraft e Yaseen Noorani, a cura di, Counterhegemony in the colony and postcolony); Marco Fincardi (William Gambetta e Massimo Giuffredi, a cura di, Memorie d’agosto); Claudia Galli (Anne Sofie von Otter, Terezín/Theresienstadt); Alessandra Gissi (Gloria Chianese, a cura di, Mondi femminili in cento anni di sindacato); Maria Eleonora Landini (Silvana Cerruti Canducci, Rosso: il fronte); Vincenza Perilli (Nerina Miletti e Luisa Passerini, a cura di, Fuori della norma); Fiorella Vegni (Shlomo Venezia, Sonderkommando Auschwitz); Anna Zembrino (Daniela Antoni, a cura di, Revisionismo storico e terre di confine)

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domenica 15 marzo 2009

Economia politica dello stupro

Di seguito (e tanto per cambiare fuori "tempo") il mio articolo Economia politica dello stupro (che riprende il titolo di un post scritto qui in Marginalia qualche tempo prima) pubblicato sul numero dell'8 marzo del settimanale Umanità Nova, all'interno di un dossier che, se vi siete pers* il numero, potete leggere on line sul sito della rivista.

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Economia politica della stupro

Di fronte agli stupri di queste ultime settimane accompagnati dal vergognoso rito delle strumentalizzazioni in chiave "anti-immigrati" e "sicurezza" (e con il solito contorno di decreti legge urgenti e istituzione di ronde fasciste), mi chiedo se siamo condannate alla ripetizione, una ripetizione oramai logorante e che sembra smentire quel repetita iuvant che tante volte in questi anni mi sono ripetuta (ci siamo ripetute).

Mi chiedo (con molta rabbia e nessuna rassegnazione): quante volte ancora sarà necessario denunciare quella che definisco economia politica dello stupro? Perché, purtroppo, lo sappiamo: la storia non è nuova.

Ne parlava già Angela Davis più di vent’anni fa in Sex, Race and Class, quando denunciava l’uso del “mito dello stupratore nero” nell’America razzista dei linciaggi e della supremazia bianca. Ma forse potrebbe tornarci utile cominciare a ricostruire, anche solo per frammenti, la storia della versione italica del mito.

Il 30 ottobre 2007, a Roma, una donna viene brutalmente aggredita, picchiata e stuprata. La donna, Giovanna Reggiani, morirà, senza riprendere conoscenza, qualche giorno dopo, mentre lo stupratore, Romulus Mailat, sarà in seguito condannato a 29 anni di carcere.

Basta dare un’occhiata ai dati Istat 2007 (che, con variazioni minime, sono validi a tutt’oggi), per avere conferma che questo episodio, seppur terribile, non rappresenta un’eccezione: in Italia, patria dell’amor cortese e del delitto d’onore, milioni di donne sono vittime di gravi violenze fisiche e psicologiche fino all’omicidio e circa 200 al giorno sono gli stupri (o tentati stupri) che si consumano nell’assordante silenzio e indifferenza dei media mainstream e dei poteri pubblici e politici.

Eppure intorno a questa vicenda si scatena immediatamente un’imponente campagna mediatica e politica che dura molte settimane, al punto che il nome di Giovanna Reggiani (insieme forse a quello di Hina Salem) diviene uno dei pochi nomi di donne vittime di violenza sessuale entrati nella memoria collettiva. Non credo sia superfluo chiedersi perché.

La risposta è brutale: a differenza di centinaia di altri episodi che non hanno meritato neanche un trafiletto, questo ha come “protagonisti” un uomo e una donna dalla “pelle giusta”, per dirla con il titolo di un libro di Paola Tabet. Giovanna Reggiani è la vittima perfetta (italiana, moglie e lavoratrice esemplare, tra l’altro attiva nel volontariato cattolico) così come Romulus Mailat è lo stupratore perfetto: è nel “nostro” paese illegalmente, vive in una baracca sepolto dall’immondizia, dedito al furto, è un cittadino rumeno di etnia rom, o meglio (o forse, strumentalmente, soprattutto) un “romeno” come viene prontamente ribattezzato dalla maggior parte della stampa (che svela profonda ignoranza: perché se molti rom hanno la cittadinanza rumena, ve ne sono anche di macedoni, kosovari e serbi ma la maggioranza dei rom è costituita da italiani, proprio come le vittime dell’assalto compiuto dalla cosiddetta Banda della Uno Bianca al campo nomadi di via Gobetti).

