venerdì 29 febbraio 2008

8 marzo: il mito delle origini (e del centenario)

Esprimiamo un forte e chiaro no alle strumentalizzazioni ai fini elettorali dell'8 marzo da parte di cgil, cisl e uil, organizzazioni che sostengono politiche familiste e di controllo sui corpi e a cui non deleghiamo l'espressione del nostro pensiero e delle nostre pratiche politiche”.

Queste le poche righe del documento conclusivo della due giorni romana Flat, che, prendendo le distanze dalla manifestazione promossa per “la festa della donna” dai sindacati confederali, proponeva un 8 marzo autorganizzato a livello territoriale “che rilanci la lotta per l'autodeterminazione, manifestando con lo striscione comune: Tra la festa, il rito e il silenzio noi scegliamo la lotta!”.

Le reazioni non si fanno attendere: una “lettera aperta” all'assemblea di Susanna Camusso – segretario generale della CGIL Lombardia -, viene pubblicata su Liberazione, inviata e discussa nella lista Sommosse e ripresa e commentata in altri siti.

In “Ricominciare ogni volta da zero?”, Camusso sostiene e difende la scelta della CGIL, rivendicando anzitutto la partecipazione di molte militanti e iscritte a questo sindacato al percorso che, dalla manifestazione del 24 novembre, ha portato alla due giorni “perché, può piacere o no, il movimento sindacale è grandemente permeato dal pensiero e dalla pratica femminista”. E continua (scusate la lunga citazione): “[...] non si può certo dire che il movimento sindacale strumentalizzi l'8 marzo [...], quella data è nelle nostre radici e solo un 'bisogno' esasperato di antagonismo – incomprensibile se non in una logica di negazione della pluralità – può giustificare l'atteggiamento di duro contrasto espresso nel documento dell'assemblea nazionale del 24 febbraio a Roma. Inutile ogni commento anche sulla questione della presunta strumentalizzazione elettorale: che genere di valutazione può portare a considerare come tale una manifestazione che si sta preparando ormai da molti mesi per commemorare il centenario dell'8 marzo? [...] Non si ha l'impressione di un confronto politico ma dell'affermarsi dell'idea che liquidare storie ed esperienze delle altre renda forte il proprio pensiero: si chiama settarismo, è una modalità antica, che indebolisce il pensiero, esclude e, permettetemi di dirlo, invecchia. [...] E' questo il segno che si vuol dare all'8 marzo? Vogliamo davvero che prevalga una logica minoritaria e di divisione tra donne? [...] Non credo che ricominciare ogni volta da zero sia un risultato, così come non è un risultato negare tutte quelle donne che hanno popolato le piazze di questi anni, il 14 gennaio come il 24 novembre, e l'impegno delle tante che ogni giorno provano a parlare con le migranti e le lavoratrici [...]. L'amarezza è che non ci si divide su idee e proposte ma sulla volontà di negare il percorso e l'impegno di altre”.

Poiché l'articolo di Camusso è stato, nella sua interezza, già commentato e criticamente contestato da altre, mi limiterò ad un particolare che può sembrare marginale, cioè la confutazione del cosiddetto “centenario dell'8 marzo”. Infatti, seppure nell'ultimo periodo – anche grazie a materiali girati nel web - qualche dubbio si è fatto strada permettendo a gruppi e collettivi di rimettere nel cassetto per anni futuri slogan del tipo L'otto da cent'anni [1], non mi sembra che tutte le implicazioni del mito (mito delle origini e del centenario) siano divenute patrimonio comune e condiviso. Cosa a mio avviso gravissima, perché è proprio la rimessa in discussione di questo mito che offre una risposta – per certi versi inaspettata - a tutte le discussioni intorno alle “strumentalizzazioni” dell'8 marzo, strumentalizzazioni che, come vedremo, non sono cominciate oggi.


8 marzo: il mito delle origini (e del centenario)


Una certa confusione regna da decenni intorno alle origini dell'8 marzo: se in Francia la data “simbolo” è l'8 marzo 1857 (in ricordo dello sciopero di centinaia operaie tessili a New York duramente represso dalla polizia) in Italia il mito ruota intorno al 1908 quando, ci viene raccontato, un incendio divampò in un opificio degli Stati Uniti causando la morte di un centinaio di operaie. Queste date (e gli avvenimenti ai quali si riferiscono) si sono rivelati però ad un attento studio delle fonti drammaticamente false e l'unica certezza sembra essere il fatto che questa confusione è stata da sempre adoperata sia in termini “strumentali” che per delegittimare il movimento femminista e la sua storia.

Emblematico mi sembra lo scambio di lettere pubblicate lo scorso anno (precisamente il 17 e il 31 marzo 2007) su Tuttolibri, supplemento de La Stampa, nella rubrica La posta di Carlo Fruttero, scambio che vede coinvolti alcuni lettori, lo stesso Fruttero ed infine Tilde Capomazza, co-autrice con Marisa Ombra del libro “8 marzo. Storie, miti, riti della giornata internazionale della donna” (1987, ristampa ed. Utopia, 1991).

Il 17 marzo sotto il titolo di “L'8 marzo un falso storico?”, viene pubblicata la lettera di un lettore di Genova che chiede a Fruttero conferma del tragico incendio avvenuto in un opificio di Chicago nel 1908 e in cui morirono 127 operaie, evento considerato da molt*, (almeno in Italia) all' origine della “festa delle donne” e messo in dubbio, durante una cena, da un amico. Fruttero risponde “ ... Ho anch'io un vago ricordo di aver letto su una rivista o in un libro qualcosa di 'negazionistico' in merito a quell'incendio, ma non saprei rimandarla a una fonte sicura. Ho addirittura il sospetto che della cosa, cioé del falso storico, siano ben coscienti i circoli femministi più spregiudicati, cui poco importa della verità, immagino: se l'incendio e le 127 torce umane 'funzionano' per la causa, lasciamole tranquillamente bruciare nella leggenda ...”.

Il sabato successivo la discussione continua. Sotto il titolo generale di “Fiction femminista” quattro lettere, ognuna con un titoletto. Nella prima “L'allibito (un lettore di Brescia) rimprovera a Fruttero “ ... la noia e fastidio con cui lei risponde (anzi, non risponde) alla richiesta del lettore [...] Un minimo di umiltà e di rispetto (e perché no, anche di professionalità) le avrebbe consentito di leggere in Wikipedia i documenti che le allego, nei quali c'è la fotografia dell'edificio bruciato a New York il 25 marzo 1911, che causò la morte di 146 persone, per la maggior parte giovani operaie ...[2].

Il buon samaritano(un lettore di Brescia) segnala il libro di Vittorio Messori (Pensare la storia. Una lettura cattolica dell'avventura umana, ed. Paoline, 1992) che al paragrafo Una 'festa' inventata (p. 55) afferma che “la storia, pur commovente, è falsa[3].

La terza lettera con il titoletto di “La storica inviperita” è quella di Tilde Capomazza che ricordando il volume da lei scritto con Marisa Ombra scrive che “ ... E' un libro di ben 167 pagine ... che scatenò “scandalo” sulla stampa di tutte le correnti per aver corretto la versione accreditata delle origini la quale recitava: 'Nel 1910 Clara Zetkin istituì la giornata internazionale della donna per ricordare la morte di 129 persone in un incendio a Chicago nel 1908 '...Il libro è da tempo esaurito altrimenti lo manderei al suo lettore (Palumbo), il quale da uomo sensibile si pone almeno delle domande ... Non lo manderei a lei perché sono certa che non lo leggerebbe. Peccato però che un uomo di cultura e di successo come lei abbia dato quella risposta”.

Nell'ultima lettera L'Insensibile (lo stesso Fruttero) conclude: “...sarò anche insensibile ma resto comunque confuso. Ci fu davvero l'incendio? E dove? A New York o a Chicago? Nel 1908 o nel 1911? E quante furono le vittime, 129 o 146?”.