E’ quanto serve (e basta) a riattivare ancora una volta (e in grande stile) “l’ equazione sciagurata tra violentatore e immigrato”, equazione già denunciata l’anno precedente a Bologna dalle donne migranti durante una manifestazione contro la violenza sulle donne. Un fatto di cronaca, simile a centinaia di altri altrimenti passati sotto silenzio, viene preso a pretesto per scatenare una campagna politica (ignobilmente sostenuta dalla grande maggioranza degli organi di stampa) contro “lo straniero stupratore”.

Il guadagno che si ricava dall’operazione è doppio. Da una parte si fomenta, agitando uno dei fantasmi più tenaci di un certo immaginario in specie maschile, il razzismo mai sopito degli italiani brava gente (in un clima di isteria collettiva c’è anche chi assalta con bombe molotov dei campi rom in diverse città italiane) e un allarme sociale che permette di varare decreti d’urgenza contro i/le “clandestin*”. Dall’altra (e concordemente), amplificando ad arte la percezione del rischio stupro da parte di sconosciuti (stranieri) si trasforma la violenza sulle donne in un problema di “ordine pubblico”, in una questione di sicurezza e di controllo del territorio.

E questo nonostante i dati mostrino che solo il 10% delle violenze sulle donne è commesso da stranieri e solo il 6% da estranei (ancora dati Istat 2007), mentre la maggior parte avviene tra quelle che vengono (impropriamente) definite "pareti domestiche" ad opera di uomini perfettamente conosciuti dalle vittime. Questi sono per la maggior parte italiani, in primis mariti e amanti (in specie se “ex”) e parentame vario, ma anche datori di lavoro, insegnanti, medici, preti e tutori dell'ordine (in questi casi quasi esclusivamente italiani).

Nella grande manifestazione contro la violenza maschile sulle donne tenuta a Roma a qualche mese dalla morte di Giovanna Reggiani, avevamo ribadito in maniera forte e chiara la nostra volontà di non essere strumentalizzate per fomentare il cosiddetto scontro di civiltà e giustificare la deriva securitaria in atto e pratiche sempre più autoritarie e lesive della libertà di tutti e tutte e in particolare proprio di quei soggetti che si vorrebbero "tutelare", cioè noi "donne" (e tra queste in particolare le migranti). Sappiamo che la violenza contro le donne non ha confini geografici, né di cultura o religione ma è l’espressione di un violento rapporto di potere (che è sociale, politico ed economico) esercitato dagli uomini (non come categoria “naturale”, ma “sociale”: “bianchi”, eterosessuali, borghesi, cattolici …) sulle donne. È questo rapporto che va denunciato, combattuto e distrutto. Ma il suo smantellamento non sarà possibile senza affrontare la prova, difficile ed urgente, di nuove forme di articolazione delle lotte antisessiste ed antirazziste.

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venerdì 13 marzo 2009

Il mio corpo non è un campo di battaglia per leggi razziste


Un'amica, con la quale condivido - tra l'altro - molte passioni (e preoccupazioni), mi ha appena inviato questa foto. E' il suo cartello auto-prodotto all'ultima manifestazione torinese contro la violenza sulle donne e le leggi razziste. Lo trovo bello e condivisibile, del resto contribuisce a dare ulteriore spessore a un certo messaggio ... Devo dire per onestà che il mio senso estetico è stato in un primo momento turbato dal verde-Lega del pennarello, ma posso intuire come è andata: il cartello è stata la centesima cosa fatta quel giorno, tutto di corsa, e infine (il pennarello rosa-Barbie escluso, quello viola esaurito) non c'era proprio tempo per passare in cartoleria ...
Ma passando dalla forma al messaggio: non si può più ignorare l'urgenza di mobilitarsi (e fuori di qui)
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mercoledì 11 marzo 2009

Memoria e rappresentazioni del colonialismo

Sabato prossimo (14 marzo), si terrà a Roma, presso il circolo Gianni Bosio. Casa della memoria e della storia (via San Francesco di Sales n. 5, I piano, dalle ore 15.00 alle ore 19.00) il primo incontro seminariale di un percorso di ricerca su Memoria, rappresentazioni e uso pubblico della storia del colonialismo. Contesto italiano e aspetti comparativi. Proposto da Elena Petricola e Andrea Tappi durante l'ultima assemblea di Storie in Movimento/Zapruder (Bologna, 7 dicembre 2008), il progetto si prefigge di costruire un lavoro di ricerca comune con incontri seminariali, finalizzati anche alla preparazione del numero 23 della rivista Zapruder/Storie in movimento (www.storieinmovimento.org), che sarà dedicato al tema Memoria e rappresentazioni del colonialismo. Tutt@ sono invitati a partecipare e ad inviare un abstract con eventuali proposte (scrivere a atappi at yahoo.it e/o epetricola at hotmail.com), relative a un percorso di ricerca in sintonia o in alternativa ai temi presentati nel progetto di ricerca (che trovate qui di seguito). Per chi invece questo we è a Bologna segnalo l'iniziativa che si terrà al Centro Interculturale Zonarelli con film e dibattiti contro il cosiddetto "pacchetto sicurezza" (programma e dettagli nel blog di Interconnessi). Buon fine settimana a tutt*!

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Memoria, rappresentazioni e uso pubblico della storia del colonialismo. Contesto italiano e aspetti comparativi (Elena Petricola e Andrea Tappi)

Ipotesi per un lavoro di ricerca comune


A partire da alcune esperienze di ricerca e lavoro comune svolti all’interno di Storie in movimento, pensiamo a quelli legati al film Il leone del deserto (Lion of the Desert, Moustapha Akkad, 1981) declinati anche nel dialogo tenuto all’ultimo Simposio (luglio 2008), il numero di «Zapruder» dedicato ai colonialismi, numerosi altri articoli sullo stesso tema e su alcuni aspetti che riguardano la costruzione della memoria di quell’esperienza - sia in Italia che in altri contesti – e più in generale l’interesse per quei temi che riguardano confini e sconfinamenti, razzismo e
culture, migrazioni, (altre)narrazioni, aspetti comparativi tra l’Italia e altri contesti, dimensione transnazionale della conflittualità sociale, approccio degli studi postcoloniali, abbiamo immaginato un lavoro di ricerca comune da proporre a Storie in movimento e a quant@, attiv@ al di fuori dell’associazione, desiderano avviare uno scambio e un percorso comune, il cui esito sarà la pubblicazione dei contributi di ricerca nel numero 23 di «Zapruder», che uscirà nel settembre 2010.
Le domande che ci siamo post@ riguardano da un lato le numerose sollecitazioni che ci vengono dai fatti di attualità e dall’altro lato dal modo in cui la ricerca storiografica si è concentrata sullo studio del colonialismo. A oggi, sono ancora numerose le domande che ruotano intorno all’esperienza coloniale, in particolare quella italiana. È di questi anni la volontà di analizzare e decostruire il mito degli «italiani brava gente», di andare a fondo nell’analisi delle responsabilità italiane nei confronti dei contesti coloniali, di comprendere quali persistenze e quali profonde rimozioni hanno riguardato quell’esperienza, tanto che a più riprese si è sottolineato come ancora oggi si ripresentino nella cultura italiana.Crediamo che a queste domande possa essere utile e importante dedicare le nostre energie, e un lavoro di ricerca comune che pur partendo dal caso italiano ponga i presupposti per un’analisi comparativa che chiami in causa, nelle sue anche grandi differenze e molteplici articolazioni, il periodo successivo al processo di decolonizzazione.
Per quanto concerne l’Italia, ciò significa fare riferimento al periodo repubblicano, per avviare una decostruzione della neutralizzazione, almeno così ci è parsa, alla quale l’esperienza coloniale è stata apparentemente consegnata nel dopoguerra. Gli ambiti nei quali immaginare una prima indagine, che potrebbe per il momento limitarsi a una prima mappatura ragionata delle fonti, sono molteplici: ipotizziamo a livello istituzionale, nei dibattiti parlamentari, nei modi in cui sono stati valutati e decisi programmi e curricula per la scuola e l’università, nella toponomastica e nei luoghi e monumenti dove si è deciso di ricordare quegli eventi. Nella presenza/assenza di riferimenti al colonialismo nelle culture politiche del dopoguerra (tanto a destra quanto a sinistra), nel modo in cui è stato eventualmente rielaborato, nel modo in cui è stato declinato l’ internazionalismo, solo per fare alcuni esempi. E immaginiamo anche sul piano più ampiamente culturale, dove l’indagine si può rivolgere a riferimenti che riguardino il cinema, la televisione, la fotografia, e tutte le altre forme espressive dando spazio in generale alle rappresentazioni, così come per quel che concerne la letteratura, che sia nelle narrazioni di nativi italiani ed europei che sia nelle autonarrazioni di migranti/immigrati di diverse generazioni provenienti dai contesti coloniali.