A differenza dell'insensibile (e paternalista) Fruttero, la CGIL sembra non avere dubbi. Nella pagina dedicata alla Festa internazionale della donna del loro sito possiamo leggere testualmente: “L'8 marzo ha radici lontane. Nasce dal movimento internazionale socialista delle donne. Era il 1907: Clara Zetkin [...] organizza con Rosa Luxemburg [...] la prima conferenza internazionale della donna. Ma la data simbolo è legata all'incendio divampato in un opificio (Cottons) di Chicago nel 1908, occupato nel corso di uno sciopero da 129 operai tessili che morirono bruciate vive. Nel 1910 a Copenaghen, in occasione di un nuovo incontro internazionale della donna si propone l'istituzione di una Giornata internazionale della donna, anche in ricordo dei fatti di Chicago”, affermazione che accredita in pieno la falsa versione dell'evento contestata da Capomazza ed Ombra nel loro già citato “8 marzo. Storie, miti, riti della giornata internazionale della donna”.

Ed è sulla scorta di questo libro e di quello di Mirco Volpedo “8 marzo” (ed. Erga, 2006) che Donne e Rivoluzione fornisce - in Viva l'8 marzo di lotta femminile, proletaria e rivoluzionaria! -, una ricostruzione delle origini dell'8 marzo dove si afferma che la “vera e propria ricorrenza dell’8 marzo nasce ufficialmente per ricordare la prima manifestazione delle operaie di Vyborg (Pietrogrado) dell’8 marzo 1917 [23 febbraio del calendario russo, NdC] che diede l’avvio alla rivoluzione di febbraio: nel giugno del 1921 la Seconda Conferenza Internazionale delle donne comuniste, che si tenne a Mosca nell’ambito della Terza Internazionale, adottò formalmente quella data come “Giornata Internazionale dell’Operaia”.

Viva l'8 marzo” tenta però anche di tenere insieme le varie date “simbolo”: lo sciopero duramente represso dalla polizia delle operaie tessili nel 1857 a New York; la prima Giornata nazionale delle donne celebrata negli Stati Uniti il 28 febbraio del 1909 [4]; il lungo sciopero portato avanti nello stesso anno a New York dalle operaie tessili della Triangle Shirtwaist Company; la proposta delle delegate tedesche (Zetkin in testa) in occasione della Seconda conferenza delle donne dell'Internazionale (tenutasi a Copenaghen il 29 agosto del 1910) di istituire una Giornata Internazionale della donna che fu di fatto celebrata per la prima volta in Europa l'anno successivo, il 19 marzo 1911; la decisione delle americane, a partire dal 1913, di far coincidere la loro Giornata nazionale delle donne con quella europea.

In questa ricostruzione vi è anche spazio per il famoso incendio a New York, che viene posticipato di qualche anno (troppo tardi quindi per essere all'origine della “Festa della donna” sia negli Stati Uniti che in Europa). Nell'incendio ( scoppiato, pare, nella stessa Triangle Shirtwaist Company, teatro dello sciopero del 1909) “più di 100 operaie (a seconda delle fonti 129 0 146) [...] (di cui molte italiane), rimangono uccise [...]. I proprietari della fabbrica, che al momento dell’incendio si trovavano al decimo piano e che tenevano chiuse a chiave le operaie per paura che rubassero o facessero troppe pause, si misero in salvo e lasciarono morire le donne [...]. Quell’incendio segna una data importante, anche se non è da esso, come erroneamente riportato da alcune fonti, che trae origine la Giornata della donna. Migliaia di persone presero parte ai funerali delle operaie uccise dal fuoco. Fu quel fatto tragico comunque che portò alla riforma della legislazione del lavoro negli Stati Uniti e che rafforzò nel tempo la Giornata della Donna istituita l’anno prima.(Narra la leggenda che sulla tomba delle operaie morte fossero fiorite poco dopo la loro sepoltura delle mimose)”.

Ma credo sia importante chiedersi il perché della “confusione” fiorita intorno all'8 marzo (confusione fatta di tante parziali “certezze” oltre di date e cifre diverse), per capire le ragioni di questa “confusione” e gettare nuova luce sulle “strumentalizzazioni” che sempre hanno accompagnato (e accompagnano) questa giornata.

Lo scorso anno avevo pubblicato qui in Marginalia in occasione dell'8 marzo la (parziale) traduzione di un articolo del 1982 di Liliane Kandel e Françoise Picq, Le mythe des origines. À propos de la journée internationale des femmes. Qui veniva dimostrata (consultando fonti primarie quali la stampa americana dell'epoca e fonti secondarie quali pubblicazioni sulla storia del movimento operaio e femminista del periodo) l'invenzione bella e buona del famoso sciopero del 1857, che diviene la data simbolo nel contesto francese a partire dagli anni 50 (negli stessi anni cioè in cui in Italia, come vedremo, fa la sua comparsa il mito delle povere operaie bruciate nel rogo della loro fabbrica.

Kandel e Picq ripercorrono le tappe dell'istituzione della Giornata internazionale delle donne: la proposta di Zetkin – che riprendeva l'iniziativa delle donne socialiste americane che dal 1909 celebravano una giornata nazionale per l'uguaglianza dei diritti civili – alla Seconda conferenza internazionale delle donne socialiste nel 1910; la data del 19 marzo 1911 come prima Giornata internazionale della donna svoltasi in Europa e precisamente in Germania e in Austria; la prima manifestazione francese nel 1914, a Parigi; l'interruzione delle celebrazioni in Europa non solo a causa della guerra ma per i contrasti e le divisioni interne al campo socialista internazionale; il rilancio della giornata internazionale delle donna grazie al nuovo impulso dato dalla grande manifestazione delle operaie di Pietrogrado il 23 febbraio – 8 marzo del nostro calendario – 1917. E quindi sotto questa nuova data (e sotto l'auspicio del partito bolscevico e della Terza Internazionale) che viene a collocarsi la cosiddetta festa della donna. Scrive Alexandra Kollontai: “La giornata delle operaie è divenuta memorabile nella storia. Quel giorno, le donne russe hanno innalzato la fiaccola della Rivoluzione proletaria e messo a fuoco il mondo; la Rivoluzione di febbraio ha fissato il suo inizio quel giorno [5].

La Giornata internazionale delle donne diviene tra le due guerre oggetto di aspre dispute tra la Seconda e la Terza Internazionale, tra il Partito comunista francese e la Sfio (la sezione francese dell'internazionale operaia) che, come ricordano Kandel e Picq non la celebrano nella stessa data. A partire dalla seconda guerra mondiale è celebrata in tutti i paesi socialisti e altrove. Se, tra le due guerre, era raro il riferimento a un qualsiasi avvenimento originario (talvolta lo sciopero delle operaie russe del 1917, talvolta la proposta di Zetkin del 1910) a partire dal dopoguerra comincia ad essere elaborato il mito. L'origine “sovietica” della giornata della donna sparisce: in Francia ci si riferisce inizialmente ad una decisione presa dal Partito socialista americano nel 1908 per giungere, a partire dal 1955, alla collocazione dell'origine dell'8 marzo nello sciopero newyorkese del 1857.