Ipotesi per un piano di lavoro

Sapendo che gli studi storici si sono concentrati principalmente sul colonialismo e sul periodo coloniale, ma molto meno su ciò che è successo dopo e che riguarda, soprattutto, la costruzione e l’uso della memoria in relazione a quella esperienza, se non la sua rimozione, vogliamo invitarvi a
un lavoro che ci permetta di “dissodare il terreno”. La nostra ipotesi dunque è partire dalle fonti. Ci pare infatti sia nello spirito dell’associazione e della rivista saper coniugare rigore scientifico e intento divulgativo, tanto nella scelta dei temi quanto del linguaggio, con l’obiettivo di fornire utili strumenti di orientamento e approccio alla ricerca e ai temi che scegliamo, in sintonia con la veste di laboratorio storiografico che abbiamo dato a Storie in movimento. In questo senso vogliamo proporre un lavoro di prima mappatura, ragionata e critica, su una varietà di fonti che attraversi alcuni fra i temi che ci sono sembrati più rilevanti:

Il discorso della politica sull’esperienza coloniale;
toponomastica e luoghi della memoria;
il colonialismo nei manuali di storia scolastici e universitari;
le rappresentazioni e la memoria del colonialismo nel cinema e negli audiovisivi;
colonialismo e letteratura: autori e autrici;
memoria e autonarrazioni dei/delle colonizzat@.

Sappiamo però che questo elenco di percorsi non esaurisce la complessità di un lavoro di ricerca sull’argomento e speriamo dunque che altre proposte possano arrivare per meglio articolare questa esperienza. In questo senso abbiamo immaginato delle modalità di lavoro per le quali si
possano creare dei gruppi di interesse che, a prescindere dalla sola dimensione locale e dall’appartenenza all’associazione, possano sviluppare le ricerche sui temi scelti avviando un lavoro di rete. A questo proposito, abbiamo previsto un primo incontro seminariale durante il quale poter affrontare tutti gli aspetti metodologici che riterremo opportuni per delineare i percorsi di ricerca. Nella stessa occasione si potranno formare i gruppi di lavoro che seguiranno le ricerche fino alla stesura dei contributi per il numero 23 di «Zapruder». Altri seminari verranno organizzati nei prossimi mesi per avere ulteriori occasioni di confronto e di verifica del lavoro di ricerca. Il primo di questi seminari si terrà il 14 marzo a Roma. Complessivamente, i tempi di lavoro che abbiamo immaginato sono i seguenti:

14 marzo 2009: seminario di discussione dei temi e degli aspetti metodologici; definizione dei gruppi di ricerca; 15 settembre 2009: seminario di presentazione e discussione di un abstract sulla prima tranche di lavoro svolto (5 cartelle circa); 10 gennaio 2010: presentazione e condivisione della prima stesura dei contributi (30.000 battute circa); 20 gennaio 2010: seminario di discussione sui contributi e conclusione dei lavori; gennaio-settembre 2010 lavoro della redazione di «Zapruder» per l’ uscita del numero.

Ti aspettiamo a Roma il 14 marzo!
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lunedì 9 marzo 2009

Kill Barbie!

Barbara Millicent Roberts, conosciuta da tutt* come Barbie compie cinquant'anni (è "nata" infatti il 9 marzo 1959, dalle mani di una donna, Ruth Handler) e, manco a dirlo, gode ancora di ottima salute. E' in forma splendida, il bulbo biondo sempre in ordine, vestita un giorno in Dior l'altro in Versace ... Ha viaggiato in lungo e in largo per il mondo, è andata ai party, amoreggiato con il suo boy-friend fisso, fatto vacanze da sogno ma anche innumerevoli lavori dalla manager in carriera all'astronauta ... A Barbie, a differenza di noi poveracce, niente è precluso, è stata anche candidata alla Casa Bianca ...
In Italia sembra che per ogni bambina ne siano vendute circa sette esemplari all'anno, al mondo se ne vende una ogni due secondi. Fate un rapido calcolo ...

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L'immagine l'ho "rubata" qui. Avrei voluto illustrare questo post flash con una mia "installazione" di una quindicina di anni fa, una Barbie impiccata per i piedi (forse un'incoscia citazione di Claretta Petacci a piazzale Loreto) al centro di una tarlata ma "importante" cornice d'antiquariato (avuta per pochi franchi in una brocante a Parigi). Restò per un sacco di tempo appesa alla parete scrostata della mansarda che condividevo all'epoca con un'altra pazza come me (dove sei finita?) e un gatto nero. Fu smantellata (e persa) causa trasloco. Ne avevo fatto una foto, che conservavo con altre di quel periodo in una scatola di latta. Perse anche quelle. Ma forse meglio così.
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giovedì 5 marzo 2009

Un otto marzo oltre il mito (e senza mimose)

Puntuale come la sveglia la mattina anche quest'anno arriva l'otto marzo, festa internazionale delle donne. Del mito e delle strumentalizzazioni giocate intorno a questa data ho già scritto in diverse occasioni, così come della mia allergia alle mimose. Sono infatti fondatrice del F.A.M (Femministe Allergiche alle Mimose), che a tutt'oggi (a un anno dalla sua costituzione) conta solo tre aderenti (insomma, tutto si può dire di me tranne che le mie iniziative riscuotano un successo di massa. Qualcuna ha avanzato l'ipotesi che ciò sia dovuto al mio "caratteraccio", diversamente credo che la questione sia squisitamente politica ma ritornerò un'altra volta sulla questione. Ora non ho tempo di divagare ...).
Come F.A.M avevamo discusso anche della possibilità di lanciare una data "alternativa" (dal giorno di pubblicazione del mitico saggio di Mary Wollstonecraft a quello in cui Valerie Solanas mirò su Andy Warhol ... le proposte erano svariate) o abolire del tutto le date e le "feste delle donne". Ma, non si può non constatare, che qui la "festa" ce la stanno facendo sul serio, e non nei termini che speravamo: dai pesanti attacchi sul lavoro alle politiche razziste e securitarie portate avanti "in nostro nome" . Quindi ben vengano le proposte di quante, oltre il mito e senza mimose, propongono un otto marzo di lotta femminista. Dunque venendo meno a quello che era uno dei punti della carta di costituzione del F.A.M (boicottare l'otto marzo, tapparsi in casa e andarsene in vacanza) rilancio alcune delle tante iniziative previste per questo we (solo alcune poichè non sono, e neanche aspiro a diventarlo, l'agenzia Ansa del movimento delle donne ...)
Rinvio alla bella manifestazione promossa da Sommossetorino contro la violenza sulle donne e le leggi razziste (e un plauso per il volantino anche in arabo) e al ricco programma bolognese dove il lungo we dell'otto marzo, comincia sabato pomeriggio a partire dalle 15 con un'assemble cittadina sul lavoro delle donne promossa dal Tavolo 4 (dettagli e programma, insieme a tanti altri appuntamenti, li trovate nell'agenda del blog del Tavolo 4). In serata una manifestazione (concentramento in piazza dell'Unità alle 20) contro la violenza sulle donne maschile promossa da diversi collettivi femministi e lesbici e a seguire anche una festa organizzata dalle Fuoricampo. Da vere stakanoviste (femministe) le compagne del Tavolo 4 invitano a partecipare la mattina dopo alle 10 ad un volantinaggio per uno sciopero delle donne davanti alle Coop (indirizzi sempre nell'agenda) ...
E non si dica che non lavoriamo ...
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martedì 3 marzo 2009

Taxi rosa neofascisti? No, grazie! Noi staffette postmoderne giriamo in Vulva Taxi ...