Anche in Italia (dove a partire dal dopoguerra l'8 marzo acquista nuovo impulso a partire dalla manifestazione indetta dall'Udi - che almeno a quanto scrive la CGIL nel suo sito sceglie come simbolo la mimosa -, nel 1946) inizialmente l'avvenimento originario (per lo meno nella tradizione socialista) sembra essere quello dello sciopero del 1857 ma, a partire dagli anni 50, (e dunque in piena guerra fredda) si afferma la versione delle operaie bruciate nel rogo della loro fabbrica: il 7 marzo 1952 il settimanale bolognese La lotta, scrive che la data della Giornata della Donna vuole commemorare l’incendio scoppiato in una fabbrica tessile di New York l’8 marzo del 1929, in cui sarebbero morte (rinchiuse all’interno dello stabilimento dal padrone perché minacciavano di scioperare) 129 giovani operaie in gran parte di origine italiana ed ebraica. In seguito, il tema dell’incendio e delle operaie arse vive nel rogo del loro posto di lavoro viene ripreso, ma con diverse varianti. Nel 1978, il Secolo XIX di Genova colloca l’episodio a Chicago, in una filanda. Nel 1980, La Repubblica parla di un incendio a Boston, datato 1898. Nel 1981 Stampa sera situa l’incendio ai primi del ‘900, in un luogo imprecisato degli Stati Uniti, le operaie vittime sarebbero state 146. Lo stesso anno, L’Avvenire parla di 19 operaie morte. Nel 1982, Noi Donne , afferma che l’incendio sarebbe avvenuto a Boston nel 1908 e le operaie morte sarebbero state 19 [6]. Nonostante l'infondatezza della notizia (non risulta nessun incendio nè nel già citato volume di Capomazza e Ombra nè nel libro di Renée Còté, Verità storica della misteriosa origine dell'8 marzo) la leggenda delle operaie bruciate vive continua ad imperversare anche in tempi recenti: tralasciando le varie occorrenze reperibili in diversi volantini e documenti (tra i quali innumerevoli siti e blog), veramente troppi per essere elencati, ricordo qui il quotidiano Liberazione che il 7 marzo dello scorso anno ha pubblicato una lettera/appello di Elisabetta Piccolotti (portavoce nazionale Giovani Comunisti/e), indirizzata a Giorgia Meloni, vicepresidente della Camera, nonché presidente di Azione Giovani. Nella lettera (“sul volgare machismo” della sezione di Biella di Azione giovani che aveva organizzato un “eteropride” con spettacolo di lap-dance publicizzato da un manifesto con lo slogan “Questione di pelo”), Piccoletti scrive: “L'8 marzo in tutto il mondo - come ogni anno dal 1908 quando 129 donne persero la vita durante un incendio in una industria tessile di New York - ricorre la festa delle donne”.

Ma il testo di Kandel e Picq non ci aiuta soltanto a fare chiarezza intorno all'origine dell'8 marzo, ma mostra anche i conflitti e le strumentalizzazioni che hanno contrassegnato questo evento fin dalla nascita. L'8 marzo, nato per decisione "delle donne socialiste di tutti i paesi" riunite a Copenaghen "in accordo con le organizzazioni politiche e sindacali del proletariato" (Kandel e Picq, p. 74), viene anche adoperata per marcare la differenza tra le donne socialiste e le femministe "borghesi", situandosi in una tradizione che nega "il diritto delle donne ad organizzarsi in maniera autonoma, al di fuori di organizzazioni e partiti politici"(p. 75).

Questa giornata benché ripresa dal movimento femminista negli anni 70 - che spesso però ne ignorava la storia - è stata spesso adoperata da partiti e sindacati (in Italia in primis la CGIL) per riscuotere consenso presso le "masse femminili" subendo, tra l'altro, uno svuotamento progressivo: la festa della donna (mimose, cene, serate danzanti ...).


Ma la carica "simbolica" dell'8 marzo non è del tutto esaurita. Mentre la CGIL allestisce la celebrazione di un centenario storicamente infondato, in varie città d'Italia non mancano tentativi di appropriazione/strumentalizzazione e ulteriore svuotamento di questa giornata ... ma questo è un altro discorso, che andrebbe probabilmente ripreso e sviluppato [7] .


Per intanto mi chiedo se non è giunto forse il momento di dare vita a un movimento delle F.A.M (Femministe allergiche alla mimosa) ...




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* L'immagine è un poster B. Dejkin del 1932: L'8 marzo, il giorno della rivolta delle donne lavoratrici contro la schiavitù casalinga. La fonte è il bel sito del Mau - Museum df Russian Poster.

[1] Solo ora (ore 10.01) a post già pubblicato e finito mi accorgo che la Rete delle donne di Bologna ha publicizzato la propria manifestazione con un manifesto/banner che unisce in una sintesi improbabile lo slogan L'8 da cent'anni (in una ripresa implicita dello strumentale centenario della CGIL ... ) con lo slogan uscito da Flat Tra la festa, il rito e il silenzio noi scegliamo la lotta ...

[2] Qui la pagina di Wikipedia sull'8 marzo alla quale si riferisce il lettore.

[3] Il volume di Messori è citato nella voce di Wikipedia già menzionata a proposito dell'ipotesi che sia stata la stampa comunista italiana a diffondere il mito dell'incendio del 1908.

[4] Ma celebrata fino al 1913 nell'ultima domenica di febbraio per non farla coincidere con una giornata lavorativa.

[5] A. Kollontai, International Women's day, International socialist pamphlet.

[6] Ho tratto la maggior parte di questi dati da A-infos.

[7] Vedi nota 1 ...




Continua...

lunedì 25 febbraio 2008

Una frase di Barbara Smith

Per quelle tra voi
che sono stanche
di sentir parlare di razzismo,
immaginate quanto noi siamo
stanche di subirlo
ed esauste di vederlo
costantemente nei vostri occhi



Barbara Smith
lesbica femminista nera americana del Combahee River Collective

(dai materiali del tavolo "Razzismo" in Flat)

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(Alcuni) articoli correlati in Marginalia:

Lontano/vicino: Combahee River Collective
Razzismo: un nodo da districare

....... Continua...

sabato 23 febbraio 2008

Razzismo: un nodo da districare.

Un contributo per il tavolo "razzismo"
Flat, Roma 23-24 febbraio 2008



* Scrivere questo contributo non è stato facile. Fino a pochi giorni fa non era ancora chiaro se c'era un'effettiva volontà / possibilità di inserire un tavolo sul razzismo per la due giorni. Quando uno spiraglio si è aperto, abbiamo dovuto fare i conti da una parte con i tempi stretti, dall'altra con un nostro senso di inadeguatezza. Volevamo problematizzare un “silenzio” (o comunque la difficoltà ad affrontarlo emerso dalle discussioni nella lista Sommosse), ma eravamo anche titubanti a proporre in questa specifica occasione un contributo in quanto “femministe singole” (ovvero non facenti parte attualmente di un gruppo o collettivo, o essendo trasversali a tanti). Alla fine…al volo, abbiamo deciso di prendere la parola mettendo insieme alcuni spunti trasversali ai tavoli.

1 - Per un tavolo sul razzismo: dalla manifestazione del 24 novembre alla due giorni del 23-24 febbraio

Questa due giorni nasce dalla grande manifestazione del 24 novembre contro la violenza maschile sulle donne, manifestazione che si è distinta per una forte connotazione anti-istituzionale, anti-familista, anti-omo/lesbo/trans/fobica, anti-securitaria e anti-razzista.
Riprendendo lo slogan del gruppo transnazionale Nextgenderation “Non in nostro nome”, si denunciava con forza l'ignobile campagna mediatica e politica all'indomani dell'omicidio di una “donna italiana” da parte di un “rumeno” (una rappresentazione che cela come dietro ad ogni stupro di una donna ci sia sempre, e comunque, un uomo), campagna che ha scatenato una vera e propria “caccia allo straniero”, con aggressioni fisiche contro migranti e rom, leggi d'eccezione ed espulsioni di massa. Rifiutando le strumentalizzazioni in chiave securitaria della violenza contro le donne abbiamo inserito nell'agenda politica il nesso sessismo/razzismo. Questo è stato, a nostro parere, uno dei punti di forza della manifestazione.
La nostra proposta di un tavolo sul “razzismo” nasceva quindi, in primo luogo, dalla constatazione che far ricadere tutto questo nell'invisibilità sarebbe un passo indietro.
Nello stesso tempo siamo consapevoli dei limiti del discorso (e delle pratiche) che abbiamo finora elaborato (come militanti femministe). Vorremmo che questo tavolo potesse costituire un primo momento concreto in cui cominciare a pensare l'interrelazione tra sessismo e razzismo (e quella tra lotta antisessista e antirazzista), alla cui luce interrogare criticamente le nostre teorie, le nostre pratiche, il nostro linguaggio e le nostre priorità.
Crediamo che questa sia una condizione imprescindibile per poter cominciare a dipanare lo scambio, il confronto ed anche il conflitto tra donne “autoctone” e “migranti”, europee e non europee, postcoloniali e diasporiche ...
La discussione preparatoria alla due giorni che si è svolta nella lista Sommosse ci è sembrata un ottimo punto di partenza. Non solo perché ci permette di riprendere una discussione alla quale in molte hanno – direttamente o indirettamente – partecipato, non solo perché si basa su dei materiali (le mail scambiate in lista) a tutte accessibili e facilmente consultabili, ma anche perché mette in luce alcuni nodi cruciali che, a nostro avviso, andrebbero sciolti.
Ci è sembrato significativo, per cominciare, che l'iniziale difficoltà ad inserire un tavolo “razzismo” (proposto ma di fatto assente dai sei tavoli presenti inizialmente in Flat), sia stata motivata (oltre che da problemi “logistici”) dalla “mancanza” o “assenza” delle “donne migranti”, dal timore di “sovradeterminarle” o di parlare “in loro nome”. Altrettanto significativa ci è parsa la tendenza ad associare razzismo e immigrazione, associazione presente anche nel frequente riferirsi al tavolo come “tavolo immigrazione”. Infine, è sintomatico che la discussione si sia spostata quasi subito su una querelle intorno alla questione (piuttosto complessa) del cosiddetto “foulard islamico”.
D'altro canto, dalla discussione in lista è emersa anche la voglia di confrontarsi su queste questioni: ne viene ribadita l'urgenza, qualcuna fa girare dei materiali (tra i quali, ad esempio, un articolo sul lavoro teorico della femminista postcoloniale Gayatri Chakravorty Spivak), altre sottolineano che la mancanza di un tavolo sul razzismo è riconducibile – piuttosto che all'assenza delle “donne migranti” - all'assenza tra noi di gruppi femministi che lavorano su questa questione in maniera specifica, alla mancanza di una pratica condivisa su tale tematica. E che anche su questa (doppia) assenza, comunque, varrebbe la pena di interrogarsi.
Riteniamo che molte delle obiezioni al tavolo “razzismo” siano comprensibili solo sulla base di un equivoco di fondo determinato (tra l'altro) da una mancanza di riflessione sulla storia del razzismo (del razzismo in generale e del razzismo italiano in particolare) e sulla teoria/pratica femminista che da alcuni anni ha cominciato – anche in Italia – a interrogarsi su questa questione, seppur faticosamente e restando spesso “ai margini” del discorso (sia militante sia teorico).
Da questo punto di vista è importante dare visibilità e valorizzare le esperienze che si sono confrontate con le problematiche del razzismo e del sessismo:

  • gruppi di native e migranti (pensiamo ad esempio a Punto di partenza di Firenze che qualche anno fa ha anche organizzato un convegno su questi temi, o ancora Alma Mater a Torino ...)
  • gruppi e collettivi femministi e lesbici che si sono mobilitati intorno alla questione razzismo, seppure in maniera discontinua, non strutturata e spesso legata a episodi congiunturali (pensiamo al collettivo Clitoristrix femministe e lesbiche di Bologna che, qualche anno fa, denunciò con forza lo “sgombero” di migranti – uomini, donne, bambini – dalla Basilica di S. Petronio a Bologna o ancora l'adesione del collettivo Maistat@zitt@ di Milano alla recente manifestazione dei/delle migranti a Brescia ...)
  • le (tante) femministe “singole” (come noi due) che da anni sono attivamente impegnate nella lotta antisessista e antirazzista. In questo caso è più difficile “documentarne” l'attività: le “singole” non “aderiscono” alle manifestazioni, non fanno comunicati, non “promuovono”, ma sono presenti nei luoghi, nelle riunioni, ai presidi e alle mobilitazioni, intervengono nelle discussioni, fanno girare appelli, tessono relazioni tra realtà diverse e speso incomunicabili ... Tutto questo non ci sembra trascurabile.

2- Partire da noi

Noi partiamo dal presupposto che parlare di “razzismo” (inteso come rapporto sociale, politico ed economico di sfruttamento e dominazione da parte di un gruppo su di un altro) significa parlare in primo luogo di “noi”. Non significa parlare (di o per) i/le “razzizzati/e” , per il semplice motivo che non sono coloro che subiscono il razzismo a creare il razzismo, ma è piuttosto il razzismo che crea la “razza” (così come è il sessismo che crea il “sesso”). La mancanza delle “donne migranti” non può dunque essere una ragione valida per continuare ad ignorare un “problema” che è un nostro problema: in quanto donne (femministe) “bianche” e/o “occidentali” (da intendersi come categorie sociologiche, non “naturali”) siamo implicate nell'attuale sistema di dominio razzista e possiamo anche contribuire a perpetuarlo. Anche semplicemente non percependolo come un nostro problema. L’assenza delle migranti è piuttosto un sintomo della mancanza di uno spazio di discorso che tematizzi la questione del razzismo come terreno di conflitto politico all’interno del quale è possibile la presa di parola e l’interlocuzione tra posizionalità diverse. In questa prospettiva il nodo non è tanto ‘includere’ più migranti, ma piuttosto mettere al centro e interrogare le gerarchie e le esclusioni che fabbricano le relazioni sociali in termini ‘razziali’, sessuali, di genere.
Si potrebbe quindi iniziare interrogando piuttosto la nostra “assenza” da momenti importanti dell'agenda politica dei/delle migranti (ad esempio il sabato successivo alla grande manifestazione del 24 novembre in varie città italiane si sono tenuti dei presidi dei/delle migranti: la presenza di femministe è stata scarsissima, per non dire nulla ...)

3- Disconnettere razzismo e immigrazione


Associare il razzismo alla questione “immigrazione” (come è stato spesso fatto in lista) tende a rinviare a quello che è stato (ed ancora è) uno dei leitmotiv della vulgata razzista, in specie italiana: è il “fenomeno immigrazione”, “l'invasione” dei/delle immigrati (i nuovi “barbari”, gli “stranieri”) che rende razzisti gli “italiani brava gente”, come se fossero i/le migranti (con i loro corpi, la loro “presenza”) a “fabbricare” il razzismo, fenomeno altrimenti assente.
Se oggi i/le migranti sono, in Italia, i maggiori bersagli delle politiche razziste e securitarie, questo non significa che il razzismo italiano nasce oggi e a causa loro. Il razzismo attuale è invece un sistema che si è lungamente sedimentato nel tempo: dall'antigiudaismo di matrice cattolica, al razzismo antimeridionale teorizzato – tra gli altri – da Niceforo, all'antisemitismo delle leggi razziali del '38, al razzismo anti-zingari ( solo oggi detto anti-rom), al colonialismo di epoca liberale e poi fascista.
Queste forme di razzismo possono attraversare fasi di latenza, riemergere, modificarsi (si pensi alla persistenza dell'antisemitismo, al razzismo anti-meridionale riattivato qualche anno fa dalla Lega Nord, all'acutizzarsi del razzismo verso Rom e Sinti negli ultimi mesi). In ogni caso queste tracce influenzano e modellano le attuali forme di razzismo e dunque se ci sembra ancora poco visibile in Italia la presa di parola politica delle donne sul terreno dei conflitti razzializzati, ci sembra evidente tuttavia che siamo in compagnia del razzismo da un bel po’.
E crediamo che questo spessore storico vada interrogato.

4- Un passo indietro: la critica del Black Feminism e dei Post-colonial Studies al femminismo “occidentale”.

La centralità assunta – a partire dai primi anni 70 - dalla critica mossa dalle militanti “non bianche” al femminismo “occidentale” (laddove, val la pena di insistere, per “non bianche” e/o “femminismo occidentale”, ci riferiamo a categorie politiche e sociali), rappresenta un punto di riferimento importante a cui attingere per interrogarsi sull’interrelazione di sessismo e razzismo.

Black Feminism: é grazie a questa critica infatti (e a quella altrettanto dirompente delle militanti lesbiche e, sebbene ancora all'epoca poco visibili, trans) che il soggetto unitario del femminismo - “le donne” -, è imploso. Per le militanti nere e di altre “minoranze” il “femminismo bianco” ha riprodotto una griglia di lettura che tende a spiegare i meccanismi di dominazione attraverso l'unica modalità della dominazione di genere, ignorando altri assi di differenziazione. Il soggetto del femminismo “bianco” è un soggetto autocentrato sulla propria condizione particolare (donna occidentale, di classe media, eterosessuale), condizione che tende ad universalizzare. In questo modo l'esperienza dell'oppressione patriarcale vissuta dalle donne “non-bianche”, strettamente condizionata dal razzismo (così come le loro pratiche di resistenza) sono state ignorate e non riconosciute.