Poichè la nuova (?) "trovata" di CasaPound Bo (il "taxi rosa") ha già ricevuto l'attenzione dei media mainstream (tipo La Repubblica) e di siti vari, penso che posso anch'io spendere due paroline su questa iniziativa senza temere di essere accusata di fare "pubblicità ai fasci". Va detto che in realtà non è un vero e proprio servizio taxi, ma un'unica auto messa a disposizione da un "camerata", che per l'occasione è stata "decorata" con il logo di Casapound e numeri di cellulare sulle fiancate. Questo taxi rosa neofascista, con al volante camerati volontari muniti di tesserino di riconoscimento (?) offrirà dei passaggi gratuiti alle donne durante le notti dei weekend "per andare incontro alla crescente preoccupazione sulla sicurezza della citta'" (come spiega il responsabile di CasaPound Bologna).
Ma chi pensate possa sentirsi "sicura" ad accettare un passaggio da chi (nel migliore dei casi con un colpevole silenzio) non ha mai preso le distanze dalle violenze sessuali e non fatte dai "camerati" (che dovrebbero veramente guardarsi allo specchio ...) e che si "divertono" scrivendo sui muri di un centro sociale dove ha sede un collettivo di compagne femministe "collettivo maletroie"? E la lista potrebbe essere molto più lunga, se non avessi deciso, almeno per il momento, di stendere un velo su quanto questi personaggi hanno scritto sulla sottoscritta sul loro forum Vivamafarka (che riprende il nome dell'odioso protagonista del romanzo di Marinetti, Mafarka futurista, appunto).
Devo dire che i cosiddetti taxi rosa non mi sono mai piaciuti (neanche quando erano lanciati da donne per le donne), tant'è che non ne ho mai publicizzato uno. Non mi piacciono perchè credo che contribuiscano a perpetuare l'idea (falsa) che il "pericolo" sia "fuori", per le strade e accentuare il clima di paura e insicurezza (e sappiamo a quali scopi questo clima venga fomentato). Ma in questo caso specifico mi piace ancora meno, anzi per niente.
All'automobilismo völkisch, noi staffette postmoderne preferiamo la bicicletta soprattutto nella versione proposta da un'artista incredibile, Mimosa Pale, un nome che è tutto un programma, anche per me che non amo le mimose. Nella foto (che ho rubato a Lunapads) potete ammirarla insieme alla sua Vulva Taxi. Deliziose tutte e due, non trovate?
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Come mia consuetudine (consuetudine che vedo ha contagiato anche altri blog) rinvio a qualche articolo variamente correlato a questo post. Per cominciare vi segnalo un testo interessante pubblicato su Umanità Nova la scorsa settimana, Per un femminismo antifascista.
Qui in Marginalia e in siti/blog confinanti potete invece fruttuosamente leggere:
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domenica 1 marzo 2009

Messaggio domenicale per i soliti sessisti, razzisti, fascisti e integralisti di ogni dove ...


Sì, sì ... so benissimo di essere ripetitiva, ma chissenefrega! ... e poi se non lo avete ancora capito lo faccio apposta. Lo ripeto: il messaggio è sempre valido, come sempre valido è il mio appoggio (nonostante quelle che possono essere teorie, pratiche e modalità diverse) a tutt* coloro che lottano contro il sessismo, il razzismo e il fascismo (soprattutto a chi tenta, anche faticosamente, di articolarli insieme). E senza condizioni è la mia solidarietà a tutt* gli/le aggredit* (fisicamente e anche solo simbolicamente) dalle marmaglie neofasciste ...
Buona domenica a tutt*
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