Il femminismo postcoloniale : a partire dalla critica del processo attraverso il quale l'Occidente si è consolidato creando i suoi “Altri” come oggetti da analizzare, assumendosi il potere/sapere di rappresentarli e controllarli –, ha denunciato la costituzione nel femminismo occidentale di un soggetto che si autocostituisce come soggetto di conoscenza costruendo “l'Altra” (le donne del sud del mondo) come essere “inferiore”, bisognosa del suo “aiuto”, perpetuando in questo modo l'atteggiamento proprio dei (ex) colonizzatori bianchi, della loro “missione civilizzatrice”.

Alla luce di queste critiche anche le teorie pratiche prodotte fino a quel momento andavano riviste e riformulate alla luce del nesso sessismo/razzismo. Di fatto, storicamente, le femministe “bianche” hanno spesso stabilito un nesso tra sessismo e razzismo, ma questo nesso ha preso la forma di un rapporto di tipo analogico (analogia tra la loro propria condizione di oppressione e quella di altri gruppi oppressi. Basti pensare che lo stesso termine di sessismo viene coniato nell'ambito del femminismo nord americano degli anni settanta sul modello di “razzismo”).
Questo rapporto analogico viene decisamente contestato dalla femministe “non-bianche”: bell hooks ad esempio, individua in questa analogia una spia dei meccanismi sessisti e razzisti che producono l'invisibilizzazione delle donne non bianche. Infatti quel che si mette in parallelo sono le donne bianche e gli uomini neri. Invitandoci ad abbandonare la problematica dell'analogia tra “sesso” e “razza” e privilegiando una problematica che mostra il loro articolarsi, il Black Feminism ha operato una vera e propria rivoluzione, portando alla messa a punto nella teoria/pratica femminista di alcuni importanti strumenti teorici per concettualizzare l'articolazione di sessismo e razzismo.
Analoghe critiche sono state mosse al modello che potremmo definire “matematico” o “addizionale”. Ad es. le donne subiscono il sessismo, tra queste alcune (le “non-bianche”) subiscono il sessismo e il razzismo, altre ancora (ad es., le lesbiche nere) subiscono il sessismo, il razzismo e la lesbofobia eccetera. Un modello che isola ciascun rapporto di dominazione e definisce la loro relazione in maniera aritmetica: ad es. le migranti subiscono un'oppressione razzista (che condividono con gli uomini migranti) ed inoltre un'oppressione sessista (simile a quella subita dalle donne “native”), e ha ispirato molti dei commenti o delle analisi successive “ai fatti di Tor di Quinto”, probabilmente perché si muove nella stessa logica, ad esempio, dell'analisi del “lavoro delle donne” come “cumulo” di sfruttamento (fuori casa /in casa).
Queste osservazioni rilevano la difficoltà a individuare i rapporti di dominazione come elementi mobili, storici, difficilmente formalizzabili e circoscrivibili. C’è ancora cioè la difficoltà a pensare un (nuovo) soggetto del femminismo realmente denaturalizzato e decentrato.
La categoria “donne” (bianche, di classe media, eterosessuali …) viene infatti semplicemente re-naturalizzata in una miriade di “sotto-categorie” (”le migranti”, “le donne nere”, “le donne non bianche”, “le rom”…). L’esperienza delle donne “non-bianche” continua ad essere percepita come un’esperienza “diversa” della dominazione patriarcale, articolata a diversi rapporti di potere (cioè una variazione dalla “norma bianca”, così come il “femminile” è stato per lungo tempo percepito come una differenziazione dalla norma della mascolinità). Non si comprende cioè che la denaturalizzazione delle categorie di “sesso” e di “razza” suppone ugualmente di decostruire quella che in area anglofona viene chiamata Whiteness, la “bianchezza”.
Lo stesso uso spropositato delle virgolette che facciamo in questo testo mostra….che ci mancano ancora le parole per nominare in modo politicamente efficace queste questioni. E si pone con urgenza il problema di tradurre alla luce delle specificità del contesto italiano categorie, pratiche, riferimenti che hanno preso forma altrove.

5- Qualche passo avanti

In questo contesto ci sembra urgente elaborare un punto di vista critico che contribuisca a ripensare e a ricollocare le nostre pratiche anche alla luce dell’eredità dell’imperialismo e dell’eurocentrismo che continua a definire rapporti di potere asimmetrici e gerarchie di rilevanze nei rapporti politici tra donne. Mentre le esperienze femministe che hanno preso forma nel post-Genova 2001 hanno segnato una frattura rispetto ad alcune posizioni essenzialiste, il corpo politico al centro delle nostre pratiche rimane indiscutibilmente ‘bianco’. La disconnessione tra memoria coloniale e razzismo emerge nella persistente resistenza a considerare il tema del razzismo e delle differenze culturali come una questione politica di tutto il movimento delle donne. Mentre posizionalità diverse legate alla generazione e alle identificazioni di genere sono state tematizzate, le questioni di potere, autorità e leadership legate all'egemonia della ‘bianchezza’ rimangono non dette e non problematizzate.
Quello che segue è il tentativo di individuare in questa prospettiva alcuni nodi trasversali ai diversi tavoli di questa due giorni, rilanciandoli a tutte:

-Violenza/razzismo/sessismo: oltre alla questione del rifiuto dell’uso della violenza contro le donne in chiave razzista (e dell’equazione stupratore=straniero), esiste tutto un sommerso legato alla violenza domestica, e ai rapporti potere legati al lavoro di cura.

-Autodeterminazione/razzismo: i corpi delle ‘migranti’ e delle ‘clandestine’. Rimettere in gioco le nostre pratiche di autodeterminazione a partire dalle nuove mappe dei corpi e della sessualità. Ci manca ad esempio un’analisi specifica delle disuguaglianze nell’accesso a consultori, aborto, fecondazione non assistita (ieri sera la Finocchiaro a L’Infedele ci ha spiegato che l’aborto è utilizzato ‘troppo’ dalle immigrate).Un altro aspetto critico è il rapporto famiglia/razzismo: ad es. molte militanti non bianche hanno tematizzato la famiglia e lo spazio domestico come “spazio di resistenza”. Un elemento che ci pone di fronte alla necessità di comprendere che le priorità possono essere diverse e che diverse sono le agende politiche.

-Precarietà/razzismo/sessismo: indagare all’interno del paradigma postfordista come rapporti di potere razzisti non solo definiscano differenti accessi a risorse e possibilità, ma siano oggi cruciali nel riformulare i nessi che collegano lavoro sessuale e lavoro di riproduzione, da una parte, e femminilizzazione globalizzata del lavoro e globalizzazione del lavoro di riproduzione, dall’altra.

-Comunicazione/razzismo/sessismo: sono molteplici le piste che si possono aprire su questo terreno: dal monitoraggio dei messaggi razzisti e sessisti veicolati da media e organi di informazione, alla questione della rappresentazione e autorappresentazione di un soggetto multiplo e mobile in grado di dare visibilità e allo stesso tempo decostruire i rapporti di potere, per passare infine alla questione del linguaggio.

-Pratiche femministe/lesbismo/antirazzismo: la questione della ‘differenza’ è stata cruciale all’interno del femminismo, ma raramente e in modo marginale il tema delle differenze è stato articolato a partire dalle condizioni specifiche che ne segnavano posizionalità diverse all’interno del femminismo. La dimensione ‘transculturale’ dei processi di identificazione e mobilitazione politica diventa oggi centrale nell’orizzonte di una crescente mobilità dentro e fuori i confini dell’Europa.

Liliana Ellena e Vincenza Perilli
Torino-Bologna, 21 febbraio 2008
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(Alcuni) articoli correlati in Marginalia:

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domenica 17 febbraio 2008

Riflessioni dal margine su razzismo e sessismo

Da: bell hooks, "Riflessioni su razza e sesso", in Id., Elogio del margine. Razza, sesso e mercato culturale, Milano, Feltrinelli 1998, pp. 62-73, traduzione e cura di Maria Nadotti.

[...] Il saggio di Robin Morgan, The Demon Lover: On the Sexuality of Terrorism, parte dallo stupro. L'autrice analizza il modo in cui gli uomini, al di là di classe, razza e nazionalità, sono uniti tra loro da un'idea condivisa di maschilità che fa della mascolinità un sinonimo della capacità di affermare il proprio 'potere-su' attraverso atti di violenza e terrorismo. Poiché gli atti di terrorismo vengono commessi per lo più da uomini, Morgan vede nel terrorista "l'incarnazione logica delle politiche patriarcali in un mondo tecnologico". Non le interessa invece il sovrapporsi del discorso di razza e sesso, l'interrelazione di razzismo e sessimo. Come molte femministe radicali, Morgan crede che l'impegno con cui gli uomini mantengono il patriarcato e il dominio mascile diminuisca o cancelli la differenza.
Gran parte del mio lavoro nell'ambito della teoria femminista ha messo in rilievo quanto sia importante capire la differenza, quanto siano rilevanti i modi in cui status razziale e di classe determinano sino a che punto si possono affermare il dominio e il privilegio maschili e, ancor di più, in che forma razzismo e sessismo sono sistemi interconessi di dominio che si rafforzano e si sostengono a vicenda. Molte femministe continuano a considerarle questioni del tutto distinte e a credere che il sessismo possa essere abolito anche se il razzismo rimane intatto o che le donne impegnate nella lotta contro il razzismo non stiano sostenendo il movimento femminista. Poiché la lotta di liberazione nera viene così spesso inquadrata in termini che confermano e sostengono il sessismo, non sorpende che le bianche si chiedano se la lotta per i diritti delle donne risulterebe sminuita qualora ci si concentrasse eccessivamente sulla lotta contro il razzismo, o che molte nere, schierandosi a fianco del movimento femminista, temano ancor oggi di commettere un atto di tradimento nei confronti dei loro uomini. Entrambe queste paure sono una risposta all'equazione liberazione nera/virilità [...] Dobbiamo respingere la sessualizzazione della liberazione nere in forme che sostengano e perpetuino sessismo, fallocentrismo e dominio maschile. Anche se in Black Macho and the Myth of the Superwoman Michele Wallace ha tentato di dimostrare quanto sia sbagliata l'identificazione tra liberazione nera e affermazione di una virilità oppressiva, i neri a cui il messaggio è arrivato sono molto pochi. Sviluppando tale critica in Ain't I A Woman? Black Woman and Feminism, ho scoperto che sempre più numerose sono le donne nere che vanno rifiutando questo paradigma. A non averlo ancora rifiutato sono invece la maggioranza dei maschi neri e in particolare i nostri leader politici. Finché i neri continuano a credere che il trauma della dominazione razzista coincide con la perdita della virilità nera, è per noi inevitabile investire nel copione razzista che perpetua l'idea che tutti i maschi neri sono degli stupratori, bramosi di usare il terrorismo sessuale per esprimere la loro rabbia contro la dominazione razziale.
Oggi si assiste a una riproposizione di tali narrative. Tornano alla superficie in un momento storico in cui i neri sono sottoposti ad attacchi razzisti sempre più aperti e vistosi [...]. I media commerciali fondati sulla supremazia dei bianchi fanno di tutto perché si creda che sulla sicurezza sociale nel suo insieme pesa la minaccia dei neri, che controllo, repressione e dominio violento sono i soli mezzi efficaci per affrontare la questione.
[...] Nella nostra cultura l'immagine del maschio nero stupratore, minaccia e pericolo per la società, ha da qualche tempo un corso spettacolare. La fissazione ossessiva dei media su tali rappresentazioni è politica. Il ruolo che essa gioca nel mantenere il dominio razzista è di convincere il pubblico che i maschi neri sono una grave minaccia, che va controllata con ogni mezzo necessario, inclusa l'eliminazione fisica. E' questo il retroterra culturale che ha plasmato la reazione dei media di fronte al caso di stupro in Central Park. E i media hanno avuto un ruolo di rilievo nel modellare la reazione del pubblico. Sono in molti a servirsi di questo caso per perpetuare stereotipi sessuali e razzismo. Ironicamente, gli stessi che dichiarano di essere traumatizzati dalla brutalità di questa vicenda non esitano ad affermare che i presunti colpevoli dovrebbero essere castrati o uccisi. Essi non vedono alcun legame tra il sostenere la violenza come strumento di controllo sociale e l'uso della violenza come esercizio di controllo da parte dei presunti colpevoli. La reazione pubblica a questo caso sottolinea la diffusa incapacità di comprendere il nesso razzismo/sessismo.
Molti neri, soprattutto molti maschi neri, servendosi del paradigma sessista secondo il quale lo stupro di una bianca da parte di un nero non è che una reazione al dominio razzista, considerano la vicenda di Central Park come una denuncia del sistema razzista.[...]. Molte bianche hanno reagito al caso concentrandosi esclusivamente sulla brutalità dell'aggressione e interpretandola come atto di dominio di genere, come espressione della violenza maschile contro le donne [...]. Le nere [...] si sono concentrate unanimamente sulla natura sessista del crimine, fornendo spesso esempi di sessismo maschile nero. Dato il lavoro svolto in ambito femminista dalle donne di colore per richiamare l'attenzione sule realtà del sessismo dei loro uomini, lavoro che generalmente suscita un interesse minimo o nullo oppure viene accusato di aggressività nei confronti dei maschi neri, è ironico che, per arrivare ad ammettere che nelle comunità nere il sessismo è un problema serio, si debba passare attraverso lo stupro brutale di una donna bianca da parte di un gruppo di ragazzi neri [...].
La reazione pubblica alla vicenda di Central Park rivela sino a che punto la cultura investe in quel genere di pensiero dualistico che aiuta a rinforzare e mantenere ogni forma di dominio. Perché dovremmo decidere se questo crimine è più sessista che razzista, come se si trattasse di forme di oppressione in concorrenza tra loro? Perché i bianchi, e in particolare le femministe bianche, si sentono meglio quando i neri e soprattutto le nere, per enfatizzare l'opposizione al sessismo maschile nero all'interno del patriarcato capitalistico fondato sulla supremazia bianca, prendono le distanze dalla condizione dei maschi neri? Le nere non possono continuare a preoccuparsi seriamente dell'effetto brutale del dominio razzista sui maschi neri e allo stesso tempo denunciare il sessismo dei loro uomini? E perché mai il sessismo dei maschi di colore viene evocato come se si trattasse di un disordine sociale di marca speciale, più pericoloso, più abominevole e minaccioso del sessismo che pervade la cultura nel suo insieme, o del sessismo che informa il dominio dei bianchi sulle donne? Queste domande riportano l'attenzione sulla logica e il modo di pensare binari, che sono il fondamento filosofico dei sistemi di dominio. Chi ha a cuore il nuovo deve dunque insistere [...] sulla complessità della nostra esperienza all'interno di una società razzista e sessista [...].


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mercoledì 13 febbraio 2008

Cioccolata calda pro-life

Ho scattato questa foto (piuttosto brutta) durante il presidio che si è svolto davanti alla sede dell’Antoniano di Bologna domenica scorsa. Mentre all’interno si svolgeva un convegno del Movimento per la vita (con la partecipazione di vari gruppi pro-life operanti sul territorio) un gruppo di donne [1] ha rumorosamente ribadito la propria volontà di autodeterminazione e di libertà di scelta, contro l’invadenza delle gerarchie vaticane (e delle loro milizie) sui corpi e le scelte di vita delle donne, contro l'asservimento della politica istituzionale e dei media a questo clima oscurantista e da caccia alle streghe.
L’atmosfera è per certi aspetti surreale, ma non per questo meno inquietante. Le vetrine del teatro dell’Antoniano (che la domenica pomeriggio è uno dei pochi cinema in città a proiettare film per bambini/e) sono tappezzati di manifesti di varie organizzazioni pro-life come S.O.S Vita, ma da dietro fanno ancora capolino personaggi dei cartoni animati e dello Zecchino d’oro. Un manifesto invita a chiamare un numero verde gratuito che offre un « consiglio e un sostegno per la vita … ». A questo numero, 24 ore su 24, specialisti e volontari rispondono a quelle « migliaia di persone troppo sole di fronte a problemi troppo grandi … una gravidanza inattesa e difficile … un neonato che rifiutano o non possono accogliere e che rischia di essere gettato ». Qualche passante (o partecipante al convegno) ci urla « vergogna », alcune donne impellicciate per l’occasione ci danno dell’ « animale », ma lo stile è, in generale, piuttosto « sobrio ». Perlomeno niente manifesti con feti sanguinolenti di cinque mesi fatti passare per feti abortiti di qualche settimana, ai quali il movimento pro-life internazionale ci ha abituato negli ultimi trent’anni [2].
Un volontario dell’Antoniano viene addirittura ad offrire alle dimostranti un vassoio con bicchieri di cioccolata fumante. Lo spirito caritatevole dei cattolici non si smentisce mai e, del resto, sembra sia efficace. Qualcuna accetta la cioccolata, rendendo visibilmente contento il giovane miliziano cattolico che probabilmente pensa di aver compiuto un piccolo passo verso la redenzione delle povere pecorelle smarrite. Le più ovviamente rifiutano, io non vorrei vedermi spuntare l’aureola a causa di qualche strana polverina e poi, penso, è notorio che la cioccolata può aiutare a mandare giù di tutto … Quanta ne dobbiamo ingoiare ancora ?

Il giorno successivo, lunedì 11, in seguito ad una telefonata anonima (almeno così dicono), la polizia fa irruzione – senza mandato – nel Policlinico dell'Università Federico II di Napoli dicendo di aver avuto notizia di un 'feticidio'. In realtà si trattava di un regolare aborto terapeutico, motivato da una grave malattia congenita del feto, morto nel « ventre materno » già da due giorni. Il feto viene comunque sequestrato e la donna sottoposta ad un lungo interrogatorio, nonostante le sue condizioni fisiche e psicologiche (la gravidanza era stata una scelta desiderata e voluta).

Contro il terrorismo dei paladini dell’embrione l’unica via è la nostra resistenza!

A Napoli domani (giovedì), alle 17, ci sarà un presidio in piazza Vanvitelli, manifestazioni si stanno organizzando in altre città. A Bologna l’appuntamento è per domani alle 17 davanti al reparto di ginecologia dell’ospedale Sant’Orsola. Val la pena di ricordare che, come emerge da un'inchiesta in corso sugli ospedali bolognesi, il reparto di ginecologia del Sant’Orsola è uno di quelli con il più alto numero di obiettori di coscienza ed è sempre lì che, da circa tre anni, un gruppo di cattolici integralisti pro-life – legati al Movimento per la vita e alla Comunità Papa Giovanni XXIII – armati dei soliti cartelli con immagini di feti insanguinati, organizza presidi nei giorni in cui si effettuano delle ivg [3].

Riappropriamoci dello spazio pubblico, così come abbiamo fatto a Roma con la manifestazione del 24 novembre, opponiamo resistenza per la libera scelta e l’autodeterminazione delle donne.

NOTE:

[1] Di vari gruppi e collettivi da Figlie femmine a Quelle che non ci stanno. Oltre ovviamente a « donne singole » (e a queste ultime dedicherò presto un post …).
[2] Rinvio al blog Paesanini land che, in un post, ha segnalato alcuni siti pro-life nei quali l’uso strumentale di queste foto è sistematico (ma non trovo più il post, help!) e in un altro post ha segnalato l'uso altrettanto disonesto di immagini di feti da parte del neonato partito de
Il trifoglio.
[3] Una bella ricerca sul movimento pro-life è stata condotta in Francia da Fiammetta Venner: L’opposition a l’avortement. Du lobby au commando, Paris, Berg International 1995. Il volume analizza l’emergenza di questi gruppi, i legami con il mondo politico (in particolare il Front National di Le Pen) e con quello economico, il ruolo attivo dei medici obiettori in queste organizzazioni, le modalità – anche violente –, con le quali questi gruppi esercitano pressioni sulle donne e sui centri che effettuano ivg. Un intero paragrafo è consacrato all’analisi dell’apparato discorsivo del movimento pro-life francese che – come il suo omologo statunitense – utilizza spesso metafore che rinviano al nazismo e allo sterminio degli ebrei : l’aborto é un « genocidio », la Ru 486 é il « moderno Zyklon B », i/le sostenitori/trici dell’aborto sono dei/delle « nazisti/e » o dei/delle « kapò ». Del resto anche in Italia queste metafore sono state usate frequentemente. In
L’innocenza di Eva ricordavo – tra le altre – l’affermazione di Antonio Guidi, all’epoca (1994) ministro della famiglia per il governo Berlusconi: “L'interruzione di gravidanza alla più piccola malformazione è l’anticamera della selezione nazista della razza. Utilissima (ed auspicabile) sarebbe una ricerca sistemantica sul Movimento per la vita (e suoi gruppi satellitari) qui in Italia.
[4] Dal Coordinamento donne per l’autodeterminazione alle attiviste di Facciamo Breccia che, tra l’altro, organizzarono nel 2005 davanti al Sant’Orsola, il presidio “ Togliamo don Benzi dal Marciapiede”.

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(ALCUNI) ARTICOLI CORRELATI:

A/Matrix, Uniamo l'utero al dilettevole
Femminismo a Sud
,
Con chi ha subito il bliz napoletano. Contro chi vuole ammanettare la libertà di scelta. Presidi in tutta Italia: reali e virtuali!
Le Ribellule,
Blizt antiabortista: autodeterminazione è resistenza!
Mai stat@ zitt@
,
Obiettiamo agli obiettori!

Manuale per donne,
Giù le mani dalla 194!


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giovedì 7 febbraio 2008

Ragazze, ai tavoli!


Tutte su FLAT per definire i tavoli di discussione per la due giorni di approfondimento e confronto del 23-24 febbraio a Roma!

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Chi ha paura del separatismo?
A che cosa miriamo? Per uno spostamento delle lotte dei/nei femminismi

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domenica 3 febbraio 2008

Una biblioteca della memoria

Qualche giorno prima della Giornata della memoria qualcuno [1] nella rete ha chiesto ad altri/e bloggers di indicare un libro sulla Shoah. A loro volta coloro che sono stati/e interpellati/e hanno posto la medesima domanda ad altri/e bloggers, in una sorta di "catena della (o per) la memoria". Sono stata coinvolta anch'io da Falecius, ma mi sono presa il tempo di "pensarci", senza farmi mettere fretta dalla scadenza imminente. In un commento a caldo indicavo, anziché un libro, un film: è Shoah di Claude Lanzmann.

Finalmente stasera un po' di tempo per Marginalia. Con il post "già scritto nella testa", mi sono collegata per digitarlo e postarlo. Cercando un link ho cominciato a seguire a ritroso la "catena della memoria" : da un blog/sito all'altro, attraverso libri, immagini, nomi. Ho deciso, infine, di buttare via quello che avevo pensato di scrivere. Tento invece di compilare (aggregando insieme alcune delle risposte che altri/e hanno dato alla domanda iniziale, cose pubblicate in rete in occasione di questa ed altre Giornate della memoria e alcuni dei volumi che mi circondano mentre scrivo) una sorta di "biblioteca della memoria". Non è una "bibliografia", ma per ora solo un insieme disordinato di titoli e suggestioni (talora discordanti e/o non condivisibili), che potrà forse (da qui a un anno) essere ordinato, ampliato, discusso. Per intanto, anche se la mia ricerca in rete non è stata esaustiva (non ne ho proprio il tempo), mi è sembrato comunque interessante cominciare a vedere cosa (e come) si legge intorno alla "memoria, le riflessioni che questi testi suscitano, e quelle che (eventualmente) questo post susciterà.


Il primo libro che voglio citare è Se questo è un uomo di Primo Levi. Sembrerà sicuramente "banale" come scelta. E' un libro, infatti, citatissimo e così noto che sembra quasi superfluo ricordarlo, eppure a volte ho il sospetto che sia citato senza essere neanche letto, almeno a leggerne certi usi [2]. E invece, è proprio partendo da una frase di Primo Levi: "E' successo, vuol dire che può succedere ancora", che chi mi ha passato il "testimone" ribadisce l'importanza di ricordare "l'orrore della Sho'ah", poiché "il Male Assoluto è sempre una possibilità dell'umano, e contro questo orrore occorre essere vigili"[3].


Ma il libro che propone infine Falecius è Il settimo milione di Tom Segev, giornalista e storico israeliano. Non un libro sul genocidio nazista ma un libro che "fa la storia della memoria della Sho'ah in Israele, e mostra come questa memoria abbia condizionato in maniera decisiva la storia d'Israele, e la percezione che gli israeliani hanno del proprio stato, ma in modi diversi e complessi, che forse non sospetteremmo".

In molti/e avvertono il pericolo che porre troppa "enfasi" "sulla memoria della Shoah [...] possa diventare un modo per renderla il più possibile inoffensiva", come scrive The Rat Race. Se non vogliamo "tradirla" questa memoria "deve restare *intollerabile*. Dev'essere qualcosa a cui si vorrebbe sfuggire — che si vorrebbe non aver presente — e che ci si costringe a tenere davanti agli occhi. Percio' niente letture confortanti, niente biblioteche virtuose, che ci facciano sentire meglio perche' assolviamo al compito nobile di non dimenticare. Eppure — abbiamo soltanto le parole — per non lasciare che la Shoah venga cancellata. E allora propongo gli autori forse piu' inconciliati con la realta' — quelli che meno di tutti hanno cercato di estrarre un qualche *senso* dalla Shoah". E sono due poeti,
Paul Celan e Dan Pagis.

Nel sito Ribat al mujahid, ritrovo ancora
Shoah di Lanzmann insieme a due libri, Israele e la Shoah di Idith Zertal e Uomini comuni di Christopher R. Browning, una trilogia che dovrebbe contribuire al difficile compito di "agire" la conservazione della memoria: "Il trauma della tragedia deve invocare un'autocritica incessante, essendo qualcosa che incessantemente ci riguarda. Il senso della memoria è la sua attualità, la responsabilità che quotidianamente ci delega, c'addossa, c'affida".


Anche Khadija, nel denunciare la "retorica della memoria" che ci vede tutti/e pronti a "piangere sul latte versato e a promettere 'mai più', ma assolutamente ciechi di fronte a quello che sta succedendo ancora, e ancora e ancora", ci riporta a questa responsabilità verso il presente. Il libro che propone è
Terrore e miseria del Terzo Reich di Bertolt Brecht, invitando insieme a firmare la petizione [4] per Abou Elkassim Britel :"Io preferisco denunciare quello che mi succede sotto il naso e non posso tollerare che ci si sgoli così tanto tutti insieme per 'ricordare', mentre di fronte agli orrori reali ci comportiamo esattamente come i personaggi di Brecht. Meno di mille adesioni per una campagna a sostegno dei diritti umani che ha fatto, ormai, il giro del web. E questo succede oggi e succede oggi perché oggi come allora la gente ha paura di mettersi dalla parte degli ebrei, degli zingari, degli omosessuali e degli oppositori politici del Terzo Reich".

Rosa
propone invece
Intellettuale ad Auschwitz di Jean Amery: "Hans Mayer, austriaco di padre ebreo e madre cristiana, nato e vissuto senza alcun rapporto con la sua origine ebraica, viene deportato ad Auschwitz e diventa ebreo suo malgrado. Un ebreo - come si definisce - senza Dio, senza storia, e senza speranza messianica nazionale. Tradito e abbandonato dalla cultura che lo ha nutrito e gli ha dato una identità, a guerra finita rinuncia al suo nome tedesco, diventa Jean Amery e descrive la sua esperienza di deprivazione identitaria in Intellettuale ad Auschwitz [...] Ma la perdita di se' non è recuperabile, e Jean Amery muore suicida. Scelgo questa esperienza estrema e disperata perché Amery è mio fratello, perchè io stessa mi sento ebrea per condizione più che per scelta e nel contempo, grazie anche a lui, sono persuasa che sia non solo possibile ma necessario coltivare una identità ebraica pur essendo lontani dalla religione e dalla tradizione. E scelgo Amery perchè mi pare spazzi via a suo modo qualsiasi tentativo di "normalizzare" il crimine ideologico nazista, qualsiasi tentativo di dare senso. Quel crimine - ne sono convinta - è peculiare, speciale e diverso dai molti crimini che hanno fatto la storia e continuano a plasmarla".


Per finire propongo qualche testo in ordine sparso:


Nessuno/a mi sembra abbia accennato alla questione del negazionismo/revisionismo. Lo faccio io con Nadine Fresco, Fabrication d'un antisémite, un libro sul padre fondatore del negazionismo, Paul Rassinier. Nessuna traduzione italiana, ma rinvio a questa recensione in Incidenze.


Ancora un film di Claude Lanzmann, Un vivant qui passe. Auschwitz 1943-Theresienstadt 1944. E' possibile leggerne il testo, in italiano, in un volumetto (con una postfazione di Federica Sossi) di Cronopio, 2003. Una riflessione sulla "cecità", sul "non vedere" (ieri, oggi).


Non poteva mancare un libro che affronti la questione in una prospettiva di "genere". Non è l'ennesimo volume su "le donne e l'olocausto", ma un testo che interroga criticamente le analisi femministe del nazismo: Liliane Kandel (a cura di), Féminismes et nazisme. Anche in questo caso nessuna traduzione italiana, ma rinvio alla mia recensione qui.


Nell'imminenza di No Vat, mi sembra il caso di ricordare il ruolo del Vaticano nel genocidio nazista. Lo faccio con L'arcivescovo del genocidio di Marco Aurelio Rivelli. Questo libro ripercorre le vicende dello Stato indipendente di Croazia, voluto dai nazifascisti negli anni 1941-1945. Qui gli ustascia di Ante Pavelic, sostenuti da Hitler e da Mussolini, sterminarono centinaia di migliaia di serbo-ortodossi, ebrei e rom, in nome di una "soluzione finale" etnico-religiosa perseguita anche attraverso l'imposizione di "conversioni" di massa al cattolicesimo. In questo sterminio un ruolo decisivo lo ebbe l'arcivescovo di Zagabria, Alojzije Stepinac con l'avvallo decisivo del Vaticano. Nell'ottobre del 1998, Stepinac (definito dal dittatore Franjo Tudjman "martire del regime comunista) viene beatificato dal papa Giovanni Paolo II.


Sullo sterminio nazista di omosessuali e lesbiche rinvio al dossier pubblicato in Fuoricampo Lesbian Group.

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[1] Per mancanza di tempo non sono riuscita a risalire a chi ha dato via a questa "catena per (o della) memoria".
[2] Ad esempio ai tempi dello "scandalo" delle torture inflitte ai prigionieri di Abu Ghraib da parte (anche) di alcune soldatesse Usa, sono stati pubblicati ben due articoli intitolati "Se questa è una donna" che richiamavano il titolo del libro di Levi ma "rovesciandolo": non solo introducendo una connotazione di genere, ma ribaltando il soggetto, non più la vittima ma il carnefice. I due articoli possono essere letti nel dossier Dibattito sulle donne kapò (Qui dovrei aprire una lunga riflessione sull'uso di metafore che rinviano al nazismo, ma per intanto rinvio ai cenni alla questione nella mia recensione a Féminismes et nazisme ricordata in questo post).
[3] Sovente, nei brani che cito da altri blog/siti vengono usati (spesso indifferentemente) i termini "Olocausto" e "Shoah". In realtà non sono equivalenti o intercambiabili, mancando nel secondo termine il significato di punizione divina presente nel primo. Storicamente l'uso di Shoah ha preso forza a partire dal titolo del film di Lanzmann uscito nel 1985, che si proponeva esplicitamente di contestare il termine "olocausto" e la retorica che gli è associata. Personalmente, comunque, ricorro sovente al termine di genocidio o sterminio nazista ( di ebrei, "zingari" - rom e sinti -, omosessuali e lesbiche e altri esseri umani considerati "inferiori").
[4] Ho già da tempo firmato e segnalato nella rubrica Urgenze la raccolta firme per Kassim. In effetti, il numero relativamente basso delle firme, colpisce. E se provassimo a chiederci perché?


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